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Sotto l’antifascismo niente  - Numero 58

Sotto l’antifascismo niente - Numero 58

Il titolo del pamphlet di Matteo Sacchi richiama chiaramente quello del film di Carlo Vanzina del 1985 “Sotto il vestito niente” ( tratto dall’omonimo romanzo di Marco Parma). Lì si respirava l’atmosfera della “Milano da bere” degli anni Ottanta, una Milano dinamica, effervescente. Il libro di Sacchi, invece, si intitola “Sotto l’antifascismo niente” ( ed. de il Giornale) ed è l’immagine dell’Italia di oggi, una certa Italia che cerca di cancellare un passato scomodo con una proposta di legge, la legge del deputato del PD Emanuele Fiano. Questa legge ora, sciolte le Camere, non sarà più in discussione in questa Legislatura, ma il polverone sollevato resta. Sacchi, pur in poche pagine, riesce a porre degli interrogativi di non poco conto. Prima di tutto : “E’ così semplice capire quando siamo  davvero di fronte ad una minaccia per la democrazia? ”. Non è affatto facile e allora l’autore si sofferma su quanto presente nella nostra Costituzione, sulla legge Scelba del 1952, sulla legge Mancino del 1993. Il nodo della questione è che si dovrebbe varare una legge in difesa della democrazia e contro ogni forma di totalitarismo, compreso quello comunista. Una legge che tuteli la democrazia, colpendo la condotta di chi costituisce un serio pericolo per la democrazia stessa. Con questo Sacchi riesce, in poche pagine, a colpire nel segno. Le forme antidemocratiche, il virus dal quale dobbiamo guardarci non è di un solo colore né relegato nelle pagine della storia. Tutto ciò indubbiamente esula da abrasioni di dediche a Mussolini, mettere fuori legge bottiglie con sopra l’etichetta del Duce, vietare la vendita di gadget, magliette e quant’altro faccia riferimento al passato regime. “ Il fatto più grave” – continua Sacchi – è che guardare solo e soltanto a totalitarismi di ieri, morti e sepolti, è, al minimo, una forma di miopia politica. Più probabilmente, invece, è un modo surrettizio di continuare a fare politica sull’oggi utilizzando i pericoli di ieri”. In Germania, Paese che ha fatto i conti con la sua storia, l’art. 21 della Costituzione tedesca può essere utilizzato contro qualsiasi pericolo antidemocratico, non cadendo così nella trappola dell’anacronismo; viene poi citato il caso degli USA, ma in ambedue i casi ci si scontra con la realtà quotidiana che ha  presentato, comunque, formazioni politiche, gruppuscoli, potenzialmente eversivi, anche se con scarso seguito. Insomma una legge contro il radicalismo è non solo utile ma necessaria, ma deve avere soprattutto il carattere di generalità per non cedere alla tentazione di perseguire solo certe formazioni chiaramente etichettate e trascurare chi attenta realmente alla democrazia, di qualunque colore sia. In chiusura del suo lavoro Sacchi cita un’intervista di Pier Paolo Pasolini a Massimo Fini e pubblicata su L’Europeo: ”Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più …Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di far battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. Insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo”. Era il 26 dicembre 1974; l’anno seguente, il 2 novembre 1975 Pasolini moriva.

Il libraio

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