Ottimismo 35 anni dopo - Numero 51

Ottimismo 35 anni dopo - Numero 51

 

Sul trattato di Osimo, con cui l’Italia permise la cessione dell’Istria nord-occidentale alla Jugoslavia, senza alcuna contropartita, continua un annoso silenzio. Si è parlato di un convegno sulla materia, da organizzare entro il 2011, ma nel frattempo il trentacinquesimo anniversario dell’accordo stipulato a Villa Leopardi dai Ministri degli Esteri Mariano Rumor e Milos Minic è stato sostanzialmente ignorato, quanto meno in Italia, dove perdurano quel clima di reticente riservatezza e quell’atmosfera di colpevole consorteria che distinsero trattative, firma e ratifica. I profughi da Buie, Capodistria, Pirano, Umago e dalle altre cittadine della ex Zona "B" oggetto del trasferimento di sovranità, sono invitati a non disturbare il manovratore. In Croazia e Slovenia, eredi della Jugoslavia, non è esattamente la stessa cosa. Boris Snuderl, oggi ottantenne, che condusse le trattative per il Governo di Belgrado in qualità di Presidente del Comitato economico del Parlamento federativo, ha rilasciato per l’occasione una significativa intervista al quotidiano lubianese "Dnevnik" ricordando con dovizia di particolari "gli incontri segreti e le telefonate in codice" col suo principale interlocutore: Eugenio Carbone, Direttore generale del Ministero dell’Industria, a cui l’Italia aveva affidato un compito opinabile anche formalmente, perché accantonava o per meglio dire, esautorava i normali canali diplomatici. Snuderl e Carbone si conoscevano da tempo, avendo collaborato nell’ambito della Commissione mista preposta alla cooperazione economica italo-jugoslava e conclusero nel giro di poco tempo la pur complessa trattativa. In effetti, come ha ricordato il plenipotenziario di Belgrado, le sollecitazioni per "chiudere" erano giunte da Roma (!), il cui Governo riteneva che fosse "venuto il momento di accettare la realtà ed evitare qualsiasi tipo di crisi o disordini su una questione così delicata come i confini di Stato": ciò, onde prevenire possibili complicazioni nell’area balcanica a seguito della probabile scomparsa di Tito, che sarebbe sopraggiunta cinque anni più tardi. Secondo l’intervista di Snuderl, la Jugoslavia assunse un atteggiamento prudente e si volle ulteriormente cautelare ponendo limiti ristretti di tempo per la conclusione delle trattative segrete, che del resto avevano avuto la benedizione dello stesso Tito e del Segretario comunista Berlinguer incontratisi a Brioni. La maggior parte degli incontri si svolse nel castello sloveno di Strmol che Snuderl raggiungeva in aereo da Belgrado, ma alcuni ebbero luogo anche a Ragusa e Strugnano. Da parte italiana vi fu la massima disponibilità, a costo di superare ogni vincolo di carattere giuridico e politico, come le successive ricerche su Osimo hanno ampiamente dimostrato. Paradossalmente, la questione dei confini, compresi quelli marittimi, venne risolta in tempi ancora più rapidi rispetto a quelli che occorsero per mettere a punto i problemi delle minoranze ed a quelli connessi alla creazione della Zona Franca Industriale del Carso, che secondo i protocolli del 10 novembre 1975 avrebbe dovuto realizzarsi a monte di Trieste con apporto territoriale sostanzialmente paritetico di Italia e Jugoslavia: un’altra iniziativa che stava a cuore a Roma ed in modo particolare ad alcune importanti Aziende italiane interessate al possibile reperimento di manodopera a basso costo, in specie bosniaca, kosovara e serba. Non è un mistero che Gianni Agnelli si fosse personalmente speso in favore di Osimo perorandone la causa anche in Confindustria. Per Snuderl, quella di avere utilizzato i canali segreti per accelerare la stipula di Osimo sarebbe stata una scelta vincente, in quanto capace di superare le difficoltà che avrebbero caratterizzato i canali ordinari: anzi, lo stesso Snuderl ha colto l’occasione per esprimere il rammarico che quel tipo di trattativa non sia stato ripreso dopo lo sfascio della Repubblica federativa per risolvere al meglio il contenzioso fra Slovenia e Croazia. In realtà, se l’Italia perse su tutta la linea, la Jugoslavia non vinse: è vero che il trasferimento di sovranità conferiva carattere legittimo al possesso ormai trentennale della Zona "B" ma è pur vero che il progetto della ZFIC, al pari di altre utopie come quella di un’idrovia faraonica tra Adriatico e Danubio, sarebbe caduto come un castello di carte grazie alla ferma opposizione triestina corroborata dalle 65 mila firme di protesta e dal clamoroso successo dei patrioti locali. L’intervista di Snuderl non ha aggiunto molto all’informazione storica su Osimo, ma non è stata inutile perché ha ribadito come le responsabilità di gran lunga prioritarie dell’infausto trattato debbano essere ascritte proprio all’Italia: del resto, almeno per la questione dei confini, la Jugoslavia non aveva un interesse stringente a rivedere lo "statu quo" anche se colse l’occasione per acquisire ulteriori vantaggi di natura economica, trascurando taluni aspetti formali come quello delle acque territoriali che sarebbe esploso quando Croazia e Slovenia, un quindicennio più tardi, diventarono Stati indipendenti. Con buona pace di tanti pervicaci "osimanti" avevano visto giusto, eticamente, politicamente, economicamente e giuridicamente, tutti coloro che si opposero anche in Parlamento, dove non mancarono significative dissociazioni nell’ambito della stessa maggioranza di Governo e dove si levò alta e solenne, a futura memoria, la voce di quanti condannarono la vergogna di una rinnovata "cupidigia di servilismo" che nella fattispecie si traduceva, sul piano penale, nel reato imprescrittibile di alto tradimento.

Carlo Montani

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