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La scuola delle occasioni, perse - NUMERO 61

La scuola delle occasioni, perse - NUMERO 61

Mai come in questo periodo la scuola, come istituzione e come struttura logistica, è stata nell’occhio del ciclone. La pandemia ha messo in luce quello che già si sapeva da anni, da sempre: l’inadeguatezza delle strutture. Se il distanziamento tra alunni sembra essere se non l’unico uno dei metodi possibili per evitare il diffondersi della pandemia, l’impossibilità di attuarlo nelle nostre strutture scolastiche appare evidente. Il Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli, ha dichiarato : Secondo le stime del Ministero saranno 1 milione e 200 mila gli studenti che faranno lezione fuori dalle aule, aggiungendo che “ Resteranno fuori dalle scuole 40 mila classi. L’idea di collocare i ragazzi nei locali confiscati alla mafia è bella, ma serviranno moltissime strutture”. E questo è già un disastro di per sé, perché significa che si tornerà alla didattica a distanza, la famosa DAD, che non ha trovato unanime consenso, anzi; ciò specialmente nelle classi delle scuole elementari e medie. Legioni di madri in questi mesi di lockdown si sono adoperate per seguire i propri figli nella scuola a distanza, studiando insieme a loro, facendo le compagne di scuola dei propri figli e, come ogni compagno che si rispetti…, suggerendo durante le interrogazioni, nella speranza di non essere viste o sentite dal docente. Sui social sono state inserite comiche riprese di mamme stressate dalla scuola, intente a suggerire con cartelli, magari nascoste dietro una tenda della cameretta del figlio…Al di là della comicità della situazione è apparsa ancora una volta l’incapacità di alcune famiglie di insegnare ai propri figli a studiare, a compiere il proprio dovere, piuttosto che insegnare a “sfangarla”, a fare i furbetti, magari mettendo i post-it sul bordo del video, non visibile dalla prof., con i suggerimenti in bella vista. Tanto, oltre tutto, si era ammessi comunque alla classe successiva. Ammessi, ma significava promossi… La situazione era ed è drammatica, ma il rimedio è stato trovato in fretta e con scarsa o nulla visione educativa. Si è voluto salvare l’anno scolastico non facendo cadere sulle spalle degli allievi il peso della crisi epidemica, ma la soluzione trovata ha fatto perdere ancora ulteriore credibilità alla scuola e alla sua funzione educativa. E’ facile criticare e credo che pochi avrebbero voluto trovarsi nella situazione della ministra Azzolina, costretta a prendere decisioni in una situazione mai registrata. Ma le incertezze, l’accavallarsi dei decreti, le diverse interpretazioni che nascevano, hanno non solo dato l’estro per lo scatenarsi dell’ironia sui social ma anche un senso diffuso di precarietà, di mancanza di sicurezza, di risposte chiare, di progetto di come affrontare l’emergenza. Ora ci troviamo a dover affrontare un nuovo anno scolastico con lo strascico delle inadempienze, delle lacune, che si vorranno colmare con i PIA (Piani di integrazione degli apprendimenti) e i PAI (Piano di apprendimento individualizzato) : i primi volti a recuperare le lacune di programma per tutta la classe, i secondi per colmare il deficit individuale. E poi? Poi se ne terrà conto nello scrutinio finale del prossimo giugno…Certo, non si potrà tornare indietro, poiché gli allievi sono stati tutti ammessi alla classe successiva ope legis! Ripeto : non è stato facile gestire, e parlo solo dal punto di vista strettamente didattico, la scuola, in questo drammatico periodo. Infatti non consideriamo per il momento la problematica della sicurezza per contrastare il Covid. Ma sicuramente si poteva fare meglio, si poteva meglio salvaguardare la valenza educativa, di crescita, di nascita del senso di responsabilità nell’animo degli allievi. La vicenda è apparsa svolta in modo un po’ sbrigativo, dettata dall’urgenza del momento, ma questa generazione già abituata al “tutto e subito”, non ha molto guadagnato in questo modo in autostima. L’appello alla responsabilità fatto a tutti i livelli quanto è stato recepito dagli allievi? E come? La didattica a distanza sarebbe stato un momento di crescita; invece è stato, dopo i primi giorni di smarrimento, spesso un modo più sofisticato per ingannare il docente, di sentirsi “in gamba” nel farsi notare presenti, ma spegnendo la videocamera e il microfono, in modo da non poter essere rintracciati. Insomma, si è persa un’occasione per far crescere la scuola e gli studenti. E non parlo, quindi, solo dell’applicazione di una metodologia di insegnamento diverso, ma di quella maturità che si chiama consapevolezza, responsabilità, senso del dovere.

E colpisce pure che molti presidi di fresca nomina stiano rinunciando all’incarico al Nord perché lontano dalla propria abitazione e con il pericolo che un nuovo lockdown possa tenerli lontani dalla propri affetti. Certo, sono assai lontani i tempi di un Giovanni Pascoli, giunto a Matera da San Mauro di Romagna per ricoprire la cattedra di latino e greco, all’una di notte, fra il 6 e il 7 ottobre del 1882, come racconta Giovanni Caserta nel suo “ Giovanni Pascoli a Matera (1882 – 1884) – Lettere dall’Affrica”, Edizioni Osanna di Venosa : « Pioveva e faceva freddo a Matera quella notte, e poiché non aveva la possibilità di pagarsi un albergo, si riparò in un portone in attesa dell’apertura della scuola, nella quale si stavano svolgendo gli esami di riparazione” . Era un giovane, Pascoli, già segnato da una serie di disgrazie e lutti familiari, lontano da casa.

Altri tempi, si dirà. E’ vero. Saranno anche gli anni in cui al Ministero della pubblica istruzione sedevano uomini come Francesco De Sanctis, Benedetto Croce, Giovanni Gentile. E’ cambiato il mondo, ma non possiamo abituarci all’accomodamento, non possiamo preoccuparci della scuola solo, anche se certamente non è poco, perché se chiude non sappiamo dove lasciare i nostri figli. Perché temiamo che per molti la preoccupazione sia stata più questa che la mancata istruzione e formazione. La scuola ancora vista come parcheggio e non come comunità in cui il ragazzo cresce come persona.

E poi la vicenda, e non diciamo altro, degli spazi che non ci sono, della logistica, dei banchi singoli, con rotelle o senza, per il distanziamento. Non commentiamo, per carità di Patria, perché le soluzioni proposte - anche se dettate dall’emergenza – mostrano la confusione e il panico in cui la scuola versa, in cerca di soluzioni alternative che non ci sono o che non possono realizzarsi.

Manca, invece, soprattutto una visione generale della scuola. Una didattica che non insegua le mode del momento ma che sia capace veramente di fare “scuola”, cioè istruzione, educazione alla cittadinanza, crescita individuale, volontà di sviluppare le capacità critiche. Invece in questi anni la parola magica è “competenze”, come se ci potessero essere competenze senza conoscenze. Contro questo nuovo mito (periodicamente nascono teorie e metodologie didattiche) già nel febbraio 2016 in un’intervista curata da Bruno Giurato su Linkiesta, l’archeologo e storico Salvatore Settis, già direttore presso la Normale di Pisa, affermava:

“Ecco, è un’idea perversa sostituire la parola “conoscenza” con “competenza”, come è stato fatto dai pedagogisti alla nostrana, consultati da Berlinguer e dalla Moratti in poi per le loro pessime riforme scolastiche. Abbiamo bisogno di persone con uno sguardo generale. Non bastano le conoscenze specialistiche, approfondite quanto si vuole. Ci vuole una visione collegata col senso della comunità (come del resto è scritto nella nostra Costituzione, che stiamo via via dimenticando)”.

E più avanti : “Il modello dell’educazione di oggi è quello di Tempi moderni, di Charlot che fa l’operaio e esegue un solo gesto: prendere la chiave inglese e girare un bullone. L’ideale del nostro bell’ideologo-intellettuale-riformatore dell’educazione è proprio “formare” qualcuno che fa una sola cosa, e la fa senza pensare. Un modo di mortificare la ricchezza della natura umana. E la democrazia viene uccisa”.

 

Non si tratta di fare discorsi rimpiangendo tempi passati (quali?); non sono i soliti discorsi di vecchi professori, un po’ parrucconi che non sanno adeguarsi ai tempi. Noi li vediamo questi ragazzi che giungono alla scuola superiore e non sanno leggere decentemente, non sanno esprimersi correttamente in italiano, incapaci di esprimere valutazioni critiche. L’ ultima indagine OCSE-PISA evidenzia come i nostri ragazzi siano sotto la media Ocse per la capacità di comprensione di un testo, della sua valutazione critica e di riflessione. E va male anche in scienze e matematica. Ormai si parla di “povertà educativa” come di un’emergenza nazionale.I giovani che giungono attrezzati per affrontare una scuola secondaria di secondo grado sono quelli che provengono da scuole in cui ancora si insegna, magari con metodi diversi, più affascinanti, grammatica della lingua italiana; si insegna ad avere dei dubbi, ad avere uno sguardo critico, ad avere voglia di conoscere. Ad avere quello che Aristotele chiamava lo “stupore”.

A.V.

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