Arte dell’impossibile - Numero 34

Arte dell’impossibile - Numero 34

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

 



ARTE DELL’IMPOSSIBILE

Una vecchia definizione ormai consunta afferma che la politica è l’arte del possibile. In termini razionali, l’assunto è da condividersi, come per tutte le scienze umane, ma la storia dimostra che al verificarsi di talune condizioni ciò che sembrava impossibile diventa realtà. Prima dell’Ottantanove, chi avrebbe mai pensato che il comunismo sarebbe crollato da Berlino a Mosca o da Varsavia a Bucarest, che la Germania avrebbe riconquistato d’un colpo la sua unità, e che Unione Sovietica, Cecoslovacchia e Jugoslavia sarebbero andate in frantumi? Durante l’Olocausto, chi avrebbe potuto presumere che Israele avrebbe avuto uno Stato indipendente e forte nell’antica terra promessa? Oppure, al divampare della crisi vietnamita o di quella irakena, chi avrebbe detto che gli Stati Uniti, prima potenza militare del mondo, non sarebbero stati capaci di venirne a capo, compromettendo una quota non marginale della propria credibilità? Naturalmente, perché l’impossibile diventi realtà, è necessario che le circostanze lo consentano, ma ad un tempo che esistano uomini capaci di "coglierle", come avrebbe detto Machiavelli sottolineando che il 50 per cento delle cose umane dipende dalla fortuna, ma anche dall’intelligenza e dalla prontezza nell’afferrarla al volo. Nessuno potrà contestare che senza personalità come quelle di Gorbaciov, di Kohl e dello stesso Papa Woityla, il comunismo europeo non sarebbe andato al tappeto così rapidamente, e le Germanie sarebbero rimaste due, per la felicità di Andreotti e dei suoi corifei (molti ricorderanno la battuta del divo Giulio, quando affermò di "amare tanto la Germania" da preferire, appunto, che non ve ne fosse una sola). Del pari, sarebbe difficile pensare che senza un uomo come Ho-Chi-Minh, stratega sagace nella conduzione delle campagne di guerriglia, ma anche nella gestione degli aiuti da parte delle democrazie popolari, il Vietnam avrebbe conquistato l’indipendenza e l’unità, sia pure sotto il governo di una nuova dittatura. Purtroppo, nella storia giuliano-dalmata non è stato possibile contare su siffatti uomini, nonostante la molteplicità delle occasioni: prima fra tutte, la disintegrazione della vecchia Repubblica federativa, quando l’Italia riconobbe a tamburo battente i nuovi Stati croato e sloveno, e quando il Ministro degli Esteri De Michelis dichiarò senza mezzi termini di augurarsi che il problema dei confini non fosse nemmeno posto. Poi, sia pure in una congiuntura idonea a perseguire obiettivi minori ma comunque importanti, come quelli in materia di tutela delle tombe, di restituzione dei beni nazionalizzati dal regime titoista e di riconoscimento della verità storica, la fortuna si sarebbe nuovamente presentata, con la possibilità di subordinare l’ingresso della Slovenia in Europa (ed ora della Croazia) a idonei adempimenti, senza che, peraltro, l’occasione fosse colta. In Italia non esistono condizioni per cui la politica possa diventare arte dell’impossibile in senso conforme all’eticità dello Stato. Caso mai esistono quelle in grado di farlo in senso opposto, come attesta tristemente, ancora una volta, la storia giuliana e dalmata: altrove, sarebbe mai stato ipotizzabile che uno Stato sovrano rinunciasse deliberatamente, e senza contropartite, alla sovranità su una quota significativa del proprio territorio, come accadde ad Osimo nel 1975? Altrove, sarebbe mai possibile che uno Stato degno di questo nome non riesca nemmeno a fare rispettare una leggina in favore degli Esuli come la 54/85 (divieto di dichiarare nati in Jugoslavia coloro che videro la luce prima del "diktat" in Venezia Giulia e Dalmazia), oltre tutto priva di qualsivoglia onere per la finanza pubblica? L’elenco potrebbe continuare a lungo ma non è questo il punto. Ciò che preme ribadire, invece, è che la storia non finisce oggi e che sarebbe congruo attrezzarsi, se non altro psicologicamente, per "cogliere" la fortuna quando avesse la compiacenza di comparire dietro l’angolo, non importa se fra un giorno od un secolo: per dirne una, l’irredentismo alsaziano e lorenese dovette aspettare quasi cinquanta anni, dopo il disastro di Sedan, per raggiungere il suo obiettivo, ma era stato consapevolmente unito nella convinzione di "pensarci sempre". Le prospettive odierne sono cambiate in modo radicale, se non altro in funzione europea, ma a ben vedere la cosiddetta "caduta" dei confini (sinora più apparente che reale, come attesta il contenzioso fra Croazia e Slovenia) potrebbe costituire un’occasione da valorizzare. La disponibilità politica, commerciale e culturale nei confronti delle nuove Repubbliche ex jugoslave, che per la verità andrebbe estesa a tutte e non solo ai Governi di Lubiana e Zagabria, nonostante taluni atteggiamenti anche ufficiali non sempre amichevoli, non sottintende affatto l’obbligo di chiudere la porta in faccia alle attese degli Esuli, in cui è facile, del resto, cogliere un minimo comune denominatore, al di là di non infrequenti discrasie (non tanto nella base, a cominciare da quella fedelissima dei troppi emigrati, quanto nei vertici italiani). Smettiamo una buona volta di dire che la politica è arte del possibile, in specie se ciò significa indulgere al compromesso ed alle convenienze contingenti, degne di un’economia da bottega; e ricordiamo invece che esistono momenti in cui può e deve ergersi a scienza dell’impossibile e della sua traduzione nel reale.

Carlo Montani



LA NASCITA DEL SOGNO

Premessa.
L’immagine è divenuta la realtà prevalente, oggigiorno. Lo schermo plasma la nostra sensibilità. L’attore che crea il sogno sul set è un po’ la nuova divinità di quest’epoca satura d’immagini prefabbricate.

Percorro in bicicletta una zona di solito poco frequentata della Montreal antica, quando qualcuno da lontano, urlando in un megafono, mi intima di fermarmi, e con ampi gesti mi ordina di mettermi in disparte. Perplesso mi guardo intorno e capisco: vi è una troupe cinematografica che sta girando la scena di un film. Accosto la bicicletta ad un muretto ed osservo. Il protagonista, un famoso attore francese , che è in attesa di entrare in azione, scambia qualche parola ridendo con le persone della troupe che gli stanno intorno e che lo guardano ammirate. L’attore trasuda una qualità che è difficile definire. Si potrebbe parlare di ottimismo, di sicurezza, ma non sarebbe un dire abbastanza. Si tratta piuttosto di una qualità che appartiene al reame del sogno e dell’illusione. Glamour è forse la parola. Ma anch’essa non è abbastanza. Si tratta, infatti, di vera e propria magia. L’attore, mormorando qualche parolina, gratta la testa di un cagnolino che tiene nelle braccia. Immagino che lanci ogni tanto qualche motto arguto perché alle sue parole, intorno, è tutto un ridere ammirato. L’abbronzatura del volto e delle braccia evoca spiagge lontane sotto cieli esotici, inaccessibili ai charters dei turisti. Si badi bene: il mio occhio è totalmente disincantato ed osserva la scena come può farlo l’obiettivo di una cinepresa, rallentando e fermandosi sui particolari più significativi. La vaporosa atmosfera di sogno non è in me; è intorno a me, tangibile. La vedo nel modo di comportarsi dell’attore, protagonista di tanti film di avventure, che appare prigioniero del suo mito. Ma la vedo soprattutto nella stupefazione con cui gli altri ciclisti e passanti, immobili, rivolgono uno sguardo rapito ai semidei della troupe e soprattutto a lui: il celebre attore, il dio della scena, che si accinge attraverso questo rituale narcisistico a vincere le leggi naturali della mediocrità, della noia, dell’angoscia e forse della morte, creando la realtà cinematografica. I volti degli spettatori esprimono l’estasiato stupore di chi sta per assistere all’atterraggio di un’astronave o all’apparizione della Vergine ammantata di bianco e di azzurro. Il momento è sacro. Il luogo e il tempo si sono trasfigurati. Noi stiamo partecipando ad un evento mitico: la nascita del sogno. A questo punto se qualcuno tra gli spettatori avesse fatto una dissacrante pernacchia, sarei stato io il primo a battere rumorosamente le mani; con grandissimo pericolo, immagino, per la mia integrità fisica. Se vi è qualcuno impermeabile al fascino dell’illusione cinematografica, questo qualcuno sono io. Ma, da ricercatore di situazioni insolite, ho provato piacere nell’esaminare da vicino la docilità con cui il comune dei mortali, pronto, per il gusto dell’indisciplina, a contestare l’autorità, si lascia dirigere da chiunque abbia in mano un microfono o una cinepresa, e rimane ad assistere, con un sorriso di felicità incredula, alla nascita del sogno. Il famoso attore ha infine girato la scena. Una, due, tre, quattro… non ricordo più quante volte. La sua automobile era trainata da un carro attrezzi, e lui, all’interno dell’auto, a mala pena visibile, lottava freneticamente, in un groviglio di membra, con un misterioso avversario. Il tutto durava sì e no trenta secondi. Gli spettatori avevano appena il tempo di mettere a fuoco lo sguardo, e auto in panne e carro attrezzi sparivano, inseguiti dal movimento delle loro teste ipnotizzate. Ogni volta la scena era identica, ma l’interesse di questi voyeurs non scemava. Al contrario, guardavano fissamente, come se avessero voluto smontare il meccanismo dell’elusiva macchina dei sogni. Ogni cosa però ha una fine. E il protagonista dopo l’ultima scena riapparve raggiante, per brevissimo tempo. Quindi venne inghiottito da un’enorme auto bianca materializzatasi, come per incanto, al suo fianco. Prima dell’avvento dello schermo, il sogno era individuale. L’ombra sul muro, l’increspatura sull’acqua, le gesta di Orlando, i disegni sulla luna, il racconto intorno al fuoco offrivano uno spunto alla fantasia che inseguiva liberamente i propri fantasmi. L’avvento di Hollywood è stato per il fantasticare ciò che il cibo in scatola è stato per la cucina, o la catena di montaggio per i prodotti ormai fatti in serie: ha segnato la massificazione dei gusti. Il sogno, abbandonata la libertà anarchica, si è incanalato lungo i dorati binari degli studi cinematografici, facendosi da individuale collettivo. L’attore è diventato l’eroe capace di far irrompere colore e movimento in un mondo grigio e stagnante. Il cinema ha fornito la valvola di sfogo ad esistenze incapaci di creare da sole il lievito del sogno. Ma lo schermo si è trasformato, contemporaneamente, in una fabbrica di pubblicità. "Voi volete sognare? E noi vi faremo sognare e consumare sogni e prodotti." Così hanno deciso i fabbricanti d’immagini. E fin dall’inizio l’attore, prodotto di consumo per eccellenza, è apparso quasi indistinguibile dai prodotti di moda o d’altra natura ch’egli contribuiva a far vendere. Attraverso uno strano gioco di specchi, l’attore è diventato il prodotto e della pubblicità altrui e della propria. Prendiamo Jane Fonda. Essa è potuta entrare nell’incantato mondo hollywoodiano grazie al babbo celebre. Da attrice arrivata ha deciso di strombazzare, passando dalla pubblicità alla propaganda, la causa di Hanoi. Il Vietnam del Nord, restituendo il favore, ha a sua volta pubblicizzato questo personaggio, che a guerra finita ha potuto lanciare un pubblicizzatissimo libro sulla ginnastica per dimagrire e tenersi in forma. Adesso Jane è in causa con il Partito comunista italiano che, durante le elezioni, ha osato farsi pubblicità mostrando il volto della star nei suoi manifesti. Sapere quale è la vera identità di questi "autori-oggetti" di pubblicità è un’impresa impossibile. Il fenomeno dell’identità fasulla, creata da quell’enorme fabbrica di mediocrità morale e di conformismo che è Hollywood, è di proporzioni gigantesche. Basti pensare che i campioni della virilità cinematografica statunitense sono quasi tutti dei passivissimi pederasti. Ma il fenomeno delle identità fasulle non risparmia neppure certe entità collettive come la città di New York, la cui immagine è composta al 90% da sapienti messaggi di natura pubblicitaria. Di conseguenza si assiste al fatto ridicolo seguente: c’è gente che guarda New York attraverso gli occhiali rosa della finzione cinematografica, riuscendo a trovare affascinanti anche gli aspetti più deteriori, di violenza, di solitudine e di follia di questa metropoli, perché alle scene viste dal vivo si sovrappone immancabilmente sugli occhi dei visitatori il velo magico hollywoodiano. Mutatis mutandis è quello che succede ai nostri funerali - di noi italiani che viviamo in Canada o negli USA - dove anche la disperazione più profonda, di chi piange l’essere caro scomparso, provoca nei nordamericani che assistono alla scena la profonda soddisfazione che nasce dall’assistere alla versione "reale" di una scena di film sulla mafia. Ecco perché, essendo contrario agli eccessi pubblicitari, rifiuto tenacemente il gioco di specchi che denatura quanto vi è di più vero e profondo nella realtà, e che fa nascere un mostruoso animale: l’attore che, simile ad una bestia mitica, si alimenta della propria immagine.

Claudio Antonelli

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