Campo Dieci - Numero 49

Campo Dieci - Numero 49

Non omnis moriar: ovvero, non tutto morirà con me. Il verso di Orazio si addice, forse meglio di ogni epitaffio, agli oltre mille Caduti della Repubblica Sociale Italiana i cui sepolcri occupano il Campo Dieci del Cimitero milanese di Musocco: un Campo della Memoria che potrebbe essere intitolato all’Onore, o quanto meno alla coerenza, anche se costoro continuano ad essere discriminati in peggio, al pari dei Combattenti superstiti di Salò, cui viene sistematicamente negata, a prescindere dal colore dei Governi in carica, l’equiparazione agli altri. Esistono Campi analoghi distribuiti in tanti Cimiteri italiani, ma su quello di Musocco conviene attirare qualche attenzione specifica, assumendolo a simbolo di una realtà scomoda che si vorrebbe rimuovere dal comune ricordo. Lo impongono, da un lato, l’alto numero di Caduti presenti, fra cui 166 Ignoti e 57 Ausiliarie, e dall’altro, l’importanza storica di alcuni Nomi, a cominciare da tutti quelli insigniti di Medaglia d’Oro: fra i tanti, Carlo Borsani, grande Mutilato di guerra, trucidato dai partigiani a guerra finita, e Francesco Barracu, anch’egli Mutilato, e giustiziato a Dongo, dove gli venne negata, quale supremo oltraggio, la "grazia" della fucilazione al petto. A Musocco sono sepolti, poi, Nicola Bombacci, un altro componente molto noto dell’ultima "colonna Mussolini", protagonista di una vita avventurosa che lo aveva portato a ripudiare la fede marxista e ad abbracciare il fascismo repubblicano fino alle conseguenze estreme; Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, su cui gravava la colpa di avere prestato i propri volti all’effimera cinematografia di Salò, tanto da essere freddati sulla pubblica via nella tragica primavera del 1945; Pietro Cosmin, che era stato Prefetto di Verona durante il terribile processo a Ciano ed agli altri gerarchi condannati a morte per un tradimento giuridicamente inesistente; ed Alessandro Pavolini, che si era fatto carico, quale Segretario del Partito Fascista Repubblicano, di un compito tanto più ingrato, a tratti lugubre, in quanto le sorti del conflitto erano fortemente segnate. Sono esperienze umane che fanno parte di un mosaico tragico assai più ampio, e consentono di approfondire valutazioni storiche per quanto possibile oggettive su quel periodo plumbeo della storia italiana, caratterizzato dalla sostanziale scomparsa della "mente pura" che era stata cara a Giambattista Vico, e dalla violenza elevata a sistema, laddove il momento giuridico risulta decisamente affievolito se non anche cancellato. Si deve aggiungere che la maggior parte delle tombe di Musocco è quasi abbandonata, e che le carenze di manutenzione istituzionale sono fin troppo evidenti, sottolineando l’esistenza di un ostracismo sistematico, di cui si sono rese responsabili, a prescindere dal colore, tutte le Amministrazioni locali. Altrove non è così: anche in Germania ed in Giappone, sebbene si tratti di Stati che hanno perso la guerra. A 65 anni da eventi tanto drammatici non sembra il caso di riproporre la questione ormai logora della "parte sbagliata" e di quella giusta, ma non può sfuggire la necessità per taluni aspetti assoluta di perseguire una reale condivisione pacificatrice che non sia fondata sulle discriminazioni ma sulla realtà oggettiva di un comune sacrificio, laddove quello dei Caduti di parte repubblicana venne certamente compiuto in nome della Patria. Quegli Ignoti, quelle Ausiliarie, quei Combattenti nel campo dell’Onore hanno diritto ad un pensiero di pietà supplementare perché sapevano che la partita era perduta ma non si erano tratti indietro, a fronte di una realtà che nella migliore delle ipotesi poteva offrire soltanto la "bella morte": un sogno romantico negato a tutti coloro, e furono tanti, che non ebbero scampo nella mattanza delle nuove "radiose giornate di maggio", il più delle volte senza l’assistenza religiosa in altri tempi concessa a tutti i condannati. La guerra civile si è sempre distinta per l’inosservanza radicale di ogni norma giuridica, diversamente da quanto avviene nel diritto internazionale bellico; e quindi, per la crudeltà con cui le parti si fronteggiano: basti citare, tra gli Stati cosiddetti civili, la Francia della grande Rivoluzione, l’America della Secessione, la Spagna degli anni trenta. Nondimeno, nella generalità dei casi trova spazio, alla fine, una palingenesi civile in cui tornano alla luce sprazzi di umanità e di pur sofferta pacificazione, come accadde proprio negli Stati Uniti o nella stessa Spagna, dove le Vittime dell’uno e dell’altro fronte hanno trovato onorata sepoltura nel Santuario di Santa Maria del Valle de los Caidos. Ed allora, sorge spontanea una domanda: perchè mai si continuano a discriminare come reprobi i "ragazzi di Salò" e tutti coloro che vollero rispondere all’appello della Repubblica, talvolta per necessità, ma più spesso per la convinzione di doversi battere all’insegna delle "alte non scritte ed inconcusse leggi" cui si ispirano i valori della Patria, della famiglia, della fede? E’ una domanda triste, perché sottintende una risposta allucinante: in Italia, almeno sul piano etico, la guerra civile non è ancora finita.


c.m.

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