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PRIMAPAGINA
POLITICA MINIMALE
Il confronto tra forze politiche durante l’ultima campagna elettorale è stato oggetto di valutazioni positive, anche da
parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, perché si sarebbe svolto in maniera civile, segnando un punto
di vantaggio rispetto a quanto accadeva in passato. In effetti, a parte le contumelie di facciata scambiate dai soliti
maggiorenti durante gli spettacoli televisivi destinati al divertimento di colui che Giovanni Sartori ha ben chiamato
“homo videns”, e diventati momento essenziale della campagna, il tutto si è svolto in tono minore: non a caso,
diversi politologi hanno parlato di programmi quasi identici, specialmente per le due maggiori coalizioni a cui gli
elettori hanno finito per dare un buon 85 per cento di voti.
Le condizioni del Paese, non certo buone, hanno dato luogo ad un confronto che si è svolto in larga prevalenza
sui temi economici, in primo luogo fiscali, ed in via subordinata su quelli riguardanti i grandi servizi pubblici, quali
istruzione, sanità e trasporti. Si direbbe che tutti i partiti, consapevoli della tradizionale attenzione che l’italiano
medio riserva al proprio “particulare”, acutamente individuato da Francesco Guicciardini come asse portante del
bel Paese, si siano battuti, secondo logica, sui temi di specifico interesse individuale, trascurando tutto il resto.
Anche questo è un segno di decadenza: triste corollario del fatto che tanti italiani “non arrivano alla fine del mese”,
come tutti i partiti sia grandi che piccoli hanno prontamente sottolineato, senza indicare misure funzionali per
risolvere il problema, ma arroccandosi in ipotesi di scuola come quelle di una maggiore equità fiscale o di incentivi
all’occupazione, su cui nessuno potrebbe ragionevolmente dissentire. Al contrario, chi ha promosso una battaglia
sul piano etico, come Giuliano Ferrara, ha commesso l’errore di impostarla in chiave altrettanto “particulare”,
impegnandosi sul tema monoculturale dell’aborto, ed è stato pesantemente penalizzato dal voto.
La dialettica politica, in buona sostanza, è diventata davvero “minimale”. Tra i segnali di maggiore evidenza che
evidenziano questo scadimento deve essere posto, in primo luogo, il disinteresse per la politica estera, che in
altri tempi era considerata naturalmente fondamentale, e che in altri Paesi leader è tuttora prioritaria, a
prescindere dalle loro opzioni istituzionali e socio-economiche: basti pensare agli Stati Uniti ed alla Cina, alla
Francia ed alla Russia, ma anche all’Iran, alla Libia, alla Turchia, e via dicendo. In effetti, la politica estera non
ha trovato alcuno spazio apprezzabile nella campagna elettorale, se non nelle critiche al veterocomunismo di
stampo sovietico tuttora presente in qualche frangia della Sinistra radicale, od in quelle al “terzomondismo”
di andreottiana memoria: al massimo, si è cavalcata la tigre dell’immigrazione e del suo collegamento con la
sicurezza, per scoprire che i costanti flussi dei disperati che vengono in Italia potrebbero essere elisi solo
attraverso interventi diretti nei Paesi d’origine, senza pensare che i mezzi finanziari per la cooperazione si
sono ridotti al lumicino sia con Berlusconi che con Prodi, ad onta degli impegni internazionali sottoscritti.
Qualche discussione minoritaria sulla politica estera, in realtà, non è mancata, sia durante lo scorcio dell’ultima
legislatura, sia nella stessa campagna elettorale, ma si è circoscritta all’opportunità, o meno, di mantenere le
presenze militari “di pace” in Afghanistan o nel Kossovo, con un occhio di riguardo per la loro sicurezza che ha
finito per assumere valenze surreali, ovvero, con attenzioni alla “necessità” di non prescindere dal sistema di
alleanze in essere, che equivalgono alla scoperta dell’acqua calda. Nessun accenno, invece, alle relazioni coi
Paesi vicini, nei cui confronti la politica estera diventa a più forte ragione importante: ciò, con particolare
riguardo alla Croazia ed alla Slovenia, ed ai problemi tuttora aperti sul fronte giuliano e dalmata (senza contare
quelli sempre irrisolti degli esuli), tanto più che, nei confronti di Zagabria, sarebbe possibile dialogare
costruttivamente alla luce della sua richiesta di ingresso nell’Unione Europea.
La consultazione del 13 aprile ha espresso un’ampia maggioranza che, salvo fatti nuovi da non escludersi
a priori visto che la politica è “arte del possibile”, dovrebbe essere in grado di governare l’Italia per tutta
la legislatura, e quindi, di perseguire obiettivi condividibili anche nell’ambito delle relazioni con l’estero e
di tutto ciò che in campagna elettorale è rimasto subordinato alla pur comprensibile priorità economica.
L’assunto, tra l’altro, è corroborato dal vero fatto nuovo di queste elezioni: il drastico ridimensionamento
politico della Sinistra radicale, e la sua totale scomparsa parlamentare, che costituisce un “quid novi”
nella storia dell’Italia repubblicana.
L’occasione di superare i limiti della politica “minimale” non potrebbe essere più idonea, ma è necessario,
per rammentare il sempre attualissimo Machiavelli, che venga colta senza indugio, nel quadro di un’etica
dello Stato da recuperare integralmente, e da perseguire nel convincimento davvero fondante che
costituisca la “Grundnorm” su cui costruire una rinascita effettiva e condivisa, anche in campo produttivo,
finanziario e sociale. Senza il governo dell’etica, come direbbe Benedetto Croce, l’economia, e persino
l’estetica, sono destinate a soccombere.
La decadenza dell’Italia è sotto gli occhi di tutti, ed investe tanti momenti della vita associata,
ma in politica non esiste alcunché di irreversibile. Nonostante tutto, la sua tradizionale creatività
e la sua forza di volontà possono determinare l’inversione di tendenza, ma perché questo accada,
è necessario che la “casta” scenda dalla torre d’avorio dei suoi privilegi e manifesti concretamente
che l’impegno di ben operare non è l’ennesimo “nome vano senza soggetto”, ma un pensiero
capace di tradursi in azioni immediate. E’ l’ultima opportunità per esorcizzare la politica “minimale”
e per consentire, pur nella salvaguardia dei legittimi interessi di ciascun cittadino, il ritorno a valori
universali che sono, o dovrebbero essere, patrimonio di tutti.
Carlo Montani
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