Rapporti politici e rapporti personali - Numero 20

Rapporti politici e rapporti personali - Numero 20

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • RAPPORTI POLITICI E RAPPORTI PERSONALI
  • EDUCAZIONE = NO DROGA

    RAPPORTI POLITICI E RAPPORTI PERSONALI

    Viviamo in una società in cui da una decina di anni i rapporti umani, avvelenati dalla divisione politica, stanno sempre più deteriorandosi e le contrapposizioni ideologiche inficiano il normale svolgimento della vita civile, di lavoro, di relazione. Si confonde il giudizio politico con la valutazione umana, professionale, tecnica. Si sta scavando un solco fra le persone in nome di ideologie che, persa in buona parte la forza delle idee, sono diventate paraventi per nascondere aggressività, voglia di escludere, di insultare, di colpire in una spirale che, chi si chiama fuori da questa logica, fa molta fatica a capire e a sopportare. L’Italia, dopo la guerra di liberazione che è stata una guerra civile, ha conosciuto un periodo di pace e una volontà di ricostruzione morale che si fondava su valori come il rispetto reciproco, la comprensione umana, la capacità di dialogo, di confronto costruttivo. Poi il ’68 ha segnato una prima svolta nei rapporti: la caccia al diverso nel nome dell’ideologia ha cominciato ad innalzare delle barriere, degli steccati che hanno portato a momenti gravi per la nostra vita civile. Sono seguiti gli anni di piombo in cui buona parte della società ha ritrovato una sorta di coesione. Il nemico era interno, ci si sentiva tutti minacciati e allora abbiamo trovato unità di intenti se non di valori. Con qualche opportuno distinguo. Una sorta di convivenza civile basata sul rispetto dell’altro è durata fino al crollo del muro di Berlino, quando ci si è illusi che fosse finito il comunismo e che si aprisse un periodo di elaborazione e confronto di idee al di là delle ideologie. L’illusione è durata molto poco. Le ideologie non erano tramontate, avevano cambiato aspetto: avevano tolto la divisa e messo il doppiopetto. Erano difficilmente identificabili, ma proprio per questo più subdole, più devastanti. Il dialogo e il confronto prevedono che tutti giochino e si siedano al tavolo nel rispetto delle stesse regole. Così non è stato. Eravamo troppo abituati a leggere la storia a senso unico per accorgercene, troppo impegnati a celebrare alcune date e a non voler vedere che cosa era successo il giorno dopo, troppo impegnati a chiedere abiure da una parte e a dimenticare l’orrore che stava dietro la storia di altri. Ignoranza comoda che abbiamo pagato a caro pezzo. La gioiosa macchina da guerra si stava organizzando e procedeva sull’autostrada costruita da Mani Pulite che ha azzerato con accuse infamanti, non sempre provate e speso rivelatisi infondate, un’intera classe politica e dirigenziale. Non abbiamo studiato con la dovuta attenzione Gramsci e non ci siamo resi conto che tutto era già scritto. Una parte della società è stata trattata come un branco di farabutti, ladri, malavitosi. Importanti uomini politici, industriali, liberi professionisti, alti dirigenti sono finiti sul banco degli imputati. Sono state gettate palate di fango sul nostro paese, e quindi su di noi, e molti, moltissimi ne erano contenti. Poi mentre l’on. Occhetto presentava anche ai ciechi che non se ne erano ancora accorti la sua gioiosa macchina da guerra, ecco che Silvio Berlusconi fa nascere Forza Italia. Da quel momento non si parla più di idee, non ci si confronta più, ci si vomita addosso ogni genere di insulti. Dopo la vittoria inaspettata del Polo delle libertà vi è stata subito una rabbiosa, violenta, quasi fanatica reazione. Se Mani pulite ha avvelenato i rapporti umani, l’on. Berlusconi ha fatto saltare un meccanismo che era stato accuratamente preparato e che si credeva invincibile. La reazione violenta, isterica, spesso scomposta è stata quella di colpire, ghettizzare, denigrare moralmente, culturalmente quelli che non si riusciva più a vedere se non come avversari. E’ successo nel mondo del lavoro, nelle università, nella scuole. E’ successo nei rapporti quotidiani: venivi insultato all’edicola se comperavi Il Giornale, venivi attaccato a una tranquilla cena con conoscenti e amici, venivi improvvisamente emarginato nel lavoro. E’ un morbo orrendo, una sorta di pestilenza che si è diffusa nella società e che ha contagiato troppe persone. Bisogna farla finita, bisogna che le persone più ragionevoli e coraggiose si adoperino per invertire la tendenza. Però occorre chiaramente dire chi ha diffuso questo clima e perché. E’ partito da una precisa parte politica che, seguendo consapevole o meno la lezione di Stalin e dintorni, ha creato questa situazione. E lo ha fatto proprio nel momento in cui una certa evoluzione politica portava allo scoperto pagine vergognose e terrificanti della loro storia, pagine con le quali era duro fare i conti. Era più comodo, era meno difficile ignorare e tentare di continuare sulla stessa via. Non glielo dobbiamo e possiamo permettere. Devono fare i conti con la loro storia e poi dire chiaramente quale è la loro posizione. Lo hanno giustamente preteso da altri. Lo dobbiamo pretendere da loro. Il muro di Berlino non era una qualsiasi opera muraria che è stata abbattuta per fini estetici. E’ stata una vergogna . E’ stato costruito per impedire di fuggire dall’est, dal paradiso comunista, verso l’ovest. I gulag sono stati luoghi di sterminio. Lenin, Stalin , Mao, Castro e tutti i vari dittatori comunisti hanno tenuto il potere con la violenza, con la soppressione delle più elementari libertà, con il terrore. Signori della sinistra che cosa ne pensate? In Italia abbiamo in Parlamento due partiti che nel loro nome si chiamano comunisti e altri che hanno cambiato abito: che cosa ne hanno fatto del vecchio? Vogliono dirci che rapporto hanno con i dittatori feroci e sanguinari vecchi e nuovi che sono nella loro storia? Io spero veramente che si possa al più presto tornare a parlare, a confrontarsi, a discutere di idee. Ma se non facciamo chiarezza, se non individuiamo le responsabilità, non per colpire ma per chiarire e poi ripartire, non credo sarà possibile.

    Pierangela Bianco



    EDUCAZIONE = NO DROGA

    E’ bastato che l’on. Fini presentasse una proposta di legge per rendere più restrittivo l’uso della droga e inasprire le pene anche per i consumatori che si è fatta sentire alta e forte la protesta dei paladini della libertà. Si è subito levato chiaro il grido di dolore del giornale politicamente più corretto d’Italia che ha avvertito i suoi lettori:"Dimenticatevi l’uso personale e qualunque licenza di drogarsi. Anche a casa propria, anche con i propri amici". Sembra che sia in atto un attentato alla libertà personale e che presto subiremo un "proibizionismo assurdo e dannoso." Ci sarebbe da ridere, ma la questione è troppo seria. Però una domanda mi è sorta spontanea: ma come si permette, chi dà a quel giornalista la sicurezza che la maggior parte dei suoi lettori faccia uso di sostanze stupefacenti? In questi giorni il dibattito si è nuovamente acceso anche nelle scuole, complici le autogestioni di rito. Proviamo a piantarla di fingere che il problema sia se e quanto la droga faccia male o meno, e quale sia la differenza fra droghe leggere e droghe pesanti. Le Nazioni Unite e il Consiglio superiore di Sanità hanno dichiarato la pericolosità della cannabis affermando che non la si può chiamare droga leggera. Il 95% dei tossicodipendenti da eroina ha cominciato con la cannabis. Autorevoli indagini scientifiche dimostrano che i bambini nati da madri fumatrici di cannabis hanno uno sviluppo neurologico deficitario. E’ provato che i consumatori abituali di spinello manifestano demotivazione, eccessiva irritabilità, aggressività, problemi nella capacità di giudizio, perdita di neuroni cerebrali deputati alla memoria a breve termine. Si potrebbe continuare, ma voglio porre un altro problema. E’ forte la corrente di chi si batte per la liberalizzazione della droga e la depenalizzazione del reato almeno per quanto riguarda l’ uso personale. Naturalmente costoro parlano di scelta, di autodeterminazione, di libertà. Ma quale? Quella di rimbecillirsi? Quella di ridursi a larve umane? Ci si scandalizza quando il problema deflagra e abbiamo casi in cui si manifesta una drammatica e inaudita violenza. Non si potrebbe pensarci prima? Diciamolo chiaramente: drogarsi fa male, nuoce gravemente alla salute. E il male va stroncato quanto più possibile, prima che contagi, prima che coinvolga altri esseri, prima che diventi un problema sociale. Reprimere soltanto non serve. E’ vero, ma è pur sempre qualche cosa. Che ne direste di educare? Questo termine non compare quasi mai negli scritti, nelle conferenze, nei dibattiti, al massimo si parla di informare. Certo sapere di che cosa si tratta è importante, ma se non si educa, se non si trasmettono valori, se non si dà un senso alla vita, allora l’informazione non basta. Si discute in questi giorni sul perché ci si droghi a scuola. E ce lo chiediamo anche? Certo hanno il loro peso il gusto della trasgressione, l’effetto pecora per cui ci si deve integrare nel branco qualunque cavolata venga fatta, ma non basta. La scuola per molti ragazzi ha perso quel ruolo di luogo di educazione, quel senso di rispetto, quella "sacralità", diciamolo pure, che ha avuto per intere generazioni. Di chi è la colpa? Guardiamoci allo specchio: la colpa principale è dei docenti. Poi possiamo accusare la famiglia, i mass media, la società, cosa che non guasta mai. Ma noi docenti quale educazione trasmettiamo, quali valori, quale senso del dovere, di rispetto di se stessi e dell’altro? A ognuno la risposta.

    Pierangela Bianco

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