QUEGLI ITALIANI CHE SOGNANO MONTECITORIO - Numero 36

QUEGLI ITALIANI CHE SOGNANO MONTECITORIO - Numero 36

 

L’esercizio del voto concesso agli "italiani all’estero" che, come tutti sappiamo, potranno eleggere nei loro ranghi deputati e senatori da inviare a Roma, sembra segnare uno spartiacque nella maniera che gli italiani in patria hanno di guardare agli "italiani all’estero". Il loro giudizio su di noi appare in parte già condizionato dalla pesante ipoteca politica cui nessun abitante della Penisola sfugge. Ed ecco quindi che noi, italiani all’estero, non siamo più gli italiani "che hanno sofferto, che si sono fatti onore tenendo alto il nome dell’Italia...", bensì, in molti casi, siamo dei potenziali avversari politici. Ciò è evidente nell’articolo che il giornalista Guido Rampolli ha dedicato sul quotidiano "Repubblica" a "Quegli italiani che sognano Montecitorio". L’articolo di Rampolli riflette, non si potrebbe in maniera più chiara, questa nuova maniera di giudicare gli "emigranti". Rampolli ha incontrato, nel corso di un soggiorno in Argentina, i potenziali elettori italo-argentini, e racconta ai suoi lettori di questo incontro. Il tono del suo articolo è sarcastico e sprezzante. Non è certamente estraneo a questa sua scarsa simpatia per gli emigrati italiani il fatto che gli italo-argentini sembrino prediligere candidati di centro o di destra. E Guido Rampolli è di sinistra. Ecco, in sintesi, come lui vede gli emigrati italiani in quella terra. Gli italo-argentini parlano a stento l’italiano - avranno bisogno di "interpreti calabrofoni, siculofoni, venetofoni" - precisa, sarcastico, Rampolli. Hanno un fare volgare. Sono ancorati ad un visione trogloditica dell’Italia e del mondo (l’incontro con loro è per questo giornalista progressista, per usare le sue parole, una "regressione nel tempo"). Sono degli opportunisti. Hanno sostenuto la giunta militare. Dai loro ranghi è venuto fuori un criminale come Gualtieri. Nella guerra per le Falklands si sono distinti per un patriottismo argentino guerrafondaio. Si capisce che è soprattutto lo stile un po’ pacchiano di `questi trapiantati a suscitare i beffardi commenti del giornalista progressista, iscritto all’albo e facente parte di una categoria privilegiata che si strofina agli ottoni e ai velluti del potere ed è sempre pronta a "portare avanti il discorso"; un discorso soprattutto politico, beninteso. Molte sono le conseguenze negative derivanti dalla legislazione che ci ha concesso il voto all’estero. Tale articolo ne mette in evidenza soprattutto uno: l’ipoteca del settarismo politico nei giudizi su di noi, "italiani all’estero". Lo sprezzante articolo di Rampolli indica appunto questo cambiamento di tono nei nostri confronti. Gli italiani all’estero "sono diversi da come li immaginavamo", è l’eufemistica frase sintetica di Guido Rampolli. Non c’è da meravigliarsi: noi da italiani che "si sono fatti onore e hanno tenuto alto il nome della patria...", siamo diventati semplicemente dei votanti, degni quindi di antagonismo e di disprezzo per chi ci vede come potenziali avversari politici. Un tempo, il carattere un po’ ibrido e una certa pacchianeria di molti "emigranti" avrebbero suscitato comprensione e solidarietà in un giornalista di sinistra, vicino al popolo e agli emigranti "vittime del sistema capitalista". Oggi le cose sono cambiate. Il giudizio in Italia su di noi è destinato ad essere condizionato dai calcoli di partito. La politica "all’italiana" farà inevitabilmente entrare anche nelle nostre comunità di espatriati settarismo, antagonismo, divisioni. Molti, emigrando, volevano mettere un oceano tra loro e la maniera italiana di far politica: una maniera spesso settaria, parolaia, "iper-ideologica" e antinazionale. Purtroppo l’oceano non è bastato. Il voto concesso agli italiani all’estero voleva renderci più italiani. Ci riuscirà senz’altro: diventeremo più italiani, ma nella maniera peggiore.

Claudio Antonelli
Corrispondente dal Canada

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