LA FARSA DELL’OBELISCO - Numero 45

 

Axum è un nome che nulla dice agli ignari ed agli immemori, ma è tornato alla ribalta nel momento in cui l’Italia ha onorato un impegno di vecchia data con l’Etiopia, restituendo l’omonimo obelisco in granito: nemmeno a farlo apposta, la cerimonia di inaugurazione ha avuto luogo, alla presenza del Sottosegretario agli Esteri Mantica e del Presidente etiope, ad appena cinque giorni dalla visita di Berlusconi a Gheddafi e dalla contestuale restituzione della Venere di Cirene al Governo libico.

La grande stampa ha prontamente esaltato l’avvenimento, non senza ricordare che l’obelisco, dopo la guerra coloniale degli anni Trenta, era stato oggetto di " trafugazione" da parte del governo fascista. In effetti, la storia del monumento è davvero paradossale: dopo decenni di attese e di trattative inutili, la spedizione era già avvenuta nel 2005, con tre viaggi aerei a mezzo di vettori russi, previa scomposizione del materiale in tre blocchi da circa venti tonnellate cadauno, non essendo stato possibile trovare un mezzo capace di riportare a casa l’intero obelisco (non è fuori luogo rammentare che il monolite del Foro Italico in marmo bianco, pesante quasi 300 tonnellate, fu trasportato da Carrara a Roma all’inizio degli anni trenta per via terrestre, marittima e fluviale).

I lavori di ripristino, effettuati sul posto da specialisti italiani, sono durati tre anni, con un costo pari a cinque milioni di euro: cifra minima rispetto ai cinque miliardi di euro donati a Gheddafi per il "risarcimento" dei danni coloniali, ma pur sempre notevole per un semplice lavoro di restauro.

Gli aspetti farseschi della vicenda non debbono far dimenticare la vera sostanza del problema, che riguarda la restituzione delle opere d’arte sottratte alle sedi originarie in occasione di vicende belliche. Al riguardo, fermo restando che sul reale diritto di proprietà di tali opere si potrebbe a lungo discutere, anche dal punto di vista formale (basti pensare all’atteggiamento assunto dal governo britannico nella lunga "querelle" con la Grecia a proposito dei marmi del Partenone); non è chi non veda come la questione sia, anzi tutto, di natura etico-politica, e coinvolga tutti i casi in cui le opere in parola siano state oggetto di "usurpazione".

Le eccezioni non costituiscono una deroga alla legge del possesso, che trova applicazione in gran parte dei casi. Quanto all’Italia, non serve obiettare, come si è scritto, che nel 1815 i cavalli di San Marco trasportati a Parigi da Napoleone fossero restituiti a Venezia: come tutti sanno, la Serenissima non esisteva più, l’Italia era di là da venire, Bonaparte era caduto definitivamente nella polvere di manzoniana memoria, e la Santa Alleanza sorta dal Congresso di Vienna aveva avuto buon giuoco nel pretendere da Luigi XVIII un gesto riparatore di chiara valenza simbolica.

Diciamo la verità: le restituzioni di opere come la Venere di Cirene o l’obelisco di Axum appartengono ad una prassi certamente minoritaria. Basta andare al Louvre per rendersi conto di quali e quante siano le statue o le pitture sottratte ad altri: la Nike di Samotracia o l’antichissima pantera in diorite nera dell’Egitto non sono certamente attribuibili ad artisti francesi. La questione, caso mai, è un’altra, ed investe l’ordinamento giuridico internazionale, o meglio, le sue carenze in questa materia: in effetti, salvo casi particolari, non esistono obblighi a questa od a quella "restituzione", pur sussistendo motivi di opportunità o più raramente, di singolari sensibilità, in cui l’Italia ha dimostrato di voler eccellere.

Qualcuno ha precisato che, vantando una disponibilità del patrimonio artistico pari alla metà di quello mondiale, l’Italia non ha problemi nel promuovere le restituzioni di competenza: osservazione obiettivamente miope, perché nella fattispecie si tratta di una questione di principio, e non certo di valore venale. Caso mai, ci sarebbe da dire che l’atteggiamento italiano non dovrebbe restare fine a se stesso, né tanto meno, costituire una manifestazione di inferiorità politica, ma tradursi nell’impegno a farne un paradigma di riferimento per tutti, da perseguire nelle competenti sedi internazionali, a cominciare dall’Unesco.

Il valore dell’arte autentica, secondo la pertinente definizione di Kant, è certamente universale. Da questo punto di vista, si può accettare anche il principio della restituzione, che suffraga l’appartenenza delle opere d’arte al patrimonio culturale e spirituale dell’umanità, ma a patto che non venga strumentalizzata, al servizio di interessi contingenti e della bassa demagogia.

Carlo Montani