Il gran maestro, il supremo magistrato e monsignore - Numero 06

Il gran maestro, il supremo magistrato e monsignore - Numero 06

IL GRAN MAESTRO, IL SUPREMO MAGISTRATO E MONSIGNORE

Sabato 24 novembre: investitura ufficiale del Gran maestro del Collegio dei capitani e delle contrade. Il supremo magistrato, le autorità, le reggenze delle diverse contrade, il popolo del Palio hanno fatto cerchio nella bella e antica chiesa di sant’ Ambrogio, attorno a Virginio Poretti, il nuovo Gran maestro. La cerimonia è stata suggestiva, le parole dette con una solennità di stampo medievale, mentre lo squillo delle chiarine e il rullo dei tamburi completavano la solenne atmosfera. Ma due sono stati i momenti più significativi, al di là della cerimonia. Scorgere nel gruppo delle supreme autorità la figura del supremo magistrato, il sindaco Maurizio Cozzi e non un suo delegato. Eh sì, perché questo proprio si temeva, dopo i fulmini dei giorni scorsi. Ma non è successo. Meglio così. Non sappiamo cosa sia accaduto nel frattempo, come e perché l’ira del supremo magistrato sia sbollita, ma tant’è. Resta, comunque, che la reprimenda che Cozzi aveva sollevato contro una "politicizzazione" del Palio, vera o presunta ( prendendosela con chi "ha portato la politica di serie B nel mondo delle Contrade"), era e resta sacrosanta. Cozzi, giovane avvocato legnanese, ha sempre voluto portare avanti i suoi "distinguo", affermare la sua autonomia dai partiti in campo amministrativo, come sindaco, e la sua volontà di non avvallare strappi e tensioni all’interno della Sagra del Carroccio, come supremo magistrato. E questo in più occasioni.

L’ autonomia nei confronti dei partiti della maggioranza - per altro giusta - qualche volta può sembrare eccessiva, quando pretende di ammantarsi addirittura di indipendenza. In quel caso si dimentica che il sindaco deve essere il sindaco di tutti i cittadini sì, ma non può tralasciare di essere stato eletto e sostenuto da quella maggioranza. Sono gli strattoni che talvolta Maurizio Cozzi è costretto a dare per ricordare che non può essere ostaggio dei partiti, ma rischia di incrinare il consenso della maggioranza. Quando, invece, come supremo magistrato rifiuta di avvallare episodi di violenza o strappi al clima generale della Sagra non può che avere il nostro incondizionato consenso. Probabilmente Cozzi ora ha voluto chiudere un episodio senza intestardirsi su una posizione inflessibile e il suo comportamento non può che essere pienamente condivisibile. Ma c’è stato, si diceva, anche un altro momento significativo. Quando il celebrante, mons. Galli, ha ricordato, alla fine della sua omelia, che il Palio non è un gioco. Poche parole, ma che non devono sfuggire ad un pubblico attento. Ci piace pensare che mons. Galli, anche ripensando un po’ tutta la sua predica, abbia voluto ricordare quanto il Palio costituisca parte integrante, forse fondamentale, per la storia di una città che sta ora cercando la sua nuova identità. Non vorremmo far dire al sacerdote ciò che abbiamo nel cuore ma, riferendoci anche a quanto scritto nell’ultimo numero di Barbarossaonline, il Palio va rivisitato. Se non vogliamo far morire il Palio, se vogliamo che la vita delle contrade abbia un senso e non sia solo un associazionismo fine a se stesso, utile solo per far sfilare vanità, bisogna ripensarlo. E ripensarlo significa, a nostro avviso, riportare quell’aria fresca un po’ goliardica che è andata perdendo nel tempo; ma significa anche che la vita delle contrade si apra agli interrogativi della città, delle scommesse che sta affrontando in questo inizio di secolo (o di millennio, come fino ad ora ci stiamo ripetendo fino alla nausea…). Che la vita del Palio e, conseguentemente della Sagra, non diventi una sagra qualsiasi, come quella del melone o della porchetta. Legnano merita di più che non una sfilata storica tanto… avvertita dai legnanesi se è vero, come ci dice un sondaggio riportato da "Il Palio", diretto da Chiara Porta, appena pubblicato, che un legnanese su quattro non sa neppure quante sono le contrade e uno su cinque non sa che a maggio si corre il Palio. Ancora più "traumatico" è scoprire che del 41,1% degli intervistati che dichiara di non aver mai partecipato a manifestazioni di contrada ben il 38% dichiara che in occasione dell’ultima domenica di maggio "fugge" dalla città. Il Palio non è un gioco, ma con lo spirito del gioco, dell’allegria, della tradizione, può e deve aprirsi alla vita di ogni giorno. Altrimenti sarà la fine.

Antonio F. Vinci

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