UN SILENZIO INQUIETANTE E MOLTE DOMANDE - Numero 17

UN SILENZIO INQUIETANTE E MOLTE DOMANDE - Numero 17

 

A cinquant’anni dal tragico epilogo restano ancora troppe gravi ombre e troppe domande senza risposta, anzi avvolte in un silenzio inquietante. La prima domanda è chi uccise Mussolini e la Petacci. Perché dopo tanti anni non si riesce a sapere che cosa sia veramente successo il 28 aprile 1945? Chi ha materialmente premuto il grilletto? Walter Audisio? Luigi Longo? Luigi Canali? Il capitano Neri? Un po’ troppi in effetti: un assassinio con tanti padri, ma senza la prova del DNA. Non meno importante è riuscire a stabilire chi ha dato l’ordine di uccidere e perché si è scelto di non processarli? A Dongo iniziano i misteri della storia dell’Italia postfascista. E’ più che legittimo pensare che vi siano verità molto scomode se neanche dopo il cinquantesimo anniversario si sono aperti gli archivi e si è permesso di poter arrivare alla verità storica. Nel frattempo sono vivi e vitali, disseminati sul territorio nazionale, parecchi Istituti della Resistenza dove lavorano docenti e funzionari legati all’ideologia di sinistra, eredi di quei comunisti che, legati alla Russia di Stalin, di quei fatti furono i protagonisti. Anche gli Inglesi hanno i loro cadaveri negli armadi, infatti si parla sempre più insistentemente di pista inglese e del carteggio Mussolini- Churchill. Mussolini parlava di lettere che non dovevano cadere nelle mani dei suoi nemici e contava molto sulla possibilità di salvarsi esibendole. Verità, illusione? Sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto. In assenza di documenti restano solo le illazioni e le supposizioni più scabrose. Accanto a queste domande poi ve ne sono altre non meno importanti. Che fine ha fatto il cosiddetto tesoro di Dongo? Chi si è impossessato dell’oro, dei gioielli, delle monete? Perché sono spariti i diari della Petacci? Perché tutti coloro che hanno avuto a che fare con l’oro o con i diari sono morti quasi subito non di morte naturale? Per esempio il capitano Neri e la partigiana Gianna, entrambi comunisti, perché furono misteriosamente assassinati pochi giorni dopo i fatti di Dongo? Perché ancora oggi per quegli storici e giornalisti che vogliono tentare di ricostruire la storia è impossibile ottenere informazioni da coloro che hanno visto e da coloro che sanno perché è stato raccontato loro ma hanno paura e non parlano? Quella paura che ebbe anche l’alpino, di cui non si è rivelato il nome, che a A. Zanella e L.Garibaldi che lo intervistarono per il settimanale Noi confessò delitti raccapriccianti e disse di avere paura " di fare la stessa fine di tutte le persone che sono state uccise perché volevano parlare". Forse è questa la ragione per cui per tanto tempo è calato un muro di omertà e non si è fatto nulla , se escludiamo qualche sporadico e coraggioso tentativo, per far luce su queste vicende? La Repubblica di Salò è una pagina drammatica, controversa, bagnata da troppo sangue e conclusasi in modo tragico e vergognoso. Quei due corpi appesi a testa in giù, qualunque siano state le loro colpe, sono una vergogna, sono frutto della barbarie e della cieca furia di vendetta. Ma anche questa è una pagina della nostra storia e abbiamo il diritto e il dovere di fare chiarezza. Personalmente sono convinta che la libertà sia il bene primario, che senza libertà non si possa costruire una società e che sia giusto combattere, se necessario, per conquistarla e difenderla. Non approvo il fascismo e ancor meno la Repubblica di Salò. Proprio per questo però trovo indegno di un paese che vuole essere libero e democratico non saper scrivere con chiarezza l’atto finale di un periodo della sua storia. Quali inconfessabili e per qualcuno troppo scomode verità si vogliono coprire con il silenzio, o forse è meglio parlare di omertà?

Pierangela Bianco

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