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SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • I NO GLOBAL E GLI "OCCHIALI MARXISTI"
  • NO GLOBAL A FIRENZE: INUTILE SFIDA?


    I NO GLOBAL E GLI "OCCHIALI MARXISTI"

    Goethe scriveva, all’inizio dell’Urfaust: "Ohimè, ho studiato a fondo… ed eccomi qua che ne so quanto prima!… e scopro che non riuscirò mai a saper nulla". Lo stesso sentimento ci assale quando cerchiamo di approfondire il fenomeno globalizzazione. Rende più o meno ricchi i Paesi poveri? Conviene solo all’Occidente o, alla lunga, anche al Terzo Mondo? Ci porta verso il migliore dei mondi possibili o un "altro mondo è possibile"? Domande, riflessioni, dubbi. Gli stessi numeri e dati spesso sono interpretati in maniera opposta: "Il Pil nei Paesi del Terzo Mondo aumenta, dunque quelle popolazioni vivono meglio". "No - si replica -, aumentano solo le disuguaglianze tra ricchi e poveri". E ancora: "Per migliorare la situazione ci vuole più globalizzazione". "Macchè, ce ne vuole meno". La confusione impera, almeno per chi voglia cercare di capirne qualcosa senza pregiudizi di partenza. Sì, perché coloro che hanno salde (aprioristiche?) convinzioni non incorrono nel dubbio. Gli ultraliberisti, anche di fronte alle più grandi ingiustizie del mercato, si accontentano di un’alzata di spalle. I no global si inalberano, protestano, sfasciano tutto. Poi, se gli chiedi quali siano le soluzioni alternative, si rifugiano nel regno di Utopia. Se insisti, se chiedi qualche idea più concreta, si scocciano: "Noi siamo qui per protestare, mica per governare". Appunto. Che fare? Se - lo confessiamo - capire tutte le conseguenze della globalizzazione ci risulta improbo (visto anche l’aiuto di certi "esperti" politici e massmediali) la migliore cosa da fare è riflettere. Porre e porci qualche domanda. Che forse rimarrà senza risposta. Lo sforzo però va fatto. Se non si arriverà alla verità, almeno si riusciranno a smascherare le bugie più palesi. E le falsità e le strumentalizzazioni sul fenomeno globalizzazione purtroppo non mancano. Ripartiamo da Seattle, dove nacque il movimento antiglobalizzazione. Mentre i black bloc inauguravano i loro assalti ai McDonald’s, nell’assemblea del Wto si discuteva di diritti per i lavoratori del Terzo Mondo, quelli "sfruttati" dalle multinazionali occidentali. L’allora presidente statunitense Clinton proponeva uno statuto di labour standars, una sorta di legislazione per garantire i diritti dei lavoratori poveri. Niente più bambini che cuciono i palloni per pochi dollari, con turni di lavoro massacranti. Niente più aziende che si trasferiscono in India, in Cina, in Romania perché lì il lavoro "non costa nulla". Diritti sociali che diventano globali. Fantastico, secondo i canoni di qualunque occidentale che tenga ai diritti sindacali minimi. Sapete chi ha rifiutato di firmare quegli accordi? I Paesi del Terzo Mondo. Proprio così. Non gli occidentali "affamatori", ma gli "sfruttati". Perché? Questi Paesi (India e Pakistan in testa) - spiega Paolo Del Debbio - "temono un uso nei loro confronti di questi standard non tanto per ragioni umanitarie, che non potrebbero non accogliere (soprattutto in ambito internazionale), quanto per usi nascostamente protezionistici, cioè per impedir loro l’esportazione di prodotti a prezzi pur legittimamente concorrenziali". Guardando al di là della superficie apparente delle cose, si scopre l’inaspettato. I Paesi del Terzo Mondo preferiscono "restare sul mercato", piuttosto che uscirne. E rimanere poveri. Ma allora, vien da chiedersi, i no global per chi parlano? Non certo per chi credono di rappresentare. E, a proposito di rappresentanza, la cosa si fa imbarazzante se si discute di agricoltura. Josè Bovè, il contadino no global francese tra i leader del "movimento" chiede la tutela dei prodotti agricoli europei. Posizione legittima. Ma sapete qual è una delle cause più gravi della fame nei Paesi del Terzo Mondo? "I sussidi - sottolinea Gianni Riotta sul Corriere della Sera - che i Paesi ricchi concedono, in cambio di voti, alla propria agricoltura". Da che mondo è mondo questo si chiama "protezionismo". Gli Stati Uniti e l’Europa tentano di evitare la globalizzazione totale, che metterebbe parte della propria economia in difficoltà. Le conseguenze sono positive per i Paesi poveri? Tutt’altro. "Quando infatti l’Unione Europea ha approvato nuovi sussidi alla produzione di zucchero - continua Riotta -, le cooperative agricole delle donne povere in Senegal hanno chiuso i battenti, disperate". Chi rappresenta allora Bovè? Gli "egoisti" europei o i "disperati" africani? La risposta ci appare scontata. Tutte queste considerazioni vengono però offuscate dall’ideologia no global, che libri, televisioni e giornali amplificano molto spesso acriticamente. Basta infatti che Bovè vada all’assalto di un McDonald’s per sembrare un amico dell’umanità. "Se è contro gli States, sicuramente sarà un filantropo": questo il riflesso pavloviano degli antiglobalizzatori. La realtà, però, come si è visto, è diversa. Ma, in fondo, ai no global cosa interessa? Loro sono lì "per protestare, mica per governare". Se i processi di globalizzazione possono servire ad aprire un circuito virtuoso di ricchezza anche per i poveri del Terzo Mondo, tutto ciò è secondario, visto che di mezzo ci sono gli Stati Uniti. I Paesi poveri vogliono stare nel mercato e raccogliere i primi frutti per loro positivi della globalizzazione? "Ma va là, non sanno quello che fanno", pensano gli arroganti no global. "Dovunque è andata l’America ha portato sfruttamento, guerre". "Yankee go home!". Se i rappresentanti dei Paesi poveri cercano di spiegare che quasi quasi è meglio lo sfruttamento della miseria perenne, i no global si indignano: "State zitti, sottosviluppati!". Sanno loro come portare il Paradiso in terra in tutto il mondo. Come? Ma è chiaro: sventolando le bandiere del Che Guevara; leggendo i libri del "cattivo maestro" Toni Negri; organizzando la guerriglia per le strade. Bandiere già sventolate, ideologi già ascoltati, azioni di lotta già viste. Quando? Ma naturalmente negli anni "formidabili" della contestazione sessantottina. E nei tragici (soprattutto in Italia) anni Settanta. "Bugie, il nostro è un movimento nuovo!": già le sentiamo le critiche dei no global. Eppure il loro nemico è lo stesso: il capitalismo, oggi in forma globale. Lo spauracchio lo stesso: gli Stati Uniti d’America. Le icone le stesse: Che Guevara, Toni Negri. Con l’aggiunta della giovane Naomi Clein, le cui idee però ci appaiono assai datate. Gli amici, gli stessi: i Paesi del Terzo Mondo, antidemocratici e terroristi, Palestina in testa (la kefiah non passa mai di moda). Manca all’appello solo l’Unione Sovietica, ormai defunta dal 1989. Basta questo breve parallelo per capire che il filo rosso che lega i movimenti di allora a quello attuale è sempre lo stesso: il comunismo, il marxismo, il terzomondismo di sinistra, il pacifismo a senso unico (cioè antiamericano). La storia qualche volta non è maestra di vita. I no global purtroppo lo dimostrano. E per questo li "invidiamo": che bello non far tesoro dei propri errori, che bello far finta che nulla sia successo, che bello continuare a leggere libri già letti. Che bello rifare guerriglie già raccontate dai padri. Noi invece ci ostiniamo a rimetterci in gioco ogni giorno, lavoriamo senza aspettare sussidi statali, l’unica guerriglia che facciamo è quella sui giochi elettronici. Tutto ciò in fondo costa fatica, fa riflettere, è difficile da sopportare. Come sarebbe più bello avere la verità in tasca, parlare con arroganza, giocare a fare gli antagonisti anche di se stessi. Poca fatica, più certezze. Ma noi non siamo fatti per questa "bella" vita. È il nostro tormento e la nostra felicità. Facciamo tesoro della lezione di Goethe. Ma anche di quella del grande economista Werner Sombart, che scriveva: "Chi si toglie per un istante gli occhiali marxisti rimane dapprima abbagliato dalla ricchezza del mondo e scorge un variopinto gioco di forze, dove prima aveva visto un uniforme, monotono grigiore".

    Massimiliano Mingoia


    NO GLOBAL A FIRENZE: INUTILE SFIDA?
    Nuove strategie per vecchia storie nel Social Forum dominati dai neo comunisti.

    Il sipario è calato sul Social Forum che ha, letteralmente, investito una Firenze terribilmente deserta, vuota e spaventata come mai si era vista dai tempi della guerra. Prudentemente alloggiato in un area esterna del capoluogo toscano, Lastra Signa, ho raggiunto quotidianamente il centro cittadino in taxi, uno dei pochi che trovavo disposto a portarmi nell’area della manifestazione nella speranza di non rivedere le terribili scene da inutile guerra civile della Genova del 2001. Carlo Giuliani e il ricordo della sua morte violenta, dicevano alcuni, è stato "cancellato" o meglio "sublimato" dal pacifico svolgersi della manifestazione che ha visto centinaia di migliaia di persone presenti che sembravano usciti da film quali Hair nel loro singolare neo-hippysmo modaiolo che vuole mettere, anche con la violenza, fiori nei cannoni di non si sa ben chi. Come durante il periodo dell’intervento americano nel Vietnam, anche qui la gente sfilava e cantava, si fumava un enorme quantitativo di droga, si discuteva sul "sesso degli angeli" senza ovviamente arrivare a una qualsiasi soluzione dei problemi che attanagliano il mondo. Un cartello, reso noto dai Media, tra i tanti che si potevano leggere era simpatico quanto assurdo e suonava come " I giovani non fanno più l’amore" e tra gli infiniti luoghi comuni ( non di qua non di là...) che ho letto e sentito era il più intelligente: meglio quest’assurdità dei tanti figli di papà travestiti da dubbi ribelli ( e tra qualche anno irriconoscibili dietro la scrivania dell’Azienda del genitore in tutt’altro ruolo dirigenziale ...) con le loro kefiah che inneggiavano ad una Intifada e a una Palestina "Libera" e "Islamica" o di chi rispondeva alle mie domande sul perché e sul come con frasi stonate come un rap di Lorenzo "Dalai Jovannotti" Cherubini in bilico tra il Che e il Papa, tra Demonio e Santità ma sempre con un occhio alla stella rossa che fa tanto tendenza oltre che portafoglio. Questa manifestazione, che di certo ha sollevato coloro che si aspettavano un altro esempio di guerriglia urbana, ha anche dimostrato l’estrema docilità e la dipendenza di queste masse agli "ordini" palesi ed occulti di chi li manovra e cioè quello strano miscuglio ideologico tra neo-comunismo, marxismo all’acqua di rose, leninismo e maoismo retrogrado tipico di coloro che, ciechi dinanzi al fallimento palese di tali ideologie, desidera a tutti i costi un nemico da combattere per mantenerle in vita. Che sia poi una distopia è irrilevante. La "Lotta di Classe" che tanto ha straziato la nostra Italia è un vero e proprio rimpianto tra i comunisti di ieri come Bertinotti o Cossutta e i disobbedienti che pare a questi obbediscano molto volentieri. E se qualcuno si illude che basterà il loro servizio d’ordine, efficiente come non lo si poteva immaginare nella Genova del G8, si tolga quest’idea dalla testa: il Masaniello veneto Casarini ha già dichiarato pubblicamente che la tranquillità che ha imperato quasi totalmente nella città di Firenze altro non è stata che una semplice tregua e che la prossima volta sarà forse differente. A cosa è servita una manifestazione tanto triste quanto un Festival di Rifondazione? A nulla, ovviamente. I fiorentini si sono barricati in casa, i negozi erano chiusi e i partecipanti hanno dimostrato non agli altri bensì a se stessi e, al limite, ai Media che da una parte volevano il sangue per la strada e altri che obbedivano al "diktat" dei caporioni che avevano optato per un pacifismo di maniera. E la guerra? L’unico a mio avviso che avrebbe potuto avere il sacrosanto diritto a dichiararne l’orrore era Gino Strada di Emergency che a suo tempo avevo conosciuto e che purtroppo ha preferito scendere a patti con i più tristi luoghi comuni pur di mantenere la sua struttura, nobilissima e rara, all’interno di quei binari che forse oggi ne hanno fatto un altro servo di quei padroni occulti che spesso e volentieri ci sforziamo di non vedere. Sua Santità il Dalai Lama Tenzin Giatsò che ho avuto l’onore e il piacere di conoscere mi disse una frase che per lui è un fondamento politico terribile quanto realistico e quindi necessario: la Pace è un percorso luminoso che deve necessariamente avere due parti mentre diventa resistenza quando solo una di queste la desidera. Nulla di più terribilmente vero e detto da un uomo che ha vissuto sulla propria pelle l’imperialismo comunista che fece pagare a carissimo prezzo il desidero di pacifica convivenza del Tibet ma che mai i "ribelli di ieri e di oggi" si sono mai sognati di tutelare, proteggere nè tantomeno manifestare. E la guerra, come sempre la Storia purtroppo ci insegna, continua e continuerà con i suoi maledetti tragici epiloghi di morte e distruzione ma per loro, per questi falsi ribelli tutti casa e Centro Sociale ci sarà sempre una differenza: le guerre degli altri sono e saranno sempre contestabili, le loro e quelle dei loro alleati e padri no. E allora la cosa cambia e di parecchio: perché non ci sono state manifestazioni del genere per le stragi della Cambogia di Pol Pot, per lo sterminio dei Tibetani, per i genocidi dell’ URSS, per l’invasione dell’Afghanistan da parte dei comunisti di Mosca? Perché quando il precedente governo di sinistra annunciò, in accordo con un’ opposizione costruttiva come non mai e coerente con sé stessa, l’offensiva contro la Serbia che vedeva l’Italia in un ruolo logistico fondamentale, perché nessuno ha manifestato granché? Perché le bandiere della Sinistra non hanno sventolato al vento di manifestazioni "oceaniche" tra tamurelli e arghilè puzzolenti cercando una pace che non lo è mai se è solo univoca? Perché anche i No Global sono esempio contraddittorio di una "moda" politica e di una cecità rara, un misto tra business inconsapevole e illusione, voglia di trovare qualcosa a cui aggrapparsi per non morire di una depressione voluta dall’evidente fallimento delle loro stesse idee al punto di manifestare un pensiero che non gli appartiene e che non serve a nulla. Alla fine, terminate le passeggiate e riposte le bandiere con la stanca faccia del Che, spenti gli amplificatori dei concerti e fugati dal vento i fumi delle "canne" è rimasto quello che troviamo dopo una qualsiasi partita di calcio o esibizione live di qualche megastar della musica Pop: rifiuti dappertutto, pisciate contro i muri, scritte in ogni dove, qualche vetro rotto e tanta tristezza. E tanto per citare quella Fallaci che gli islamici vorrebbero lapidata sulla pubblica piazza e i suoi ex amici comunisti bruciata sul rogo dell’eresia mi vengono in mente quelle brucianti parole di quella blasfema preghiera che dicevano i soldati americani in Vietnam " Perché non serve a niente, non è mai servito a niente. Niente e così sia".

    Fabrizio Bucciarelli

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • OGNI IRACHENO E’ UN CAMERATA: STESSA TRINCEA, STESSA BARRICATA! O QUALCOSA DEL GENERE…
  • OSIMO: UNA VERGOGNA RIMOSSA O UN’ONTA DA CANCELLARE?


    OGNI IRACHENO E’ UN CAMERATA: STESSA TRINCEA, STESSA BARRICATA! O QUALCOSA DEL GENERE…

    Quanto detto sull’Islam visto da destra può essere in qualche modo collegato all’ipotesi di una nuova guerra del Golfo. No all’aggressione americana all’Iraq, no all’attacco militare spinto da interessi petroliferi e mascherato da azione preventiva. L’insofferenza verso gli Usa visti come un nemico imperialista non si trova solo nella sinistra veteropacifista, ma anche tra le file dell’estrema destra o, se si preferisce (so che lo si preferisce…), dell’area nazional-popolare. Nell’ultimo numero del mensile "Avanguardia" si parla ad esempio della "prosecuzione della politica imperialista di aggressione degli Stati Uniti che dopo aver violato l’autodeterminazione dell’Afghanistan, permesso il genocidio del popolo palestinese, si apprestano a cancellare definitivamente la realizzazione nazionale e socialista di Saddam Hussein". La posizione del periodico è piuttosto singolare ed esasperata. Più sfumate ma altrettanto critiche nei confronti dello Zio Sam sono le espressioni dei movimenti della destra radicale. Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova precisa: "Noi siamo molto preoccupati dalla minaccia dell’integralismo islamico, ma l’Iraq è in questo senso il Paese meno pericoloso, visto che è anzi l’unico a concedere libertà di culto ai cristiani". L’atteggiamento americano insomma "è totalmente ingiustificato e rientra nel concetto di azione preventiva sostenuta da Israele. Se la guerra dovesse scoppiare scenderemo immediatamente in piazza davanti all’ambasciata statunitense". Anche per Adriano Tilgher, leader del Fronte sociale nazionale, "questa è una guerra di terrorismo internazionale per il controllo dei ricchissimi pozzi petroliferi iracheni. Lo dimostra inconfutabilmente la risposta di Putin, dettosi disponibile all’intervento in cambio dell’affidamento alla Russia della gestione del 50 per cento delle risorse energetiche irachene". Dal canto suo un altro esponente di spicco dell’ambiente, Pino Rauti, presidente del Movimento sociale Fiamma Tricolore, di cui è segretario Luca Romagnoli, avverte: "Baghdad non è Kabul: in caso di intervento il controllo del territorio sarebbe ben più complicato. L’Iraq rischia di diventare un nuovo Vietnam". E il quotidiano della Fiamma "Linea", fa notare: "nessun governo italiano, sia esso di destra o di sinistra, si è mai potuto permettere di votare contro le direttive di Washington". "Questo avviene - sostiene l’editoriale - non solo perché l’Italia fa parte della Nato ma perché questo è un Paese che vive ancora col riflesso condizionato di una nazione a sovranità limitata". Dunque c’è anche a destra, o in quel luogo al di là della destra e della sinistra come qualcuno ha il vezzo di dire, una netta opposizione all’intervento militare contro l’Iraq e si riscontra un rinvigorito antiamericanismo. E sentir parlare certi gruppi di imperialismo Usa risulta piuttosto stridente rispetto al nuovo trend di Alleanza nazionale con il suo volto conservative d’importazione a ricordarci che "siamo tutti americani". Ma anche dentro An, soprattutto tra i giovani, c’è chi ha qualche puntualizzazione da fare e siccome non gli si dà grande ascolto ti organizza una conferenza con Cardini l’anniversario dell’11 settembre. Insomma le contraddizioni ci sono anche in questo ambito e noi, perfidi, soffiamo sulla fiamma, finché resterà al suo posto.

    Fabio Pasini


    OSIMO: UNA VERGOGNA RIMOSSA O UN’ONTA DA CANCELLARE?

    Il 10 novembre 1975 nella villa Leopardi Dittaiuti di Monte san Pietro vicino ad Osimo (AN) furono firmati da Mariano Rumor e Milos Minic il Trattato sui confini e un Accordo economico fra Jugoslavia e Italia. La loro approvazione definitiva avvenne il 17 dicembre 1976 alla Camera e il 24 febbraio 1977 al Senato. Il trattato, che nasceva in un quadro politico molto complesso e dominato dalla ricerca di nuovi equilibri fra i partiti maggiori, fu approvato dopo vari giorni di dibattiti alla Camera con 349 voti favorevoli, 51contrari, ma ben 230 deputati non parteciparono alla votazione; al Senato con 211 voti favorevoli, 15 contrari e 96 non votanti. La ratifica della firma e l’applicazione del trattato fu possibile quindi grazie a una cospicua fetta di parlamentari Don Abbondio. E’ vero che ..uno il coraggio non se lo può dare…, ma senza il coraggio delle proprie azioni non è nemmeno dignitoso per sé e decente verso gli altri farsi eleggere in Parlamento. La tragica vicenda delle terre dell’altra sponda del mar Adriatico giunse ad una conclusione politica. Dopo di che si assistette ad un processo di rimozione storica che dura ancora oggi. Gli italiani di Istria e della Dalmazia che sono stati negli anni 1943-45 torturati, massacrati, infoibati per una atroce "pulizia etnica", e che almeno in 350.000 hanno scelto l’esilio per non rinnegare la loro italianità e non diventare comunisti jugoslavi, con il trattato di Osimo sono stati ulteriormente offesi e non da un paese nemico, ma da quella che hanno voluto fortemente chiamare patria. Nel frattempo Trieste ha subito dei forti danni sul piano economico, ambientale e socio-demografico. Ha vinto la ragion di Stato. Però i politici d’allora sono stati anche miopi oltre che insipienti, in quanto hanno dimostrato di non saper leggere, in una prospettiva neanche tanto lunga, quanto stava avvenendo. Come era possibile non capire che i fatti d’Ungheria del ’56 e di Cecoslovacchia del ’68 non erano isolati, ma si inserivano in una situazione di grave malessere ed erano indizio di profonde crepe che si andavano formando nel blocco sovietico? Possibile che i politici non sapessero quello che appariva chiaro anche ai turisti, cioè che la Jugoslavia rimaneva unita e tranquilla solo perché si reggeva sul carisma e , diciamolo pure chiaramente, sul pugno di ferro del regime instaurato da Tito? Morto Tito la Jugoslavia si è frantumata ed è sprofondata in un bagno di sangue. Da quella vergognosa firma sono passati 27 anni e qualche voce, purtroppo inascoltata, chiede che almeno se ne ridiscuta, che l’Italia dimostri di sapere e potere agire sulla base del suo interesse nazionale. Oggi le condizioni sono profondamente mutate nello scenario europeo. Il muro di Berlino è crollato, L’U.R.S.S. si è dissolta, gli stati satelliti sono diventati stati nazionali. Nella penisola balcanica dopo la fine del ’90 abbiamo avuto la nascita delle repubbliche indipendenti di Croazia, Slovenia e Macedonia nel 1991, la Bosnia-Erzegovina e la Repubblica federale formata da Serbia, Montenegro e dalle provincie del Kosovo e della Vojodina nel 1992. La guerra è divampata furiosamente in Bosnia-Erzegovina dal ’92 al ’95, la guerra del Kosovo tra il ’98 e il ’99 è stata drammatica e sanguinosissima, Milosevic è stato arrestato ed è in corso il processo. Tutto questo ripropone il problema dei rapporti fra l’Italia e le repubbliche della ex Jugoslavia, specie con la Croazia e la Slovenia. Perché allora non rinegoziare anche il trattato di Osimo? E’ ovvio che si tratta di cercare nuove strade, ma è possibile non sentire la voce dei superstiti, delle loro associazioni e non dare risposte più decorose e rispettose a chi ha tanto sofferto con dignità e coraggio per la volontà e l’orgoglio di essere italiani?

    Pierangela Bianco

Il nostro è un periodico d’opinione, d’opinione politica, e di riflessioni. Per questo qualche volta non siamo del tutto tempestivi, preferendo tornare su situazioni ed avvenimenti con uno sguardo più pacato. Nonostante ciò, alla ripresa dalle vacanze estive, cercheremo d’essere più puntuali nelle nostre uscite, proprio per rendere un servizio più attento e preciso. Ci aspettiamo anche una sempre più attiva partecipazione dei lettori, perché Barbarossaonline si costruisce con lo scambio di idee e posizioni di tutti. Ma Barbarossaonline vuole essere sempre più presente ed incisivo. Perciò sta già organizzando per l’autunno un numero speciale sulla cultura della Destra, con la speranza di poter riuscire in seguito a concretizzarlo in un Convegno.

Barbarossa




DOVE VA LA DESTRA ITALIANA?

Siamo in molti a chiedercelo: dove va la Destra italiana? Sgomberiamo il campo da alcuni dubbi ed equivoci, prima di tutto. Quando parliamo - qui - di Destra in Italia non parliamo della Casa delle libertà. 0 meglio: parliamo dell’unico vero partito di Destra che fa parte della Casa delle libertà, cioè AN. Gli altri sono partiti di centro o al massimo di centro-destra. E in questo caso non parliamo di Destra italiana neppure facendo riferimento alle altre posizioni politiche che vanno da Forza Nuova al MSI Fiamma Tricolore sino alla galassia dei vari movimenti.
Ovvio,no? Neppure tanto, tenuto conto del linguaggio improprio usato dalla stampa. E non si tratta di rivendicare posizioni o primogeniture, ma di chiarirci una volta per tutte. Allora: dove va AN? Perché si avverte sempre più un certo scollamento fra le scelte della struttura del partito e quella che una volta era chiamata la base. Portiamo solo due esempi.
Prima di tutto la scelta di posizione nei confronti del problema israelo-palestinese. La presidenza del partito è decisamente filoisraeliana; le dichiarazioni di Fini, la sua volontà di recarsi in Israele, le mani tese costantemente mostrate, sono all’ordine del giorno. Non entriamo nel merito della scelta di campo, ma gli iscritti, i militanti, che ne pensano? Basta scorrere le email che giungono nelle mail list di Destra per avvertire quello che dire disagio è dire poco. I giovani iscritti ad Azione Universitaria e ad Azione Giovani inondano di messaggi la rete. Certo non quella ufficiale, controllata dal partito. Si va dall’aperta condanna, alla dichiarazione antiisraeliana dai toni sempre più accesi, sino a giungere a ironiche assimilazioni tra il colore celeste del simbolo del partito e quello della bandiera israeliana o alla definizione del nuovo simbolo di AN, dove al posto della fiamma tricolore c’è una stella di David! Intemperanze giovanili? Retaggio di un atteggiamento vetero fascista antiebraico? Può darsi, ma non è tacendo su tutto ciò che si risolve un dissidio aperto.
Altra questione è il finanziamento ai partiti. Fini e la dirigenza del partito vengono attaccati duramente per aver dimenticato il referendum di qualche anno fa, per aver sottoscritto insieme alle altre forze politiche un aumento di denaro pubblico - ancora una volta non entriamo nel merito della questione ma ci limitiamo ad evidenziare il fatto - che ha sollevato un mare di critiche.
Il fatto è che se stare nella Casa delle libertà ha permesso di giungere nella stanza dei bottoni, il prezzo che si sta pagando è, a dire di molti, troppo alto. AN sta perdendo identità? AN sta diventando sempre più liberista, più "berlusconiana"? Anche Mario Segni, che con AN tentò anni fa l’avventura dell’Elefantino (qualcuno se ne ricorda?) in un’intervista al Corriere della sera del 23 luglio scorso, a proposito del presidenzialismo voluto dalla maggioranza ha dichiarato :"AN non si rende conto che il modello francese comporta la sua uccisione politica: ammazza il bipolarismo, fondamentale per la sopravvivenza di una forza di destra. Il presidente può fare e disfare i governi mentre AN ha bisogno vitale di avere un ruolo. Voglio sperare che non abbia perso il senso dello Stato fino ad annullarsi pur di fare un piacere a Berlusconi".
Insomma dove va AN? Stiamo avviandoci verso il partito unico? Certamente no, almeno non per ora. Certamente i vertici del partito sanno quello che fanno e quali rischi si corrono, ma il timore che ad essere troppo furbi, a giocare d’astuzia per ricavare il massimo vantaggio, si possa perdere la propria identità è reale.
Il discorso è meno semplice e meno indolore di quel che possa sembrare. Cos’è AN oggi? E’ un partito che ha una solida base proveniente dall’ex MSI, con i suoi valori, con la sua storia (ricordiamo il polverone che si è sollevato quando qualcuno parlò di togliere la fiamma tricolore come simbolo?); ma è un partito che cresce grazie ad un elettorato che con il MSI non ha avuto mai nulla a che fare, anzi spesso, precedentemente, era su posizioni antitetiche. E’ nata una grande Destra che è diversa da quella storicamente formatasi ed è tanto vero e sentito che AN tiene, anzi cresce; segno che l’elettorato nuovo se ne frega (ohibò, un’espressone fascista…) della vecchia storia del MSI, dei saluti romani e degli "A noi!": un odore di nostalgia che si cerca di cancellare con robuste spruzzate di deodorante berlusconiano... Ora non sembra molto facile guardare ad una nuova Destra che perda i propri valori, che li annacqui con nuove scelte che tradiscano le radici di un passato che è la sua ragion d’essere. Ciò non vuol dire essere nostalgici, ovviamente, ma "rinnovare senza rinnegare", quante volte è stato detto. La nuova Destra non può prescindere dalla sua storia, dalle sue radici, dalla sua identità : non può svendersi, ma neppure arroccarsi su posizioni antistoriche.
I valori della Destra, radicati nella storia dell’Italia; la cultura della Destra, espressa attraverso un humus non solo letterario o esoterico; la sua attenzione verso il sociale, ma non verso concezioni populistiche cosa hanno a che fare con una cultura del mercato, dove l’uomo è visto solo come consumatore, come portatore di audience, come numero, come espressione quantitativa? E’ ancora una volta una questione di cultura, ma se a queste domande non diamo una risposta, vivremo sempre in questa doppiezza, in questa mancanza di chiarezza, in questo vivere alla giornata, con un colpo ora al cerchio, ora alla botte.

Antonio F. Vinci

Lettera al direttore - Numero 10

Ci siamo già occupati, in modo specifico, in altri numeri delle donne di AN. Ce ne occupiamo anche in questo di due in modo particolare, Silvia Ferretto e Cristiana Muscardini (cfr. News). Ora è con grande piacere che riceviamo e pubblichiamo in Primapagina questa lettera di Silvia Ferretto, la Giovanna d’Arco di AN in Lombardia. La Ferretto è un autentico vulcano di iniziative, mozioni, ordini del giorno; ora sta raccogliendo migliaia di firme per lo scioglimento del partito islamico italiano fondato da Adel Smith e la non concessione dell’8 per mille alle associazioni islamiche. In pochi giorni ha raccolto migliaia di firme.


Lettera al Direttore
L’art. 8 della Costituzione garantisce la libertà di culto e di organizzazione di tutte le confessioni religiose diverse dalla cattolica in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. Il problema si pone quando in discussione non c’è la libertà di culto - ovviamente indiscutibile - bensì quella di poter utilizzare la religione per imporre le proprie leggi e le proprie consuetudini. La profonda commistione esistente tra regole religiose e leggi dello Stato è pericolosa e lo è ancor di più quando la religione è fondamentalista e prevede a tutt’oggi, come quella islamica, la guerra santa come strumento di dominazione. L’istigazione alla violenza presente in molte "sure" (versetti) del Corano trova la sua drammatica ed attuale applicazione nella sharia. Nei paesi musulmani in cui viene applicata la legge islamica, le donne, anche se incinta, possono essere condannate a lapidazione o fustigazione, ai ladri vengono tagliate le mani, gli omosessuali sono condannati a morte e i gli "infedeli" perseguitati. La teocrazia islamica è assolutamente intollerante, non ammette l’inosservanza e utilizza ancora oggi la violenza come metodo "educativo". I musulmani, oltre a rifiutare un qualsiasi tipo di integrazione, sono visceralmente contrari ad ogni forma di reciprocità e considerano un dovere imporre le proprie leggi ovunque. Il capo della Chiesa Cattolica ha espressamente e ripetutamente condannato gli errori commessi nei secoli passati dai cristiani. Nel mondo musulmano questo non è mai avvenuto e ancora peggio le violenze continuano ad essere perpetrate e giustificate. La sharia, sebbene segretamente, viene applicata anche da noi. Da un convegno organizzato dalla provincia di Roma, è emerso che sarebbero più di 10.000 le bambine infibulate In Italia. Adel Smith, il fondatore del partito islamico italiano, dopo aver dichiarato che "l’attacco alle torri gemelle non si può definire terrorismo a meno che non si definiscano allo stesso modo le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e l’appoggio USA allo stato aggressore di Israele" e che "Ci sono anime di cui è lecito versare il sangue", ha anche aggiunto che "quando gli immigrati avranno il diritto di voto imporrà in Italia le regole di vita musulmane". La conclusione del suo discorso chiarisce ulteriormente il suo pensiero: "Noi non crediamo nella democrazia, perché l’Islam non è democrazia. E’ teocrazia, è un "tuttuno": fede e politica…prima della fine del tempo del giudizio anche Roma sarà conquistata dall’Islam". Ricordo, se ciò non bastasse, che Smith ha deliberatamente e ripetutamente offeso la Chiesa Cattolica ed i suoi più alti rappresentanti, definendo il crocifisso "un cadaverino in miniatura" e l’eucaristia "un rito antropofago". Alla base della civile convivenza deve esserci rispetto e finché la comunità musulmana non rispetterà le altre confessioni religiosi credo che l’intesa non sia possibile. La Sharia afferma dogmi e principi in netto contrasto con la nostra Costituzione e con la Convenzione dei Diritti dell’Uomo: i suoi pilastri fondamentali, la disuguaglianza fra uomo e donna e quella tra musulmani ed infedeli, sono concetti totalmente estranei ai principi del pluralismo democratico che devono invece caratterizzare la partecipazione politica e la libertà pubblica. Se la nostra risposta all’11 settembre è la concessione dell’8 per mille alle associazioni islamiche allora credo che si tratti non solo di una follia ma anche di un segnale fortemente equivoco e sia assolutamente prematuro e pericoloso, almeno fino a quando non ci saranno sufficienti garanzie che, come hanno dichiarato anche alcune associazioni islamiche, questi soldi non rischino di andare a finanziare anche la jihad (guerra santa) così come le mutilazioni sessuali eseguite clandestinamente in Italia o la stampa di pubblicazioni di insulti e bestemmie contro la religione cattolica ed il Santo Padre. Mi sembra che ci siano tutti gli estremi per rilevare la violazione della legge 205 del ’93 che vieta la costituzione di qualsiasi organizzazione che inciti alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali etnici nazionali e religiosi. Sono queste le motivazioni principali per le quali abbiamo indetto una petizione popolare, contro il fanatismo islamico, dando così la possibilità a tutti i cittadini, che temono di veder calpestati i loro diritti civili, politici e religiosi, di far sentire la propria voce.

Silvia Ferretto Clementi
Consigliere Regionale di AN
(Presidente Commissione Cultura Regione Lombardia)

Riportiamo l’ articolo sul Congresso di AN a Milano, in preparazione del Congresso di Bologna, scritto da Carlo Fidanza, Presidente provinciale di AG. Anche se potrà sembrare ormai datato, ci sembra che rivesta un’importanza documentale degna di nota.



DOPO I CONGRESSI PROVINCIALI: LA DESTRA SOCIALE VERSO BOLOGNA

Si è da poco conclusa la tornata congressuale milanese di Alleanza nazionale con l’elezione dell’On. Gamba alla Presidenza della Federazione cittadina e dell’On. Alboni alla Presidenza della Federazione Provinciale.

In entrambe le assisi la Destra Sociale, la componente che a livello nazionale fa riferimento al Ministro Alemanno ed al Presidente Storace, ha contribuito in maniera cospicua all’affermazione dei candidati di Destra Protagonista (corrente che fa capo a Ignazio La Russa), in alternativa a quelli della componente Nuova Alleanza sostenuti da Muscardini, Servello e Borsani.

Il sottoscritto, con l’Assessore Frassinetti ed i tanti altri quadri e militanti della Destra Sociale, ha scelto di dare fiducia a quella classe dirigente che negli ultimi anni ha favorito la crescita e la progressiva acquisizione di ruoli istituzionali di prestigio per AN a Milano e provincia.

Certamente un percorso irto di difficoltà, magari contrassegnato da qualche fisiologico errore di valutazione o di gestione, sicuramente un percorso migliorabile. Di contro però l’alternativa non era un percorso, era un cartello congressuale che nasceva dalla sommatoria di rivendicazioni personalistiche e non da una progettualità realmente alternativa in termini di contenuti e proposte.

Da sempre all’interno di AN la Destra Sociale è la componente più attenta alla definizione dei contenuti dell’azione politica: non potevamo di certo rinunciare a questa peculiarità per avallare le esigenze di visibilità di qualche dirigente che invece, quando in passato c’è stato da confrontarsi duramente nel merito delle proposte, è sempre rimasto coperto ed allineato dietro le trincee di una finta opposizione.

La Destra Sociale milanese ha avuto da questi congressi una giusta visibilità, si è ritagliata un ruolo di soggetto credibile nella conduzione del Partito, nella ridefinizione del suo assetto organizzativo ma, ancor più, nella definizione della linea politica.

L’alleanza con Destra Protagonista ha premiato perché fondata su una comune militanza, su una condivisione di idee e prospettive di rafforzamento del Partito.

In questo senso anche l’adesione di Azione Giovani, pressoché assoluta pur nel quadro di quell’autonomia del mondo giovanile di cui da sempre siamo i principali sostenitori, si è rivelata importante, forse anche più del pur buon dato numerico.

Il contributo di Azione Giovani è stato, forse per la prima volta, interamente recepito dai nuovi Presidenti Provinciali, il che ci rafforza nella convinzione di poter intraprendere un comune percorso di crescita che veda il Partito impegnato maggiormente nella valorizzazione del mondo giovanile, tanto come potenziale fucina di classe dirigente quanto come elemento fondamentale per radicare il consenso della Destra nella società.

E’ anche con questo spirito che la Destra Sociale si presenta all’appuntamento congressuale di Bologna, consapevole di rappresentare istanze profonde e radicate, sia in termini politici che organizzativi.

Ci impegneremo affinché AN esca da Bologna con la convinzione rafforzata di poter incidere ancor più nelle politiche di governo della CdL, determinando ad esempio la riforma del Welfare in senso comunitario, la ripresa del dialogo sociale a partire dallo "Statuto dei Lavori" e dall’ampliamento delle tutele per tutti quei lavoratori atipici che il sindacato confederale (in particolare la CGIL) non è in grado di rappresentare, la rivoluzione partecipativa nel mondo dell’impresa.

Accanto alle nostre tematiche sociali di sempre, che oggi assumono nuova forza in una fase in cui sono tornate di moda le pallottole come strumento di risoluzione dei conflitti sociali, dovremo rilanciare la battaglia per le riforme istituzionali, la democrazia diretta ed il presidenzialismo come necessario compendio al progetto di devoluzione.

Un accento forte dovremo tornare a porre sulla libertà della cultura e sul sapere critico, rilanciando con coraggio l’iniziativa per il pluralismo editoriale nella scuola, per la parità scolastica; dovremo dotarci finalmente di una politica culturale di ampio respiro che si sviluppi da un lato all’interno, attraverso una scuola di formazione dei quadri, dall’altro all’esterno con centri studi e "think tank" in grado di supportare la nostra azione di governo.

Siamo chiamati a rivedere l’assetto organizzativo interno, rimarcando la scelta partecipativa, ed anzi estendendola anche all’elezione del Presidente Regionale, procedendo quindi nel senso di una regionalizzazione responsabile del Partito; d’altro canto si dovrà procedere alla ridefinizione, o forse all’eliminazione, dei circoli ambientali che si sono sviluppati in questi anni in palese contrasto con la logica di Fiuggi che invece li introdusse.

In sostanza, costruire un Partito ben strutturato, un Partito agile e "messo in rete", cioè in grado di far circolare tutte quelle energie positive e quelle realizzazioni che ne contraddistinguono da anni l’azione sul territorio.

Un Partito politicamente evoluto, in grado di incidere profondamente sui prossimi scenari nazionali ed europei; una Grande Destra di popolo che torni a volare alto.

Carlo Fidanza

An, al congresso milanese torna il duello La Russa-Servello

La Russa contro Servello. Passano gli anni ma nel prossimo congresso provinciale di Alleanza nazionale (3-4 marzo) verrà riproposto un duello già visto. Il giovane leader della "destra protagonista" milanese contro il vecchio leone del Msi. Certo, qualcosa cambia negli schieramenti politici di An a Milano. La "destra protagonista" ha stretto un accordo con la "destra sociale". Gli ex rautiani, ora seguaci di Alemanno, voteranno i candidati di Ignazio La Russa: per la presidenza cittadina Pierfrancesco Gamba, per la presidenza provinciale Roberto Alboni, entrambi parlamentari. Insomma, le due correnti che negli ultimi anni se le sono date di santa ragione (non solo in senso metaforico, basti chiedere alle rispettive componenti giovanili), ora si trovano unite in un’alleanza tutta politica. La "destra sociale" sembra però in una fase di disintegrazione. Un esempio per tutti: Beppe Nanni, rautiano storico, è passato con La Russa. Anche in Azione Giovani, guidata dall’alemanniano Carlo Fidanza, tira aria di spaccatura. Alcuni infatti non accettano l’alleanza "innaturale" con "destra protagonista". E guardano all’altro schieramento in campo al congresso. Quello unito sotto le insegne di "Nuova Alleanza", la neo-corrente nazionale nata dall’accordo tra Franco Servello, Adolfo Urso e Domenico Nania. A Milano però sono proprio gli uomini di Servello a guidare lo schieramento anti-larussiano. Ad affiancare il senatore ci saranno i fidati Carlo Borsani (assessore regionale alla Sanità) e Cristiana Muscardini (capogruppo al parlamento europeo). Servelliani della prima ora. "Nuova alleanza" candida Michele Puccinelli e Edda Ceraso, rispettivamente alla presidenza cittadina e provinciale. Chi vincerà? Sulla carta i numeri dicono "destra protagonista". Ma in un partito che ultimamente sconta la disaffezione di parecchi militanti bisognerà vedere quanti dei 2000 iscritti andranno a votare al congresso. Una cosa è certa: ai vecchi missini sembrerà di essere tornati ai tempi dei congressi in cui La Russa e Servello si scontravano all’ombra della fiamma. Vecchi tempi, pre-Alleanza nazionale. Quando il giovane politico in ascesa sfidava l’anziano leone missino.

L’Apota

Filmati inediti sul g8 - Numero 07

FILMATI INEDITI SUL G8
Mi era giunto questo messaggio dal dott. Enrico Aimi di AN circa la possibile mia presenza ad una sua particolare iniziativa: un gruppo dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine e del Sindacato Autonomo Polizia desiderava presentare al pubblico i filmati inediti delle giornate del G8, quelli che nessuno aveva voluto o potuto mostrare agli italiani che in ogni caso avevano già ampiamente valutato il "pacifismo" di molti dei partecipanti. La manifestazione di Alleanza Nazionale ha proposto all’ Auditorium della città di Maranello, in provincia di Modena, anche le tematiche legate alla sicurezza in questo specifico caso sottolineando la visione alternativa rispetto quella ufficiale delle sinistre dei fatti che culminarono con i gravi disordini, gli innumerevoli feriti anche tra le Forze dell’Ordine e con la tragica fine del giovane squatter Giuliani ucciso da un carabiniere ferito durante la sua partecipazione al linciaggio dello stesso. Il documentario è ovviamente shockkante per il contenuto fin troppo esplicito, anche proposto da semplici videoamatori abitanti nella zona e non partecipanti alla dimostrazione e riportano le azioni dei cosiddetti Black Block ( oggi ribattezzati " Corvi") contro beni immobili, auto e quant’altro potevano distruggere e ovviamente gli innumerevoli assalti contro sguarniti cordoni di Polizia e Carabinieri, il linciaggio quasi riuscito di un agente donna e molto altro ancora per circa venti minuti di proiezione tutt’altro che facile e che a me rievocava quei momenti terribili proprio perché a Genova in quei giorni ero anch’io presente come giornalista e ho avuto modo di vivere tale esperienza sia da un lato che l’altro della barricata. Il funzionario del Sindacato Autonomo di Polizia ha confermato le convinzioni dei presenti e cioè che il concetto di Sicurezza non appartiene ad un colore o a una singola area politica ma ad una maturità dei vertici dello Stato e delle Istituzioni che, invece di essere affiancate da una opposizione costruttiva, vede determinate aree politiche affermare che le Forze dell’Ordine sono paragonabili alle milizie cilene o di Pinochet quando queste non sono più sotto il loro comando. Tali Forze, il cui personale effettua questa scelta certo non esente da rischi e non in vista di lucrosi stipendi, si ritrova spesso al centro di un mirino che prevede la manipolazione delle naturali energie ribelli degli adolescenti attraverso un percorso di violenza che per alcuni è lecito scaricare su ragazzi e ragazze spesso della stessa età ma con una divisa addosso e con il dovere di difendere quelle genti che certo si ritrovano al centro delle violenze degli stessi figli. Enrico Aimi, Presidente Provinciale di Alleanza Nazionale, sottolinea tale posizione che, inconfutabilmente, non è patrimonio della attuale coalizione di Destra ma triste retaggio di ideologie che permisero quel terrorismo che aveva come obiettivo le istituzioni stesse e in ultima analisi anche gli stessi partiti delle Sinistre meno anacronistiche che avevano in ogni caso la responsabilità indiretta di aver sovvenzionato o almeno tollerato la loro nascita e la loro proliferazione operativa. Tale retaggio, però, non arriva dalle azioni "militari" delle Brigate Rosse o dai sassi o i manganelli dei Black Bloc ma da un senso di illegittimità che una magistratura orientata politicamente a sinistra e figlia del ’68 ha da anni inculcato soprattutto alle frange più estremizzate dei militanti che si sentono in tal modo ancora "protetti"... Forse quando c’è da scegliere, una piccola parte di tali organismi manipolati preferiscono arrestare qualche fan degli Zetazeroalpha piuttosto che un Black Block magari figlio di qualche magistrato ma è anche vero che il rapporto "genetico" tra la Destra e le migliori espressione Forze dell’Ordine e le FF.AA così come l’Arma dei Carabinieri, è ancora e sempre più forte. La lotta eterna tra noi e il Chaos.

Fabrizio Bucciarelli

Barbarossa cresce - Numero 06

Ancora una volta un ritardo nell’uscita del nostro periodico! Non è facile, infatti, essere puntuali, per una serie di motivi: tecnici, organizzativi, di crescita stessa del giornale che ci obbliga a far saltare i tempi in attesa di un articolo in preparazione. Infatti la redazione si sta ampliando, i consensi continuano ad arrivare, ma l’organizzazione fatica ancora un po’ a superare la fase del rodaggio. Nello scusarci con i lettori per questo, vi garantiamo che il nostro impegno continuerà ad essere finalizzato ad una migliore funzionalità di questa macchina.

Intanto segnaliamo la collaborazione di un nuovo amico, "L’apota", che esordisce con un pezzo interessante sulle correnti di AN in vista del Congresso. C’è pure il ritorno di qualche firma già nota e, soprattutto, abbiamo inaugurato una serie di iniziative e di contatti per rendere un servizio nuovo ai nostri lettori: l’aggiornamento e la segnalazione di conferenze, convegni, libri in uscita o in ristampa e la segnalazione di siti di interesse, anche se non sempre legati al mondo della Destra. Barbarossaonline continua, così a crescere. Ricordiamo ancora che siamo aperti alla collaborazione di chi vuole partecipare a questa avventura, con segnalazioni e con articoli, specialmente - ma non solo - nell’ambito di Milano e provincia.

Barbarossaonline ha in animo alcuni progetti che si possono definire sicuramente interessanti (di cui parleremo in seguito), ma - soprattutto - cresce con la partecipazione attiva dei suoi lettori.

Barbarossa

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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