Violenza nel nome di gabo - Numero 42

Violenza nel nome di gabo - Numero 42

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

 



VIOLENZA NEL NOME DI GABO

Inutile nasconderlo. Sono rimasto molto stupito della reazione dei tifosi alla notizia della morte di Gabriele Sandri (detto Gabo) ucciso nell’autogrill di Arezzo un paio di domeniche fa. Mi ha colpito più la reazione che la morte del ragazzo stesso. E questo e’ triste… L’uccisione assurda di Gabo seguirà il suo iter e il colpevole verrà punito. Manganelli, il capo della Polizia, ha più volte chiarito che non c’e’ nessuna difesa per chi ha premuto il grilletto. Nessun timore di insabbiamento quindi sembra celarsi all’orizzonte. La reazione dei tifosi tuttavia si e’ fatta sentire in modo inaspettato e, come spesso succede, eccessivo. Se il tragico episodio dell’autogrill di Arezzo avesse portato alla morte di una persona qualsiasi nulla di tutto quello che abbiamo visto nelle ore successive sarebbe mai successo. Trattandosi di un tifoso il doveroso sentimento amaro di tristezza per un qualcosa che non sarebbe mai dovuto accadere è stato purtroppo sostituito dalla condanna per gli episodi di violenza che sono seguiti nel suo nome. Tifosi che approfittano di eventi come questi per "sfogare" la propria rabbia contro chiunque e contro qualsiasi cosa. E’ stata attaccata una caserma della Polizia (una a caso di un’altra città non quella di Arezzo a cui apparteneva il poliziotto colpevole della morte del povero Gabriele). Sono stati picchiati dei giornalisti (anche perche’ quando si e’ teppisti non si desidera essere ripresi). Sono state distrutte automobili e vandalizzate strade durante l’improvvisato corteo dei tifosi. Una rabbia giusta ma espressa nel peggiore dei modi come sempre piu’ frequentemente siamo abituati a vedere quando si parla di tifoserie calcistiche. Del resto si sa che una mela marcia nel cesto spicca piu’ di tutte le mele sane… Bisogna dirlo con chiarezza: la violenza di queste persone non aveva senso. Non serviva a Gabriele morto qualche ora prima. Non serviva a fare giustizia contro il poliziotto che nel frattempo era stato già messo agli arresti dai suoi stessi colleghi. Non serviva ai famigliari che piangevano il loro caro messosi in viaggio per vedere una partita della Lazio da cui non tornerà mai piu’. Di certo non servirà al calcio che sempre piu’ spesso diventa motivo per trascendere dal gioco (prima, durante o dopo la partita) al fine di far sfogare nella violenza frustrazioni della vita reale di una minoranza dei tifosi. E’ necessario che le istituzioni pongano fine a questi episodi… ma e’ altrettanto necessario che le tifoserie si sveglino e mettano dei limiti al proprio interno bandendo ogni violenza e coloro che sono piu’ portati a farne uso. Altrimenti un giorno si dovrà metter termine al calcio italiano pur di non vedere piu’ situazioni del genere. Non e’ possibile che per la stupidità di una minoranza di tifosi venga consentita, al di la’ di tutte le belle parole che si spendono ogni domenica dopo il ripetersi sistematico di tristi episodi, che violenza e vandalismo trovino come scusa uno sport. Colpire i colpevoli per salvare il calcio.

Vito Andrea Vinci



UNA LEZIONE MAGISTRALE

Predrag Matvejevic, il noto accademico slavo, ha recentemente tenuto una "lectio magistralis" di grande interesse per tutti, ed in particolare per un mondo come quello giuliano-dalmata, spesso assente agli appuntamenti che contano. L’argomento della conferenza, infatti, riguardava la cultura di frontiera, che secondo l’accademico di Zagabria non esiste, perché la frontiera è un semplice "tracciato"; mentre la cultura di confine ha una precisa valenza storica ed attuale, perché il confine è uno "spazio". Dall’alto di un’esperienza a tutto campo, il prof. Matvejevic ha spaziato ben oltre il tema, ricordando come sin dal tempo di Tacito la paura reciproca fosse stata la causa scatenante di conflitti resi più profondi dalle differenze etniche, ma prima ancora, dall’ignoranza. Oggi, invece, la mondializzazione spinge ad "uscire dal ghetto", ed a fare in modo che l’antitesi di culture trasformate in ideologie venga sublimata in una sintesi capace di elevare l’uomo a misura di tutte le cose. Del resto, non è forse vero che per San Paolo gli ebrei, i greci ed i latini erano tutti partecipi della stessa similitudine a Cristo? E non è forse vero che nel Corano, così spesso citato a sproposito, sta scritto che "se tu uccidi un uomo, uccidi l’universo"? La nostra epoca, secondo Matvejevic, è l’alba di una "nuova alleanza" che può sembrare utopistica. D’altra parte, non da oggi sono le utopie a spostare la linea del possibile, fino al punto da presumere che gli "scontri" possano trasformarsi in "alleanze". Si badi bene: ciò non significa che le differenze debbano essere annullate, ma vuol dire che esistono valori perseguibili in un corretto "rapporto fra le differenze". Ciò vale in politica come nella cultura: basti ricordare che in tempi ormai lontani Goethe aveva vagheggiato una "letteratura del mondo" in cui sarebbero confluite quelle nazionali, mentre Madame de Stael sosteneva che avrebbero peccato di scarsa lungimiranza gli Stati che si fossero privati di ogni "possibile sinergia". E’ una lezione che si può condividere, tanto più che Matvejevic ha fatto ammenda dei suoi comportamenti del 1954, dovuti all’antica "ignoranza", quando a suo stesso dire la Jugoslavia era disposta a scendere in campo contro un’Italia tuttora "fascista", il cui nazionalismo aveva permesso di recuperare Trieste: una città, ha aggiunto il professore, sulla base di impressioni, ma non certo di dati oggettivi, che era assai "più prospera quando gli jugoslavi venivano a fare acquisti". Ciò che preme sottolineare, ad ogni buon conto, è che questo intellettuale cosmopolita, nella cui storia c’è anche un biennio di collaborazione con la Presidenza dell’Unione Europea all’epoca di Prodi, ha ammesso in termini oggettivi, anche per l’eterogeneità qualificata della platea, la realtà dei vari "esodi", pur sostenendone il carattere spesso "volontario": cosa che può valere per taluni intellettuali dell’Est, ma non certo per il popolo giuliano e dalmata, posto in fuga dal programma di pulizia etnica perseguito da Josip Broz e dai vari Gilas e Kardelj. Ha ragione Matvejevic quando dice che, al giorno d’oggi, nuovi abissi più spaventosi si sono aperti altrove, a cominciare da quello fra le due sponde del Mediterraneo, e che il fondamentalismo islamico, responsabile di almeno 80 mila uccisioni nella sola Algeria, è un pericolo non certo inferiore a quello costituito dall’imperialismo americano; e non ha torto quando afferma che le culture nazionali hanno un senso quando i Paesi sono divisi, dando per scontato che, almeno in Europa, questo paradigma sarebbe superato. Ma allora, perché concordare col noto assunto di Massimo d’Azeglio, secondo cui restano da fare gli italiani (cosa per Matvejevic tuttora attuale), anziché propugnare in termini meno datati anche se ugualmente futuribili, che si "facciano" gli europei? E se fossimo tutti europei, come spiegare se non come concessione sentimentale un appello sinceramente accorato, affinché la "nuova frontiera" non metta in discussione l’amicizia fra Croazia e Slovenia (che viste le circostanze non sembra così granitica) fin quasi a distruggerla? La "lectio magistralis" di Matvejevic è stata stimolante, e per diversi aspetti impegnata in senso maieutico, come quando ha insistito, parafrasando Bloch, sulla necessità di perseguire una "utopia produttiva", ma le varie tragedie storiche a cui ha fatto accenni diffusi hanno bisogno di un’attualizzazione capace di superare un contesto meramente intellettuale, e di fondarsi su una consapevolezza più matura delle sofferenze che indussero e delle ingiustizie non ancora risolte.

Carlo Montani

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