L’Italia che non vorremmo l’Unità cala un (tragicomico) tris  - Numero 14

L’Italia che non vorremmo l’Unità cala un (tragicomico) tris - Numero 14

L’ITALIA CHE NON VORREMMO
L’UNITÀ CALA UN (TRAGICOMICO) TRIS


Sono saccenti. Pontificano su tutto senza che il minimo dubbio li sfiori. Hanno fatto sì che il buon senso diventasse un optional, lo stato di diritto un’arma politica, la storia una farsa. Solo per queste "storiche" imprese meritano tutta la nostra attenzione. Se non si pensassero persone serie, ci scapperebbe una risata. Ma, con sforzo sovraumano, cerchiamo di mantenere un certo amplomb. Ormai, lo confessiamo, non possiamo più fare a meno dei loro articoli sull’Unità. Cerchiamo i loro scritti con ansia e una volta trovati tiriamo un sospiro di sollievo. Come rinunciare infatti alle loro lezioni giornaliere di tolleranza, antifascismo e democrazia? Impossibile. Se non ci fossero bisognerebbe inventarli. Ma Gianni Vattimo, Paolo Flores d’Arcais e Furio Colombo esistono. Per fortuna, verrebbe da dire. Senza di loro la nostra rubrica "L’Italia che non vorremmo" non sarebbe mai nata. Grazie di cuore, dunque, ai tre intrepiditi cavalieri del politicamente corretto. Come bravi scolaretti (anche se un po’ analfabeti) pendiamo dagli articoli degli editorialisti del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Sfoglia sfoglia, ecco la prima "chicca". È firmata Gianni Vattimo. Titolo: "Se Berlusconi chiede la grazia a Ferrara". Il filosofo (sic) torinese, in sintesi, chiede ad Adriano Sofri di non accettare la grazia, visto che a proporla è il Cavaliere, per giunta in un articolo sul Foglio di Ferrara. Vattimo si giustifica per il poco attivismo nella battaglia per la libertà dalla galera a favore dell’ex leader di Lotta Continua: "Se non ho fatto tutto quello che tu (Sofri, ndr) ti potevi legittimamente aspettare, era spesso perché non volevo mischiarmi con iniziative prese da Giuliano Ferrara (sì, un po’ di razzismo delle idee e delle convinzioni politiche mi sembra indispensabile, non sono Dio e ho giustamente paura di contaminarmi". Che "mirabile" prosa quella del professor Vattimo! Un dubbio da scolaretti però ci assale. Ma il "razzismo delle idee" sarà un termine politicamente corretto? Mah… Certo, non dimostra grande tolleranza nei confronti delle idee altrui… Ma, si sa, se c’è di mezzo Berlusconi tutto è permesso: persino la perdita del buon senso. E poi riflettiamo: Vattimo è pur sempre il teorico del pensiero debole. Le sue idee appaiono infatti deboli, debolissime… di argomenti e di misura. Una cosa però ci conforta: Vattimo ammette di non essere Dio. Ma guarda, non l’avremmo mai detto… La nostra ricerca dei piccoli "capolavori" vergati sull’Unità continua. Ci imbattiamo in un articolo di Paolo Flores d’Arcais. Sì, proprio lui, il leader girotondista e un po’ giacobino che, se qualcuno si azzarda a negare che Di Pietro e Borrelli, oltre che bravissimi, sono anche belli, grida all’attentato alla democrazia. Sì, proprio lui, il Paolo Flores d’Arcais che ha fatto della difesa dei magistrati una ragione di vita. Iniziamo la lettura. Si parla proprio di giustizia: più precisamente degli arresti dei 20 no global da parte della Procura di Cosenza. Scrive Flores: "L’arresto di Francesco Caruso e di altri 19 militanti no global è un’ingiustizia e una vergogna. La solidarietà verso gli arrestati è perciò piena e senza riserve. E tale deve essere - piena, senza riserve, senza nessun ipocrita ’distinguo’ - da parte di tutti i democratici di questo Paese". Rimaniamo delusi. Ma come, la solidarietà "piena e senza riserve" questa volta va agli arrestati e non ai magistrati? E l’autonomia dei giudici così ossessivamente invocata da Flores? E il rispetto verso "tutti gli atti della magistratura"? Niente. Di questi argomenti non c’è traccia. Interrompiamo la lettura. Passiamo una notte intera a chiederci perché il giustizialista senza macchia Flores usi degli argomenti che sono utilizzati spesso nei "giornalacci" berlusconiani. Non ci diamo pace. Riprendiamo in mano l’articolo e cerchiamo di avere una spiegazione nelle righe che seguono l’infausto inizio. E finalmente l’arcano viene chiarito dallo stesso Flores: "Per favore, non si sbrodoli una volta di più la farsesca accusa di ’usare due pesi e due misure’ contro chi, come noi, stigmatizza l’ingiustizia compiuta oggi, mentre ha sostenuto (e continua a sostenere) il doveroso operata del pool Mani Pulite". Per carità, a nessuno è venuta in mente l’accusa di doppiopesismo… Ma perché allora a tirarla fuori è proprio Paolo Flores? Riflettiamo. Ci viene in mente una massima latina: "Excusatio non petita, accusatio manifesta". La giustificazione di Flores, lo rende colvepole. Di cosa? Di essersi dimenticato l’onestà intellettuale nei cassetti pieni di requisitorie dei pm. Poteva mancare, in questa breve antologia dell’Unità, un articolo del direttore Furio Colombo? Certo che no. Tanti gli articoli che meritano. Ne iniziamo a leggere uno che riguarda il 25esimo anniversario dalla morte del giornalista Carlo Casalegno. "Per molti di noi - inizia Colombo -, a Torino, negli anni Cinquanta, Carlo Casalegno era l’antifascismo". Bene. Il ritratto continua. Il tono è quello della commozione. Si arriva al ricordo dell’attentato. La foto della pagina ritrae un selciato, una macchia di sangue, degli occhiali. "Quei colpi - racconta Colombo - hanno centrato in pieno l’immagine che ci eravamo formati della democrazia, una sorta di imprint, del dna del vivere liberi e responsabili". Toccante. L’articolo finisce. Non c’è però nemmeno un accenno sugli autori del barbaro assassinio del giornalista antifascista. Rileggiamo, magari ci è sfuggito. Niente. Eppure è l’abc del cronista ricostruire i fatti mettendoci dentro "chi, dove, quando, come, perché". Nella prima lezione di giornalismo insegnano questo. Ma questo Furio il direttore lo sa benissimo. E allora perché non ha scritto chi sono gli assassini e perché l’hanno fatto? Forse perché è un po’ imbazzante parlare di antifascismo, di democrazia e di libertà e poi raccontare che a uccidere Casalegno sono state le Brigate Rosse. Sì, proprio i nuclei terroristi che si consideravano eredi dei partigiani comunisti. E antifascisti. Certo, è un po’ imbarazzante. Il Colombo perde il pelo ma non il vizio. E continua a raccontare la storia a modo suo. In questo caso l’omessa verità sugli assassini di Casalegno pesa come un macigno su quest’"indimenticabile" articolo. Nel senso che è meglio non dimenticare come ricostruiscono le vicende di questo Paese i Furio Colombo, i Paolo Flores d’Arcais, i Gianni Vattimo. Nell’amarezza, vien da sorridere. I maestri di democrazia, ancora una volta, hanno tradito le attese. Pensiamo purtroppo, che non sarà l’ultima.

L’Apota

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