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C’è un area nota a pochi, in Italia, dove si tratta una politica da punti di vista differenti e sotterranei, una zona grigia dove gli estremismi di Destra spesso si avvicinano a movimenti similari dalla parte opposta per intenti e tematiche e che solo recentemente, con la fuoriuscita dell’On.Mussolini da Alleanza Nazionale, cercano di emergere alla luce del sole. Si definiscono "Nazional popolari" e sono un singolare crogiuolo di nostalgie e rivalutazioni dal Fascismo in chiave R.S.I. e del Nazionalsocialismo, dei poeti francesi collaborazionisti di Vichy e delle Croci Frecciate Ungheresi e sembra abbiano alcuni tratti in comune: una feroce avversione per tutto ciò che odora di ebraismo e l’odio per gli Stati Uniti d’America. A loro, a parte la fugura del Duce, interessa relativamente poco della cultura e del ruolo nazionale, dell’anticomunismo militante, del concetto di "Patria" e del giuoco politico in chiave moderna e democratica. Per questo si dichiarano accerrimi detrattori di Alleanza Nazionale e dei suoi leader che, scandalo tra gli scandali, hanno permesso la traumatica visita del Presidente Fini ad Auschwitz e peggio che mai la sua visita in Israele al punto che gli stessi leader del Likoud, la Destra capitanata dal Primo MInistro il Gen. Sharon, hanno dichiarato che Fini è uno dei pochi leader politici vicini ad Israele di tutta Europa. Forza Nuova, Fascismo e Libertà, Fiamma Tricolore, movimenti e gruppuscoli di ogni genere orbitano nel microcosmo del Nazionalpopolare che ha come primario organo informativo il mensile Orion e un buon numero di Fanzines stampate alla buona ma "ricche" di contenuti. Che purtroppo nascono e muoiono in ben pochi temi: il revisionismo, la menzogna delle camere a gas e della Shoa, l’odio per la modernità, un interesse per le tradizioni nordiche e i relativi miti, la visione epica ed eroica del vivere, la validità dell’ hitlerismo e delle sue fonti di ispirazione. Non frequentano congressi e corsi politici veri e propri ma cercano di informarsi tramite le proprie fonti stampa, spesso parecchio distanti dalla realtà oggettiva ;viaggiano su Internet e si incontrano sulle varie chat line dei siti quali Kommando Fascista, S.P.Q.R. Home Page, Italia Volontaria, Club Nostalgici Fascisti, Il Franco Tiratore, Omaggio al Duce, Nucleo C.Z. Codreanu F.N. e tanto, troppo nazismo. La figura del Duce e soprattutto il Ventennio,a parte le ovvie formalità, risultano poi non troppo interessanti sotto vari punti di vista: se il nazionalsocialismo proponeva differenti chiave di lettura e un aspetto misterico il Fascismo era troppo fulminante, diretto e relativamente povero di quei contenuti tanto ricercati dagli editorialisti di Orion e tanto ambiti dai propugnatori che vedono il prossimo avvento dell’Homo Superior. Politicamente risultano nulli anche perchè assolutamente al di fuori dei parametri del contesto democratico e nel loro disperato rimanere ai margini dello stesso odora di ghetto, ben più ebraico di quello che essi stessi immaginano. Occorre ammettere che essi non hanno tutti i torti da alcuni punti di vista nè si può negare un certo coraggio nella ricerca di qualcosa di innovativo in una Destra sempre più distante da certi concetti di fondo senza per questo scadere nelle nostalgie del "Quando c’era lui..!". Dialogano con i giovani, sostengono le loro iniziative quali l’occupazione di aree da adibire a spazi sociali e centri culturali, propongono un ritorno a valori legati a una visione del ritorno a dimensioni più naturali e una rivalutazione del ruolo nazionale. Quel che vorrei dir loro è: perchè noi no!? Il dilemma, a parte l’odioso antimericanismo assoluto pur rendendosi conto di essere anch’essi succubi del ruolo americano e l’ancor più ripugnante anti ebraismo che sembra tutto possa giustificare ai loro occhi, è che non si rendono conto che politicamente non hanno nulla da offrire, nè nulla da opporre proprio perchè impossibilitati ad entrare in un contesto democratico attuale. Basti pensare che attualmente, e questo soprattutto dopo la visita di Fini in Israele, cercano di darsi un tono utilizzando l’icona dell’ On. Mussolini come se avesse davvero qualcosa a che vedere con la figura del Duce oltre che il cognome, l’ex attricetta da quattro soldi tollerata in A.N. per motivi a me realmente misteriosi oltre che venati di un indubbio cattivo gusto. Dopotutto un cognome non fa l’uomo così come una Mussolini non potrà fare di certo il ben differente nonno. Sconcertanti propagande con terminologie e caratteristiche che ben pochi apprezzano se non qualche giovinastro e qualche Skinhead voglioso di violenza da stadio, un odio da indirizzare sui soliti bersagli ma che ultimamente solidarizzano con le azioni dei fondamentalisti islamici, ovviamente in chiave anti-modernista e anti-ebraica, con la "resistenza" dei Feddayin iracheni di Saddam Hussein, con le spettacolari azioni di Al -Queda. Il che porta a riflessioni che riguardano noi, la Destra di Alleanza Nazionale, noi che dal M.S.I. abbiamo fatto muro e combattuto la battaglia democratica ( e non solo) contro le azioni e l’influenza del Comunismo interno fatto dal più potente partito rosso d’Europa e quello esterno della Cortina di Ferro, noi che abbiamo avuto il coraggio di crescere e tentare, magari sbagliando e imparando dai nostri errori, piuttosto che fossilizzarci e morire assieme ai nostri ideali. Perchè non si riesce a dialogare con questi giovani? Perchè nessuno ha intenzione di iniziare a porre quesiti a questi che sembrano i "reietti" della Destra? Forse perchè manca il denominatore comune? Perchè ai loro "Neo gerarchi" non interessa? Perchè non interessa ai nostri dirigenti? Perchè fa comodo avere un ‘ area su cui riversare elementi negativi e tensioni quando non responsabilità e colpe? Occorre ricordare ciò che accadde nei decenni passati, e soprattutto durante i tragici e contraddittori eventi degli "Anni di piombo", quando le schegge impazzite della Destra e delle Sinistre si unirono in comunione di intenti pur differenti a livello ideologico: un anarchismo armato e violento fine a se stesso che portò lutti e tragedie non del tutto dimenticati. Quindi vestiamoci da cattivi ma...discutiamo anche con loro.

Fabrizio Bucciarelli

 

L’Alternativa? Tra il Bagaglino e la commedia all’italiana

Parte l’avventura della Mussolini. Pino Rauti di dissocia, così Donna Isabella…

Milano, domenica 25 gennaio, ore 9.30. Due le scelte possibili: raggiungere Sesto FS per salire su un treno diretto a Modena, dove nel pomeriggio si sarebbero esibiti undici indegni in maglia nerazzurra, o recarsi al Teatro Nuovo di piazza San Babila dove era prevista la presentazione della neonata formazione di Alessandra Mussolini e dei suoi insoliti partner. Opto per rinunciare ad investire soldi, tempo e imprecazioni nell’ennesima trasferta sfigata, così con un amico (milanista) mi dirigo curioso alla "convention" nera. Tute blu in assetto massiccio attorno a San Babila, si segnala il presidio di un centinaio di "compagni" in piazza Fontana. Per lo stesso appuntamento il giorno prima, a Napoli, era successo il finimondo. Ci infiliamo nel teatro, schierato su due ali lungo la scalinata sta il picchetto dei ragazzi rasati di Forza Nuova (con indosso dei corpetti neri stile Nocs) che significativamente monopolizzano il servizio d’ordine. Via-vai di varia umanità nel "foyer", lungo e ricco il bancone di quelli di Orion, diverse le facce da stadio e da birreria non sconosciute; c’è anche chi odora di An e che, smarrito, ha fatto un salto. Un giro in platea, poi si prende posto mentre la sala va riempiendosi. Il tempo di scambiare qualche battuta che parte un applauso, appare lei, la star della giornata, biondissima, sorridentissima, nipotissima. Stringe mani e raccoglie complimenti mentre al confronto della sua la scorta di George W. Bush fa la figura del manipolo di boys scout. Raggiunge il palco già animato la diva Alessandra e sono baci e abbracci. Dunque, vediamo un po’ chi c’è, se sono presenti i nomi annunciati dai manifesti. Balza subito all’occhio un’assenza pesante, quella del capo di tutti quei giovanotti di nero vestiti, il comandante che fornisce il maggior numero di fanti, ovvero Roberto Fiore, segretario e padrone di Forza Nuova. Il Gran Cerimoniere dell’evento, Tomaso Staiti di Cuddia, spiega subito il motivo: il leader si trova al capezzale della moglie in procinto di dargli il nono (!) figlio. Auguri e che Dio benedica la fiorita famiglia! Lo sostituisce il suo braccio destro, il fido avvocato Gianni Corregiari, che come oratore dimostrerà di non essere propriamente Cicerone. Gli altri della coalizione ci sono tutti; Luca Romagnoli, segretario del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, Adriano Tilgher, guida del Fronte Sociale Nazionale e Nicola Cospito, del movimento nazionalpopolare. Abbiamo detto di Tomaso Staiti ex deputato missino, che presiede l’associazione "Amici del Tricolore", organizzatrice della riunione. Il barone, brillante come lo ricordavamo, dopo l’intervento di un altro ex parlamentare del Msi, Benito Bollati, ci mette poco per creare il clima giusto e scaldare gli animi dei presenti picchiando duro sul citatissimo Fini, "ragazzino ignorante" e ironizzando sul rinnovato Berlusconi, che ormai ha imboccato la "via di Michael Jackson". Via agli interventi degli attori di questa avventura, che nei propositi di tutti dovrà sfociare nella tanto sospirata unificazione dell’area cosiddetta nazionalpopolare, ossia di quel microcosmo che già stava un po’ dentro e un po’ fuori dal Msi e che oggi non può avere nulla a che fare con Alleanza Nazionale. Parliamo di estrema destra, insomma? E no, troppo facile. Se così fosse ci sarebbe già un partito in grado di racimolare discrete percentuali. Al teatro Nuovo va in scena uno spettacolo ben conosciuto a chi ha avuto a che fare con un certo mondo. "Non siamo di destra, oggi la destra è Bush, è Sharon!", tuona Cospito, l’uomo che da più tempo, poco ascoltato, predica l’unità dell’"area", che parla addirittura di "costituente" dopo le elezioni europee per dar vita ad un unico soggetto politico. Beh, interessante, pensi. Ma poi senti gli sketch dei vari oratori e ti rendi conto che l’entusiasmo del tuo amico affianco non è proprio ben riposto. I tratti comuni rimandano alle parole d’ordine di sempre: antiamericanismo, antisionismo, lotta al liberismo, "torniamo al corporativismo e alla Carta di Verona" e via dicendo. Tra le novità, l’Euro nemico affamatore, il disprezzo per l’Europa delle banche e dei burocrati. Troppe però sembrano le differenze tra le varie forze e tra i rispettivi capi, con le loro storie e i loro cortili. Non mancano i distinguo, le puntualizzazioni e gli atteggiamenti di distacco che fanno capire quanto, al di là delle dichiarate buone intenzioni, un reale progetto politico comune attenga alla sfera delle pie illusioni. Peccato non ci sia Fiore, lo ripetiamo, colui che ha in mano le forze militanti più consistenti, perché il suo gerarca emiliano lascia un po’ a desiderare e, non si distingue particolarmente, dopo aver snocciolato il decalogo forzanovista intriso di rigido tradizionalismo (ci sarà da ridere con la Mussolini in tema di aborto e di fecondazione assistita, ecc.) se non per una battutaccia (peraltro bruciatagli dalla platea) riservata al leader di An, il quale potrebbe aspirare non già alla condizione di statista ma piuttosto a quella di "rabbino onorario". E’ la volta di Romagnoli Luca, anch’egli non proprio un istrione, in rappresentanza della Fiamma che fu, è proprio il caso di dirlo e ci ritorneremo, di Pino Rauti. Il geografo romano parla di una buona occasione per realizzare l’unità e comunità d’intenti, di valori condivisi, di una memoria da difendere dalle abiure altrui. Si capisce però che oltre le Europee e le Amministrative non guarda e che, soprattutto, non si fida troppo dei compagni di strada; sintomatico che legga il giornale mentre gli altri parlano. Tutti comunque stanno al gioco e fingono di credere alle professioni di spirito unitario che si susseguono. A dare una scossa ci pensa Adriano Tilgher, fondatore del Fronte Nazionale, dopo essere stato espulso dal Msft, il quale riporta tutti alla realtà e grida la sua volontà di concretezza. "Basta sentimenti e belle parole - urla dal palco - voglio che questa non rimanga una bella rimpatriata, ma che ci si impegni concretamente nelle sedi, per la strada con lo scopo - cito a memoria - di dar vita ad un vero soggetto politico che parli a tutti". Un intervento non retorico quello di Tilgher (forse pochi sanno che è nipote omonimo del filosofo e grande critico letterario amico di Pirandello), ma piuttosto pratico e "militante". Si vede che ci tiene e che non vuole perdere altro tempo, mentre taglia corto sull’argomento Fini: "Basta parlarne, ma che ci frega a noi?". Si concede solo qualche battuta su quelli di An con cui "non dobbiamo avere più niente a che fare", gli stessi che descrive così: "Ti dicono: sì avete ragione, ma noi… siamo camerati" e mima una specie di saluto romano attaccato al corpo come per non farsi vedere. Divertente, lo ammetto. Ma il punto è proprio questo: mi trovo di fronte ad uno spettacolo, che mi ricorda un po’ il Bagaglino e un po’ i film con Lino Banfi, Alvaro Vitali ed Edwige Fenech. Infatti non manca l’appariscente figura femminile, come negli show di Pingitore e nelle pellicole trash degli anni ’70. E’ il momento di Alessandra Mussolini, acclamatissima. Si leva la giacca del tailleur scuro rimanendo in camicetta, si fa allungare il filo del microfono smarcandosi energicamente dal leggio, quindi inizia il piatto forte della mattinata. "Io che mi sono battuta per dare il mio cognome all’ultimo figlio, non potevo restare in un partito il cui leader dice che Mussolini è il male assoluto!", grida tra gli applausi che si trasformano in ovazione quando, furbina, dice: "Il male assoluto è piazzale Loreto!". Non manca, come detto, il lato cabarettistico che riguarda soprattutto Fini e i suoi colonnelli. Il vicepremier è un "pennellone alto quanto stupido, alto quanto superficiale", che "tutto quello che tocca finisce male". La Nipote ricorda l’avventura dell’Elefantino con Segni, il fatto che con l’arrivo del segretario di An alla Convenzione europea sia coinciso con il suo fallimento, l’avvicinamento al governatore della Banca d’Italia alla vigilia dello scandalo Parmalat: "Fini è diventato fazista…". Non gli perdona poi la proposta sul voto agli immigrati, partorita all’insaputa del partito. Già, il partito. C’è n’è per tutti: per Ignazio "La Muffa", che avrebbe cercato di trattenerla con la promessa, rifiutata con sdegno, di un ambiguo comunicato in cui si diceva che i giornali avevano male interpretato il verbo finiano in Israele. Ce n’è per Maurizio "boccuccia" Gasparri e il pensiero torna al Bagaglino. Il quadro si completa quando Alessandra chiama attorno a sè i compagni di viaggio per cantare l’inno del gruppo da lei stessa scritto e dal babbo suo messo in musica. Pare la sigla finale di una di quelle vecchie commedie all’italiana, ma lo cantano Staiti, Tilgher e Corregiari, mentre Romagnoli, ancora una volta, si fa i calcoli suoi… Finita l’esibizione, mentre la gente sfolla, parte un altro inno, più antico ma anche più credibile, l’inno a Roma, o al Sole, che tanti congressi missini chiuse. Questa "Alternativa sociale" è un’altra cosa, non si sa cosa. La "Cosa nera" dicono e poi ti rifilano una battuta da caserma. Mi allontano divertito e amareggiato al tempo stesso, con l’animo di un "hobo" di Jack Kerouac che vaga senza sapere precisamente dove andrà né se andrà veramente da qualche parte. Nota a margine non trascurabile: all’avventura di "Alternativa Sociale con Alessandra Mussolini" sembra non avere aderito un personaggio importante dell’area, Pino Rauti, fondatore, ex segretario e oggi presidente della Fiamma. Lui, fautore dei discussi accordi elettorali con il Polo in alcune regioni in recenti consultazioni amministrative, dopo aver ceduto il timone del partito al giovane Romagnoli, sembra un po’ defilato. Il vecchio leader non ha mai amato la Mussolini e ancora meno digerisce altri personaggi incrociati in mille vicende, per cui ha fatto sapere di non approvare l’operazione, subito stigmatizzato dall’erede Luca che pare intenzionato a metterlo senza troppi complimenti (e senza un’ombra di riconoscenza) in naftalina. C’è anche chi dice che Rauti abbia previsto tutto, considerando concluso il suo lungo corso politico e cercando di favorire invece chi è ancora nel fiore degli anni. Impossibile non pensare alla figlia Isabella, uscita un anno fa dal Msft e, si direbbe, sulla via di riavvicinamento politico al marito Gianni Alemanno. Non è difficile trovare suoi articoli su "Area", il mensile della Destra sociale e leggere tra le righe di una recente intervista rilasciata a Claudio Sabelli Fioretti sul "Sette" del Corriere : non pare fantapolitica ipotizzare un suo prossimo approdo alla sponda di Alleanza Nazionale. Per una nipote che va, una figlia e una moglie che arriva. E’ proprio vero: il partito è una grande famiglia.

Fabio Pasini



In margine al Convegno di Milano, e per completezza d’informazione, pubblichiamo il Documento politico del Movimento Nazional Popolare / Collegio Unità per la Costituente, sul cartello elettorale e sulle prossime elezioni.

Una sola Idea , un solo Movimento!

La proposta politica del Movimento Nazional Popolare/Collegio Unità per la Costituente Nella prospettiva delle elezioni europee e della convocazione dell’Assemblea Costituente

Come è stato giustamente detto da più parti, dopo l’ondata di entusiasmo, suscitata dalla rinata collaborazione tra i soggetti politici del nostro mondo, entusiasmo che di certo non guasta - la bella manifestazione di Milano ne è stata espressione - è arrivato il momento di intensificare l’azione pratica e mettere a punto un’organizzazione veramente efficiente ed efficace per conquistare il consenso e la fiducia dell’opinione pubblica. Infatti, a ben vedere, si è già in notevole ritardo e non solo per le questioni aperte da Rauti che appare funzionale alle manovre di Alleanza nazionale tese a sabotare il cartello nazionalpopolare. La prima considerazione che noi del Movimento Nazional Popolare facciamo è che, premesso che il cartello elettorale è solo il primo momento di un’azione politica che deve essere più vasta e andare in profondità, quello che interessa davvero la base militante chiamata a supportare e a sostenere questa operazione politica è riportare in un’unica Casa Comune tutte le componenti della nostra area, costruendo il Movimento, il Partito di chi vuole modificare gli equilibri politici di questo nostro paese, partendo dalle proposte delle riforme istituzionali per arrivare ad affrontare le mille questioni irrisolte che hanno vanificato in Italia ogni idea di Giustizia Sociale e di controllo politico sull’economia e sulla finanza. Un Unico Movimento Politico, ripetiamo, grande, forte, credibile, capace di attrarre il consenso dell’opinione pubblica e di imporsi sulla scena politica nazionale e internazionale. Quando parliamo di area, ovviamente, lo facciamo per intenderci e in effetti indichiamo con questo concetto i gruppi e i militanti che si sono frazionati nella diaspora seguita alla cattiva gestione rautiana del Movimento Sociale Fiamma Tricolore. La costruzione del Movimento Unitario - ne siamo consapevoli - avrà tempi forse non brevi ma dovrà procedere passo dopo passo nella direzione giusta e in questa azione tutti dovremo dare prova della consapevolezza dell’alta responsabilità storica che grava su tutti noi e della bontà della causa che infiammò il mondo e per la quale milioni di giovani europei diedero la vita. Per noi del resto, al di là delle contingenze, è sempre alla meta ultima che si deve guardare, meta ultima che non va assolutamente persa di vista.

La prima cosa da fare dunque, è coinvolgere in questa operazione politica tutti i gruppi, le comunità militanti, le associazioni culturali, i centri librari che sono sparsi sulla penisola. Non si può infatti credere che possano essere raggiunti risultati concreti, ragguardevoli e duraturi, limitando l’iniziativa alla Fiamma Tricolore, Libertà d’azione, Forza Nuova, Fronte Sociale Nazionale, quando è cosa ben nota che la maggior parte della militanza è da tempo fuori da queste formazioni. E in effetti, doverosamente, dobbiamo lamentare che già all’inizio non si è avuta la sensibilità di coinvolgere in maniera più decisa realtà di non poco conto come il MNP/Collegio Unità per la Costituente o l’Unione delle Comunità Militanti che pure godono di una certa consistenza e sono iperattivi sul territorio. Persistere in una logica tesa ad escludere queste realtà renderebbe zoppicante tutto il progetto con effetti negativi sul piano dell’adesione dal basso, di riduzione del livello di fiducia, di effettiva capacità operativa.

La seconda cosa da fare è precisare i contenuti dell’azione, vale a dire il programma comune - intendiamo ovviamente il programma dell’intera coalizione - con il quale ci si intende presentare al nostro mondo e all’opinione pubblica. Del resto, sarebbe opportuno mettere da parte ogni diatriba sul simbolo da presentare e preoccuparsi invece di neutralizzare le manovre di disturbo di Rauti e dei suoi agenti. Anche questo in effetti, lo diciamo senza alcuna vis polemica, avrebbe dovuto essere fatto subito e in modo preliminare. Infatti prima si chiarisce per cosa ci si vuole battere e poi si comincia a lavorare. Alla definizione del programma non si può sfuggire e noi del MNP/Collegio desideriamo indicare per quanto ci compete, alcuni punti in linea di massima che ovviamente dovranno essere in seguito ampliati e approfonditi:

In politica estera:

a) Denuncia del Trattato di Maastricht
b) Lotta per l’indipendenza europea da ogni ingerenza statunitense
c) Uscita dell’Italia dalla NATO
d) Creazione di un esercito europeo fortemente qualificato e specializzato
e) Condanna esplicita della guerra americana in Irak e immediato ritiro delle truppe italiane sia dall’Iraq che dalla ex Jugoslavia
f) Opposizione all’Europa dei banchieri dei finanzieri, dei burocrati e lotta per un’Europa dei popoli
g) Proprietà popolare della moneta
h) Recupero delle identità nazionali e del senso di appartenenza attraverso una lotta senza quartiere all’avvelenamento determinato dall’americanismo

In politica interna:

a) Ritorno al sistema elettorale proporzionale per ogni tipo di elezione
b) Lotta al capitalismo e al liberismo
c) Lotta alle privatizzazioni e campagna per gli investimenti nel settore pubblico (Scuola, Sanità, Servizi)
d) Campagna in difesa della famiglia e della natalità
e) Diritto alla casa e diritto al lavoro
f) Corporativismo e socializzazione
g) Ricostituzione dello Stato Sociale

Dai contenuti enunciati si vede che per noi del MNP il problema è di dare vita tutti insieme ad una nuova forza sociale e nazionale che sappia parlare il linguaggio della gente e al contempo "volare alto" elaborando un progetto complessivo che miri alla edificazione di uno Stato Nuovo. Per questo facciamo riferimento al Manifesto del XXI Secolo da noi lanciato lo scorso novembre in occasione del sessantesimo anniversario dei 18 Punti di Verona.

Per quanto concerne i metodi o se si preferisce la parte diciamo tattica, diciamo subito e fuori dai denti che il cartello elettorale non deve apparire un comitato di affari teso unicamente alla spartizione dei proventi che verranno dal finanziamento pubblico. Non si tratta infatti di fare un’operazione puramente elettorale e di salutarsi all’indomani delle elezioni dopo aver calcolato gli interessi economici di ciascuno e aver chiuso i conti della spesa. Proprio per evitare questo sarebbe saggio varare un Comitato di Garanti che noi del MNP individuiamo nelle persone di Rutilio Sermonti, Enzo Erra, Enzo Cipriano., personalità queste che già in passato sono state autrici di un appello unitario rivolto a tutte le componenti del mondo nazionalpopolare, Carlo Morganti, Emilio Cavaterra.

Le liste elettorali dovrebbero essere formulate alla presenza dei Garanti. Cosa che eviterebbe inutili discussioni laceranti e demoralizzanti, riducendo lo stile legionario, che sempre deve caratterizzare chi non è rimasto contaminato dai veleni della democrazia, ad un concetto nobile ma ormai in soffitta. La lista dovrà essere ampiamente articolata e coinvolgere nella partecipazione tutte le personalità più rappresentative del nostro mondo. Il MNP impegnerà da parte sua alcuni dirigenti nelle candidature del cartello e chiede che nell’assegnazione dei rimborsi elettorali, la sua parte, calcolata sulla base dei voti riportati dai candidati espressi, venga senz’altro versata nelle mani dei Garanti e destinata all’organizzazione di un’Assemblea o di un Congresso Costituente di tutti i gruppi, da tenersi al più tardi nel mese di ottobre del 2004. La campagna elettorale sarà condotta a spese proprie da ogni candidato come si è sempre fatto, privilegiando oltre ai manifesti e ai soliti depliants, bigliettini ecc. i comizi con discorsi brevi ed efficaci all’angolo delle strade, davanti alle scuole, davanti ai centri commerciali, nei mercati rionali.

Non si tratta per noi di raggiungere un risultato minimo di 5/600.000 voti ma di mirare almeno a 1.500.000. La crisi di Alleanza Nazionale, il disorientamento dell’elettorato deluso dal centro-destra e dal centro-sinistra possono consentirlo, a patto però che noi si agisca subito. Non si tratta infatti di conquistare un solo seggio, cosa che aumenterebbe diffidenze e difficoltà, ma di puntare almeno a tre. Dai calcoli che si possono effettuare in proposito, data la riduzione del numero dei posti assegnati all’Italia da 87 a 77, il primo seggio dovrebbe scattare a quoziente pieno con l’1,3%, il secondo con circa il 2,5%., mentre con i resti la percentuale richiesta per il primo seggio potrà essere inferiore e intorno all’1 %. Per questo basta con inutili discussioni sul simbolo o altre quisquilie. L’essenziale è che il simbolo venga accettato dal Ministero degli Interni senza difficoltà, sottraendosi a pericolose questioni di confondibilità che potrebbero essere sollevate da Alleanza Nazionale o da altri ad essa eventualmente succedanei. Il Movimento Nazional Popolare che ha immediatamente impegnato le sue strutture legali al fine di battere le manovre poliste di Rauti inibendo per tempo questo personaggio da qualunque utilizzo parziale o totale del simbolo destinato ad essere impiegato nel rappresentare il cartello comunitario delle forze nazionalpopolari, esorta tutti i militanti ad isolare i traditori della nostra Idea e invita i responsabili dei gruppi ad avviare subito la battaglia per le europee impegnandosi a realizzare il cartello anche nelle elezioni amministrative. L’unità operativa deve essere infatti a tutti i livelli e, nell’interesse superiore della nostra Idea, ogni tornaconto personale deve essere messo da parte. La nostra marcia, la marcia dei nazionalpopolari non può che essere inderogabilmente contro il Polo e contro l’Ulivo. No dunque a qualunque compromesso ! Le aspettative che si sono create nella base militante non vanno disattese. La gente ci guarda più di quanto noi stessi immaginiamo e l’appuntamento con la storia non può essere mancato.

Per raggiungere infine i nostri obiettivi è essenziale che al più presto venga costituita un gruppo operativo, trasversale a tutte le formazioni, di almeno cento militanti selezionati, che scateni la mobilitazione delle nostre forze dalla Valle d’Aosta agli estremi lembi della Sicilia.

Per questo basta con le chiacchiere e tutti al lavoro…il tempo stringe…

In alto i cuori !

IL MNP/Collegio Unità per la Costituente

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • DA AUSCHWITZ A GERUSALEMME
  • CON FINI


    Yehoshua Amishav, ambasciatore della causa di Israele nel mondo, lo abbiamo conosciuto l’altro anno in un viaggio in Italia. Sulla "questione Fini-Israele" ci ha inviato da Gerusalemme questo breve scritto di Deborah Fait, già Presidente dell’Associazione Italia-Israele, che vive oggi in Terrasanta.
    DA AUSCHWITZ A GERUSALEMME

    E’ arrivato, si e’ messo la kippa’ in testa e ha incominciato il suo viaggio nel paese degli ebrei. Lo abbiamo visto quasi inginocchiarsi mentre deponeva un corona di fiori davanti alla fiamma perenne nella grotta del Memorial della Shoa’ a Gerusalemme. Ha attraversato il padiglione dei bambini, un milione e mezzo di bambini, immerso nel buio, illuminato debolmente da un milione e mezzo di fiammelle. Come si sara’ sentito la’ dentro Gianfranco Fini? Avra’ ascoltato alcuni nomi di quei bambini e la loro eta’: due anni, un mese, otto anni, cinque mesi e cosi’ via , bambini di tutta Europa, anche italiani. Bambini morti nei vagoni bestiame che, da Roma, Parigi, Salonicco, Atene, Budapest, Praga, Amsterdam, erano diretti verso l’Inferno dove i sopravissuti , abbastanza forti da superare il viaggio, venivano torturati, uccisi e fatti passare attraverso il camino, quel lungo camino nero che vomitava le loro ceneri disperdendole nel vento polacco. Fini lo aveva visto quel camino nero durante la sua visita ad Auschwitz ed e’ venuto a Gerusalemme per ascoltare una voce elencare pacatamente i nomi delle presenze che avra’ sentito aleggiare intorno a se’ la’, nel Campo della Morte. Presenze senza pace che una volta erano persone, bambini , un intero popolo che non avra’ mai sepoltura perche’ ridotto in cenere da quei manovali dell’odio col teschio impresso sulla divisa nera. Il viaggio di GianFranco Fini nella terra degli ebrei e’ stato lacerante per tutti. Lacerante per lui, che, se sincero come sembra, deve aver sentito il peso di quell’idiologia ora ripudiata. Lacerante soprattutto per gli ebrei italiani di Israele che alla fine hanno deciso di incontrarlo forse conquistati dalla sua sincera commozione e dalle parole pronunciate davanti alla Fiamma Perenne che brucia per le vittime della Shoa’. Fini non ha chiesto ridicole scuse perche’ nessuno puo’ perdonare per i morti, non si e’ lasciato andare alla retorica, e’ stato chiaro e pragmatico, ha parlato di responsabilita’ per quello che fu, con l’ alleanza col nazismo, il "male assoluto". Gli ebrei italiani hanno guardato in faccia Fini, qualcuno avra’ certamente pensato a quei vagoni bestiame che partivano da Roma per la Germania e la Polonia carichi di incredula disperazione. Qualcun altro avra’ guardato la kippa’ sul "quel" capo forse sorridendo amaramente dentro di se’. Qualcuno si sara’ sentito morire pensando ai genitori, ai nonni, ai fratelli. Pero’ lo hanno accolto e lo hanno capito. Con coraggio hanno capito il suo coraggio e hanno stretto la sua mano. Prima di lasciare Israele Fini si e’ recato al Kotel, il Muro del pianto, non ha voluto le telecamere e si e’ avvicinato a quelle pietre che grondano le lacrime di un popolo perseguitato. Forse quel Luogo carico di energia e di emozioni avra’ suggellato l’inizio di una storia che, seppur carica di inconsolabili e eterni dolori, potrebbe portare a un futuro di pacificazione. Gli ebrei sono pazienti e aspettano.

    Deborah Fait



    CON FINI...

    Perplessita’ e dubbi sono nati in tutti i militanti di AN sulle dichiarazioni che Fini ha fatto da Israele. Un momento di smarrimento ha coinvolto il partito della Destra italiana per qualche giorno... ma e’ motivato tutto questo sconcerto? Vediamo cosa VERAMENTE ha pronunciato il Presidente di Alleanza Nazionale.

    Fini in Israele ha detto:
    "E’ la ragione per la quale non ci può essere nessuna reticenza sull’orrore dell’Olocausto, sull’infamia dell’antisemitismo delle leggi razziali del ’38 e del ’43 e di conseguenza sulle colpe che a questo proposito ebbe il Fascismo. E se la Shoa rappresenta il male assoluto ciò vale anche per le pagine del Fascismo che hanno contribuito alla Shoa."

    Con questa frase non si puo’ non essere d’accordo. Non si puo’ e non si deve negare gli errori e il male che il Fascismo ha fatto. Non ci si deve annebbiare la vista con ideali e valori legittimi a tal punto di nascondere la verita’ storica. In caso contrario faremmo lo stesso errore di coloro che nel Fascismo vedono un periodo completamente sbagliato ed escusivamente negativo obnubilati da un "antifascismo" ormai senza piu’ valore. La storia ci insegna che non c’e’ il male tutto da una parte e il bene tutto dall’altra... e se vogliamo che l’Italia e il mondo intero riconosca i momenti positivi del Fascismo dobbiamo anche denunciare quelli negativi dimostrando di essere migliori di chi per cinquant’anni ci ha attaccato e criticato senza ascoltar le nostre ragioni.

    Fini ha continuato cosi’ in Israele:
    "Poi lo sappiamo tutti che il Fascismo fu anche tante altre cose. Ma se vogliamo che serenamente lo si possa riconoscere senza che cada sul capo di chi lo fa l’accusa di apologia dobbiamo avere l’onestà intellettuale e se necessario il coraggio politico di riconoscere tutta la verità e senza alcuna reticenza di trarne le doverose conseguenze."

    E anche lunedi’ 1 dicembre 2003 a "Porta a Porta" (rai uno) Fini ha commentato ampiamente e nella stessa direzione le frasi qui riportate. Imboccato da un Vespa in parte provocatorio ha confermato che la critica e’ per quegli errori del Fascismo che dovrebbero essere ben evidenti e noti a tutti... tra cui le leggi raziali e la complicita’ nello sterminio degli ebrei ...non globalmente al periodo del fascismo.

    Stessa cosa si dica per la Repubblica Sociale Italiana che non va disprezzata ma anzi onorata cosi’ come abbiamo sempre fatto in AN. Ma in quelle pagine di sangue e fedelta’ dobbiamo denunciare anche cio’ che di sbagliato e’ stato fatto.

    Risulta evidente che la situazione e’ molto differente da quella che e’ apparsa mentre Fini era in Israele. Fini ha dichiarato cose che i giornalisti, come spesso capita, hanno estrapolato e svuotato dal loro reale significato. Ha pronunciato frasi che sono perfettamente in linea con le tesi di Fiuggi di 8 anni fa. Perfettamente in linea con le frasi di Almirante quando criticava fermamente l’antisemitismo e ne prendeva le distanze al tempo del Movimento Sociale Italiano.

    Vito Andrea Vinci

    conosciuto in rete come Vav
    Fondatore e Coordinatore della principale mailing list nazionale dedicata al mondo della destra che da cinque anni riunisce e fa confrontare centinaia di militanti e simpatizzanti in un dibattito quotidiano.

    Per iscriversi: azionegiovani-tribe-subscribe@yahoogroups.com

 

Da tempo, da sempre a onor del vero, le frange di certa vetero-sinistra o presunta tale attua azioni di carattere violento contro tutti coloro che vengono valutati in "odor" di Destra, ma in questi ultimi mesi le aggressioni sono diventate qualcosa di più che un semplice fatto di cronaca a stento rilevato dalle redazioni dei quotidiani. Inutile citare i fratelli Mattei o Sergio Ramelli massacrato a colpi di chiavi inglesi nella Milano di ieri e oggi sempre più ricordato nelle dediche alla memoria di vie e piazze d’Italia alla faccia dei suoi assassini che oggi, superata la fase della negazione e del riflusso, vivono la fase di stimatissimi, si fa per dire, professionisti panciuti e borghesissimi all’antitesi degli anni di lotta (e di morte, quella degli altri...Ndr). Tanti sono infatti i casi di giovani e giovanissimi figli illegittimi di quella "Lotta di Classe" comunista alla base non solo della strategia politica ma della stessa ideologia che si sentono in dovere o che "devono" superare la fase dialettica e di eventuale confronto con le altre italiche realtà ideologiche per arrivare alla concezione lesiva del rapporto con il mondo delle idee in base al vecchio concetto " Io ho ragione e quindi ti colpisco in quanto espressione simbolica di classe". Niente, di personale, quindi, ma semplice ritorno alle ragioni di base del comunismo rivoluzionario nonostante non vi siano più nemmeno le premesse per attuarlo nè tantomeno concepirlo. Oggi i picchiatori non sono più infatti identificati come neofascisti figli della classe media o benestante, capelli corti e vestiti con giacca e cravatta alla moda con il manganello facile in una espressione di lotta contro il comunismo viscerale tipico degli "anni di piombo": oggi sono questi ragazzotti e ragazzotte figli degli operai di ieri che oggi hanno la fabbrica e la casa al mare e in montagna, con paghette che equivalgono allo stipendio dei coetanei che invece di studiare lavorano come commessi, la mamma che tra lo shopping e la palestra trova il tempo per sbrigare le faccende domestiche assieme alla filippina part-time ma che assieme al benessere hanno generato una sindrome da totale mancanza di obiettivi, una profonda noia che nasconde a sua volta un malessere profondissimo che spesso porta alle estreme conseguenze. Come gli assassini di Ramelli, questi militanti della violenza cercano di uscire da situazioni poco appaganti dove il troppo "stroppia" cercando di appassionarsi a qualunque cosa possa dare un senso alla propria esistenza: lo sballo della droga, qualche attività sportiva estrema, la politica dimenticando però che ben poco conoscono della stessa se non quello che i loro cattivi maestri possono insegnare. Nei Centri Sociali, fondamentali ed interessanti aree sperimentali di aggregazione alternativa di ieri e oggi ghetti manipolati da Rifondazione Comunista e i suoi alleati, ben pochi lavorano o sono appartenenti alle classi disagiate, nessun operaio o contadino tra le loro fila di "Zecche" ( espressione data loro dai giovani di Destra) con i capelli "dreadlook" realizzati dopo interminabili e costosissime ore dal parrucchiere alla moda, i tatuaggi altrettanto costosi, il look finto militare-finto-povero a firma dei maggiori stilisti di "Streetwear" americani e inglesi, la canna in mano e la bandiera rossa o nera nell’altra...per poi trasformarsi in utili idioti pronti a massacrare il loro compagno di banco in base all’ordine dei "fratelli più grandi". Tutti sono, infatti, possibili bersagli per coloro che si aggrappano disperatamente alle ideologie ormai defunte del comunismo da combattimento cercando di emulare le gesta falsamente romantiche di un Che Guevara o di Castro per arrivare alla Route Armee Fraktion, alle Brigate Rosse-Gruppi Comunisti Combattenti fino alle sprangate allucinanti degli anarco-insurrezionalisti di cui è quasi impossibile concepire non solo il gesto ma anche l’esistenza stessa se non in un contesto di confuse contraddizioni. I giovani di Alleanza Nazionale/Azione Giovani colpiti recentemente a Pisa, Marghera, Napoli e in altre città sono il simbolo non solo di un pericoloso ritorno a una tattica di scontro gratuita e insensata che fornisce un approccio assolutamente erroneo al mondo delle idee ma che potrebbe incentivare, vista l’estrema semplicità del vecchio messaggio "uccidere un fascista non è reato" o " dieci, cento, mille Ramelli" l’entrata dei giovanissimi a quelle pratiche iniziatiche tipiche del vero e proprio terrorismo a tutt’oggi manipolato da correnti che vivono una duplice realtà tra legalità e illegalità. Basti pensare all’esperienza di Genova G8 o agli ancora vicinissimi fatti romani dove i No Global hanno dimostrato per l’ennesima volta, nelle sue frange più oltranziste, la fortissima vocazione alla violenza e al saccheggio simbolico indiscriminato. Il fattore "violenza" è dunque oggi sinonimo di vera militanza politica, di vera "fede" comunista o anarchica, ben al di là della singola accettazione di un credo ideologico in un contesto democratico e di confronto come quello in cui attualmente viviamo. E’ singolare, inoltre, valutare che l’aspetto fortemente militarizzato dal punto di vista tattico, il coordinamento delle azioni, l’addestramento dei militanti, l’utilizzo di forme comuni di abbigliamento tipico delle formazioni in divisa è sempre stato addebitato all’identificazione degli stereotipi del "violento" idealizzato nella Destra neofascista. Esiste inoltre un aspetto che ci riguarda molto da vicino e che può essere concepito come la nota formula della fisica " ad ogni azione ne corrisponde un’altra uguale e contraria" e cioè la possibilità non troppo remota che i giovani di Destra fino ad oggi bersagli facili nella logica del "dieci contro due spranghe in mano" e dopo decenni di illuminato convincimento sul confronto non violento da parte di Alleanza Nazionale nei confronti dei propri militanti, ebbene esiste una prospettiva di azione di difesa da tali attacchi reiterati che porterebbe ad una spirale di violenza dalle conseguenze devastanti. E anche ciò, pur legittimando l’azione di difesa contro le chiavi inglesi o le spranghe dei violenti di turno (sempre quelli...Ndr) farebbe comunque il gioco dei provocatori di ieri e di sempre: non dimentichiamo che nella strategia della guerriglia non convenzionale e del terrorismo anche queste azioni sono giustificabili a breve e lunga scadenza. E se tornando indietro nel tempo cerchiamo di ricordare atti quali la bomba in via Rasella fatta esplodere nella via romana durante la guerra contro un pugno di praticamente innocui italiani di lingua tedesca inquadrati nella Waffen SS ( e non i criminali guardiani dei campi di sterminio bensì le truppe combattenti equiparabili ai normali reparti della Wermacht): i terroristi comunisti non avevano come obiettivo il semplice annientamento del reparto bensì la strage delle Fosse Ardeatine che avrebbe portato, prevedendo la logica atroce rappresaglia ordinata da Hitler in persona, ad un maggiore effetto propagandistico anti-tedesco nell’Italia occupata. La guerra è guerra, è vero, ma in tempo di pace la violenza non è e non dovrebbe mai essere l’obiettivo di chi manipola i giovanissimi per i propri scopi politici. E nel frattempo torniamo dolorosamente a vigilare....

Fabrizio Bucciarelli

 

 

A vederlo, con i suoi completi grigio classico con tanto di panciotto, dà l’impressione di un uomo di altri tempi. A parlarci, l’unica volta che ci è capitato, dà l’idea di un notabile siciliano attentissimo alle forme. In Inghilterra sarebbe un conservatore. In Italia, dove una destra di quel tipo, a parte quella "storica", non c’è mai stata, è un battitore libero. Ma di una coerenza a prova di smentita. Domenico Fisichella, vicepresidente del Senato della Repubblica e membro autorevole (seppur isolato) di Alleanza nazionale, si è lanciato nell’agone politico da più di dieci anni ormai, da quando propose l’idea di "lavorare per una Alleanza nazionale" in un articolo sul Tempo del 19 settembre 1992. Lui, Mimmo, come lo chiamano gli amici, con quel tanto di superbia professorale che lo contraddistingue (fa lo scienziato della politica dalla metà degli anni Sessanta) non perde occasione per rivendicare il titolo di "fondatore di Alleanza nazionale". È fatto così. In un mondo dominato dalle masse, Fisichella si ostina ad appartenere ad una destra "aristocratica", fondata sui meriti, sugli studi, sull’esperienza della storia e in lotta costante contro le derive oligarchiche e populiste, due facce - a suo parere - della stessa medaglia. Tutte idee sintetizzate nel suo ultimo libro "La destra e l’Italia", che in realtà è un’intervista assai leggibile fatta da Massimo Crosti al vicepresidente del Senato. Tre capitoli in cui si parla della "politica e della democrazia nel mondo contemporaneo", del "caso italiano" e del "partito della nazione". Partiremo dalla fine, dal partito della nazione, quello che nelle intenzione di Fisichella doveva essere Alleanza nazionale. Diciamo "doveva" perché nel libro i giudizi sul partito di Gianfranco Fini (e suo) sono molto severi. Quasi drastici. Un esempio? Eccolo: "Oggi Alleanza nazionale ha superato sì certe ristrettezze culturali del Movimento sociale, però, nello stesso tempo si ha la sensazione che questa opera di revisione ‘culturale’ si sia spinta così avanti e si sia svolta in maniera così indiscriminata da cancellare tutto il passato e da coinvolgere in questa cancellazione larga parte della storia nazionale. Questo non accade sempre nella vita del partito, soprattutto ai livelli intermedi, ma ai vertici del partito l’indifferenza verso la storia è un atteggiamento diffuso e non reversibile, salvo che insuccessi elettorali non inducano a riflessioni e ripensamenti". Quelle sconfitte elettorali (vedi le ultime amministrative, soprattutto in quel di Roma) sono arrivate. Quanto ai ripensamenti, vedremo. Per ora si parla di verifiche di governo, possibili rimpasti e di un ritorno di Fini alla vita del partito, con eventuali dimissioni dalla carica di vicepremier. Opzioni da verificare. Una cosa è certa, almeno per Fisichella: la presenza di An all’interno del governo Berlusconi non è significativa. Ancora un brano del libro-intervista: "Con la formazione del secondo governo Berlusconi, all’interno del quale la posizione di Alleanza nazionale non è particolarmente rilevante (non parlo di uomini ma di posizioni istituzionali e di presenza non proporzionale alla sua forza elettorale), è iniziata una fase di grigia, ordinaria amministrazione nella quale si manifestano due atteggiamenti psicologici di fondo: il primo è resistere a ogni costo sulle posizioni di potere acquisite, anche se non si tratta di posizioni di potere straordinariamente significative; il secondo, al contempo, è costituito da una progressiva sensazione di logoramento, dove Alleanza nazionale si ritaglia una funzione di estenuante mediazione con modesti elementi di iniziativa politica". Può bastare? Che l’azione di governo di An, peraltro, sia inferiore alle aspettative del 2001, è riconosciuto ormai da molti membri del partito. E che questa azione poco rilevante abbia poi serie conseguenze sul consenso che gli italiani riservano ad An, è un’altra osservazione che ricorre spesso sulla bocca degli intellettuali di destra, Veneziani e Accame in testa. Ci rimane il dubbio che Fisichella accentui il suo tono critico (che, bisogna dargli atto, ha avuto anche in passato nei confronti del suo partito) ancora "scottato" dalla mancata nomina alla presidenza del Senato a vantaggio del forzista Marcello Pera. Fisichella, all’epoca (era il 2001) prese la decisione come un affronto personale. Ma anche come una carenza di autorevolezza politica di Fini e di An. Il dubbio ci rimane. Essere scienziati della politica, e per giunta di spicco internazionale come Fisichella, non esenta dalle debolezze e dalle ambizioni umane. Le critiche del professore ad An, ad ogni modo, le riteniamo assolutamente centrate e condivisibili. E, alla fine, è questo che conta, al di là delle intenzioni di fondo. Oltre agli aspetti più interni alla politica politicante, però, nel libro di Fisichella si possono trovare spunti assai interessanti su molti altri argomenti concernenti le idee della politica e quelle della destra in particolare. Idee sviluppate in un’attività di studio ultratrentennale. Tra queste, la critica alla tecnocrazia, la difesa della tradizione liberale classica in opposizione ai libertarismi anarcoidi, l’individuazione precisa dei tre filoni culturali sui quali la destra italiana dovrebbe sintetizzare la sua identità: il filone cristiano, quello liberale e quello nazionale. Chiudiamo con uno degli ultimi brani del libro, molto significativo a nostro parere, perché riassume il Fisichella-pensiero. Un pensiero profondamente legato alla cultura politica conservatrice europea e ispirato da quel realismo che in un tempo di utopie dilaganti rimane una roccia sulla quale aggrapparsi nel mezzo dei marosi ideologici dei giorni nostri. "I conservatori sono uomini della coesione sociale, sono uomini di pace - scrive Fisichella - Il senso del conservatorismo, quindi, sta in un consapevole realismo che sa di quante finzioni e illusioni è nutrita la natura umana. Nello stesso tempo, tuttavia, è presente una sorta di pietà che fa cogliere bene al conservatore che gli uomini hanno bisogno di illusioni. Perché la stragrande maggioranza degli uomini non potrebbe vivere senza le illusioni. In questo, vi è anche la consapevolezza orgogliosa e forse un po’ superba che alcuni uomini, pochi, riescono a vivere senza illusioni".

Massimiliano Mingoia

 

Marcello Veneziani ha detto che a Salò si ritrovarono il "meglio e il peggio del fascismo". Credo che si possa partire da questa considerazione per ragionare su quanto avvenne nell’Italia settentrionale dopo l’8 settembre 1943. Negli ultimi anni la storiografia, dalle più diverse posizioni ideologiche, ha guardato alla Repubblica Sociale Italiana e ai protagonisti di quell’esperienza con interesse e curiosità, oltre che storici, antropologici e psicologici. Al di là dell’odio politico che ha animato da sempre i sostenitori e i pensatori della "parte giusta", va detto che non è mancato il tentativo di capire le ragioni di chi invece, a dispetto della convenienza e dell’andamento della storia, si è ostinato a spendersi per la "parte sbagliata". Dall’appello di Togliatti ai "fratelli in camicia nera" alle parole usate da Violante nei confronti dei "ragazzi di Salò" persino gli interpreti più ortodossi della tradizione comunista hanno provato a guardare oltre la condanna del nemico più odiato. Paradossalmente invece da destra si nota un certo impaccio nel valutare la breve epopea della Rsi. Vi è una sorta di rimozione che nulla ha a che vedere con la maturazione politica e con il superamento di vecchie posizioni. Siamo alla liquidazione di un patrimonio ideale di grande importanza, una dote morale lasciata da quella che Marzio Tremaglia chiamava "la generazione che non si è arresa". I fondatori del Movimento Sociale Italiano raccolsero le insegne della sconfitta e ripartirono proprio da lì, da quell’opzione così poco conveniente per seguirne un’altra altrettanto scomoda in epoca democratica e antifascista. Quindi Msi e dintorni elaborarono copiosamente il "lutto" attraverso la memorialistica (rilevante quella di Filippo Anfuso e Rodolfo Graziani), la rielaborazione teorico- politica e storiografica (Giorgio Pisanò) e la semplice esaltazione reducistica e nostalgica. Si è scritto e parlato molto di Salò perché lì era il punto d’arrivo e di non ritorno del fascismo italiano, l’epilogo da tragedia greca di un fenomeno su cui non a caso non si termina mai di discutere. Si è parlato di "scelta" da parte di coloro che si arruolarono nelle file della piccola Repubblica. Bene, per molti non fu semplicemente una scelta. Era la strada obbligata intrapresa da chi era cresciuto con il mito della Patria e dell’Onore, con quello dell’imperativa fedeltà al Capo, con la convinzione che "contro l’oro c’è il sangue a far la storia". Abbiamo sentito più volte le testimonianze di uomini come Almirante, Tremaglia, Accame, Rauti, dirci che era assolutamente logico buttarsi in quell’avventura perché fin da piccoli avevano giurato che non avrebbero mai tradito. Ecco allora che ritroviamo a Salò uomini e donne di età diverse combattere non più per "vincere", ma per perdere con onore. E furono proprio i ragazzi e persino i bambini che scrissero pagine che, al di là di ogni valutazione storica, non è possibile trascurare. Molti, moltissimi dei gerarchi che godettero del fascismo più sfarzoso e "vincente", nei giorni della difesa della sconfitta si dileguarono come topi nella campagna. Venne invece l’ora di una gioventù limpida, che a ben vedere non aveva colpe per quanto avvenuto durante il Ventennio, ma che aderì con entusiasmo ad una missione che anche ai loro occhi ingenui non poteva apparire che un’impresa disperata. E’ qui che sta l’idea rivoluzionaria dal punto di vista umano. Il destino li aveva portati sulla via di una fede cieca che conteneva in sé la gloria e la disperazione. Il pensiero va a chi oggi ha venticinque, venti, quindici anni: quanto è imbarazzante il confronto! E il discorso vale anche per chi decise di nascondersi in montagna con un fazzoletto rosso al collo: quanto erano diversi quei giovani partigiani dagli attuali i figli di papà che giocano a fare i No global! I ragazzi che continuarono a vestire la camicia nera anche nel momento del disastro furono senza dubbio il frutto migliore di un fascismo che stava cadendo, vinto sul campo di battaglia. Andarono a "cercar la bella morte" invece di seguire la convenienza del momento come fecero milioni di compatrioti e di "incorruttibili" camerati. Vi fu però anche "il peggio" di cui parlava Veneziani. In quell’Italia allo sbando trovarono il modo di mettersi in evidenza anche elementi di pessima qualità umana: briganti, tagliagole, rubagalline e semplici psicopatici. Anche sotto le insegne di Salò militarono molti personaggi animati da crudeltà e viltà che non si fecero scrupolo alcuno nell’infierire nei confronti di chi comunque aveva la loro stessa nazionalità e spesso si trattava di civili inermi. A costoro va il medesimo disprezzo riservato a chi compì i massacri del "triangolo della morte" emiliano, alla mano infame che assassinò Giovanni Gentile e a quegli inqualificabili figuri che, dopo averlo prelevato dall’istituto oftalmico di Milano, fucilarono l’eroe di guerra Carlo Borsani, cieco, uomo mite e moderato. Quei seicento giorni rappresentano la fine tragica, ma al tempo stesso il parziale riscatto, di una vicenda complessa che la storia, prima ancora degli storici, si è presa il compito di giudicare. Rimane comunque l’esempio di coloro che seppero assumersi, oltre alle proprie, le responsabilità di altri; una lezione che noi, pasciuti figli dell’occidente moderno, stentiamo a capire, anche quando abbiamo il vezzo di definirci di destra.

Fabio Pasini

 

Considero il pacifismo, specie quello nostrano, un prodotto della subcultura di una sinistra allo sbando ideologico. Il proliferare di drappi multicolore - pressoché identici a quelli dell’orgoglio gay peraltro - sui balconi delle nostre città mi pare uno straordinario saggio di conformismo e di ipocrisia collettiva. Una bandiera che serve e che non va servita: molto italiano. Tuttavia non riesco davvero a farmi piacere una guerra che, non sento, non capisco, non condivido, non accetto. L’Iraq e Saddam Hussein rappresentano un conto aperto per gli americani. Bush senior dodici anni fa chiamò il mondo a raccolta contro uno Stato (ex alleato di ferro degli Usa allorché il nemico si chiamava Khomeini ed era lecito gasare come zanzare migliaia e migliaia di iraniani) che aveva avuto l’idea, certo sciagurata, di invadere un ricchissimo Paese vicino. Anche allora (ero al liceo) trovavo bizzarro che l’Italia e l’Europa si stracciassero le vesti per il Kuwait, ma comunque si trattava di una questione di legalità internazionale. Quindi alla fine mi feci una ragione anche della decisione del Msi, allora guidato da Pino Rauti, favorevole all’intervento (mentre Fini qualche tempo prima era volato a Baghdad, si può dire vero?). Vissi con grande apprensione la vicenda dei nostri piloti caduti prigionieri degli iracheni, mentre molti compagni di scuola festeggiavano: "Cocciolone non vola più", ragliavano nei cortei. Insomma quella era una guerra accettabile. Gli interessi in ballo distavano parecchio dalla mia sensibilità, le forze in campo erano squilibrate, ma tutto sommato - pensavo - Saddam se l’è cercata. Oggi però, accidenti, è tutto diverso. L’Iraq è un Paese in ginocchio: con un esercito sbandato che ha nella sola Guardia repubblicana una formazione presentabile, ma non certo temibile (i satelliti spia israeliani hanno provato che non testano un missile dal ’91 e mi si insegna che per usarli i missili bisogna provarli), una popolazione che è stremata da un decennio di embargo e non ha la minima intenzione di battersi ancora. E le tanto cantate armi di distruzione di massa, ma chi le ha mai viste? C’è un lista non certo misera di Paesi e regimi che quelle armi le possiedono e lo si sa per certo. Ma a Saddam si chiede di provare lui il possesso di arsenali proibiti. Già, perché gli ispettori dell’Onu, che a sentire Washington stanno facendo la figura degli allocchi, non hanno trovato niente che possa giustificare l’uso della forza, ma solo un certo atteggiamento recalcitrante che da un regime di furfanti si può anche aspettare. Allora ci hanno provato i grandi accusatori di Baghdad a produrre le prove dei misfatti e della pericolosità dell’Iraq. Londra ha fornito un dossier che si è rivelato poi la scopiazzatura di una tesi di laurea (!), mentre il segretario di Stato americano, Colin Powell, si è presentato al Palazzo di Vetro con il presunto referto di una presunta telefonata tra due presunti ufficiali iracheni che, si presume, dicevano di spostare qualche cosa da una parte ad un’altra. Più alcune fotografie satellitari e disegni di camion che si pretendevano adibiti al trasporto di materiale incriminato. Mr. Powell inoltre ha deliziato la platea agitando un tubetto, che se avesse contenuto antrace, avrebbe potuto sterminare non si sa quante persone. Un’americanata, insomma, con patacca annessa. E un’autentica patacca mi sembra questo conflitto, a cui non partecipiamo direttamente, ma che in modo imbarazzato e imbarazzante, sosteniamo. Già, perché comprendo gli interessi, i disegni d’Oltreoceano e non me ne scandalizzo. Gli americani vogliono chiudere un conto rimasto aperto, vogliono un riscatto dell’11 settembre, vogliono ridisegnare il Medio Oriente partendo da Baghdad, vogliono mettere con le spalle al muro altri "Stati canaglia", vogliono porre le mani sui pozzi petroliferi dell’Iraq settentrionale. Facciano tutto questo, il giudizio nei loro confronti non cambierà: restano una forza imperiale e imperialista, oltretutto l’unica. Ma per favore, non si dica che l’Italia e l’Europa debbano farsi carico di tutto questo. Un nemico, aggressore o aggredito che sia, deve avere delle caratteristiche di pericolosità relative ben riconoscibili. Sono convinto che anche nella guerra ci debba essere morale. E in questo momento un attacco all’Iraq con la nostra collaborazione non è moralmente concepibile. E’ un affare loro nella forma e nel merito e siccome non è vero, come qualcuno aveva detto evidentemente scosso dai fatti dell’11 settembre, che "siamo tutti americani", avrei sfruttato l’occasione per il recupero di una sovranità nazionale almeno dal punto di vista simbolico. Questa forma bellica, la cosiddetta "guerra preventiva", poi non mi convince per niente. L’assunzione da parte statunitense del ruolo di sbirro planetario è inaccettabile. Con questo criterio ogni birbaccione che in giro per il globo compia sul suo territorio certe nefandezze andrebbe colpito insieme al popolo che più o meno rappresenta finché non lo si elimina e lo si sostituisce con un altro. E qui tocchiamo un altro punto nevralgico: è accettabile che Washington scelga per noi di volta in volta chi è il buono e chi il cattivo, chi è l’amico e chi il nemico? Visti i precedenti, avrei delle perplessità. Si è finanziato Bin Laden in funzione antisovietica e lo si è fatto entrare nel salotto dell’alta finanza americana; si è armato (come detto) Saddam Hussein, anche di armi chimiche tra cui l’antrace, per combattere il pericoloso regime di Teheran; si è alimentata l’islamizzazione del Caucaso per ragioni geopolitiche antirusse, così come per motivi analoghi si è agito nei Balcani. E ora il nuovo socio si chiama Turchia, la Turchia islamica di Recep Tayyip Erdogan che gli Stati Uniti vogliono far entrare quanto prima nell’Unione Europea. E’ questa una storia che si ripete senza insegnare nulla. Ingeriscono in affari che apparentemente non competono loro per ragioni di una strategia miope, visto che puntualmente l’alleato di turno li pugnala alle spalle e fa danni peggiori del nemico che si era combattuto. Ora, ci dobbiamo fidare sempre e comunque delle scelte di questi signori, o è lecito far valere le ragioni che ci sono proprie? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi derivanti da un conflitto per noi italiani ed europei? Al di là dei costi, gravi per una economia già in affanno, c’è il fondato timore per una recrudescenza del terrorismo. Noi siamo vicini e qualcuno nel mondo arabo e musulmano non aspetta altro che dover vendicare un nuovo martire, anche se ne nel caso di Saddam si tratterebbe di una vera schifezza di martire, visto che Bin Laden lo ha definito "corrotto e socialista infedele". Ci sarà un’ondata di profughi e indoviniamo un po’ dove finiranno i disperati… Fatico davvero a trovare punti in favore di questa nuova guerra del Golfo. Certamente si libererà il popolo iracheno da un dittatore folle e sanguinario, ma la pioggia di missili e bombe che è caduta e cadrà di nuovo sui civili iracheni non è propriamente una dichiarazione d’amore per quella gente. Insomma la questione irachena rappresenta l’ennesimo motivo di turbamento nella mia coscienza politica. Il mondo che sognavo all’origine dei miei sentimenti era quello incarnato oggi imperatore George W. Bush? Non mi curo se le mie opinioni si intrecciano con quelle degli strabici pacifisti che non esposero nessun vessillo per Praga, per il Tibet, per gli studenti di piazza Tienanmen. Loro erano e sono in malafede perché portano in sé un ben noto germe ideologico. La mia risposta è comunque "no".

Fabio Pasini

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • 27 GENNAIO: GIORNATA DELLA MEMORIA
  • DIFENDIAMO L’ITALIA DEI DIMENTICATI


    27 GENNAIO: GIORNATA DELLA MEMORIA

    "Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione " (C.Pavese, La casa in collina). Ho voluto iniziare con queste parole di Pavese che interpretano pienamente il disagio e la tristezza che provo ogni qualvolta si torna a parlare della Shoah, una grave tragedia, che ha colpito un popolo che personalmente ammiro e verso il quale ritengo che tutti dobbiamo provare rispetto. E’ importante capire perché si è potuta abbattere tanta barbarie su questo popolo, ma non si può continuare a speculare su questa tragedia. Ho riflettuto prima di usare questo verbo, ma più ci pensavo e mi interrogavo, più capivo che era il termine più opportuno. La legge 211/2000 ha istituito per la data del 27 gennaio, ricorrenza dell’abbattimento dei cancelli del lager di Auschwitz, la Giornata della memoria in cui in ogni scuola si torna a parlare dello sterminio degli ebrei. Quest’anno è stato indetto anche un concorso che coinvolge gli studenti dalle elementari alle superiori dal titolo" L’Europa, dagli orrori della Shoah al valore dell’unità". Non spendo parole su un titolo tanto superficiale: cosa c’entra l’unità europea con la Shoah? Mi inquieta e mi indigna la strumentalizzazione della tragedia che viene fatta. La Shoah ci costringe a ricordare il nazismo che ha sterminato in modo orrendo 6 milioni di ebrei e che costituisce una vergogna per tutta la civiltà occidentale. Rispetto per quanti sono stati massacrati, per tanto dolore chiede sì che si ricordi, si cerchi di capire e di denunciare in modo che mai più abbia a ripetersi per nessuno, ma dovrebbe impedire di cogliere questa occasione per fare propaganda politica. Eppure questo è quanto più o meno consciamente viene fatto. La persecuzione contro il popolo ebraico ha origini ben più antiche, ha proporzioni ben più vaste ed è un crimine di cui si sono macchiati non solo i nazisti. Eppure è rimasta questa sola chiave di lettura, questo solo massacro da ricordare. Gli altri ebrei, quelli massacrati dai bolscevichi, ad esempio, non meritano altrettanto rispetto e ricordo? Sono forse i figli di un dio minore o semplicemente non servono,anzi sono scomodi da ricordare e quindi meglio tacere? Giustamente gli ebrei si offendono e fanno sentire alta la loro protesta quando si levano voci che li offendono più o meno direttamente. Il negazionismo è la forma più becera e inquietante, ma altrettanto dicasi per la banalizzazione del problema e per la facilità con cui oggi si usa il termine genocidio. La peculiarità dello sterminio voluto da Hitler rispetto alla furia sanguinaria di tutte le tirannidi di ogni tempo, ma che soprattutto sono esplose nel secolo scorso, ha una specificità inerente l’oggetto stesso della persecuzione che seguiva le precedenti persecuzioni antiebraiche non assimilabili ai pur frequenti stermini di minoranze, o alle pulizie etniche. Inizialmente non si credette possibile un evento di questo genere, e si arrivò persino a ironizzare come fece C.Chaplin che nel Grande dittatore ambientò l’ inizio dell’azione in un campo di concentramento. Ci fu un fatalismo, un ottenebramento delle menti e delle coscienze in Germania e in tutto il mondo civile inconcepibile, inquietante e incomprensibile. Però c’è stato. Perché è successo? Come è potuto succedere? Quali le cause, le colpe? Abbiamo l’obbligo morale verso quei morti di capire, di ricordare devotamente, con una reverenza sacra, non urlata o, peggio, colorata politicamente. Non possiamo continuare a sporcarne la memoria con squallide speculazioni politiche .

    Pierangela Bianco


    DIFENDIAMO L’ITALIA DEI DIMENTICATI

    In Parlamento sono in discussione in questi giorni diverse proposte per concedere sconti di pena o addirittura amnistie a migliaia di detenuti, che, a causa di un eccessivo sovraffollamento delle carceri potrebbero a breve essere rimessi in libertà, senza aver terminato di scontare la propria pena. Ritengo iniziative di questo tipo estremamente pericolose, diseducative, ingiuste ma anche e soprattutto profondamente offensive nei confronti delle vittime della criminalità, dei cittadini onesti e delle forze dell’ordine, che rischiano quotidianamente la vita per assicurare alla giustizia coloro che violano la legge. In Italia il 70% dei reati resta impunito. I processi sono lunghissimi. La certezza della pena, il cui ruolo è fondamentale nella deterrenza contro il crimine, risulta ormai di fatto essersi sempre più trasformata in una certezza di impunità. I numerosissimi immigrati clandestini finiscono troppo spesso con il delinquere. Il rischio terrorismo è tutt’altro che superato e mafia e delinquenza continuano ad operare pressoché indisturbate. Di fronte ad una situazione così grave è incredibile che tanti politici di entrambi gli schieramenti invochino sconti di pena, indulto, amnistia dimenticandosi del fatto che garantire la tutela dei diritti civili ai carcerati non deve significare ledere i diritti di tutti gli altri cittadini. Se davvero il problema è il sovraffollamento delle carceri, se ne costruiscano di nuove. Se poi, come risulta, quasi il 40% dei detenuti è extracomunitario, si stipulino accordi con i paesi d’origine per far scontare lì le pene detentive. E per rieducare veramente i detenuti, come ho proposto nel mio progetto di legge, gli si dia la possibilità di rendersi utili lavorando. Un reale reinserimento nella società infatti non può prescindere dalla dimostrazione della volontà del singolo di voler risarcire, almeno in parte, la collettività per i reati commessi e di voler contribuire al proprio mantenimento. Ogni detenuto costa alla collettività più di 250 Euro al giorno, praticamente a totale carico dello Stato. Mi sembra corretto dunque che, come nella vita reale si deve lavorare per mantenersi, anche i detenuti lavorino, destinando parte del loro stipendio ad un fondo per risarcire le vittime della criminalità e parte allo Stato come contributo per il proprio mantenimento. Nessuno vuole uccidere "Caino", ma anche Abele ha il diritto di vivere e di essere tutelato. Forse in Italia qualcuno si è scordato che i diritti civili valgono anche per coloro che i reati li subiscono, li combattono o semplicemente non li commettono. Per questo ho già cominciato a raccogliere firme contro ogni ipotesi di "condono" di pena. Garantire la certezza della pena significa dare più sicurezza e quindi libertà, elementi cardine di una concreta politica sociale.

    Silvia Ferretto Clementi
    Consigliere Regionale di A.N.
    www.ferretto.it

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