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L’italia volta pagina - Numero 44

L’italia volta pagina - Numero 44

 

L’ITALIA VOLTA PAGINA

Sull’esito delle elezioni e sull’interpretazione dei flussi elettorali si è detto ormai tutto. Finalmente non c’è più nessuno che dica che nulla cambia, che viviamo in un sistema imballato, in una palude politica. Ora, finalmente, si parla di terremoto politico, di tsunami, di nulla è più come prima.

Il divario con gli altri paesi di cultura e tradizione occidentale pare si stia per colmare del tutto: non più di quattro, cinque partiti in Parlamento. Una pacchia. E a parte il rimpianto sentito su tutte le reti TV per non avere più la voce della dissidenza, Bertinotti, che è passato senza colpo ferire da Presidente della Camera a semplice cittadino, pare che gli italiani non rimpiangano più di tanto quella che era la caratteristica del nostro schieramento politico: la pluralità e la vivacità delle tradizioni,degli ideali. Perché, se è vero che nessuno sopportava più la pletora di partiti e partitini, non avere più in Parlamento vecchi e meno vecchi partiti come i socialisti, i comunisti, i verdi, i repubblicani, i liberali, ecc. ecc., fa cadere un po’ la dialettica parlamentare. Insomma: va bene non avere più tanti partiti che bloccavano la vita politica, ma il timore è che tutto si riduca a due grandi contenitori in cui c’è di tutto e di più. Mai contenti? No, non si tratta di questo; si tratta, da parte di molti, di temere la perdita delle identità, delle caratteristiche specifiche, delle proprie tradizioni a vantaggio di una melassa in cui conta il prestigio del capopartito. Già lo scippo delle preferenze ha creato un deficit di rappresentatività: i cittadini si sentono sempre più lontani da una politica che decide nelle segreterie di partito chi deve essere eletto.Ora il tanto desiderato bipolarismo, che dovrebbe portare al bipartitismo, viene temuto come l’hegeliana notte in cui tutte le vacche sono nere!

E questo è il pericolo che si avverte specialmente in Alleanza Nazionale.

AN è un partito fortemente identitario; proviene dal vecchio MSI (di cui conserva nel logo ancora il simbolo storico della Fiamma tricolore) e ha fatto della propria identità una bandiera. Il timore dei suoi iscritti e militanti è che, fondendosi con Forza Italia nel costituendo partito del Popolo delle Libertà, la propria storia finisca. Intendiamoci: chi credeva di stare in AN per cullarsi in nostalgie e ricordi, è già andato via da anni, entrando nelle varie formazioni che sono nate nel frattempo. Gli attuali iscritti e militanti di AN, però,temono che l’ingresso nel PdL sia veramente un "morire democristiani"; sia veramente diventare la costola destra, se va bene, di Forza Italia; sia veramente annacquare ideali e storia in un mercanteggiamento di posti, assessorati, consigli d’amministrazione, incarichi e cariche. Insomma la fine delle "belle idee per cui si muore" e un più modesto tener presente che "tengo famiglia".Meno eroico il secondo, ma certamente più pratico e redditizio… La Lega Nord ha fatto il pieno di voti. Specialmente nelle sue terre d’origine, Varese e varesotto, ma anche in Veneto, in Liguria, nella rossa Emilia Romagna. Ormai pare assodato che gli operai, non certo tutti, ovviamente, hanno votato Lega. E questo è un segnale ben preciso. E’ la fine delle ideologie, ora sì. La classe operaia non va più in Paradiso ma al raduno di Pontida; non più la sezione con la bandiera di Mao o la foto di Castro, ma l’ampolla del dio Po…Il fatto è che la Lega ha - e succede nella nostra storia italiana ancora una volta - detto quello che la gente voleva sentire: più sicurezza, meno tasse, federalismo fiscale, no ai clandestini. La Lega non ha un’ideologia, non è né di destra né di sinistra, ma dice ciò che la gente vuol sentire.Ora sì che siamo alla fine delle ideologie! E non si tratta di un voto di protesta, o solo di protesta, ma di un voto che vuole farla finita con le contrapposizioni tra fascismo e antifascismo, le diatribe sul sesso degli angeli, quel fumoso, a volte, parlare di ciò che solo politici cresciuti nelle segreterie di partito capiscono.La Lega ora si accredita ancora di più come forza di governo. Alle dure parole di Montezemolo nei confronti dei sindacati ha risposto con un invito alla moderazione. La Lega? Sì, la Lega! Questa volta, al di là delle frasi ad effetto di Bossi, la Lega metterà il doppiopetto (magari con il fazzoletto verde nel taschino) e si accrediterà sempre più come il partito del fare, del ben fare. E gli italiani hanno dato fiducia a questo movimento. Anche gli elettori di AN e di Forza Italia, come dimostra il sostanziale saldo negativo della somma dei due partiti nelle precedenti elezioni del 2006 rispetto a quelle di qualche giorno fa.

Ma questo non è un segnale del tutto positivo.

Il voto di protesta è un voto importante, legittimo; smettiamola di classificarlo come pochezza politica. Il cittadino perché dovrebbe continuare a votare per chi lo delude? Ma il voto di protesta deve essere legato ad una stagione politica, ad un momento storico, perché se diventa fine a se stesso, se non si concreta in una più ampia visione della vita diventa manifestazione solo protestataria, che si autoalimenta e non costruisce.Ora tutti si lanciano in odi di esaltazione della Lega, solo perché ha ottenuto un risultato che dire lusinghiero è poco; ma ora attendiamo la Lega, insieme al PdL,alla prova dei fatti.Non possiamo pensare solo ad una politica del "no" : no alle tasse di Roma, più o meno ladrona; no ai clandestini; no alla fine di Malpensa; no all’insicurezza. Bisogna costruire, o meglio ricostruire il Paese. E questo non lo si fa solo con la protesta o con provvedimenti d’emergenza, anzi. Ci vuole una politica di più ampio respiro, una politica che affronti giustamente, ed ovviamente, le emergenze (che sono tante e drammatiche), ma anche che proponga un modello di sviluppo, un progetto Italia per il futuro. E questo, scusate se è poco, non lo si fa solo protestando, ma avendo una concezione della vita condivisa e condivisibile.

Antonio F. Vinci

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