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ARTURO FERRARIN : L’UOMO CHE PORTO’ IL TRICOLORE IN GIAPPONE - NUMERO 61

ARTURO FERRARIN : L’UOMO CHE PORTO’ IL TRICOLORE IN GIAPPONE - NUMERO 61

Era il 14 febbraio del 1920, cento anni fa, quando alle 11.00, dall’aeroporto di Centocelle, spiccarono il volo i due SVA (la sigla sta per Savoja, Verduzio e Ansaldo) per Tokio, al comando di Arturo Ferrarin e Guido Masiero, insieme ai motoristi Gino Capannini e Roberto Maretto. L’impresa era stata organizzata con due formazioni di aerei: il primo gruppo formato da cinque caccia ricognitori SVA 9 e il secondo con quattro bombardieri Caproni. Ma le cose andarono in modo diverso da quanto previsto e solo i due biplani di Ferrarin e Masiero riuscirono a portare a compimento l’impresa. Fra l’altro a questi due aerei e al loro equipaggio era stato affidato il compito di essere “staffetta” dei restanti aerei, cioè di assistenza. Ma furono solo loro a giungere a destinazione, con il graduale abbandono degli altri durante il percorso.

Per la prima volta si volevano riunire i due Paesi, Italia e Giappone, grazie a queste macchine volanti. Un progetto che era nato nella mente di Gabriele d’Annunzio (impegnato in quei tempi nell’impresa di Fiume) e di Harukichi Shimoi. Vale la pena, qui, ricordare questa figura di intellettuale giapponese. Giunto in Italia per studiare Dante, si arruolò nel nostro esercito durante la prima guerra mondiale e divenne ardito, cioè un combattente di quel gruppo di uomini scelti e sfegatati che tanto fecero durante il conflitto mondiale. Lì insegnò il karate ai suoi compagni di guerra. Partecipò con D’Annunzio all’Impresa di Fiume e anche alla Marcia su Roma! E insieme al Comandante venne l’idea di questo Raid.

Fu un’impresa memorabile, quella di Ferrarin, una trasvolata che durò 109 ore, divise in 30 tappe, in tre mesi. Un’impresa incredibile per quei tempi, con macchine volanti fatte di legno e tela; l’aereo a Ferrarin, fra l’altro, venne consegnato solo la settimana prima ed era pure usato … Le disavventure in volo, le difficoltà, non si fecero attendere per tutta la squadra: l’aereo di Masiero si fracassava nell’operazione di decollo a Canton e pilota e motorista furono costretti a fare un pezzo del tragitto in nave, prima di poter riprendere un aereo. Arrivarono a Tokio un’ora prima di Ferrarin, ma vennero considerati secondi avendo percorso un tratto in treno. Ferrarin e Capannini avevano continuato imperterriti e giunsero a Tokio il 31 maggio in un tripudio di folla festante : duecentomila persone erano lì ad attenderli. Ferrarin venne ricevuto dall’imperatrice Teimei e dal principe Hiroito e il biplano verrà in seguito esposto nel Museo imperiale. L’impresa, condotta senza un supporto logistico, era sul punto di naufragare dopo gli incidenti che erano capitati alla squadra. Fu per iniziativa personale di Ferrarin e Masiero che si decise di proseguire sino al termine e giungere, trionfanti, alla meta.

Non è molto nota la vicenda della scelta di Ferrarin per questa impresa. Il raid doveva essere attuato dalla 87^ Squadriglia aerea nel suo complesso, la famosa “Serenissima”, quella che prese parte al “Volo su Vienna”. Ma alla fine fu deciso di scegliere solo due piloti, Francesco Ferrarin, cugino di Arturo, e Antonio Locatelli. I due piloti rifiutarono di partecipare da soli ed allora vennero scelti Arturo Ferrarin e Masiero.

In seguito Ferrarin, insieme a Carlo Del Prete conquistava con il SIAI Marchetti S.64 nel 1928 il record di distanza in circuito chiuso. Nel luglio dello stesso anno Ferrarin, sempre con l’S.64 e con C. Del Prete giungeva in Brasile, conquistando un altro record, quello in linea retta senza scalo. In seguito a questa impresa ebbe la medaglia d’oro al valore aeronautico. Il 18 luglio 1941 morirà a Guidonia, cadendo con il suo aereo che stava collaudando.

Ci piace ricordare le parole del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, Generale di Squadra Aerea Alberto Rosso in occasione della cerimonia commemorativa del 100^ anniversario del raid:

“Cerimonie come queste non vogliono solo ricordare un avvenimento passato e personaggi interessanti che oggi non ci sono più. La storia ci deve aiutare a comprendere quello che è stato fatto in altri tempi ma che può essere d’esempio oggi. Ci deve aiutare, stimolare, guardare umilmente il modo in cui tanti anni fa sono stati risolti problemi difficili, con determinazione, fantasia, grinta e spirito di avventura. Comprendere questo oggi ci aiuta a guardare verso il futuro. Oggi guardiamo verso lo Spazio, che è la nostra nuova frontiera, utilizziamo nuove tecnologie, ma le sfide, concettualmente, son sempre le stesse, così come lo spirito di avventura, la capacità organizzativa, la grinta, la determinazione, l’attaccamento ai valori”.

A.V.

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