C’e’ ancora spazio per l’irredentismo? - Numero 49

C’e’ ancora spazio per l’irredentismo? - Numero 49



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • C’E’ ANCORA SPAZIO PER L’IRREDENTISMO?
  • IL TRICOLORE A FIUME



    C’è ancora spazio per l’irredentismo?

    Sono passati sessantacinque anni dalla fine della Guerra, ed altrettanti dalla pulizia etnica e classista voluta da Belgrado, che dopo le anticipazioni del 1943 diede luogo alla tragedia delle Foibe e del grande Esodo giuliano e dalmata. Per usare una metafora della vita, quelle vicende entrano ora nella terza età: in altri termini, è tempo di bilanci ma nello stesso tempo di programmi, perchè la storia non finisce oggi e non sarebbe realistico indulgere alla rassegnazione ed archiviare ricordi e rimpianti, pensando che sul grande dramma sia sceso il sipario. Durante il primo ventennio si propugnava il nuovo irredentismo che già dal 1950 aveva trovato un coraggioso vessillifero nel primo giornale fiumano dell’esilio, e che più tardi sarebbe assurto a connotazioni etiche inoppugnabili nel pensiero di don Luigi Stefani, esule da Zara, secondo cui la redenzione prioritaria doveva essere quella dei popoli oppressi, da entrambe le parti dell’iniquo confine. Altre pietre miliari segnarono significativamente gli avvenimenti del 1980 e di un decennio dopo, quando la morte di Tito e la dissoluzione della ex Jugoslavia coincisero con l’avvento di nuove speranze poi deluse, ma non per questo meno vive nella comune memoria storica. Nel Duemila, le nostalgie di Josip Broz, se per caso vi fosse stato bisogno di suffragarle, trassero nuovo vigore dalla grande adunata voluta in Croazia per il ventennale della sua scomparsa e dalle celebrazioni per l’ottantesimo anniversario della cosiddetta Repubblica rossa di Albona, mentre si concludevano i lavori della "famosa" Commissione mista italo-slovena con un documento quanto meno opinabile, del resto mai accolto dal Governo italiano. Oggi, il solo parlare di irredentismo non sembra "politicamente corretto" in omaggio alla nuova realtà europea, ma prima ancora, ai rapporti di buon vicinato commerciale con le Repubbliche ex jugoslave, all’insegna di un "business" inteso come misura di tutte le cose. Se non altro per questo, sarebbe sta`to logico attendersi che le attese degli esuli giuliani, istriani e dalmati, ed ormai, soprattutto dei loro eredi, fossero prese in maggiore considerazione, onde manifestare una solidarietà sostanziale che potesse rendere meno amaro l’accantonamento dei valori etici fondamentali, codificati negli stessi Statuti associativi. Invece, anch’esse sono rimaste in una lista d’attesa troppo lunga e protrattasi per troppo tempo, per non pensare ad una precisa volontà politica di rinviare tutto e sempre, in attesa che madre natura pervenga alla "soluzione finale". Basti pensare a problemi veramente annosi come la restituzione o l’indennizzo dei beni con cui l’Italia corrispose una parte significativa dei danni di guerra e le cui soluzioni sono di là da venire; la tutela ancor oggi minima delle tombe nelle svariate centinaia di cimiteri rimasti alla mercè del nuovo padrone; l’inserimento nei testi scolastici di una verità storica oggettiva su Foibe ed Esodo, in mancanza del quale l’ignoranza continua a regnare sovrana; e le questioni di previdenza, nomenclatura ed anagrafe, alcune delle quali, oltre tutto, sarebbero prive di oneri per il bilancio dello Stato. In alcune circostanze, anche minori, il danno si è coniugato bellamente con la beffa. Per fare un solo esempio, è il caso degli automatismi sulla rivalutazione delle maggiorazioni pensionistiche a favore dei profughi e delle categorie assimilate, dove migliaia di sentenze di primo grado, Appello e Cassazione a costoro favorevoli sono state travolte da un’interpretazione retroattiva di segno contrario inserita nella Legge finanziaria per il 2008, poi avallata dalla Corte Costituzionale, e sorretta da valutazioni di costo senza alcun fondamento, essendosi parlato in sedi ufficiali di un onere annuo dapprima di 198 milioni e poi di 400 (sic!), quando le somme in giuoco a favore degli aventi causa (non certo una folla oceanica) ammontavano a pochi centesimi, sottolineando il valore meramente morale della questione. In buona sostanza, sessantacinque anni dopo, tutt`o è come prima, o per meglio dire, peggio di prima. Il nuovo imperativo sembra quello di non disturbare il manovratore e di soffocare sul nascere ogni programma serio e realisticamente concreto. La storia non può dare insegnamenti perché la pervicacia nell’errore è inestinguibile, ma "parla a chi la vuol sentire" ed avalla anche nel mondo giuliano, istriano e dalmata un pensiero critico e costruttivo che non intende restare fine a se stesso, ma tradursi in azione.

    Carlo Montani


    Il Tricolore a Fiume

    Il 12 settembre, ricorrendo il novantesimo anniversario dell’impresa dannunziana di Ronchi e della non dimenticata marcia legionaria, un’imprevista manifestazione di arditismo ha messo a rumore la città "croata" (come scrivono diversi giornali) di Fiume e taluni ambienti dell’esodo giuliano, suscitando, a seconda dei casi, apprezzamento o più spesso disagio. Il tricolore italiano, sia pure per breve tempo, ha sventolato nuovamente nella Città Olocausta, accompagnato da alcuni volantini in bianco rosso e verde inneggianti a "Fiume d’Italia", col supporto di taluni motti del Comandante, quali "hic manebimus optime" e "cosa fatta capo ha". Va aggiunto che detti volantini sono stati distribuiti anche in alcune città giuliane e friulane, ad iniziativa della Federazione Arditi d’Italia, ed in particolare delle Sezioni di Trieste e Manzano (nel cui Comune, giova rammentarlo, quelle formazioni ebbero origine volontaria durante la prima Guerra mondiale, con un forte esempio di coesione e di volizione). E’ comprensibile che il gesto, tanto più "straordinario" nel clima di rassegnato relativismo oggi imperante, abbia sollevato forti proteste in Croazia, comprese quelle della minoranza italiana, affrettatasi a denunciarlo in quanto "minaccia" dei buoni rapporti bilaterali che si sarebbero andati sviluppando fra Roma e Zagabria (sebbene sia tuttora viva l’eco della polemica di due anni or sono tra il Presidente Napolitano ed il suo omologo Mesic a proposito delle foibe e dell’esodo). Un po’ meno comprensi`bile è che analoghe preoccupazioni siano state manifestate in Italia, anche da parte giuliana e dalmata: paradossalmente, col passare del tempo l’irredentismo è diventato sempre più impopolare, fino al punto di espungerlo da qualsiasi contesto politico, e da relegarlo in una dimensione puramente storica. Il gesto degli Arditi, o di chi abbia utilizzato la loro sigla per firmare la suggestiva celebrazione del novantennale (che ricorda quella dei patrioti triestini cui proprio cento anni or sono riuscì di scalare nottetempo il palazzo comunale e di collocarvi la bandiera d’Italia eludendo l’occhiuta sorveglianza austriaca) ha avuto un’ovvia valenza morale, e l’effetto del sasso gettato nello stagno, anche se il risultato politico, naturalmente nullo, era scontato in partenza. Se non altro, è servito a ricordare che nel lontano 1919 duemila volontari seppero raccogliere il "grido di dolore" proveniente da Fiume ed offrire alla Patria il contributo della loro fede e del loro sacrificio, che l’anno successivo si sarebbe concretizzato nel tragico Natale di sangue. Non sembra che ci sia da gridare allo scandalo. Al contrario, c’è da tener presente che senza quel gesto l’impresa del Comandante sarebbe passata ancora una volta sotto silenzio, data la scarsa rilevanza della tradizionale cerimonia per pochi intimi davanti all’obelisco di Ronchi, e delle pur meritorie iniziative di carattere accademico, riservate ad una cerchia di esperti, a più forte ragione ristretta. In qualche misura, si potrebbe evidenziare che la "ribellione" degli Arditi, o meglio, dei loro eredi, ha avuto una matrice importante nel silenzio dell’Italia ufficiale, e nel timore che un semplice omaggio alla memoria degli eroi possa scuoterla, assai improbabilmente, dal suo triste materialismo edonista e consumista. Renato Simoni, che fu grande critico e giornalista, e le cui "fantasie" affidate agli elzeviri de "L’Illustrazione Italiana" e del "Corriere della Sera" ebbero grande rilevanza, tanto da essere ripubblicate nel 1953 in una suggestiva` ed elegante raccolta curata da Eligio Possenti per i tipi di Sansoni, aveva scritto nel 1919 che Fiume è italiana, perché "nostra di anima, di vita, di lingua, di fierezza e di storia"; e prima ancora, "per i segni tangibili della sua origine, per la sua unanime testimonianza, per la sua invincibile volontà, e per le ragioni più pure ed essenziali" della sua esistenza. Non a caso, aggiungeva Simoni, Fiume sarebbe stata ugualmente italiana "se invece che i vincitori fossimo stati i vinti, come Venezia e Milano erano idealmente d’Italia anche dopo Novara": ebbene, al bando le "finezze diplomatiche e gli equilibri politici", tanto più inutili al cospetto di una folla come quella fiumana che era "tutta nelle vie", e di una Città che fin dal 30 ottobre 1918 aveva attestato la sua chiara volontà, in ossequio al principio dell’autodeterminazione popolare. Nella fattispecie, la "fantasia" per Fiume poteva ispirarsi all’affermazione secondo cui "la vita è azione", ed al corollario di un "ideale che non bisogna soltanto adorare delicatamente nel segreto dell’anima, ma robustamente servire". Una conclusione che, dopo 90 anni, sembra potersi riportare con singolare precisione, a supporto del "bel gesto" compiuto dagli Arditi. Simoni aveva affermato, in quel tumultuoso 1919, con chiara allusione alla volontà altrui di penalizzare l’Italia, e nello stesso tempo al modo perfettibile con cui i nostri delegati a Versailles si erano comportati nella Conferenza della pace, che ogni decisione contraria all’annessione di Fiume (a prescindere dagli errori storici del Patto di Londra), sarebbe stata "un’infamia, una viltà, uno di quegli errori che presto o tardi si scontano amaramente". E’ facile immaginare cosa avrebbe scritto nelle sue "fantasie" di fronte al gesto dell’ultimo 12 settembre, e soprattutto, ai commenti croati di espressione italiana, senza dire di quelli formulati al di qua del confine. D’altro canto, sarebbe stato possibile attendersi qualcosa di diverso da parte di chi, nella migliore delle ipotesi, ave`va minimizzato per 60 anni le tragedie dell’esodo e delle foibe? Di chi si ostina a mettere in dubbio, nonostante la verità emersa dagli archivi inglesi, che una strage come quella di Vergarolla è da attribuire al terrorismo jugoslavo senza se e senza ma? Di chi ha votato la depenalizzazione di reati come l’alto tradimento e l’oltraggio alla bandiera, ma trema di paura quando il vessillo tricolore assurge a simbolo, non già di improbabili rivendicazioni, ma di valori perenni da affermare nel loro insopprimibile ethos? E’ stato scritto con felice sintesi che "non si mente alle proprie radici". L’assunto è stato dimostrato ancora una volta: da un lato, ad opera dei "vigliacchi d’Italia"; ma dall’altro, ad iniziativa di chi non si sottrae all’imperativo di coniugare la nobiltà del sentimento con la forza simbolica di concreti gesti prescrittivi.

    Carlo Montani

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