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Elogio della cattiveria - NUMERO 62

Elogio della cattiveria - NUMERO 62

Accade, quando metti in ordine la tua libreria, di trovare all’improvviso un libretto che non ricordavi di avere. Infilato tra tomi di maggiore peso (cartaceo), è passato inosservato nel tempo. Eppure già il titolo ti desta un’immediata curiosità :”Elogio della cattiveria”. L’autore, poi, un professore universitario venuto a mancare alcuni anni fa, ma che fu un noto economista. Sto parlando di Sergio Ricossa, il cui libretto dal titolo così accattivante ha come sottotitolo “La forza del pensiero straborghese spiegato dal principe degli economisti liberali (a cura di Paolo Del Debbio)”, per le edizioni de “il Giornale”. La conferenza, che dà il titolo al libretto, era del 1998, ma quanta attualità in quelle parole. “Il vocabolario buonista è falso dalla A alla Zeta. Il mondo dei poveracci è il Terzo mondo. I Paesi sottosviluppati sono Paesi in via di sviluppo. Gli immigranti afroasiatici sono extracomunitari. D’accordo, non bisogna offendere nessuno, nemmeno e soprattutto quando gli offesi siamo noi. Per gli islamici, sempre più numerosi, che abbiamo in casa, noi siamo gli infedeli, ma non vale il diritto di reciprocità, a noi non è lecito dire che gli infedeli sono loro. Finiremo col censurare la Divina Commedia, perché Dante (toscano, quindi cattivissimo) mise Maometto all’inferno. Anzi si finirà con l’abolizione dell’inferno da parte della Chiesa, per non offendere i peccatori, i quali non saranno più peccatori bensì erranti per distrazione, ragazzi un po’ vivaci in vena di simpatiche birichinate”. Un brano degno dell’ironia del miglior Vittorio Feltri o di Vittorio Sgarbi! Come si fa a dare torto a Sergio Ricossa? Siamo assediati dal politically correct che ci rende titubanti nel parlare, timorosi di poter offendere qualcuno. Intendiamoci: correggere espressioni verbali e  modi di dire aiuta a eliminare pregiudizi, false visioni della vita, distorsioni stratificate nell’arco di decenni. Pensiamo, ad esempio, alle espressioni che vengono rivolte a persone omosessuali. Parole che deridono, che offendono e che ledono la dignità. D’altra parte, però,  il rischio è quello di dar vita ad una sorta di caccia alle streghe, di assillare la gente con  la continua correzione della propria libertà di parola. Però, lo ripetiamo, non dobbiamo cadere nel tranello di voler difendere la libertà d’espressione quando essa diventa libertà di offendere. Esiste un “Manifesto della comunicazione non ostile” nato per la Rete, ma ben presto declinato anche per diversi ambiti: “per la politica, per la pubblica amministrazione, per le aziende, per l’infanzia, per lo sport, per la scienza e per l’inclusione”, come ricorda il sito “paroleostili.it . Colpisce di questo decalogo il punto n. 8 : “Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare. Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare”. Ecco, non guardiamo gli altri come nemici solo perché non la pensano come noi o non agiscono come noi o non hanno gli stessi gusti sessuali, idee politiche, simpatie calcistiche. Eppure quante volte vediamo, ad esempio, genitori che incitano i propri figli nello sport contro gli avversari come se fossero nemici da eliminare dalla faccia della Terra! Abbiamo perso il senso del rispetto per gli altri, per la dignità delle persone. C’è da ricostruire senza fanatismi e intolleranze l’intolleranza verbale. Una scommessa non facile da vincere ma che va affrontata prima di tutto in famiglia e poi nella scuola. Povera scuola, anche di questo si deve fare carico!

Petronio

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