Una destra da bere? - Numero 32

Una destra da bere? - Numero 32

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • UNA DESTRA DA BERE?
  • CHIARIRE I TERMINI


    UNA DESTRA DA BERE?

    Immaginate una scena che forse molti dei lettori potrebbero vivere nel quotidiano.
    La scena è l’area esterna di un noto locale milanese dove si ritrovano anche ragazzi a "Destra" o presunti tali: una birra, un aperitivo, qualche stuzzichino e tante chiacchiere.
    Uno di loro, un ragazzotto alto con i capelli neri e corti che sembrava avere molto credito nel gruppo alza il bicchiere per brindare alla morte di quello "sporco Giudeo" di Simon Wiesenthal morto da una manciata di ore.
    Qualcuno tra i ragazzi sorride, altri imitano e brindano alla morte dell’ex deportato che da costruttore di case era uscito dall’ennesimo campo della morte nazista con il giuramento di fare il possibile per non dimenticare i crimini del nazionalsocialismo e per cercare di assicurare gli assassini alla giustizia.
    Non riuscirò mai a capire l’accanimento che certi elementi che si identificano in una Destra estrema, anzi al superamento di quest’ultima per approdare al neonazismo con forti collusioni islamiche, hanno per tutto ciò che riguarda coloro che appartengono alla religione ebraica.
    Mi piacerebbe portarli ai cimiteri ebraici dove sono tante le tombe di soldati caduti per l’Italia, quella stessa Italia che per luridi scopi di benemerenza politica li mortificò con le patetiche Leggi razziali del 1938 osteggiate e ignorate dagli stessi che le avevano volute.
    E mi piacerebbe sapere se, oltre alle idiozie del negazionista Irving o dei soliti libelli antisemiti, ha letto o ha analizzato quella che è stata la vita del Movimento Sociale e la svolta di Fiuggi che ha portato alla nascita di Alleanza Nazionale e cioè all’unica forma di Destra attualmente accettabile nel contesto democratico in Italia.
    O dei rapporti che AN e i suoi dirigenti, Fini in primis, hanno con Israele e la Destra del Likoud o magari, per coloro che sono interessati ai nostri lontani retaggi, di quanto l’esperienza del Fascismo originario doveva agli intellettuali e ai primissimi sostenitori italiani di religione ebraica.
    Ma la storia è sempre la stessa fin da quando accusati di dèicidio essi fornivano facile bersaglio per coloro che vi scaricavano le tensioni popolari dal buio del Medioevo e fino al secondo conflitto mondiale.
    Ma probabilmente a quel giovanotto nulla di questo interessa.
    Come non lo interessa la difficile battaglia elettorale che potrebbe portare al governo gli ex burocrati della Falce & Martello e i loro alleati.
    Ed è questo il punto.
    Un tempo la si chiamava "Militanza", quella forma di lotta politica e di consapevolezza che era fatta di impegno e studio, analisi e azione e che aveva come obiettivo la massima visibilità possibile delle proprie idee che corrispondevano quasi sempre a quelle del proprio partito.
    Mi piacerebbe rivedere quel ragazzo e chiedergli se a lui interessa qualcosa della possibilità di vedere l’ennesima vergogna delle Sinistre al governo, quelle Sinistre che da sempre sono maestre nel manipolare l’informazione e le passioni giovanili. Se si interessa delle sorti della propria cultura o della propria gente o se, invece, non pensa altro che andare a rompere le scatole altrui allo stadio e brindare alla morte di uomini che hanno dedicato la propria vita a cercare di fare giustizia, mai vendetta.

    Fabrizio Bucciarelli


    CHIARIRE I TERMINI

    L’Italia presenta un tasso di natalità molto basso. Ne consegue che ha ed avrà ancora di più nel futuro un gran bisogno di mano d’opera. Lo stesso, del resto, avviene in tutti i paesi europei. Ma l’Italia è un paese un po’ particolare. Il tasso di disoccupazione, in alcune aree della penisola, è molto alto. I giovani, al Sud, stentano a trovare lavoro. Inoltre le infrastrutture, nelle zone sottosviluppate del paese, sono carenti. L’italia, insomma, è nello stesso tempo primo mondo e un po’, in alcune aree, terzo mondo. Questo forse spiega certe contraddizioni. È comunque difficile negare che l’Italia abbia bisogno di gente che sia disposta a lavorare e a trasferirsi nelle zone dove c’è un urgente bisogno di manodopera. "l’Italia ha bisogno di immigrati", è il responso di molti. Ed è difficile non essere d’accordo con loro. È altrettanto difficile però seguire la logica di chi conclude (come ha fatto nel passato lo stesso presidente della Repubblica): e allora perché prendersela con gli immigrati che giungono - aggiungo io: illegalmente - ogni giorno dai Balcani, dal Nord Africa e da altrove, o che sbarcano giornalmente via mare e che vengono salvati in extremis, prima del naufragio, quando sono ancora sui loro natanti di fortuna? La logica vorrebbe che all’affermazione "l’Italia ha bisogno di immigrati" seguisse: allora l’Italia deve dotarsi di un politica di immigrazione degna di questo nome, simile a quella messa in atto dai paesi nei quali sono emigrati tanti italiani nel passato, compreso il paese in cui ci troviamo noi oggi [il Canada NdR]. Ed è appunto qui che diviene difficile seguire la logica all’italiana. Coloro che giungono su natanti di fortuna non sono "immigrati", e non dovrebbero essere definiti tali. Non è una questione di lana caprina il dire che occorre stare attenti alla terminologia, ché altrimenti si rischia di fare una grande confusione. Come sta appunto succedendo. Nella patria del politichese e del burocratrese, è veramente strano che non si trovi l’equivalente di "immigrant reçu", "landed immigrant", "résident permanent", "permanent resident", e così via, per designare chi è in regola con lo status di "immigrante" o "immigrato". Inoltre, occorrerebbe far ricorso a termini distinti per designare chi approda sui lidi italiani clandestinamente e chi invece, giuntovi dall’estero per lavorare, vi risiede legalmente. Chi vi giunge sulle carrette del mare è un "aspirante rifugiato", o qualcosa di simile. Chi vi vive illegalmente, è un "clandestino", un "immigrato abusivo", un "residente illegale", un "extracomunitario non in regola", e chi più ne ha più ne metta. Il voler chiamare "immigrato" chi ancora è in alto mare, e riesce appena a scorgere la spiaggia d’approdo, è veramente grottesco. E io non faccio una questione di terminologia, ma di sostanza. Altrimenti, la proposta di Fini di dare il diritto di voto "agli immigrati", vorrebbe dire che occorre dare il diritto di voto agli abusivi, ai clandestini, agli illegali. E chi sbarca clandestinamente sulle coste italiane potrà invocare, come ragione del suo approdo, il suo legittimo desiderio di esercitare il diritto di voto nel paese dei balocchi. La mentalità di un popolo portato all’abusivismo, alle scorciatoie, ai compromessi, alla furbizia, alla sanatoria, al condono, al facile pietismo, al disordine e all’improvvisazione, spiega l’incredibile "caos immigratorio" che affligge l’Italia. Nessuna capacità di rigore, di ordine, di giustizia, nessun metodo, ma solo un gran parlare, dal presidente della repubblica in giù. Molti mass media e molti politici beatificano, istantaneamente, gli abusivi come poveri cristi, senza che venga fatta una doverosa distinzione tra le categorie di "aspiranti alla residenza", distinguendo anche i paesi di origine degli aspiranti "profughi". Dopo tutto chi proviene dalla Tunisia non può dire di provenire da un gulag. Nessuno studio, nessuna ricerca sugli individui che affrontano questi viaggi, ma una beatificazione globale, istantanea, un capire, un giustificare, un dire: ieri eravamo noi italiani ad emigrare, oggi sono gli altri a voler immigrare da noi. Punto e basta. Insomma, "volemose bene"! Il popolo che non sa fare la fila, accetta che anche gli altri non la facciano. Chi non ha il senso dell’ordine, accetta il disordine. Chi non ha il senso della solidarietà nazionale gode invece nel far sfoggio di un senso eccessivo - e teorico - di solidarietà internazionale. Nel paese, regno dell’abusivismo, si è accettato, insomma, anche nel campo dell’immigrazione, il trionfo dell’abusivismo.

    Claudio Antonelli
    Corrispondente dal Canada

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