Le strade dell’anima - Numero 34

Le strade dell’anima - Numero 34



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LE STRADE DELL’ANIMA
  • PIER PAOLO PASOLINI



    LE STRADE DELL’ANIMA
    Il ritorno a Vezza d’Oglio.

    L’anima vuol percorrere certe strade che la ragione non capisce. Mi riferisco al desiderio intenso che taluni provano di rischiarare certe zone d’ombra del passato. Un esempio drammatico è la brama di conoscere l’identità dei genitori in chi è stato abbandonato al momento della nascita. Questi figli adottivi, anche se persone ormai mature, vogliono semplicemente sapere: così ci dicono. Io so che il loro impulso a conoscere nasce da un bisogno di continuità, d’identità, di certezze, di vita. Hanno bisogno di risposte per poter mettere in fuga i fantasmi del buio. Vi sono altri esempi di questa ricerca di luci sul passato, di questo ambire al bene perduto, di questo voler ricostituire il mondo scomparso. In un giornale di esuli giuliani mi sono imbattuto nel grido di un lettore che si rivolgeva al pubblico. Voleva sapere di nomi, luoghi, persone... Le vicende dell’ultima guerra e del dopoguerra avevano travolto il suo mondo creando una frattura tra il "prima" e il "dopo", e lui cercava ora di ricostituire date, nomi, luoghi, eventi legati a quel "prima". Con parole accorate invitava i giovani ad ascoltare i racconti dei genitori e a tutelare il fragile edificio delle memorie familiari, per non dover un giorno, divenuti vecchi come lui, mettersi alla ricerca dei frammenti perduti della propria storia. Piccoli frammenti ma che occupano grandi spazi... Il bene perduto possiede, infatti, la chiave del nostro cuore. Il desiderio di sanare la frattura del tempo e di fugare le ombre, dando nomi alle cose, alle persone o date precise agli eventi, risponde ad un bisogno interiore di continuità e di certezze. Chi ha subito una grave perdita vuol tornare a quel "prima". Immaginiamo quale sarà il destino dei figli delle nuove coppie omosessuali, prodotti da padre o da madre anonimi, su ordinazione... "Parla memoria, parla..." l’invito si fa imperioso nella vecchiaia. Le feste di Natale accentuano ogni volta questo desiderio di passato. Incontrare, dopo una vita, quell’essere caro di cui non sapevamo più nulla, rischiarare un angolo buio del passato non cambieranno certo la nostra esistenza. Ristabiliranno però il flusso della vita. L’ordine delle cose vuole che si assegni un posto preciso anche ai morti perché i sopravvissuti possano ritrovarli. Il ricostituire un frammento perduto di passato ci dà per un attimo un’illusione di armonia nel rumore del caos. Quanto oggi io pagherei per sapere dai miei genitori, che non sono più tra i viventi, l’esatta storia dei primi anni della nostra vita di profughi dall’Istria... Alla ricerca del passato, la scorsa estate, sono ritornato, dopo una vita, a Vezza d’Oglio, minuscola località montana della provincia di Brescia. Lì, tanti ma tanti anni or sono, noi trascorremmo un periodo di tempo, da profughi. Io ero piccolissimo. I ricordi miei più antichi datano proprio da lì, e sono collegati ad una persona meravigliosa che tanto fece per la nostra famiglia e per me. Stefano Radici si chiamava. Io lo chiamavo "papà Radici", perché mi trattava come un figlio, più di un figlio. Da allora ho portato sempre "papà Radici" nell’anima: il tempo ha finito con il trasfigurare quei ricordi dando loro il contorno del mito. A Vezza d’Oglio ho potuto ritrovare la figlia di "papà Radici", Armida, che mi ha accolto proprio come mi avrebbe accolto suo padre. Tra le foreste e le cime dei monti ricoperti dalle nevi eterne, nel ricordo di questo essere eccezionale io ho sentito il mistero della vita e ho provato l’ansia della trascendenza. Occorreva questo ritorno. Occorreva che io accarezzassi con gli occhi, sulla stele funeraria, il nome "Stefano Radici" e quello di Maddalena, sua moglie, e di Clara e di Gianni, suoi figli, sepolti con lui. A Vezza d’Oglio sono ritornato per un attimo all’alba della vita. Quel ritorno ha saldato una frattura nel mio essere, appagando il mio bisogno di continuità, d’identità, di certezze.

    Claudio Antonelli


    PIER PAOLO PASOLINI

    Alla "Cinémathèque québécoise" di Montréal è stata presentata di recente la retrospettiva integrale dell’opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini, in occasione del trentennale della sua morte. Per l’occasione è giunto dall’Italia il critico Serafino Murri. Il giovane studioso non ha parlato a lungo, ma ciò gli è bastato per rivelare la propria italianità. Ciò è avvenuto quando ha detto "prima nel corso delle domande, mi è stata rivolta una ‘domanda intelligente’", e quando ha concluso con un "io mi vergogno, oggi, di vivere in un paese come l’Italia" (alludendo a Berlusconi), che è una variante del "mi vergogno di essere italiano", carta da visita immancabile dell’italiano purosangue. Un altro interveniente ha accreditato la tesi secondo la quale Pasolini - che fu ucciso da un "ragazzo di vita", con cui si era appartato per un rapporto sessuale prezzolato - sia stato la vittima delle oscure forze della "Reazione Anticomunista". Quest’idea di una morte cruenta, per mano dei nemici - smentita però dai fatti - è il tocco finale della santificazione di Pier Paolo. "Pier Paolo Pasolini era un eretico, un critico, un ribelle e soprattutto uno spirito libero" è il giudizio che va per la maggiore. Sì, Pasolini - scrittore, poeta, regista - è stato questo ed altro ancora. È stato un intellettuale geniale, gran moralista, nemico della frenesia consumistica. È stato vicino sia alla chiesa cattolica sia alla chiesa comunista. Ma da eretico. Si considerava un po’ il nuovo Dante, e tendeva a parlare continuamente di se stesso, venendo per questo accusato di "autoreferenzialità". Visse in maniera ossessiva la propria omosessualità. Figlio di borghesi, considerava la piccola borghesia la rovina del mondo, mentre solo i proletari, i poveri, i primitivi, avrebbero, secondo lui, una vera umanità. Il suo sguardo nostalgico sul mondo contadino, minacciato dal rullo compressore della modernità, pone il marxista Pasolini a fianco dei cultori dei valori della tradizione, tutti di destra. Suo padre fu fascista. Il fratello, partigiano comunista, fu "giustiziato" dai comunisti titini. Contro il padre, con cui ebbe sempre un rapporto difficile, Pier Paolo trovò la corazza nel mammismo. "Sono capace di provare amore solo per mia madre, negli altri cerco i corpi", fu la sua spiegazione. Le contraddizioni di Pasolini sono vaste: benché comunista - anche se non iscritto, perché era stato espulso per indegnità "sessuale", anni prima, dal Partito - si schierò in difesa del feto contro l’aborto, fu contro il divorzio, prese posizione a favore dei questurini contro i manifestanti, figli di papà. Pasolini, che aveva molto dell’esteta decadente, odiava però D’Annunzio. "Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere con te e contro di te; con te nel cuore, in luce, contro te nelle buie viscere;" si legge nel suo "Le ceneri di Gramsci". E questo verso esprime non si potrebbe meglio la contraddizione in lui tra ciò che predicava e ciò che praticava. Pasolini, che si proclamava marxista - e in quell’epoca era necessario esserlo per sentirsi col vento della storia nelle vele - usò i termini "fascismo" e "male" in maniera interscambiabile, erigendosi a costante difensore del "bene". Denunciò quindi anche "il fascismo degli antifascisti". Grazie a questo suo Copyright sul "fascismo" - non più fatto storico ma nuova categoria morale - di cui fu l’abile inventore, Pasolini riuscì a superare tante sue contraddizioni e ad ammantare certi suoi aberranti fantasmi - vedi il film "Salò" - di politica e di moralismo. I chierichetti della chiesa marxista si sono sempre battuti per assicurare a Pasolini il salvacondotto per il Pantheon dei buoni, cercando di trasformarlo addirittura in santo. Esaltando Pasolini, i complici morali della sanguinosa utopia alla Stalin e alla Pol Pot cercano di continuare a potersi presentare romanticamente ribelli, anticonformisti, eretici. Come Pasolini.

    Claudio Antonelli

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