A proposito di schiavitu’ - Numero 43



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • A PROPOSITO DI SCHIAVITU’
  • UN DIARIO... CORSARO



    A PROPOSITO DI SCHIAVITU’

    All’inizio del 1808, il terzo Presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, si fece promotore di una decisione epocale, cancellando la tratta degli schiavi, che aveva consentito ai trafficanti della carne umana di deportare milioni di persone, in condizioni che definire disumane è certamente riduttivo: secondo valutazioni circostanziate, non erano più di un terzo coloro che riuscivano a sopravvivere alle retate dei negrieri in terra d’Africa ed a trasporti allucinanti, per approdare nell’America settentrionale, dove venivano venduti e sfruttati nelle piantagioni e nelle nuove attività economiche.
    Il secondo centenario dell’editto di Thomas Jefferson, solo parzialmente umanitario perché eliminava la tratta ma non la schiavitù, che restava tale per tutti coloro che erano stati già "importati" e per i loro eredi, non è stato oggetto di celebrazioni significative, anche negli Stati Uniti. In effetti, si sarebbe dovuto attendere un ulteriore sessantennio, per giungere alla cancellazione della schiavitù, quale istituto giuridico vigente nella legislazione statunitense, al prezzo di una guerra lunga e sanguinosa tra gli Stati abolizionisti del Nord e quelli del Sud, contrari all’egualitarismo, per taluni aspetti rivoluzionario, di Abramo Lincoln.
    Altrove, la schiavitù avrebbe continuato ad esistere per parecchio tempo: basti pensare che in Paesi come l’Arabia Saudita o la Mauritania è stata cassata dai rispettivi ordinamenti soltanto nel 1963 e nel 1980.
    La ricorrenza del provvedimento di Jefferson costituisce comunque una buona occasione per meditare sulla permanenza delle condizioni schiavistiche nel mondo di oggi, ad onta delle varie Dichiarazioni dei diritti che presiedono, o dovrebbero presiedere, ad una convivenza civile degna di questo nome. Basta guardarsi intorno per comprendere come la schiavitù sia tuttora diffusa in ogni dove, e come alle vittime nulla importi se non esiste più sul piano istituzionale, rendendola a più forte ragione inaccettabile sul piano etico-politA?"???ico, e naturalmente, su quello giusnaturalistico.
    E’ sconcertante constatare che questa schiavitù "di fatto" tende addirittura a crescere, a fronte delle maggiori difficoltà economiche indotte dal contenzioso fra Stati ed etnie, dalla conflittualità religiosa, e prima ancora, da uno sviluppo demografico che ha sestuplicato la popolazione mondiale nel breve giro di un secolo. Ciò accade in misura maggiore nel terzo mondo e nelle zone depresse (basti pensare, per limitarsi a poche fattispecie clamorose, alla schiavitù cui un dittatore sanguinario volle costringere l’intera Cambogia, fino a tradurla in genocidio; ovvero, alle condizioni del Tibet, che dopo mezzo secolo di assolutismo cinese sono ulteriormente peggiorate rispetto a quelle, pur drammatiche, del 1950, come attesta la civile testimonianza del Dalai Lama). Eppure, la schiavitù non è esclusiva dei Paesi governati da sistemi autoritari o totalitari, e permane in sacche talvolta vistose, anche dove "libertate è fiorita".
    Non è forse vero che le condizioni degli Indiani d’America, spesso confinati in riserve, e condannati ad una malinconica sopravvivenza, sono tuttora contrarie allo spirito ed alla lettera delle Dichiarazioni? Non è forse vero che un flusso incontrollato di emigranti come quelli che attraversano quotidianamente il Mediterraneo a rischio della vita alimenta condizioni di autentica schiavitù, e quel che è peggio, di bassa forza al servizio della delinquenza organizzata?
    Gli esempi potrebbero continuare, ma la questione di fondo, al di là della loro elencazione, sta nel fatto che le cose non cambiano sul piano sostanziale, perché esistono principi generali e norme conseguenti, ma generalmente sfornite di sanzioni.
    La tratta degli schiavi non esiste, sulla carta, già da due secoli, come non esiste la schiavitù, ma la realtà dei fatti contraddice in modo evidente, e spesso spietato, quella del diritto positivo, e prima ancora il diritto naturale e lo stesso messaggio cristiano. Non è azzardato concludere affermando che, al giorno d’oA?"???ggi, le soluzioni sia pure parziali possono essere affidate soltanto ad una legislazione internazionale veramente prescrittiva e condivisa.
    In un quadro di lungo termine, o meglio, in una prospettiva talmente lontana da potersi definire teleologica, l’abolizione effettiva della schiavitù sembra subordinata alla costituzione di una Repubblica mondiale conforme agli auspici di taluni grandi utopisti contemporanei come Ernesto Balducci: a patto, beninteso, che i suoi principi fondanti divergano in modo totale dal "volto demoniaco del potere" teorizzato da Gerhard Ritter, ma propongano l’avvento di un autentico universalismo umano e civile.

    Carlo Montani


    UN DIARIO... CORSARO

    Fare una recensione di un’Agenda, di un Diario, non mi era mai successo…Eppure quella che mi è capitata tra le mani è un’agenda tutta speciale. L’ ha voluta Massimo Corsaro, Coordinatore regionale della Lombardia per Alleanza Nazionale ; l’ ha voluta perché quest’anno ricorre, fra i tantissimi anniversari, anche il 40° del ’68. "E’ facile prevedere un lungo susseguirsi di rievocazioni nostalgiche di ex figli dei fiori, rivoluzionari col conto in Svizzera, pacifisti a senso unico, anarcoidi illuminati(?) e quant’altro fu il prodotto di quella stagione", dice Massimo Corsaro. Ed allora spetta " a noi il compito di ristabilire la verità". Per questo Corsaro ha pensato di produrre un’ Agenda con la "raccolta di cronache, racconti e commenti dell’epoca scritti e vissuti "dalla nostra parte". L’Agenda, giova ricordarlo, è dedicata - come si legge nel risvolto di copertina - all’indimenticabile Marzio Tremaglia. Grazie anche alle vignette di Candido e del Borghese l’Agenda ricostruisce quell’anno "maledetto", compiendo in questo modo pure un’operazione di recupero di un giornalismo satirico che ha fatto storia.

    Barbarossa