Cultura e politica: frattura a destra  - Numero 12

Cultura e politica: frattura a destra - Numero 12

CULTURA E POLITICA: FRATTURA A DESTRA

"MA QUALE DE GASPERI! MEGLIO CODREANU"

I giovani di AN preferiscono i "classici". Ma Fini pensa alla svolta liberale.

"La politica senza la cultura è un mostro dedito alla gestione, all’amministrazione; una scienza senz’anima. Mi sembra di capire che la cultura come Kultur, dunque come civiltà, venga rifiutata, rimossa. È un errore che potremmo pagare assai caro". Partiamo da qui, da questo giudizio del direttore del Secolo d’Italia, Gennaro Malgieri. E ribadiamo subito - a chi goebbelsianamente mette la mano alla fondina della pistola quando sente parlare di cultura - che di questo connubio tra politica e cultura non si può fare a meno. O meglio, non ne può fare a meno chi voglia fare una Grande Politica, che agendo nel presente costruisca qualcosa per il futuro. Chi vuole diventare un tecnocrate o un professionista di "giochini" parlamentari, lasci perdere la cultura e i libri. Non ne avrà alcun bisogno. I libri… Ormai sembrano essere diventati più un problema che una risorsa per i vertici di Alleanza Nazionale. Negli stand librari dei congressi di AN si fa una censura preventiva: niente Evola, lasciamo perdere Mussolini. Céline? No, troppo antisemita… E meno male che almeno i libri del professor Fisichella sono ancora ammessi. Enzo Cipriano, proprietario della libreria Europa, è stato costretto a subire i veti dei "colonnelli". Fino alla definitiva epurazione dalle assemblee del partito. Per carità, se arrivano le televisioni e vedono un libro di Evola sui banchetti, sai lo scandalo. Dispiace dirlo, ma dopo due vittorie elettorali, la Destra continua ad avere un problema: un complesso di inferiorità nei confronti della cultura di sinistra. E non importa che un autorevole poeta progressista, Giovanni Raboni, sentenzi sul Corriere della Sera del 27 marzo scorso: "I grandi scrittori? Tutti di destra". Buttiamo a mare tutti questi autori. Troppo politicamente scorretti… Per entrare nei salotti della politica senza imbarazzi è meglio dimenticarseli. Che tristezza… Il "dramma" però è un altro. Gli Evola, i Mishima, i Codreanu, i Drieu La Rochelle, gli Jünger sono tuttora gli autori più letti dai militanti di Azione Giovani, l’organizzazione giovanile di AN. I gestori delle librerie di area - oltre all’"Europa", la "Bottega del Fantastico" di Milano - confermano. E allora? Allora la cosa è grave. Perché quando Fini, in un’intervista alle "Iene" (sic), dichiara che sono Einaudi e De Gasperi i nuovi statisti di riferimento del partito, implicitamente taglia fuori dagli orizzonti culturali di AN tutta la cultura della destra tradizionale, rivoluzionaria-conservatrice, nazional-populista. Un errore? Beh, qui conviene intendersi. AN va nella direzione di un orizzonte conservatore, moderato, pienamente inserito nelle coordinate delle liberaldemocrazie occidentali, come sembra? Se questa è la direzione, Fini fa bene a dirsi einaudiano o degasperiano. La linea politica impone delle scelte culturali, per ora anche fin troppo rimandate. Basta dunque con l’ambiguità politico-culturale. Per ora, comunque, il "dramma" rimane. Buona parte dei giovani di AG non ne vogliono neanche sentire parlare di conservatorismo, liberalismo… Per chi è cresciuto a pane ed Evola è difficile digerire di dovere mettere nei piani alti della propria biblioteca, quelli poco visibili, i libri che hanno fondato anni di militanza. Quisquilie? Il realismo politico impone delle scelte? Vero, ma per chi - e ci risiamo - pensa che non vi possa essere una buona politica senza cultura alla spalle, il cambio dei riferimenti culturali è una questione seria. Da affrontare seriamente. Cosa che, ci sia consentito, per ora non è stato fatto. Dichiarazioni finiane estemporanee, togli Schmitt metti Popper, nell’indifferenza di molti, ma non di tutti. Ricordiamo ancora Marzio Tremaglia arrabbiato, durante una festa del Secolo a Milano, alcuni anni fa, rifiutare di mettere il liberale Popper tra gli autori di riferimento del vero uomo di destra. "Ma Gianfranco che dici?", si chiedeva l’indimenticabile Marzio. Prima o poi si arriverà a una resa dei conti. Nei documenti di Fiuggi e in quelli seguenti c’è una dose di destra tradizionalista, un pizzico di destra populista e giusto una spruzzata di destra liberale. Tutti contenti, dunque. Per adesso. Ma forse quello che ora sembra un cocktail ideologico gradevole tra un po’ diventerà indigesto, perché non soddisferà a pieno nessuno. Il tempo delle scelte arriverà. E se la strada è quella di costruire una destra conservatrice, una domanda sorge spontanea: i giovani militanti seguiranno Fini? Secondo Marco Tarchi, politologo mai tenero nei confronti del leader di AN, "questo è il problema. C’è una grande inquietudine nel mondo giovanile di AN di cui la stampa non parla. Per molti giovani i miti sono rimasti i soliti: Evola, Codreanu, Josè Antonio, Brasillach… È ridicolo il tentativo di convincerli a passare da Evola a Tocqueville. Si è passati dalla rivolta contro il mondo moderno alla quasi totale accettazione della modernità. E i giovani non ci stanno". E se Tarchi avesse ragione? E se i giovani militanti, risorsa importante per la vita del partito, prendessero un’altra strada? Le risposte sono ancora premature. Resta però il fatto che, tra i giovani, i mugugni e le contestazioni a bassa voce si sentono, inutile negarlo. Quello che ruota intorno ad AN, secondo Enzo Cipriano, è "un ambiente che definirei di scontenti i quali però, montellianamente, votano turandosi il naso". Fini e i suoi colonnelli contro i giovani di AG? A qualcuno potrà sembrare un’esagerazione ma la frattura - che per ora è culturale ancora prima che politica - è nei fatti. Bisogna aprire gli occhi. Anche Sergio Romano, da osservatore esterno, rileva che "Alleanza nazionale si avvicina sempre più a un partito moderato ed è sempre meno un partito social-nazionale". Ma - sottolinea l’editorialista del Corriere della Sera - "AN ha ancora una militanza ed un apparato che appartiene ad un’altra storia. Spostare l’intero apparato del partito su posizioni nuove mi pare complicato, non è certamente un processo facile né immediato. Tuttavia Fini appare convinto dell’opportunità di proseguire senza fermarsi nel cammino intrapreso da tempo". L’analisi ci pare convincente. E al tempo stesso preoccupante. La base militante di AN da risorsa diventerà una zavorra ingombrante per le scelte di Fini? Che triste prospettiva! La cosa peggiore però è che sembra uno scenario verosimile. La speranza è che non diventi realtà.

Massimiliano Mingoia





INTELLETTUALI SI’, MA CONTRO AN

C’eravamo tanto ignorati. E continuiamo a farlo. Il rapporto tra la Destra politica e quella che potremmo definire, capovolgendo il titolo dell’ultima fatica di Marcello Veneziani, la Destra della cultura, è oggi come e più di ieri decisamente difficile. Converrei con chi facesse notare che sottolineare tale situazione è un esercizio molto prossimo alla scoperta dell’acqua tiepida. Tuttavia è importante e forse interessante rilanciare il tema in questa precisa fase storica, una fase in cui la Destra rappresentata da Alleanza nazionale è approdata a posizioni di governo sostenuta da un notevole benché oscillante consenso elettorale, dalla piena legittimazione delle forze politiche e sociali amiche e dalla considerazione dei mezzi di comunicazione. Era legittimo immaginare che la Destra, una volta svincolata dal cappio che minacciava la propria esistenza politica e per quanto riguarda le forze militanti anche quella fisica, avrebbe sfruttato la condizione di maggiore "benessere" per promuovere le risorse intellettuali cresciute negli anni attorno al proprio mondo. L’osservatore e forse anche il diretto interessato attendevano un proliferare di quotidiani, riviste, case editrici, circoli culturali e, perché no, il coinvolgimento di chi non è affatto privo di pensiero. Ebbene, di tutto ciò nemmeno l’ombra. Ha prevalso tra i rappresentanti di An la voglia di festa, di mondanità e di salotti buoni, che a coloro che erano abituati a fermarsi in anticamera deve essere parsa come la realizzazione di un sogno, come a chi riesce dopo una vita a "farsi la barca" (fenomeno per altro noto come la "sindrome di D’Alema"). Nell’osservare lo scenario "costasmeraldino" fatto da coppie di barbette e tacchi a spillo, un amico parafrasando una canzonetta del Ventennio si è messo a cantare: "Adesso viene il ballo"… Sull’argomento il settimanale Area ha dedicato dei "Focus" molto ben curati e con interventi puntuali sulle relazioni, non pericolose perché pressoché inesistenti, tra An e la cultura. Ne emerge un quadro decisamente sconfortante. Giano Accame, ex direttore del Secolo d’Italia, teorico del socialismo tricolore, annotava giustamente che il cosiddetto sdoganamento della Destra erede del Msi, ha giovato ai politici assurti a ruoli di primo piano niente affatto immeritati, ma non agli intellettuali. I vertici di via della Scrofa insomma, una volta "svoltato", hanno pensato bene di dimenticare chi con la forza del pensiero aveva condiviso mezzo secolo di discriminazione ed emarginazione. Luci e lustrini insomma mal si conciliano con i volumi polverosi della libreria Europa. Volumi diventati pesanti, ingombranti, imbarazzanti per chi consiglia ai quattro venti lo studio di Popper e Tocqueville, senza per altro averne letto nemmeno una riga. Accame ha scritto che la gestione pragmatica e in fondo impolitica da parte di chi guida l’An di governo, decisamente non può andare d’accordo con autori e uomini complessi come Nietzsche, Evola, Marinetti, Berto Ricci, per non parlare di quelli che hanno scelto di morire per non rassegnarsi ad un certo mondo come Mishima e Drieu La Rochelle, di chi alla morte è andato incontro come Brasillach, o chi è finito dietro le sbarre di un manicomio criminale come Pound. Dall’emarginazione degli autori a quella degli intellettuali viventi il passo è breve, anzi brevissimo. Accame, pur con Dna - diciamo così - missino, è "out". Ma la lista (altro che le epurazioni di quelli di sinistra…) è decisamente lunga. Nessuna chance nemmeno per il professor Cardini, portatore di tesi scomode su americanismo, Islam ed economia di mercato. Nel momento in cui il Signore degli Anelli diventa un kolossal di enorme successo e schiere di giovani e meno giovani delle più diverse inclinazioni politiche riscoprono le opere di Tolkien, uno straordinario maestro della letteratura fantastica (e non solo, sia chiaro) come Gianfranco de Turris viene sistematicamente ignorato sebbene sia riuscito a ritagliarsi uno spazio a Radiorai. Duro anche il j’accuse dello stesso de Turris all’atteggiamento di An nei confronti degli intellettuali di destra. Lui che ha memoria lunga ricorda quando una situazione analoga si era manifestata dopo la vittoria di Pirro del ’94 quando l’accusa di voler "mettere cappello" sfruttando l’affermazione delle trionfanti armate berlusconiane coinvolgeva le teste della destra pensante. E le cose oggi non sono cambiate: i loschi figuri vengono ancora considerati come personaggi dediti al lamento e all’autocommiserazione, che si autoescludono, che praticano un singolare snobismo nero, gente schizzinosa, ipercritica verso le logiche del mercato e della tanto decantata era della comunicazione. Di fatto gli intellettuali di destra vengono accusati di sputare nel piatto in cui non mangiano. Insomma, criticate ossessivamente la modernità, come pretendete di trarne vantaggio? Una presa in giro molto poco elegante, un continuo scherno che viene soprattutto da chi si è sempre scagliato contro l’egemonia culturale della sinistra. Dai nemici mi guardi Iddio… Una sorte amara anche per pensatori notevoli come Fausto Gianfranceschi e per penne giovani e brillanti come Pietrangelo Buttafuoco, costretto, non si offenda, ad essere accolto nella "riserva" del pur ottimo Foglio di Giuliano Ferrara, alla stregua di Adriano Sofri. Una lista lunga, dicevamo, che non è possibile non lasciare incompleta. Un capitolo a parte merita Marcello "bello" Veneziani. Il quale scrisse una volta sul Giornale: "L’intellettuale di destra è una professione che non mi piace. E’ una figura fastidiosa per tutti, a cominciare da se stessi. A Dio spiacente e a li inimici sui. Perché tra gli intellettuali non ti perdonano di essere di destra e tra quelli di destra non ti perdonano di essere intellettuale". Per poi proseguire con impeto sincero: "Ne ho le palle piene di questo teatrino, non mi interessa, non mi appassiona". Certo il suo è uno stato d’animo assolutamente condivisibile. Veneziani dopo il "radioso" ’94 rimase fuori, scettico nei confronti di una Destra, sicuramente riverniciata bene, ma del tutto insensibile, anzi insofferente, verso gli stimoli culturali. Memorabile un suo scambio di vedute televisivo con il presidente Fini, visibilmente imbarazzato davanti alle considerazioni al solito taglienti dell’interlocutore. In occasione, ma anche prima in verità, della rivincita elettorale del 13 maggio da parte del centrodestra, Marcello Veneziani, illustre editorialista del Giornale, con un ottimismo mirabile aveva alimentato un’ottima riflessione sulle tematiche politiche, sociali, antropologiche a vario titolo riconducibili ad una cultura della Destra. I suoi pensieri che in parte riprendevano antichi convincimenti li abbiamo poi ritrovati nel suo ultimo libro. Insomma Veneziani, il più dotato (Accame dixit) e non si offenda, il più moderno tra i portatori di un pensiero di destra, ci ha creduto. E anche in questo caso, come già accadde con L’Italia settimanale, cassato per mano "amica", gliela hanno fatta pagare. Poco, o meglio nulla, di ciò che aveva auspicato, dopo un anno di governo Berlusconi (Fini), si è tramutato in realtà. E così il buon Marcello, pur forte di un successo personale indiscusso, ha dovuto ricredersi. Ad Area Veneziani ha dichiarato: "…vi è la sensazione di assoluta marginalità, che si manifesta pienamente nel disagio manifestato da coloro che fanno cultura a destra. Il problema è che i politici di centro-destra (sintomatico il trattino, ndr) non si sono resi conto della centralità della cultura nelle dinamiche sociali, e sembra che il dialogo tra cultura e politica sia diventato impossibile". Viene ribadita dunque l’incomunicabilità tra Alleanza nazionale e quelli che dovrebbero essere i suoi riferimenti culturali, anzi c’è il convincimento di chi guida il partito che la cultura rappresenti una zavorra. "Senza respiro culturale la destra politica non è che un cadavere", è la sua severissima conclusione. Questa volta Veneziani non porge l’altra guancia: "Mi pento di aver scritto La cultura della Destra. Quando l’ho immaginato ritenevo potesse avere una qualche valenza civile. Oggi, purtroppo, mi rendo conto che non ci sono margini di azione reale: è inutile parlare con i muri, non vedo alcuna possibilità". Parole dure come pietre, a testimoniare che qualcuno sugli Aurei Scranni ha perso o sta perdendo un’altra possibilità. Ma il Marcello Furioso non è il solo a pensarla così. Sentite cosa scrive il professor Fisichella, senatore ed esponente di spicco del partito di Fini: "La destra italiana di governo, quella che si esprime attraverso Alleanza nazionale, è di livello molto basso, e questo inciderà nel tempo e comporterà una caduta di credibilità, di cui già si avvertono alcuni segni; una caduta che si ripercuoterà sull’azione di governo e sul generale apprezzamento che viene soprattutto da quel mondo che in qualche modo, viceversa, dalla Destra si aspettava alcune cose". Facciamo dunque così male ad accalorarci per l’argomento? Risposte, grazie.

Fabio Pasini





E DE BENOIST SALI’ IN CATTEDRA TRA I PADANI

Mentre Alleanza nazionale si prodiga a tenere lontano quegli scocciatori che ancora parlano della cultura di destra, c’è qualche vicino di Casa che invece si dimostra interessato a ciò che dicono alcuni pensatori che un tempo andavano per la maggiore nelle conferenze e nelle librerie di casa Msi. Dal 6 all’8 settembre nel rifugio Cai al Passo del Cuvignone, fra il lago Maggiore e il lago di Varese, si è tenuto un seminario della scuola di formazione dei giovani leghisti. All’"Università d’estate", come la hanno chiamata quelli del Movimento Giovani Padani, sono intervenuti anche docenti d’eccezione. Uno di questi è stato Alain De Benoist, filosofo francese della Nouvelle Droite, un volto noto soprattutto per i cultori della Tradizione europea. De Benoist, sempre meno capelli e barba sempre più brizzolata, si è presentato ai giovani seguaci di Bossi, che durante il loro ultimo congresso vendevano i libri di Julius Evola (Ag-denti...), con il sorriso sornione di chi pensa: "Ma che ne sapete voi?!". Ma interloquendo con loro si è reso conto che lui con il suo trasversalismo dei valori, la sua Europa dei popoli e delle Regioni, il suo antiliberismo, era molto più popolare tra gli sbarbati in camicia verde piuttosto che altrove. Proprio la sua critica economica è stata tra i passaggi più apprezzati: "Il liberalismo ha delocalizzato il capitale e ha accelerato la globalizzazione". Già la globalizzazione, sembra che qualcuno sia stato scavalcato oltre che a sinistra anche a destra su tematiche che storicamente gli appartenevano… Come dire: quando la storia ci dà ragione noi ci diamo torto! De Benoist è dovuto andare dai Giovani Padani per dire che "la differenza in sé è un dato positivo, che esiste il diritto alla differenza e che, difendendo la propria identità si difende anche quella degli altri". De Benoist se la prende con il liberalismo politico e il liberismo economico, e nessuno dissente, anzi. Addirittura la giovane platea leghista s’infiamma quando il filosofo francese spara contro il presidente del Consiglio: "Berlusconi è un populista liberale, troppo filoamericano e la sua politica antisociale non è per nulla condivisibile". Inutile dire che ai militanti del Mgp non freghi nulla se per attuare la sua "politica antisociale" il premier si sia affidato al povero Maroni. Applausi quando il relatore dice che il nuovo capitalismo "preme sulle condizioni sociali ed economiche di ogni singolo Paese dell’Occidente". Per la cronaca ha tenuto una lezione "padana" anche l’avvocato Stefano Vaj, collaboratore della rivista "L’uomo libero" ( www.uomolibero.com ), diretta da Piero Sella, ed è stato autore di contributi come "Dittatura dell’economia e società mercantilistica", "Il diritto alle differenze culturali", "Alle radici dell’Europa" e l’"Europa come destino". Anche per Vaj attenzione e applausi dai Bossi boys. Si tenga presente che la Lega nord, le sue giovani avanguardie in particolare, si sta costruendo una forte identità attingendo a piene mani dalla mitologia e dalla tradizione celtica, apprezzandone la musica, la ritualità e la simbologia. Torna in mente nulla? Attenzione dunque: si corre il rischio, mentre l’odierna gioventù di An viene costretta ad assimilare Karl Popper, di sentir dire a Umberto Bossi che Tolkien "non era mica un pirla"…

F.P.

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