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Un sessantotto che non finisce mai … - Numero 59

Un sessantotto che non finisce mai … - Numero 59

Anno di ricorrenze questo 2018. E così ci ricordiamo dell’entrata in vigore della nostra Costituzione repubblicana e delle importanti elezioni politiche del 1948; ma celebriamo anche la fine del primo conflitto mondiale. Ci si ricorda pure, da posizione politiche diverse, del ’68, la rivoluzione studentesca, la contestazione. Avevamo poco più di vent’anni, allora, ma i giovani di oggi poco o nulla sanno di quel periodo, se non hanno avuto l’opportunità di studiarlo a scuola. “Formidabili quegli anni” (titolo di un libro rievocativo scritto da uno dei leader carismatici della contestazione studentesca, Mario Capanna), vennero chiamati. Non tanto formidabili vengono ritenuti da altri. Fra questi ultimi Marcello Veneziani, maître à penser della Destra italiana. Filosofo, saggista, giornalista di notevoli capacità, Veneziani è noto anche per uno stile tutto suo, fatto di giochi di parole, calembour ironici che, capovolgendo e destrutturando parole dà inaspettati significati e contenuti, riflessioni e osservazioni non immediatamente evidenti. Qualche tempo fa ha pubblicato per i tipi de “il Giornale” un volumetto, agile quanto pungente, dal titolo sintomatico: 68 tesi contro il ’68. L’anno maledetto che dura da cinquanta. 68 punti in cui, sinteticamente punto per punto, come in un dizionario filosofico ragionato, l’Autore stigmatizza quel movimento che affascinò un’epoca, ma che suscitò parimenti reazioni e avversioni. Radicale la sua condanna dal punto di vista politico, essendo fallito come rivoluzione, non riuscendo a cambiare nessun assetto di potere. Trionfante, invece, dal punto di vista del modus vivendi, sconvolgendo il modo di pensare di agire, di essere, dalla scuola alla famiglia, dal lavoro ai rapporti generazionali. Una rivoluzione dei costumi prima di tutto. I settantenni di oggi ricorderanno, anche se non hanno partecipato in modo attivo alla contestazione, che fu l’epoca in cui imperavano barbe e capelli lunghi, un nuovo linguaggio dei giovani, incomprensioni fra generazioni. Si contestava tutto in nome dell’ “immaginazione al potere”. E fu una nuova ondata di giovanilismo: largo ai giovani fu un po’ l’emblema del tempo, sconvolgendo tradizioni e mentalità... Fu, quindi, un voler cancellare il passato, la storia, come qualcosa di vecchio. Veneziani vede nel movimento dei 5 Stelle i successori del ’68, nella volontà distruggitrice del passato, nella presa in giro degli avversari, nella volontà decisionale della Rete, che sarebbe la versione moderna delle assemblee studentesche. Verrebbe da pensare che anche il futurismo ebbe un simile, ma non uguale, atteggiamento: il futurismo fu la più importante corrente culturale del ‘900. Fu un’esaltazione della velocità, del dinamismo, della giovinezza e dopo la furia demolitrice del “passatismo” creò una corrente culturale che permeò di sé letteratura, teatro, musica, scultura; persino la cucina. Il futurismo creò, non distrusse solamente. Il ’68 no. Il ’68 nella sua furia devastatrice ha creato attorno a sé il deserto, senza aver lasciato idee o autori di riferimento. La sua eredità è negativa, perché lo svecchiamento diventava dimenticanza della storia e della tradizione; la legittima opposizione all’autoritarismo diventava opposizione all’autorità. Lo slogan “vietato vietare” affascinava i giovani di allora, ma il mio professore di storia contemporanea all’Università ribadiva: “vietato vietare di vietare”, facendoci riflettere sulle radici dell’autoritarismo.
Li vediamo ora i figli dei contestatori del ’68. Li vediamo oggi, per esempio, genitori a scuola, molte volte persi di fronte ai loro figli che non sanno più educare; privi non dico di valori ma di punti di riferimento. Con il ’68, nato come una stagione di impegno, politico e sociale; un movimento che avrebbe voluto cambiare il mondo; una stagione che prometteva tanto, con il ’68 abbiamo avuto alla fine in eredità il disimpegno politico e sociale dei giovani, un’estraneità al mondo che ci circonda, un capovolgimento introspettivo, dove conta solo vivere nel proprio microcosmo in cui l’interlocutore è il cellulare o il pc. Certo non è colpa solo del ’68, ma tutto è iniziato da lì.
Barbarossa

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