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CLARETTA PETACCI : UNA DONNA DI TROPPO - Numero 59

CLARETTA PETACCI : UNA DONNA DI TROPPO - Numero 59

SPECIALE

 

Con questo numero inizia la collaborazione al “Barbarossa” Daniela Ferro. Docente di italiano, storia e filosofia, collaboratrice di riviste storiche,  Daniela Ferro ha scritto diversi volumi di carattere noir e ultimamente” Josephine Baker. Tra palcoscenico e spionaggio” (2017). Giornalista free lance, è stata collaboratrice del quotidiano “la Padania” dal 2002 al 2009 per le pagine di cultura, spettacoli, sport e inchieste.

 

CLARETTA PETACCI : UNA DONNA DI TROPPO

 

Claretta Petacci. Non l’amante - la prediletta – del duce, Benito Mussolini. No, Claretta Petacci. Lei sola.

Astrarla dalla figura di Mussolini sarebbe un’utopia. Né si tratta di processarla come sua complice. Né di assolverla in quanto una vittima brutalmente assassinata dai suoi nemici. Né di condannarla, in quanto avrebbe condiviso volontariamente la sorta di colui che trascinò l’Italia nel tritacarne della guerra.

È piuttosto una questione di fatti. Fatti che ricadono all’interno di quella categoria che è la vicenda tutta umana e personale di Claretta Petacci. Con luci e ombre. Con quei (tanti) punti interrogativi che costituiscono il fascino di ogni indagine storica.

 

 

L’incendio di due sguardi ardenti

 

Il 28 aprile 1945 la vita di Claretta Petacci si spegne, insieme a quella del suo amante, Benito Mussolini. La sardonica ironia che talvolta ricorre negli eventi umani posiziona la macchina del tempo al 24 aprile 1932. È la data annotata dalla stessa Clara. “In una giornata di libeccio – scrive–, mentre fugacemente a tratti rideva il sole, Ella mi ha parlato per la prima volta”. Clara ha vent’anni. È solo una ragazza. Come tante di loro, tiene un diario personale. Il suo cuore palpita, forse per la prima volta. Forse perché è davvero innamorata, forse perché subisce il fascino di un uomo che sa incantare le folle ed è al culmine del suo personale consenso in Italia. Clara, il giorno prima, ha visto Benito Mussolini. Ne è rimasta folgorata. E che cosa fa? Lo scrive. Perché resti un ricordo indelebile, nel cuore e sulla carta.

Figlia del dottor Francesco Saverio Petacci, medico in Vaticano, e di Giuseppina Persichetti, Clara è di estrazione sociale alto-borghese. Vive a Roma, la sua casa è a pochi passi da Villa Torlonia, residenza di Mussolini. Mussolini ha un nutrito carnet di amanti, alcune legate a lui anche da motivi politici, altre da pure liaison sentimentali. Ma è un carnet sempre aperto a nuovi nomi, a nuove conoscenze, a nuove avventure. E Clara non è solo giovane. È anche molto bella, con quel suo “sguardo ardente” che ricorda il cantautore Leo Valeriano nella sua “La ballata dell’illusione”.

Clara si trova a bordo dell’automobile di famiglia, condotta dall’autista Mario. Una vettura più veloce la supera. È l’Alfa di Benito Mussolini ed è lui stesso a guidarla. Clara fa pressioni sull’autista perché acceleri e la raggiunga. Così è. Mussolini scende dall’auto. Il risultato: il primo appuntamento. “Tremavo, ma non faceva freddo”, confessa Claretta.

Il 24 aprile di tredici anni dopo Claretta tremerà ancora, e non di freddo. Ma lei ancora non lo sa. Per ora c’è solo un’emozione vissuta col cuore di una ventenne. “Stringe le mie dita, mi guarda – ricorda Clara –. Gli occhi rilucono. Mario chiude. Lo guardo ancora che cerca di darsi un contegno dietro al vetro. Poi, mentre si mette in moto, si volge, mi fissa, alza una mano con cenno affettuoso (….) e piango di ansia, di gioia, d’amore, d’emozione”. Un climax perfetto: l’amore è nato.

 

 

Luci al canto del cigno

 

“Non sono la tua amante, sono il tuo amore”, scrive Claretta a Benito in una delle tante lettere che gli invia con assiduità. Amanti sono le altre, perché Clara sa di non essere la sola. Tradisce tuttavia la consapevolezza di essere, in un certo senso, l’unica. La donna con cui condividere notti di passione, questioni politiche (che per un uomo come Mussolini sono la quotidianità), i fasti e, infine, la rovinosa caduta. La stessa moglie del duce, Rachele Guidi, più volte nelle sue interviste ha confessato di aver sempre dedicato una preghiera anche a lei. Pietas post mortem? In fondo, la signora Mussolini avrebbe anche potuto non dire nulla, non toccare quel tasto per lei indubbiamente dolente. Ma, in fondo, è e resta un falso problema. Giacché è il fatto umano “Claretta” ciò che deve sbalzare in primo piano. E togliersi dall’ombra, dalle retrovie, dalla scenografia dell’uomo con cui “visse” e morì.

Nessun’altra scelse – perché di scelta consapevole si tratta– di stare vicino al duce, mentre scivolava nella fossa scavata dalla seduta del Gran Consiglio del Fascismo, la notte fra il 24 e il 25 luglio 1943. Si vota l’ordine del giorno Grandi. Mussolini è perso. Ma Claretta si sente persa senza di lui. E c’è, c’è sempre, costantemente, a costo di soffocarlo con la propria presenza, fisica o epistolare. Sono tante le lettere che viaggiano ogni giorno tra i due. E per lei non sono mai sufficienti. Resta sempre qualcosa da dire, da aggiungere. Resta sempre una buona ragione per scrivere ancora.

E la ragione per antonomasia la porta a rifiutare persino il piano che Mussolini ha predisposto per lei e la sua famiglia. Il primo no di Clara al duce, che ha predisposto un aereo, con partenza dalla più sicura Milano, da cui le forze alleate sono tenute a distanza dalla linea Gustav. Destinazione: Madrid. Altra città sicura, sotto l’egida del caudillo Francisco Franco, che forse un debito aperto con Mussolini ce l’ha.

Claretta tuttavia non salirà su quell’aereo. Accoglie la notizia dell’arresto di Mussolini quando è già in auto. Quando, insomma, è già tutto pronto. E sua madre non desidera altro che partire il più velocemente possibile. A nulla però valgono le sue insistenze. Claretta non se ne va. E non è il duce a chiamarla a sé. È lei a disobbedire e a imporgli la propria presenza nell’ultimo scorcio della sua parabola, umana e politica. E sarà così ancora. Perché non sarà su invito di Mussolini che Claretta sarà con lui durante il tragitto in Svizzera, nella camionetta in colonna coi nazisti, a Dongo. In una lettera, datata 22 maggio 1944, le scrive “Tu sei odiata al pari e più di me”. Forse vuole solo proteggerla. Forse il duce ha altri pensieri che non trascinarsi dietro una donna che certamente aveva amato, ma che ora può essere più un peso che non una consolazione.

 

 

Dalle cronache rosa alla spy-story

 

Insieme a Clara, si convince a non partire anche suo fratello, Marcello. I due saranno entrambi arrestati dai partigiani, quindi liberati dai nazisti.

Marcello ha due anni più di lei. È medico. Con lui, in quell’auto che non prenderà mai la strada per Milano, vi sono anche la moglie Zita e i loro due figli. Alcune fonti lo ritraggono come una figura torbida, invischiato in traffici di valuta. E al servizio di Mussolini. Sono però le parole scritte da Claretta, nelle lettere da lei inviate al duce – un epistolario in parte ancora secretato –, a far insorgere dubbi su questo velo nero che offusca la figura del fratello. “La prima volta che vedesti Marcello da te – scrive Clara -, lui ti parlò della sua situazione militare (…). Ne parlaste a lungo (e ancora l’ultima volta ne parlaste dettagliatamente) e sempre tenendo fermo che della cosa ti saresti interessato tu per evitare che Marcello figurasse e girasse (…). Al momento che tu senza smuovere le acque per non si sa come e da chi possono essere intorbidate per vigliaccheria – dichiari che l’ufficiale in questione è a tua disposizione – Marcello entrerà automaticamente nella nuova marina – e si libererà nel medesimo tempo da ogni intromissione pettegolezzo e cattiveria… Entra con il suo grado le sue qualifiche ecc. (….). Perciò io credo che noie eventuali intrighi e storie – tu provveda come eri d’accordo e tagli ogni commento e ogni ingerenza (…)”.

Più di trecento lettere dell’epistolario sono sparite. Gli stessi diari di Clara sono stati messi a tacere per più di 70 anni, quei diari che lei stessa consegnò alla contessa Rina Cervis, la quale provvide a seppellirli nel proprio giardino di casa, a Gardone Riviera, e furono poi confiscati nel 1950, quando vennero alla luce. Che cosa scrisse di così compromettente Clara a Benito Mussolini, e lui a lei?

Oltre ai dubbi insinuati su Marcello, ne sussistono sulla stessa Petacci. Al punto che qualcuno ha dipinto la figura di Claretta come una spia al servizio degli inglesi. Tanto da profilare la sua vicenda non come una storia d’amore, bensì nei termini di una “relazione pericolosa” all’interno di una spy-story.

Nelle pagine dei diari, Claretta riferisce di incontri a sfondo intimo, ma anche di confidenze ricevute dal duce, di conversazioni inerenti la situazione italiana. Sembra quasi ossessiva nella sua meticolosità, nella sua attenzione ai dettagli, persino ai più piccoli, relativi a qualsiasi circostanza. Inoltre una certa storiografia si chiede perché Claretta sia stata assassinata insieme al duce, se ne era solo l’amante: né la moglie Rachele né i figli di Mussolini subirono la stessa sorte. Allora, perché lei?

Il nipote di Claretta, in un’intervista, ha dichiarato che la motivazione consisterebbe proprio nel suo ruolo di spia per conto degli inglesi, ormai a conoscenza di tante, troppe informazioni, quindi divenuta scomoda, persino ingombrante nell’aprile del 1945, dopo l’insurrezione generale del CLNAI. Una donna di troppo, da far sparire.

 

 

L’ultimo viaggio

 

Che i rapporti tra l’Italia fascista e l’Inghilterra nel corso della guerra siano oggetto di contenzioso è un dato di fatto. La vera verità è appesa al filo di qualcosa che non c’è: i diari di Galeazzo Ciano, il carteggio tra Mussolini e Churchill, il materiale ancora inedito della Petacci. La “fantastoria”, però, non ha ragion d’essere. Se il solo appiglio alle vesti di Claretta Petacci spia per gli inglesi è nella sua abitudine a ricordare tutto – incontri, colloqui, telefonate – di quanto avveniva nelle sue giornate insieme a Mussolini, la fantasia ha molto da lavorare. Forse Claretta, all’approssimarsi della fine, sentì più forte l’esigenza di non perdere nulla dei momenti insieme al suo amato “Ben”. Forse era una donna molto metodica e precisa di suo. E, del resto, nulla di più naturale che il duce si confidasse con lei. La loro non era una relazione nascosta, bensì risaputa nota a tutti. Lei era riconosciuta come la compagna ufficiale di Mussolini. Con lei, quindi, il duce intratteneva rapporti di varia natura, non solo passionali. Soprattutto negli ultimi due anni. Anzi, arrivò chiaramente il momento in cui Mussolini non desiderò averla accanto a sé.

L’ultimo incontro tra i due avviene in una stanza dell’albergo Miravalle, a Grandola, in Val Menaggio, dove Mussolini trascorre la giornata del 26 aprile. È presente anche Marcello Petacci. Mussolini non si fa remore a manifestare il proprio disappunto. Quello che accade di lì a due giorni, poi, è storia nota.

La versione ufficiale circa gli eventi che precedettero l’uccisione dei due amanti e la loro stessa esecuzione è lacunosa e non tiene. È la versione per cui il solo a dover morire – quel 28 aprile – fosse Mussolini e Claretta sia stata una vittima accidentale, colpita per sbaglio, quasi si frappose tra i colpi di fucile e il corpo dell’amato, davanti al cancello di villa Belmonte, novella e romantica eroina della fine dell’epoca fascista. Suggestivo. Ma se i partigiani le usarono tanto rispetto, perché esporne poi indegnamente il corpo in piazzale Loreto?

La notte tra il 27 e il 28 aprile Benito e Claretta si trovano insieme a Giulino di Mezzegra, a Villa De Maria, sotto stretta sorveglianza. È certo. Lasciando da parte servizi segreti e fonti partigiane, emerge un’ulteriore ipotesi, ricavata dalle osservazioni eseguite da un medico legale, il dottor Aldo Alessiani, che nelle sue memorie espone quanto emerso dal confronto tra le foto dei cadaveri in piazzale Loreto e quelle precedenti l’esecuzione dell’autopsia (che riguardò comunque solo il corpo del defunto duce). Ne dedusse che la morte della Petacci e di Mussolini risalì proprio a quella notte, e non al pomeriggio successivo. E il corpo di Mussolini non presentava segni di colpi tali da far pensare a un uomo fucilato in posizione eretta, bensì colpito mentre si trovava a terra. E vi sarebbero dei segni di colluttazione difficilmente spiegabili. Quindi non ci fu nessun tentativo di Claretta di fare da scudo all’amante. La donna fu piuttosto – ma il “forse” è d’obbligo – vittima di un tentato stupro (ma l’autopsia sul suo corpo non fu mai eseguita) da parte dei suoi carcerieri. Potrebbe allora anche darsi il fatto che Mussolini abbia tentato di difendere Claretta, e che sia stato ucciso in quel frangente.

È pur sempre una pagina di storia italiana. La cronaca la scrivono i vincitori. E la fantasia popolare ricama su una vicenda di amore e morte, in stile melodramma, in cui una donna innamorata perdutamente del suo uomo – canta Leo Valeriano – “lo seguì fin dove la vita è niente”.

 

Daniela Ferro

 

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