La guerra degli altri - Numero 35

La guerra degli altri - Numero 35

 

In questa pagina il nostro Carlo Montani fa il punto sulla tragedia degli esuli istriani, fiumani e dalmati, con il solito garbo, con la solita competenza, con il solito dolore. La Redazione del Barbarossaonline spera che il Giorno del Ricordo possa essere veramente tale : continuare a ricordare questi nostri fratelli così duramente colpiti, nella speranza che li si voglia veramente aiutare a ricostruire il loro passato deturpato, violentato, massacrato. Che almeno possano avere protezione le tombe dei loro cari.


Salto di qualità

Il 18 gennaio un folto gruppo di esuli istriani, fiumani e dalmati, costituito da 400 persone, è stato ricevuto al Parlamento europeo di Strasburgo, con lo scopo di proporre all’attenzione generale, anche in sede comunitaria, la tragedia degli infoibamenti e delle altre uccisioni indiscriminate degli anni Quaranta, che costarono la vita a ventimila Vittime innocenti, e il dramma dell’esodo, che ha disperso per il mondo non meno di 350 mila persone (senza contare i loro eredi), che sacrificarono tutto, pur di sottrarsi al paradiso titino.

E’ importante che sia stato riconosciuto, una volta per tutte, il genocidio perpetrato a danno del popolo giuliano e dalmata, perseguito attraverso la violenza, e nello stesso tempo, che sia stato accolto il principio di restituzione, o comunque di equo indennizzo dei beni confiscati ad opera della ex Jugoslavia, senza trascurare quello, moralmente ancora più significativo, di adeguata tutela delle tombe italiane dislocate in trecento Cimiteri delle terre trasferite nel 1947 sotto l’altrui sovranità (in parecchi casi, si tratta di sepolcri già cancellati senza alcuna "pietas" per i morti, con atti di vera e propria usurpazione).

L’iniziativa di coinvolgere il Parlamento europeo, ed in prospettiva, la stessa Commissione di Bruxelles, nella protesta degli esuli e nelle loro attese di giustizia, in primo luogo sul piano etico-politico, ha costituito un vero e proprio salto di qualità: non solo perché non era mai accaduto che le Organizzazioni della diaspora portassero il grido di dolore dei profughi e dei loro eredi in sede sovranazionale, con l’avallo delle Associazioni consorelle di vari Paesi (tra gli altri, Germania, Finlandia, Lituania, Stati Uniti, Canada, Australia), ma nello stesso tempo, perché ne è scaturita una visibilità ed una consapevolezza che finora sarebbe stato follia sperare.

Milioni di italiani hanno potuto rendersi conto in maniera più documentata dell’esistenza stessa degli esuli e dei loro problemi: infatti, la dimostrazione di Strasburgo, avallata da numerosi europarlamentari di varie forze politiche, e quindi, da una forte maggioranza trasversale, è stata oggetto di adeguate informazioni in campo televisivo, in primo luogo da parte del TG2, ed in campo giornalistico, a cura dei maggiori quotidiani d’informazione.

Prescindendo da quelle del Triveneto, per ovvie ragioni tradizionalmente più sensibili alla questione giuliano-dalmata, vale la pena di ricordare il grande risalto dato all’iniziativa da testate di massima tiratura, come il "Corriere della Sera", e prima ancora, "Il Sole-24 Ore", che ha abbandonato la tradizionale prudenza, tipica dell’Organo di Confindustria, ospitando nelle pagine mondiali un servizio di grande rilievo, sin dal titolo che richiamava l’appello degli esuli all’Europa, e la loro motivata, e sempre civile protesta.

Bisogna aggiungere che, diversamente da quanto sarebbe accaduto in tempi ancora recenti, il taglio di questi servizi televisivi e giornalistici è stato di apprezzabile obiettività, se non anche di avallo alle attese del movimento giuliano-dalmata: cosa che ribadisce la validità dell’iniziativa, ed il felice intuito delle Associazioni che l’ hanno organizzata (Unione degli Istriani, Associazione delle Comunità Istriane, Libero Comune di Pola in esilio) nonostante il dissenso di altri Soggetti che la stessa stampa d’informazione ha voluto definire sin troppo "moderati", e che tutti gli esuli si augurano possa rientrare.

In tutta sintesi, Strasburgo non è stato soltanto un salto di qualità ma, nello stesso tempo, una svolta epocale nella storia delle rivendicazioni di giuliani, istriani e dalmati, anche per il forte coinvolgimento della volontà politica. Ciò non deve far dimenticare che siamo soltanto all’inizio, e che, per tradurre l’attuale visibilità in fatti concreti, occorrono perseveranza e spirito unitario.

Conforta constatare che l’impegno non manca, e che la linea del possibile si è spostata in avanti, e di parecchio, grazie alla "forza inventrice" di chi, andando a Strasburgo, non ha avuto paura di avere coraggio.


La fiera delle beffe

Un’altra legislatura repubblicana si è appena conclusa, e gli esuli giuliano-dalmati, nonostante lo spreco di promesse che si perpetua da decenni, sono rimasti ancora una volta col cerino in mano. Infatti, la questione dei beni è quasi al punto di prima, con l’aggravante che i miserevoli indennizzi vengono liquidati a passo di lumaca perché i mezzi finanziari a suo tempo messi a disposizione con apposita normativa sono stati puntualmente distratti per altre esigenze definite prioritarie, in aperta violazione di legge. Sul fronte delle restituzioni siamo al palo, e la Croazia ha persino smentito che mai siano state avviate trattative "ad hoc", mentre la tutela delle tombe e del patrimonio funerario italiano in Istria e Dalmazia può contare su finanziamenti talmente filiformi che la sola manutenzione ordinaria integrale, con le disponibilità attuali d’esercizio, richiederebbe almeno un secolo.

Gli esuli sono stati beffati anche per quanto concerne problemi di minor momento, e talvolta ininfluenti dal punto di vista degli oneri finanziari, ma non per questo moralmente meno rilevanti. I documenti ufficiali continuano a dichiarare nati in Jugoslavia, Croazia o Slovenia, se non anche in Bosnia, in Serbia od in Polonia (sic!) coloro che videro la luce nelle terre ex italiane prima del trattato di pace, in barba alla nota legge del 1989 ed alle successive circolari che ne hanno ribadito la vigenza e delle quali uno Stato funzionale non dovrebbe mai avere bisogno.

Non meno surreale è stata la vicenda della legge 140/85 in materia di maggiorazione sul trattamento pensionistico degli ex combattenti e dei profughi, a proposito del quale l’INPS, incurante delle sentenze a suo sfavore di primo e secondo grado, ed ora anche della Suprema Corte, continua ad applicare le perequazioni Istat "ex nunc", e non dalla data di promulgazione della legge, come logica e buon senso vorrebbero. Del resto, nel corso della legislatura sono stati presentati, sia alla Camera che al Senato, ben due disegni di legge per l’interpretazione autentica della 140/85 che avrebbe tagliato la testa al toro: purtroppo, ed ecco la beffa, nonostante il carattere trasversale di tali iniziative, che implicava la possibilità di un iter in discesa, tanto più che i provvedimenti proposti si componevano di un articolato brevissimo, la legislatura è giunta alla sua naturale conclusione, e quell’interpretazione è rimasta confinata alla buona volontà dei proponenti.

L’elenco delle inadempienze potrebbe continuare, ma non è questo il punto. Ciò che preme sottolineare, invece, è la pervicacia con cui le attese del popolo giuliano-dalmata vengono puntualmente ignorate, sia pure con la vaga promessa, di chiaro sapore elettorale, che saranno riproposte nella prossima legislatura, a cominciare dal famoso indennizzo equo e definitivo, per finire all’interpretazione della 140/85.

Purtroppo, non si possono nutrire soverchie illusioni, non tanto perché l’esperienza del passato "è lì che parla a chi la vuol sentire", quanto perché al momento opportuno si invocheranno nuove emergenze finanziarie tali da rendere necessario l’ennesimo rinvio, finalizzato ad attendere che gli ultimi aventi causa passino a miglior vita. Il fatto è che il peso elettorale degli esuli diventa sempre più relativo, e peggio ancora, che le loro Organizzazioni non hanno una strategia unitaria, rendendo più facile, per il potere, l’applicazione dell’antico ma sempre valido "divide et impera".

A quest’ultimo proposito, se è comprensibile, sebbene non troppo giustificabile, che sulla questione dei beni siano sorte ipotesi di strategie alternative, risulta più arduo capire come mai in taluni ambienti giuliano-dalmati si persista nel minimizzare la questione anagrafica, accontentandosi di qualche impegno episodico sull’osservanza della legge, poi caducato con la scusa di una programmazione computerizzata inidonea a recepire Fiume, Pola e Zara nell’elenco provinciale d’Italia; oppure, come mai qualche Associazione degli esuli abbia sostanzialmente avallato le posizioni dell’INPS, con un implicito invito alla rassegnazione, tanto più che le attese degli ex combattenti e dei profughi si sostanziano in "quattro soldi" (in effetti, si tratta di 15 euro mensili, che peraltro, quando non si riesce ad arrivare alla fine del mese, hanno un’utilità marginale incommensurabilmente superiore a quella che rivestono per i soloni di turno).

Ciò posto, non è azzardato affermare che gli esuli sono coinvolti loro malgrado in una vera e propria fiera delle beffe, facilitate dalla civiltà e dalla fin troppa educazione del popolo giuliano-dalmata. Se non altro per questo, è bene che il 18 gennaio una sua qualificata e significativa rappresentanza sia scesa in piazza, in quel di Strasburgo, per chiedere alla nuova Casa comune europea il riconoscimento ufficiale del genocidio compiuto a suo danno, ed i provvedimenti di conseguenza: è stato un salto di qualità che vale la pena di sottolineare, perché costituisce un fatto nuovo che nessuno potrà ignorare, sia nelle stanze dei bottoni, sia nella base. Ciò non significa che non si possa fare altrettanto in Italia, quanto meno per ricordare agli immemori che i giuliano-dalmati hanno pagato più duramente di tutti gli altri concittadini gli effetti della guerra, e che soltanto loro hanno dovuto affrontare l’amarezza drammatica di una diaspora che li ha dispersi per il mondo, ma non ha cancellato la loro fede e la loro sete di giustizia.

All’inizio della nuova legislatura, ne tengano il dovuto conto, in ossequio alla legge morale, ancor prima che a quella scritta, tutti gli schieramenti politici, in una logica di azione che sappia trascendere la fazione.


Norma Cossetto: un sacrificio attuale.

Sia nella legge scritta che nella consuetudine, l’ordine internazionale ha lasciato ampio spazio alla "pietas" persino in tempo di guerra: dalla lontana antichità classica cantata da Omero ai conflitti dell’epoca napoleonica, l’istituto della tregua permetteva di raccogliere i morti e dare loro un’onorata sepoltura. Accadde persino a Stalingrado, nel giorno di Natale.

Non mancano le eccezioni, in specie nelle guerre di religione, ma le deroghe più vistose al rispetto per le spoglie del "caro nemico" restano quelle dell’evo contemporaneo, contraddistinte dalla frequente ricorrenza di una massificazione suffragata da primordiali lotte di classe, o peggio, dall’odio etnico e dai conseguenti genocidi.

Restando nella storia più recente, è facile ricordare quanto accaduto in Cambogia, dove i "kmer" rossi hanno distrutto metà della popolazione, o nell’Africa Equatoriale, quando le etnie degli "hutu" e dei "tootsie" si sono avvitate in uno scontro finalizzato al reciproco annullamento, reso ancora più tragico da condizioni di estrema povertà.

La civile Europa non è immune da questo "virus", come attestano gli eventi balcanici di ieri e di oggi, e quelli che, a seguito delle guerre mondiali del Novecento, hanno coinvolto intere popolazioni in fatti di efferatezza disumana, davvero agli antipodi dell’antica "pietas". In tale contesto si inquadrano, quali eventi di particolare e significativa rilevanza italiana, il grande Esodo giuliano-dalmata e le 20 mila Vittime del genocidio perpetrato dalla Jugoslavia di Tito: come è stato riconosciuto in dottrina è tale ogni comportamento finalizzato non solo all’eliminazione fisica, ma anche alla dispersione di un popolo che nella fattispecie, come tutti sanno, ha dato luogo ad una diaspora di 350 mila persone, un quarto delle quali fuori d’Italia.

In questo senso, si deve dare atto alla Legge 30 marzo 2004 con cui è stato istituito il "Giorno del Ricordo" di avere compiuto un atto di pur tardiva giustizia, che si è tradotto, fra l’altro, nel conferimento di apposite onorificenze ai familiari delle Vittime, ma prima ancora nell’iniziativa del Presidente Ciampi di onorare la memoria di Norma Cossetto con la Medaglia d’Oro al Merito Civile, consegnata alla sorella Licia nel corso di una toccante cerimonia svoltasi al Quirinale l’otto febbraio.

Tale iniziativa, a cui non è stata estranea la nobile premura del Sen. Servello, ben lungi dall’essere discriminante, è stata opportuna, ma meglio sarebbe dire necessaria, perché Norma Cossetto è assurta a simbolo del martirologio giuliano, istriano e dalmata per la fermezza ed il patriottismo del suo comportamento di fronte ai 17 aguzzini che la torturarono, violentarono ed uccisero dopo averle promesso un’improbabile salvezza se fosse passata dalla loro parte, ottenendone un rifiuto categorico, non estraneo, sei anni dopo quel tragico 1943, alla laurea "honoris causa" concessa a Norma da Concetto Marchesi, comunista convinto, ma ammiratore del coraggio e per sua stessa ammissione dell’italianità di quella sua allieva.

In altri termini, il Merito Civile della Cossetto (la cui famiglia dovette subire altri delitti, fra i quali l’infoibamento del padre che era andato a cercarla dopo il drammatico prelievo da casa) non è certamente un’invenzione della propaganda giuliana od istriana, che vive solo nella fantasia di taluni eredi degli assassini e dei loro mandanti, ma una realtà morale ineccepibile, riconosciuta dal Presidente della Repubblica a nome di tutti gli italiani degni di questo nome.

Nello stesso tempo, la Medaglia d’Oro conferita alla memoria di Norma, accomunando nel ricordo tutte le Vittime innocenti, costituisce un monito, non solo con l’ovvio scopo di prevenire la possibile ripetizione di analoghi misfatti, cosa non certo ipotetica visto che la madre dei delinquenti è sempre incinta, ma prima ancora perché intende restaurare l’antica consuetudine della "pietas", nell’auspicio che venga fatta propria da tutti, tanto più doveroso ora che la Slovenia fa parte dell’Unione Europea e che la Croazia aspira ad entrarvi.

Il sacrificio di Norma e delle altre Vittime di ogni estrazione sociale, del tutto immuni da qualsiasi colpa che non fosse quella di amare l’Italia, avrà avuto un senso più compiuto, al di là dell’affermazione dei valori perenni di civiltà e giustizia, nella misura in cui potrà contribuire a questa maturazione delle coscienze ed al riconoscimento, per quanto possibile condiviso, di una storia per troppo tempo negata.

Carlo Montani

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