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EDITORIALE
IL MARTIRE CHE NON C'E': IL FILM SUL GIOVANE CARLO GIULIANI.
Sembra un secolo ormai lontano ma solo un misero anno è passato dai fatti di
Genova e del G8 e tutto sembra essere dimenticato nonostante ogni tanto le
lettere esplosive facciano la loro ennesima comparsa a firma di questa o
quella pseudo organizzazione neo- terroristica.
I No Global sembrano rientrati nei loro Soviet del pensiero falsamente
liberal- ecologista, i muri imbrattati sono stati ridipinti, il Ministro
Scajola si è politicamente suicidato e i Mc Donald ( purtroppo) funzionano
sempre e meglio di prima: solo il cinema, in base al famoso assioma "Lo
spettacolo deve continuare" non ha dimenticato quel giovane Punkabbestia che
perse la vita durante l'assalto ad una camionetta dei Carabinieri con
intenzioni non del tutto pacifiche e infatti nelle sale di qualche rassegna
si potrà valutare un film che sembra l'operazione cinica di qualche
nostalgico di quegli anni "formidabili" che furono quelli di piombo.
Non vorrei fare ironia su un ragazzo di poco più di vent'anni che ci ha
lasciato la pelle in termini e modi così assurdi ma forse è l'unica
alternativa al dramma della strumentalizzazione della vicenda che ha visto
Carlo Giuliani presunto "martire" dell'ala estremista dei No Global da
santificare e, anche dopo morto, gettare in pasto alle Sinistre che di eroi
negativi hanno sempre disperato bisogno.
Da qui alle dichiarazioni minacciose della "Brigata Neo Partigiana Carlo
Giuliani", alle scritte sui muri, alle dediche tra campeggi e cannabis al
film il passo è breve.
Bella l'idea di realizzare un evento cinematografico che tratta della vita
del "Giovane Carlo Giuliani" che sicuramente non andrò a vedere e questo
non perché odi il grande schermo o non mi interessino determinate recenti
vicende che mi hanno visto comunque presente ( della serie " Al G8 c'ero
anch'io ma da ogni parte e non solo da e per una ") ma sorge spontanea una
domanda differente: perché probabilmente nessuno farà mai un film su Marco
Biagi o sul giovane Carabiniere che si è trovato costretto a sparare per
difendere la propria vita?
Perché nessuno proporrà mai una pellicola sui Martiri di Acca Larentia o sui
fratelli Mattei?
Perché non vedremo locandine su Sergio Ramelli (un Martire e un giovane
davvero alternativo, questa volta) se non quelle, comunque destinate a
coloro che nei giovani di Destra ricordano, della struggente
rappresentazione teatrale?
Il sangue è, o dovrebbe essere, dello stesso colore per tutti ma la Sinistra
di ieri e di oggi difficilmente potrà essere in sintonia con questo
pensiero: figuriamoci gli anacronistici fuori tempo massimo di Rifondazione
o i Talebani dei CARC e compagni(a) bella.
Eppure la Storia insegna che i massimi criminali del secolo passato, Hitler
e Stalin, furono tra i massimi propagandisti dei propri rispettivi mondi: da
Eisenstein a Goebbels il cinema fu strumento del regime e veicolo di
convincimento, regolatore di impulsi malsani, focalizzatore di odi e feroce
atto di fede.
Il Nazionalsocialismo, per fortuna, sopravvisse molto meno dei previsti
"Mille anni" ma, purtroppo per l'Umanità, il Comunismo per mezzo secolo si
impegnò a gettare nei forni della propria ideologia malsana la vita e le
menti di milioni di persone.
Di altri ne fecero concime, proprio come i loro "colleghi" con la svastica,
ma a tutt'oggi nonostante il fallimento totale della distopia rossa, sono
ancora molti i retaggi che evidenziano le lezioni sulla propaganda e la
manipolazione dei giovani che ancora sono parte integrante delle manovre
palesi ed occulte della politica di mezzo mondo.
Italia compresa.
Cosa si vuole sapere su questo ragazzo che si sia ormai gettato in pasto a
molti giovani annoiati e viziati e a ben altri personaggi di parecchio più
cinici e furbetti, desiderosi di trovare un senso ad una vita per cui
combattere non ha più valore?
Cosa aveva di davvero speciale questo giovanissimo Punkabbestia che lo
differenziava da quei figli di papà che, per ripicca e per avere almeno un
brivido in più, frequentano i Centri Sociali anarco-comunisti (?) con una
povera bestia al fianco, che chiedono l'elemosina a fianco dei Mc Donald,
che coperti da costosissimi stracci, costosissimi piercing, costosissimi
tatuaggi nel loro costosissimo convincimento che per essere "veri"
alternativi occorre seguire regole precise, precise gerarchie, precisi punti
di riferimento, precisi tipi di droghe, precisi capi.
Una volta ho letto in un Centro Sociale, perché prima di giudicare occorre
conoscere in prima persona, una frase che diceva "Muori per la Patria, muori
per niente": forse è vero ma allora per cosa è morto Carlo Giuliani?
Per cosa sarebbero morti quei giovanissimi Carabinieri che, disperati e
terrorizzati, si sono trovati costretti a scegliere tra il morire o l'
uccidere?
La risposta, questa volta vera e reale, è la stessa: per niente.
I Giuliani non volevano uccidere o ferire per un ideale, nemmeno per una
passione o persino per un momento di follia decretato da qualche
motivazione: lo facevano e lo fanno semplicemente per scaricare semplici
impulsi che con la politica nulla hanno a che vedere.
E lo sapete che fine fanno i Giuliani dopo le loro avventure nei bassifondi
di lusso (mica fanno gli operai in fonderia, i signorini che combattono per
una classe che non rappresentano), dopo che anche questo genere di eventi
danno loro noia?
O si immergono ancora di più negli abissi dell'autodistruzione ( fino alla
"roba" e alla tomba propria e altrui) oppure ce li ritroviamo riscattati dai
"giri" paterni o materni tutti bellini e ripuliti, macchinone di lusso
chiavi in mano, la ragazza giusta, un buon lavoro.
E se gli chiedi, come venne chiesto al processo ritardatario agli assassini
di Sergio Ramelli, il perché di questo cambiamento, loro ti rispondono "
Beh, sa, ero giovane ed ero un po' scavezzacollo. Ma poi si cresce, si
cambia. E poi non mi dica che anche lei ai suoi tempi.".
Eh no, cari miei.
No, Giuliani.
Il film che gli hanno dedicato è un'opera di propaganda a lunga scadenza, un
qualcosa che possa in qualche modo sostituire l'invecchiata figura di Fidel,
l'immagine ormai commercializzata del Che che non ne può più di vedersi
stampato su t-shirt come fosse l'icona di un qualche santo o il testimonial
di un detersivo; è il disperato esempio di come anche la morte di "uno dei
nostri, un compagno che ha sbagliato" possa essere un lercio sistema per
accaparrarsi i voti dei giovani di oggi, degli adulti di domani.
Ma stavolta il padre di Giuliani, forse il maggior responsabile della sua
drammatica vicenda umana, spero trovi il coraggio di guardare dentro di sé
per cercare davvero di capire come si possa morire per il sogno malsano di
altri.
Spero, in ogni caso, che facciano un giorno un film sul giovane Carabiniere
che ha sparato o chi per lui: quello, di certo, meriterebbe di essere visto.
Fabrizio Bucciarelli
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