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La melassa - Numero 60

La melassa - Numero 60

Un fantasma si aggira per le contrade d’Italia. Un Paese come il nostro, abituato a saltare sul carro del vincitore, ad essere conformisti, a seguire l’onda, si sta in questi ultimi tempi rivelando sempre più propenso a seguire… l’onda del conformismo dell’anticonformismo! E così assistiamo alla presa di posizione di chi non vuole il presepe per non offendere coloro che professano altre religioni, docenti che per lo stesso motivo non vogliono il presepe a scuola, insegnanti che cambiano le parole della canzoncina di Natale sbianchettando i nomi di “Gesù” e “Maria” e sostituendoli con “stellina” o altro. C’è poi la chiesa di Bologna di Santa Teresa del Bambin Gesù in cui, nell’ambito di un concerto natalizio di canti popolari, hanno inserito “Bella ciao”! Episodi che abbiamo ricordato in altra parte del giornale (sezione Gallarate). E tante altre “provocazioni”. Sembra incredibile che simili atteggiamenti non vengano percepiti da chi li fa come un possibile boomerang. Posizioni di coloro che – pur di farsi notare – strumentalizzano e offendono, loro sì, i riferimenti delle tradizioni religiose del nostro Paese, le nostre tradizioni. Ormai è una corsa a chi la spara più grossa. Nel 2015  la Camera dei Deputati aveva  approvato una proposta di legge, con 331 voti a favore, nessun contrario e un astenuto, che prevedeva la riabilitazione dei soldati fucilati per diserzione, rivolta e ammutinamento. Poi non se ne fece più nulla. E così di questo passo. In questi ultimi tempi abbiamo fatto la corsa per apparire buonisti, abbiamo accolto indiscriminatamente immigrati che non potevamo accogliere, ci stiamo ricreando l’immagine di “italiani brava gente” per sentirci a posto con la nostra coscienza, ma stiamo demolendo il nostro Paese. Un buonismo che cancella ogni identità, ogni tradizione, che nasconde il nostro passato e che distrugge ogni possibile futuro. Questo è l’atteggiamento di chi fin troppo facilmente svende la nostra storia. L’accoglienza, il riconoscimento delle altre culture sono fondamentali per il vivere sociale, sono una crescita per la cultura e i fondamenti di ogni Paese; ma non si può negare la propria cultura, la propria tradizione per smania di modernità, per sembrare, e non essere, al passo coi tempi. Stiamo cancellando volutamente il nostro passato per cadere in una melassa incomprensibile e indistinguibile, che non può portare a nulla di buono. Perché vengono a cadere i punti di riferimento o, peggio, se ne prendono altri che non ci appartengono. E invece è la conservazione della propria identità, delle differenze che permette di costruire il futuro. Tradizione non è un passato polveroso, ammuffito, ma la base su cui costruire il proprio futuro, la base su cui continuare a crescere. Il che, ovviamente, non vuol dire chiudersi a culture diverse ma, nel reciproco rispetto, crescere insieme. E questo vale anche a livello europeo: un’Europa dei popoli, con tutte le sue differenze ma basata sul reciproco rispetto senza la prevalenza degli uni sugli altri. E questo lo si raggiunge non creando l’ “homo europeus”, unico, indistinguibile, con canoni validi per tutti, dall’economia alla cultura all’istruzione, ma conservando le proprie specificità nazionali in un’armonia tra popoli. E’ quando si perde la propria identità che si è più facile preda di chi la sua tradizione non la dimentica e di essa si fa forte di fronte agli altri.

A. V.

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