I piagnoni - Numero 33

I piagnoni - Numero 33

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • I PIAGNONI
  • UN PRODOTTO ITALIANO DA NON ESPORTARE
  • MASSA



    L’Italia vista da Claudio Antonelli, nostro corrispondente dal Canada.

    I PIAGNONI

    A quanto pare, tra i popoli europei l’italiano è il più equilibrato sul piano psichico. Gli italiani, stando ai risultati di più di un’indagine condotta da specialisti europei, presenterebbero la percentuale più bassa di individui afflitti da disturbi psichici. Viene spontaneo allora mettere in correlazione questo studio con i dati statistici relativi al numero dei suicidi, assai basso in Italia, e con la longevità, più che soddisfacente nella penisola. Insomma, nonostante la gran passione italica per il catastrofismo, la deprecazione e la lamentela, le cose non vanno poi tanto male nel paese del "Così non si può più andare avanti!", "Dove andremo a finire?", "Ci dobbiamo sempre far conoscere noi Italiani!", "Queste cose all’estero non succedono!". Che l’equilibrio mentale dell’abitante medio della penisola sia da ascrivere proprio a questa sua propensione al giudizio catastrofico e alla lamentela? Io penserei di sì. Un detto napoletano un po’ volgare rende bene questa piacevole conciliazione degli opposti: "Chiagnere e fottere." Il pessimismo italiano è un pessimismo di maniera, di tipo scaramantico, che ricorda il comportamento dei contadini che si lamentavano quando faceva maltempo e si lamentavano anche quando faceva bel tempo. Lamentandosi sempre, non erano costretti a fare le corna. Dichiararsi contenti, infatti, come tutti noi sappiamo, attira il malocchio. In Canada e negli Stati Uniti neppure i vecchi pieni d’acciacchi si lamentano. Al contrario, trasudano ottimismo, raccontano barzellette, ridono beati, si travestono da bambini e tengono comportamenti da asilo infantile. I loro coetanei in Italia sono invece sospettosi, menagrami, "incazzosi". A sentire quest’ultimi la fine dell’umanità è dietro l’angolo. Intanto, il lamentarsi li tiene gagliardamente in vita. Non dimentichiamoci che il lamentarsi è un fattore di socialità perché incoraggia il contatto umano e spinge gli individui ad essere espansivi. La lamentela DOC, quella vera, quella che io e voi pratichiamo, richiede la presenza di almeno un partner. E meglio ancora se si è in gruppo, perché così nasce una gara a chi si lamenta di più. Ognuno di noi infatti sa che il nostro interlocutore esagera con i suoi piagnistei e che in realtà siamo noi le vere vittime di una fortuna cieca e crudele. E cerchiamo di dirglielo. Tutte cose che in Nord-America mancano. Qui vige dappertutto l’ottimismo, fatto salvo il pessimismo di tipo "politico" con il quale i quebecchesi accusano Ottawa di tutti i loro mali. Ma non è solo il gusto della lamentela a mancare, in Québec: qui manca anche il gusto della chiacchierata, della discussione, della polemica. La discussione un po’ animata è un fenomeno che non ha mai attecchito tra i rudi dissodatori di queste terre impervie. Eppure una certa pubblicità si ostina a presentare il Québec come una terra francese. Di francese in Québec, in realtà, vi è ben poco. Al contrario dei veri francesi, i quebecchesi sono individui introversi che rifuggono dalla discussione come il diavolo dall’acqua santa. Un recente studio condotto attraverso il Canada mette in evidenza un fatto a me noto: è l’abitante medio del Québec quello che parla di meno col proprio vicino di casa. Quindi, continuate pure a lamentarvi, confratelli d’Italia. Continuate a ripetere "Così non si può più andare avanti!", "Dove andremo a finire?", "Ci dobbiamo sempre far conoscere noi, Italiani!", "Queste cose all’estero non succedono!" Lamentatevi del governo Berlusconi, del rincaro dovuto all’Euro, del traffico, del rumore. Lamentatevi, in inverno del freddo pazzesco e in estate del caldo pazzesco. Lamentatevi se piove e lamentatevi se non piove. Lamentatevi dell’Italia e degli Italiani. Continuate con le vostre giaculatorie, col vostro pessimismo. Sono tutte cose che fanno bene alla salute e vi permetteranno di lamentarvi ancora per molti anni, rimanendo sani di spirito.

    Claudio Antonelli


    UN PRODOTTO ITALIANO DA NON ESPORTARE

    Confesso di trovare talvolta un po’ troppo italiano Berlusconi per certi suoi atteggiamenti e soprattutto per la sua rissosità verbale. Mi riferisco a quel gusto smodato per la polemica che hanno un po’ tutti gli attori della scena politica italiana, dove le strategie per le alleanze e le sempiterne diatribe su tutto e su nulla primeggiano sulla sostanza delle cose, vale a dire su un senso concreto dell’agire. Berlusconi però, se non altro, è molto diretto e usa un linguaggio chiaro. Il che è un netto miglioramento rispetto all’oscuro politichese invalso, per tanti anni, tra le forze - si fa per dire - politiche italiane. Occorre dare atto al governo Berlusconi di aver fatto e di fare molto per noi "italiani all’estero", come ci definiscono in Italia, anche se su quest’ultima espressione vi sarebbe tanto da dire. Infatti: siamo noi semplicemente degli italiani all’estero? A guardare le cose dall’Italia, sì. Ma, per esempio, il Canada è veramente "estero"? Per noi che vi viviamo non lo è certamente. L’estero è un’espressione globale, evocante una realtà astratta, direi mitica, che esiste solo per gli italiani rimasti in Italia. E mi fermo qui, perché l’analisi dell’espressione "italiani all’estero" ci condurrebbe veramente troppo lontano. Il merito di questo nuovo sguardo che l’Italia ci ha rivolto va soprattutto a Mirko Tremaglia, ministro degli Italiani nel mondo. Questo personaggio veramente straordinario ha consacrato la propria vita alla valorizzazione del sacrificio e delle realizzazioni degli emigrati italiani, avendo capito i loro profondi sentimenti d’amore verso la terra natìa. Il cambiamento appare veramente radicale: un tempo totalmente ignorati, oggi noi godiamo di una certa considerazione in Italia. Secondo me, un nostro merito non minore, di noi "italiani all’estero", è di avere un’idea unitaria dell’Italia, andando noi al di là delle faziose divisioni partitiche di cui Roma è la greppia e che incrinano dal nord al sud l’intero paese. L’estero ha infatti fatto scoprire agli emigrati italiani, attraverso le straordinarie prove dell’anima che solo lo sradicamento dal suolo natale sa dare, un senso d’identità nazionale del tutto sconosciuto ai connazionali rimasti a sorseggiare il caffé al bar e a fare polemiche. Oggi però, estendendo le tessere di partito anche agli "italiani fuori d’Italia", c’è il grave pericolo che l’Italia diffonda fra noi la sua faziosità politica. È un pericolo grave, che io non posso sottacere. Ma lo faccio a malincuore, perché il voto degli italiani all’estero sembra scaturire da buone intenzioni. Dopo tutto, non vogliamo noi esercitare un diritto sancito dalla Costituzione? Il voto concesso agli italiani all’estero, così come è stato concepito, potrebbe invece arrecare seri danni a tutti noi. Innanzitutto, eleggendo i nostri delegati al parlamento italiano noi allentiamo i nostri legami con la terra nella quale viviamo. Inoltre, domani, tanto per dare quest’esempio che mi tocca da vicino, anche le testate giornalistiche della stampa di lingua italiana di Montréal o di altrove in Canada potrebbero divenire strumenti di partito, così come nella maggior parte dei casi lo sono in Italia. Ciò pregiudicherebbe la libertà d’idee di cui oggi godiamo, seminando tra noi il veleno delle divisioni e dei rancori. Trovandomi di recente in Italia, e dialogando con un esponente del governo, gli ho lanciato la boutade: "L’Italia esporta all’estero dei magnifici prodotti. Altri ne potrebbe esportare. Fra tutti, secondo me, un solo prodotto l’Italia non dovrebbe mai esportare: la politica, vale a dire la maniera italiana di far politica." Il mio interlocutore ha riso. Ma non penso abbia veramente capito il forte prezzo che noi "italiani all’estero" rischiamo di pagare attraverso questo nuovo prodotto d’esportazione.

    Claudio Antonelli


    MASSA

    In questi giorni ci ripropongono il delitto di Cogne. Sarà stata Annamaria Franzoni ? La madre del piccolo Samuele o, come vuol far credere la difesa, un altro che si è introdotto in casa durante la breve assenza della mamma ? Diamo ancora tempo all’accusa e alla difesa per far luce su questo efferato delitto; e chissà che fra le tante spiegazioni di luminari della scienza criminologica , sociologica , psichiatrica e psicologica non dobbiamo ravvederci tutti e iniziare di nuovo a scrivere altre pagine sui comportamenti umani. E’ proprio sui comportamenti umani, o meglio su alcuni tipi di comportamento che vorrei focalizzare la mia attenzione. Prendiamo a caso uno degli ultimi avvenimenti per cercare di dare una spiegazione razionale ai vari atteggiamenti. Mi riferisco alla partita Ascoli - Sampdoria nella quale un ragazzo di buona famiglia, sano di mente , senza un particolare retaggio alle spalle, spara un petardo mettendo in pericolo la vita di alcune persone. Isoliamo il ragazzo, mettiamolo seduto sulle gradinate dello stadio con di fronte 10.000 persone , con un sacco di petardi e osserviamo il suo comportamento. Certamente non ne avrebbe sparato nemmeno uno. Questo perché da solo, è se stesso, con tutti i pregi e i difetti che si porta addosso. Il suo atteggiamento sarebbe stato quello che lo ha sempre caratterizzato: un bravo ragazzo. Mettiamo ora intorno al ragazzo 10.000 persone che magari perseguono lo stesso fine e addio bravo ragazzo. La massa ! Quando l’individuo esce dalla propria sfera personale non è più lo stesso , acquista una nuova identità, entra in un mondo diverso e la sua personalità si trasfigura. Nella massa i comportamenti sono tutti uguali , tutti gridano la stessa cosa, tutti corrono nella stessa direzione, tutti vogliono provare la stessa emozione. Più la massa è densa, più ci si sente unità. E pensare che essa nasce per la paura di essere toccati. "Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque l’uomo evita d’ essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa, dell’ aggredito. Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati."… " Solo nella massa l’uomo può essere liberato da questo timore . Chiunque ci venga addosso è uguale a noi: lo sentiamo come ci sentiamo noi stessi ". Nella massa l’atteggiamento individuale non esiste più, esiste l’atteggiamento della massa e il fine è quello di distruggere. Spesso si parla dell’impulso di distruzione. E’ la caratteristica più vistosa . Ma quando la massa si disgrega ? Quando torna ad emergere l’individualità ? Ecco che ritroviamo il bravo ragazzo che piangendo confessa : "Non so cosa mi è successo, non ero io in quel momento, mi sono fatto trascinare". Ebbene la massa può anche essere festante ma siccome conserva in sé l’istinto di distruzione, attenzione ad essa, perché la scarica è sempre in agguato e facilmente diventa aizzata.

    Vincenzo Ponzo

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