Prima pagina

Anno di ricorrenze questo 2018. E così ci ricordiamo dell’entrata in vigore della nostra Costituzione repubblicana e delle importanti elezioni politiche del 1948; ma celebriamo anche la fine del primo conflitto mondiale. Ci si ricorda pure, da posizione politiche diverse, del ’68, la rivoluzione studentesca, la contestazione. Avevamo poco più di vent’anni, allora, ma i giovani di oggi poco o nulla sanno di quel periodo, se non hanno avuto l’opportunità di studiarlo a scuola. “Formidabili quegli anni” (titolo di un libro rievocativo scritto da uno dei leader carismatici della contestazione studentesca, Mario Capanna), vennero chiamati. Non tanto formidabili vengono ritenuti da altri. Fra questi ultimi Marcello Veneziani, maître à penser della Destra italiana. Filosofo, saggista, giornalista di notevoli capacità, Veneziani è noto anche per uno stile tutto suo, fatto di giochi di parole, calembour ironici che, capovolgendo e destrutturando parole dà inaspettati significati e contenuti, riflessioni e osservazioni non immediatamente evidenti. Qualche tempo fa ha pubblicato per i tipi de “il Giornale” un volumetto, agile quanto pungente, dal titolo sintomatico: 68 tesi contro il ’68. L’anno maledetto che dura da cinquanta. 68 punti in cui, sinteticamente punto per punto, come in un dizionario filosofico ragionato, l’Autore stigmatizza quel movimento che affascinò un’epoca, ma che suscitò parimenti reazioni e avversioni. Radicale la sua condanna dal punto di vista politico, essendo fallito come rivoluzione, non riuscendo a cambiare nessun assetto di potere. Trionfante, invece, dal punto di vista del modus vivendi, sconvolgendo il modo di pensare di agire, di essere, dalla scuola alla famiglia, dal lavoro ai rapporti generazionali. Una rivoluzione dei costumi prima di tutto. I settantenni di oggi ricorderanno, anche se non hanno partecipato in modo attivo alla contestazione, che fu l’epoca in cui imperavano barbe e capelli lunghi, un nuovo linguaggio dei giovani, incomprensioni fra generazioni. Si contestava tutto in nome dell’ “immaginazione al potere”. E fu una nuova ondata di giovanilismo: largo ai giovani fu un po’ l’emblema del tempo, sconvolgendo tradizioni e mentalità... Fu, quindi, un voler cancellare il passato, la storia, come qualcosa di vecchio. Veneziani vede nel movimento dei 5 Stelle i successori del ’68, nella volontà distruggitrice del passato, nella presa in giro degli avversari, nella volontà decisionale della Rete, che sarebbe la versione moderna delle assemblee studentesche. Verrebbe da pensare che anche il futurismo ebbe un simile, ma non uguale, atteggiamento: il futurismo fu la più importante corrente culturale del ‘900. Fu un’esaltazione della velocità, del dinamismo, della giovinezza e dopo la furia demolitrice del “passatismo” creò una corrente culturale che permeò di sé letteratura, teatro, musica, scultura; persino la cucina. Il futurismo creò, non distrusse solamente. Il ’68 no. Il ’68 nella sua furia devastatrice ha creato attorno a sé il deserto, senza aver lasciato idee o autori di riferimento. La sua eredità è negativa, perché lo svecchiamento diventava dimenticanza della storia e della tradizione; la legittima opposizione all’autoritarismo diventava opposizione all’autorità. Lo slogan “vietato vietare” affascinava i giovani di allora, ma il mio professore di storia contemporanea all’Università ribadiva: “vietato vietare di vietare”, facendoci riflettere sulle radici dell’autoritarismo.
Li vediamo ora i figli dei contestatori del ’68. Li vediamo oggi, per esempio, genitori a scuola, molte volte persi di fronte ai loro figli che non sanno più educare; privi non dico di valori ma di punti di riferimento. Con il ’68, nato come una stagione di impegno, politico e sociale; un movimento che avrebbe voluto cambiare il mondo; una stagione che prometteva tanto, con il ’68 abbiamo avuto alla fine in eredità il disimpegno politico e sociale dei giovani, un’estraneità al mondo che ci circonda, un capovolgimento introspettivo, dove conta solo vivere nel proprio microcosmo in cui l’interlocutore è il cellulare o il pc. Certo non è colpa solo del ’68, ma tutto è iniziato da lì.
Barbarossa

Da sempre ci diciamo che l’Italia non ha ancora fatto i conti con la storia. Con la storia più recente, si intende. E lo si dice da parte di molti, da destra come da sinistra, in occasione delle vicende più varie, a giustificazione – va detto – della propria tesi. Così, per l’insorgere di manifestazioni, atteggiamenti o riti che si richiamano al fascismo o, più recentemente, al rientro della salma del re Vittorio Emanuele III in Italia, l’appello è “fare i conti con la storia”. Ma lo stesso vale per il mancato riconoscimento della tragedia delle Foibe da parte della sinistra comunista più intransigente o addirittura negazionista. Quando ci si trova di fronte a situazioni che non si accettano, che si vogliono rifiutare, ma che emergono improvvisamente, si fa appello a “fare i conti con la storia”, una volta per tutte. E qui si richiama quanto fatto dalla Germania e dal Giappone, che i conti con la storia li hanno fatti, sottolineando la diversità del paese Italia.
Ma “fare i conti con la storia” molte volte vuol dire, da parte dei richiedenti, far tacere le ragioni dell’avversario; negare dignità di parola a chi la pensa diversamente. O semplicemente negare la verità dei fatti.
La storia, non diciamo nulla di nuovo, la scrivono i vincitori; ma talvolta emerge un’altra lettura della storia, come un fiume carsico che prima o poi viene alla luce. Allora fare i conti con la storia diventa quindi necessariamente non accettare la storia “ufficiale” ma compiere una “revisione”. Revisione non è revisionismo. Il “revisionismo” ha una accezione negativa perché nasconde terribili verità, negando anche la realtà dei fatti. La revisione è il coraggio delle idee, il coraggio di dire che si è sbagliato, che forse le cose non stavano così come si era detto sino ad allora.
Insomma “fare i conti con la storia” non è semplice e talvolta nasconde verità per convenienza politica e per opportunità.
L’Italia non riesce a fare i conti con la propria storia più recente perché non riesce a contestualizzare i fatti. Siamo un popolo, per quanto può valere un discorso così generalista, che non ha il senso dello Stato, che scrive sulla propria bandiera “tengo famiglia”, che si divide in Montecchi e Capuleti, in bianchi e neri, guelfi e ghibellini, un popolo che proclama “Franza o Spagna purché se magna”, che – diciamolo francamente – cambia bandiera fin troppo facilmente e preferisce la polemica chiassosa alla serena valutazione, al riconoscimento delle ragioni dell’altro. Ma è anche un popolo che ha saputo dare prova di grandi eroismi in guerra come in tempo di pace; atti di coraggio individuale riconosciuti dal nemico; imprese che sono rimaste nei libri di storia. Ma, appunto, il più delle volte atti individuali, anche se numerosi. Non abbiamo il senso dell’appartenenza, della comunità. Eppure la civiltà occidentale, nata in Grecia, qui si è sviluppata, qui ha messo le radici del diritto, qui nasce l’orgoglioso “civis romanus sum et latine loquor”. Oggi, per riconoscere ufficialità all’Inno nazionale, all’Inno di Mameli, abbiamo impiegato 70 anni!
Si temono, dunque, il rinascere del fascismo, gli atteggiamenti inneggianti al passato (e ormai morto) regime, il pericolo per la democrazia. Ma c’è da chiedersi: quanto si è veramente fatto sulla strada della democrazia? Fermo restando che la condanna della dittatura – di ogni dittatura, però - deve essere chiara e inequivocabile, vogliamo chiederci perché la democrazia, o meglio, la gestione della democrazia desti ancora, dopo settanta anni di vita, tante riserve? Il cosiddetto populismo nasce perché è una moda o perché la gente è insoddisfatta da una democrazia gestita in modo sempre più lontano dalle esigenze autentiche del popolo? Il fascismo va capito nel suo tempo, va storicizzato, non “scusato” ma compreso. E venne compreso perfino dai suoi avversari, sia interni che stranieri. Certo è stato un male per lo sviluppo della democrazia, ma forse il male minore. Per vent’anni. La democrazia in Italia ha invece settanta anni di vita, ma il Paese è nelle condizioni in cui lo vediamo quotidianamente: sfiduciato, sempre più lontano dalla politica, riproponendo quella scissione già nota di “paese reale e paese legale”, sempre più rassegnato; rassegnato alle tasse, ai disservizi, all’immigrazione incontrollata, al declino. E’ proprio perché crediamo nella democrazia che dobbiamo fare, veramente, i conti con la storia una volta per tutte, dicendo BASTA. Basta con le recriminazioni, con il rinfacciarci reciprocamente un passato che è passato, che non va dimenticato, certo, ma che non deve neppure essere alibi per il presente, né condizionare il nostro futuro.
A. F. V.

Il 22 ottobre in Lombardia si vota. E pure in Veneto. Gli elettori sono chiamati ad esprimersi su un quesito grazie ad un referendum consultivo. Questo tipo di referendum, come dice la stessa parola, è consultivo, cioè non vincola i governanti, ma indubbiamente ha un grande valore perché esprime la volontà popolare, di cui non si può non tenere conto.

Questo il quesito sottoposto agli elettori :

“Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”

Non si tratta,quindi, di secessione, nè di fine dell’unità nazionale, ma della richiesta di fare anche della Lombardia, e del Veneto, una Regione autonoma.

Ma qual è la “specialità” della Lombardia? Lo si apprende leggendo,nel sito della Regione Lombardia, la Mozione concernente il “referendum per l’autonomia della Lombardia : competenze e risorse” del 13 giugno.

Noi vogliamo, però, qui prendere in considerazione un agile libretto, pubblicato da “il Giornale”, a firma di Giuseppe Valditara : Lombardia felix. Giuseppe Valditara, professore ordinario di Diritto privato romano, studioso di federalismo, senatore della Repubblica, non ha solo presentato dati eloquenti che fanno della nostra regione la Lombardia felix, ma ha anche evidenziato la storia dell’efficienza della sanità lombarda. Ricorda,infatti, quanto scriveva Carlo Cattaneo nelle Notizie naturali e civili su la Lombardia, che nel 1844 contava in  regione 72 ospedali ed altri in via di edificazione, ospedali per tutti “senza patronato, senza favore, alla sola condizione dell’infermità e del bisogno”.In quegli anni si curavano ben 24.000 malati l’anno, quanti se ne curavano a Londra. Fra i tanti primati della terra lombarda Cattaneo ricordava l’elevato numero di ingegneri e l’alto tasso di alfabetizzazione. Ma è il confronto con altre situazioni del mondo d’oggi che ti lascia spiazzato. Scrive Valditara: “un operaio metalmeccanico lombardo, un insegnante lombardo,un poliziotto, un tramviere, un impiegato di banca che lavorino in Lombardia hanno all’incirca lo stesso stipendio di chi lavora, per esempio, in Calabria o in Sicilia, con un costro della vita completamente diverso: Milano è più costosa di Amsterdam, di Berlino, o di Stoccarda; Bergamo è più cara di Lione” (pag.15). Ma dove si tocca veramente con mano la situazione della Lombardia rispetto al resto del Paese è nel residuo fiscale annuo: “…ogni cittadino lombardo (neonati e ultracentenari compresi) dà in solidarietà al resto del Paese oltre 5.500 euro all’anno”(pp. 25,26). Eppure la Regione Lombardia ha livelli di efficienza e di prestazione di servizi superiori ad altre regioni, con una spesa pro capite nettamente inferiore. Insomma il modello lombardo vince, alla grande, nonostante abbia il 23% in meno, rispetto alla media nazionale, di dipendenti pubblici.

La conclusione cui giunge Valditara è chiara e ineccepibile : “Occorre in definitiva un nuovo patto fra italiani, un nuovo patto fra Nord e Sud, una nuova unità nella diversità. L’Italia non è la Danimarca, eguale da Odense a Copenhagen. La nostra identità si caratterizza per le straordinarie differenze nel contesto di alcuni valori comuni. Lo slogan unificante sia :”A ciascuno secondo le sue necessità”, più o meno autonomia a secondo del bisogno e delle condizioni dei diversi territori, rifiutando in ogni caso l’egualitarismo e il centralismo di matrice giacobina e consentendo a qualunque regione di scegliere come governare il proprio destino.

Questa è la vera priorità per la Lombardia e in definitva per la crescita e il futuro dell’Italia intera” (pag. 47).

Il Progetto autonomistico, se ben strutturato, può essere la salvezza per questo nostro Paese che pare andare alla deriva. In altri tempi – siamo sinceri – avremmo temuto che discorsi simili avrebbero portato alla frantumazione dell’unità nazionale. Ora, di fronte alle crisi di ogni genere che sembrano caratterizzare la nostra epoca, in un Paese dilaniato e diviso da mille difficoltà, incomprensioni, atteggiamenti individualistici, proprio un’autonomia consapevole e responsabile potrebbe essere l’unica via di salvezza.

Il Barbarossa

Foibe - Numero 56

Ci sono ricorrenze che col passare degli anni perdono il loro smalto: i ricordi  sbiadiscono, la ripetizione annuale stanca, l’interesse cala, gli eventi ormai lontani non ne fanno percepire più il loro significato. Eppure la commemorazione delle Foibe ogni anno si ripresenta puntuale e sempre con maggiore risalto, con maggiore partecipazione, con maggiore diffusione. Da quando il “Giorno del ricordo”, nel 2004, è diventato legge dello Stato, parlare di Foibe non è più tabù : rievocazioni in pubbliche manifestazioni ma soprattutto nelle scuole  danno sempre maggiore risalto a quel giorno che rievoca una tragedia tutta italiana. Ma anche “grazie”, si fa per dire, alle polemiche che vengono ancora sollevate.

Eppure quella delle Foibe è una tragedia diversa dalle altre, diversa da altri genocidi commessi dall’uomo nell’arco della sua lunga storia, diversa dalle varie pulizie etniche. Qui sono stati eliminati, uccisi, non solo fascisti, ma anche antifascisti, comunisti, cattolici, preti, membri del CLN … : Italiani. Tutti eliminati perché non vollero piegarsi al nuovo regime comunista di Tito. Non si trattava solo di nemici, ma anche di combattenti antifascisti colpevoli di non voler abbandonare la propria identità nazionale.

E coloro che riuscirono ad evitare la strage fuggirono: trecentomila e più arrivarono in Italia, male accolti perché avevano rifiutato di rimanere nella “nuova patria” comunista di Tito, esuli in Patria. E’ una storia che va raccontata proprio in questi anni in cui il senso della Patria, del radicamento alle proprie origini, l’attaccamento alla terra dei padri ( questo il significato di Patria …) va scemando sempre più.

Ora nei libri di scuola si parla di Foibe; fino a qualche anno fa non si conosceva nulla o poco. Ora se ne parla anche se nei testi permane talvolta un giudizio che sottolinea un  atteggiamento di comprensibile, ma non giustificabile, vendetta nei confronti dell’occupazione nazifascista precedente. Ma, in effetti, si è trattato anche di altro. Si è trattato proprio di un’epurazione, di una pulizia etnica che doveva eliminare qualsiasi residuo di italianità, a prescindere che si trattasse di fascisti o antifascisti. Se non si sottolinea questo atroce aspetto non si comprende in pieno cosa furono le Foibe e si rischia di relegarle ad uno dei tanti, tragici,eventi della guerra.

Oggi ricordiamo ancora le Foibe. E le ricorderemo sempre. Perché quei Martiri e quegli Esuli, che hanno lasciato tutto perché si sentivano italiani, sono  un grande insegnamento che ci resta in un’Italia in declino. Un declino fatto di dimenticanza, di perdita della memoria delle proprie tradizioni, delle proprie radici.

Scelsero l’Italia, questi profughi; non chiesero molto : un tetto. Ottennero rifugi in luoghi di fortuna, per anni, e si rifecero una vita. Oggi i loro discendenti tengono vivo il ricordo di quell’epoca dei propri genitori, di quel lembo di italianità e lo fanno dando un grande esempio: nelle loro manifestazioni non ci sono bandiere di partito, ma una sola ,quella italiana.

I fessi e i furbi - Numero 55

In Parlamento cerchi tra gli scranni e non trovi i leader. Sono fuori del Parlamento: Berlusconi, Grillo, Renzi. E non si tratta di leader di piccoli partiti, ma della stragrande rappresentanza del popolo italiano. Il popolo italiano! Un popolo abituato alla retorica quotidiana, alle belle frasi (non alle belle idee per cui si muore…), alle divisioni, agli schematismi, ai luoghi comuni, alle frasi fatte. Siamo sempre più un popolo di parolai, di gente che si nasconde dietro le parole (che non costano niente…) e che non fa, non opera, non cambia. Siamo rimasti un popolo di gattopardi, che dice di voler cambiare tutto ma non vuole cambiare nulla. Pigrizia italica, istinto di sopravvivenza, perdita di ogni speranza. Già la speranza. Gli appelli della Chiesa alla speranza continuano. E come potrebbe essere diversamente? Ma come scrive il Catechismo della Chiesa cattolica " La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo". Noi crediamo laicamente che la speranza sia l’attesa che qualcosa cambi, che il mondo cambi, da solo, o per un intervento neppure divino, ma pur che sia… Non abbiamo perso la speranza, che forse non abbiamo mai avuto, abbiamo perso la fiducia in noi stessi, nelle nostre capacità, nella volontà di cambiare realmente. E di fare piazza pulita del passato, cambiare modo di pensare, di essere. Vivendo di speranza moriremo disperati, come diceva un vecchio proverbio. Invece dobbiamo portare avanti una vera rivoluzione. Una rivoluzione morale. Certo non siamo i primi a dirlo, ma vale la pena sottolinearlo in un momento in cui di rivoluzione, e non sempre pacifica, si sente sempre più pericolosamente parlare. Il clima in cui il Paese vive non è dei migliori e le premesse per sommosse, rivolte, moti di piazza ci sono tutte. Rivoluzione nel senso autentico no, perché manca quel background culturale che c’è dietro ogni vera rivoluzione. Ma per scongiurare queste sollevazioni di piazze, inconsulte, portatrici di odi, morti, lacerazioni in una società già travagliata, non c’è che da riscoprire il senso civico, la dignità della persona e del cittadino, il senso dello Stato, dell’essere Comunità e non aggregato di egoismi, piccoli e grandi.


« L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono ».Questo scriveva Giuseppe Prezzolini quasi un secolo fa, era il 1921 nel suo libro "Codice della vita italiana". E’ cambiato qualcosa dal 1921?

Barbarossa

 

E’ questa la domanda che dobbiamo rivolgerci ora, dopo le ultime elezioni. A fronte della disfatta di tutte le destre, e intendo le destre non il centrodestra, l’interrogativo è prioritario. Inutile pensare di sommare i vari spezzoni delle destre prima di chiederci se in Italia c’è ancora bisogno di destra. La richiesta di dar vita ad una "Costituente della destra", idea che per altro condivido, deve essere preceduta da questo drammatico interrogativo. E ad esso si deve dare una risposta, anche se dovesse essere il requiem della destra italiana. Non si tratta quindi di fare un esercizio matematico, di pensare di fare la somma dei vari partitini, la somma di più disfatte, per pensare di avere una mezza vittoria in futuro… Gli italiani hanno bocciato le formazioni di destra e ci sarà un perché. Non basta dire che il Movimento 5 Stelle ha attirato molti voti della destra: chiediamoci il perché. La verità è che la destra non ha saputo parlare alla gente.

Non si è saputo parlare perché la destra in Italia, oltre tutto sempre minoritaria, si è omologata al PdL per troppo tempo, perdendo le sue caratteristiche, il suo carisma. La destra ben difficilmente - se non sarà capace di un grande e radicale cambiamento - potrà essere un giorno maggioranza nel Paese; la destra ha sempre avuto la funzione d’essere punto di riferimento, di elaborare soluzioni e alternative sociali, di difendere la tradizione; insomma di incarnare i soliti, benedetti, Valori. E i valori della destra sono noti a tutti; elencarli diventa inutile e stucchevole. Si tratta, invece, di declinarli nel quotidiano, di farli diventare carne e sangue. Ed anche questo lo sappiamo. Perché ciò non è avvenuto? Perché, probabilmente, ci si è limitati a recitare la solita litania dei valori, non a realizzarli per davvero. E’ stato preferibile ricordare ad ogni piè sospinto la famiglia, la scuola, il lavoro, l’ambiente, ecc. ecc., per poi perdersi nel compromesso (che, comunque, esercitato razionalmente è l’anima della politica) che rende tutto omogeneo.

La stessa scelta economica della destra non è mai stata decisamente liberale ma tradizionalmente statalista; eppure la destra italiana si è fusa con la scelta liberista berlusconiana. Non dico che ciò sia sbagliato, dico che è stato un cambiamento che ha fatto perdere la caratteristica precedente senza riuscire a guadagnare la nuova sponda. E questo ha creato smarrimento.

Le grandi scelte, i grandi cambiamenti hanno bisogno di uomini forti, carismatici, capaci di incarnare il cambiamento (che è sempre doloroso) e farlo accettare ai propri seguaci e conseguentemente allargare il consenso guadagnando l’adesione di coloro che prima erano distanti. Uomini forti non certo in senso antidemocratico, ma forti come dichiarato nell’Appello del PPI del 1919: "A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà". Un cambiamento che viene "dal basso", condiviso e non imposto. Un cambiamento che è quindi, prima di tutto, culturale. Culturale nel senso che deve essere fatta una revisione dei valori fondanti; capire che il mondo cambia anche se non vuoi e che certe questioni vanno affrontate, certe scelte dolorose vanno fatte. Ma capire contemporaneamente che non si può navigare a vista, perché è indispensabile avere punti di riferimento, una stella polare, i valori appunto.

Ed ecco che la Destra (questa volta scritta con la lettera maiuscola…) ha la sua funzione: quella di realizzare il cambiamento, quella di far rivivere nel quotidiano i valori della nostra tradizione, della nostra cultura, del nostro essere italiani. Perché della tradizione essa è sempre stata, nel bene e nel male, l’unica e autentica testimone ed interprete. Significa, ad esempio, comprendere che non si può vivere solo pensando economicamente, che l’unico valore sia il denaro, che non solo c’è il "negotium" ma anche, ad equilibrarlo, l’"otium". Significa che il rispetto delle diversità, alle quali è naturale e razionale aprirsi, non deve essere la dimenticanza della "dignitas" della persona, ma che anzi - proprio la consapevolezza di quella "dignitas" - porta al riconoscimento dell’altro, ma nel rispetto delle differenze. Significa aprirsi ad una vera tolleranza, che non vuol dire sottomissione. Significa vivere diversamente, creandosi nella propria vita quegli spazi di caratteri sociale, culturale, affettivo che abbiamo sacrificato al dio denaro. Significa apportare una vera rivoluzione culturale nella propria vita, individuale, con cambiamenti che ridiano il vero valore alle cose, al tempo, alla vita, alle persone.

Questa è la funzione della Destra, una funzione che ha sempre avuto ma che ora è stata dimenticata per dare spazio a più facili, nuovi, "valori".

Antonio F. Vinci

La Destra italiana si interroga sul suo futuro. Nella confusione, nel vero e proprio marasma che alberga a sinistra come a destra, mentre sempre meno cittadini vanno a votare, bollati i politici come una "casta" di intoccabili che vivono su Marte, la Destra italiana cerca di ricomporre le fila.


Il tentativo hanno iniziato a farlo Renato Besana e Marcello Veneziani qualche mese fa. Veneziani ha lanciato un appello ( riportato in Letture di questo numero del Barbarossaonline) che si è poi concretizzato nel seminario sul Progetto Itaca il 15 luglio 2012, ad Ascoli Piceno nel Monastero di Valledacqua. Parole chiare sulla nascita della nuova Costituente di Destra, piene di speranza per la nascita di un nuovo movimento. Eppure non c’è stato quel gran interesse che ci si aspettava, o almeno si sperava : "Al dibattito sugli orizzonti di un’area culturale a destra in Italia, si è registrata finora una sostanziale assenza di interventi da parte di giovani pensatori, giornalisti, scrittori che hanno ricevuto una educazione sentimentale tra ‘tempeste d’acciaio’ e lezioni spirituali da samurai. Indagare le motivazioni del rumoroso silenzio di tanti aspiranti "maitre à penser" non è la priorità."( Itaca-Veneziani. Nessun ritorno. Ci vogliono novità, non sofismi cacciariani, Pubblicato su www.barbadillo.it del 9 luglio 2012 da Cesare Comanda).

Pietrangelo Buttafuoco, invece, è apparso entusiasta del Progetto: "Noi, col nostro Partito, non siamo di destra. Noi siamo gli eredi di un genio pragmatico che seppe fare dell’ideologia italiana l’alfabeto della modernità. Siamo quelli che devono stare svegli per avvisare i ragazzi di ciò che sta succedendo: l’Italia è alla deriva, l’Italia di oggi è peggio di quella di vent’anni fa quando venivano ammazzati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, morti inutilmente se la mia Sicilia è, adesso, la fogna del potere. L’Italia di oggi - che pure ha avuto la cosiddetta destra al governo - ha visto cadere l’ultimo velo di ipocrisia sotto il maglio dell’Euro. E tutti sono più poveri e tutti sono più schiavi perché l’Italia non ha sovranità politica. Non l’ha mai avuta, la sovranità, da quando abbiamo perso la guerra e l’Italia è ridotta ad essere periferia perché l’ha persa quella guerra. Non senza il carico d’odio di una guerra civile che dura ancora perché se c’è un passo zoppo in questa nostra Italia, c’è perché ci ritroviamo sciancati in ragione di una condizione d’eterno esilio cui sono stati costretti i nostri padri, noi pure e tutto ciò che è derivato dal pragmatico movimento politico molto italiano e tutto moderno, quello." (Pietrangelo Buttafuoco, Il ‘nostro’ Partito. Molto italiano, moderno e pragmatico, www.barbadillo.it, Pubblicato il 16 luglio 2012 ).

Ora, a qualche mese da quegli eventi, tutto tace… Intanto, in vista delle prossime elezioni, abbiamo assistito alla nascita di un nuovo movimento politico, Fratelli d’Italia-Centrodestra nazionale, frutto del percorso unitario di Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Guido Crosetto. Un nuovo soggetto politico venuto fuori dal PdL, ma non contro il PdL. Eppure il movimento di Giorgia Meloni e Crosetto inizialmente aveva fatto nascere la speranza di essere una formazione che guardava alla costruzione di una nuova comunità di Destra, che avrebbe potuto richiamarsi ad una tradizione identitaria, tenuto conto anche della storia personale della Meloni. Indubbiamente ha giocato a favore della veloce fusione con il raggruppamento di La Russa l’ovvia constatazione realistica che, da soli, non si va da nessuna parte.

Ci sono poi coloro che provengono da AN e sono rimasti nel PdL; ci sono i fedeli di Fini; c’è Storace con la Destra.

Alla vigilia delle elezioni, quale Destra, dunque, in Italia? Dopo il tentativo del Terzo Polo, Fini va con Mario Monti, chiudendo definitivamente ogni velleità di destra a chi lo segue. Storace si mantiene con il suo simbolo e il suo partito, ma si candida alle regionali del Lazio come governatore e forse potrà contare sull’appoggio di Berlusconi: distinto ma non distante. Ma è ancora da vedere. Altri restano nelle fila del PdL, come Gasparri.

E’ la fine della Destra? Divisa, frammentata, la diaspora della Destra italiana non è stata mai così tangibile.

A questo punto dobbiamo fare alcune considerazioni.

Con l’attuale sistema elettorale, da soli si perde. Il bipolarismo insegna che solo unendosi, alleandosi, federandosi, si possono salvare anche le minoranze politiche. E questo lo stiamo vedendo sia a destra che a sinistra. Perseguire l’ideale di una presunta "purezza", la linea di "duri e puri" lo fa solo la Lega. E non più come una volta…Tant’è che alla fine anche la Lega di Maroni ha fatto l’accordo con il PdL, pur di ottenere la Lombardia …

La politica vera è anche realismo, forse soprattutto realismo, senza sfociare in cinismo, certo, e quindi non può non tenere conto della necessitante realtà. Diversamente ci si chiude in un ghetto di testimonianza che alimenta solo reducismo e nostalgie. Nella realtà, se si fa politica, bisogna incidere; il difficile è fino a che punto di compromesso si possa giungere. Ma stiamo dicendo delle banalità, forse…

Ora in Italia c’è un’emergenza : la necessità che nasca una nuova, moderna, unitaria, seria, Destra. Un problema che esiste da sempre. In Italia, dopo la fine della guerra, non c’è stato un partito veramente di Destra, conservatore senza essere reazionario, propositivo di una visione globale della vita, della società e del lavoro. Il MSI era troppo legato al passato regime fascista per essere visto come un moderno partito conservatore e quando, dalle ceneri di quel partito, si è andati oltre, beh vediamo in che stato siamo rimasti…La fusione nel PdL ha smorzato le velleità della costruzione di una Destra moderna, assorbiti nel pluralismo delle anime presente già in FI. Ora la pressante situazione presente spinge alla fondazione di una nuova Destra.

In concomitanza c’è l’emergenza delle elezioni. C’è il rischio di voler mettere da parte la costruzione della nuova Destra per affrontare il nodo elettorale, che pure ha la sua priorità. Ma è proprio qui il punto: approfittare delle elezioni prossime per costruire la nuova Destra. Una Destra che abbia programmi suoi propri, anche se non necessariamente e drasticamente alternativi al centrodestra del PdL; una Destra che riscopra la sua tradizione, che faccia il "cane da guardia" al PdL e che lo richiami quando si dovesse dimostrare troppo morbido su certe questioni non negoziabili. La nuova formazione di destra, Fratelli d’Italia, è nata dall’idea dello spacchettamento di Berlusconi; è frutto non di un’autonoma volontà di ridare fiato alla destra ma di fare un lavoro di sponda al PdL. Non a caso si chiama "centrodestra nazionale". Noi non siamo "centrodestra"; siamo e vogliamo essere sempre Destra.

Una cosa è certa: non si vuole morire non solo democristiani ma neppure berlusconiani. Almeno la Destra più tradizionalista. Si vuole rifondare o nascere del tutto ( che, ovviamente, non è la stessa cosa …), non dimenticando la tradizione. E’ la maledizione della Destra italiana. Periodicamente in cerca di sé, di punti di riferimento e perennemente incapace di leggere nel presente. Il "testamento" morale di Franco Cardini ( da leggere, e da meditare ,nella rubrica Letture del giornale) vede nero, nel senso che ormai non c’è più nulla da fare: la Destra è morta. Parce sepulto, perdona chi è morto. Ma è proprio così? Ci dobbiamo proprio arrendere? Stiamo attenti a non cadere nell’accettazione obbligatoria della resa, in una specie di scetticismo romantico, del "tutto è perduto". Indubbiamente i motivi ci sono: una realtà che è mutata e muta incessantemente; l’incomprensione del mondo che ci circonda; soprattutto la consapevolezza d’essere indifesi a qualsiasi livello. C’è una specie di globalizzazione dell’impotenza : siamo impotenti di fronte ai mercati finanziari, di fronte ai politici che fanno quello che vogliono, di fronte ai figli, alle nuove generazioni, che vediamo come dei marziani (ma , almeno, alle crisi generazionali eravamo abituati …); di fronte al mutare dei rapporti tra uomo e donna; di fronte al dilemma che ha avuto nella tragedia civile ed umana di Taranto il suo simbolo : vivere, lavorando, per morire di inquinamento o morire di fame, per vivere salubri. La destra si interroga, si interroga e chiede un nuovo modo di fare politica, nuovi modelli di pensiero, nuove soluzioni, nuove proposte. Il momento è difficile, ma può essere anche gravido di mutamenti epocali. E così si fa il solito appello ai giovani ( ci si dimentica sempre che già qualcun altro aveva intitolato il proprio inno "Giovinezza"…). Ma quali giovani? Come se, poi, l’età anagrafica fosse sicura testimonianza di pragmatismo, di intelligenza politica, di capacità di interpretare la realtà. E comunque non certo di esperienza.

Perché di questo si tratta:nuove soluzioni per una lettura del presente. Per favore, che qualcuno si faccia avanti. Che la Destra si decida. Destra, se ci sei batti un colpo! Fatele queste proposte. Basta piangerci addosso, basta consumarci in analisi: facciamo delle proposte! Cardini è un grande pensatore che, a sentire le sue parole, sente il peso della vecchiaia. Per questo, e per tanto altro …, risponde all’invito di tornare a Itaca dicendo : " quando parlate con finta nostalgia di un Passato mai esistito e di un Futuro che non ci sarà mai e che in fondo non v’interessa, mi annoiate. Vi saluterò con affettuosa mestizia, mentre volgete le vostre prore verso Itaca".

Ma noi, non più giovani come lui, diciamo ancora, nonostante tutto, "andiamo avanti"! Sbaglieremo? Sarà l’ennesima delusione? E’ molto probabile.

Ma in questo non arrendersi mai sta lo spirito della Destra.

E sono sicuro che il deluso Cardini, il grande Cardini, sarà ancora con noi con il suo insegnamento. Sarà presente magari per bacchettarci, per mostrare le nostre illusioni, ma di questo gli saremo grati.

Antonio F. Vinci

Cosa manca all’Italia oggi? Cosa manca per ritornare con dignità tra le altre nazioni? Facile rispondere : i soldi. Facile dire : risanare il deficit, far risalire il Pil, aumentare l’occupazione, far scendere il mitico spread! Tutto vero, ma questi obiettivi non si conseguono certamente se non partiamo da una riflessione sul nostro essere italiani. E’ inutile che continuiamo ad autoincensarci ricordando la nostra storia: quella fu e non ritorna più. Smettiamola di considerarci i migliori, i più bravi, quelli che si tolgono dalle difficoltà grazie all’ingegno, all’italica fantasia. Rischiamo di cadere nella stessa falsa retorica di chi credeva che bastassero ideali e valori per contrastare le armate statunitensi. Non bastarono "otto milioni di baionette" contro la potenza bellica degli Alleati e se lotta ci doveva essere tra "Il sangue e i cannoni", beh la storia ci insegna che i cannoni la spuntano sempre. Non sarà bello, non sarà "romantico" ma è realistico. D’altra parte la storia d’Italia è sempre stata la storia della ricerca di un uomo forte ( che fosse Crispi o Giolitti o Mussolini o De Gasperi o Fanfani o Craxi o … Berlusconi, poco importa), un uomo che potesse "sistemare" le cose, cui dare fiducia. Un ’ incarnazione dell’italico stellone, insomma. Oggi tocca a Monti che, pur perdendo sempre più consensi (non elettorali perché non eletto … ma nei sondaggi) tenta pure lui di cambiare l’italiano. Non pare che l’operazione gli venga bene, però. C’è già chi aveva detto che "pagare le tasse è bello" : poco ci mancò che lo linciassero moralmente! Qualcun altro ha detto che i giovani italiani sono "bamboccioni" : apriti cielo, guai a toccare i figli di mamma. E se il ministro Fornero si azzarda a dire che è meglio prendersi una laurea che comperarsi un bilocale, sembra che abbia attentato all’economia nazionale. Insomma dobbiamo metterci in testa che possiamo, che dobbiamo cambiare. E cambiamo senza bisogno di avere ulteriori maestri. Ce la possiamo fare anche da soli: siamo abbastanza cresciuti! E’ che l’italiano non vuole cambiare. E’ convinto che "poi tutto s’aggiusta"; è convinto che sia sempre il migliore. In tutti i campi. Specialmente in quello sessuale. Poi, l’altro giorno, è arrivata una ricerca che ha messo al primo posto le donne italiane come amanti e i maschi italioti … beh … non proprio in vetta. Il gallismo italiano ha subito un duro colpo, ma facciamo finta di niente. Ecco: noi italiani facciamo finta di niente. Lo abbiamo fatto per secoli. Ce l’hanno ricordato Guicciardini e Machiavelli, ma noi niente. Ce lo ha ricordato la storia nei diversi momenti, ma noi niente. Ci manca una merce semplice, ma preziosa e che non si compra al mercato : l’onestà intellettuale, il senso del dovere e non solo del diritto. Ci vuole una rivoluzione culturale, ma deve nascere da noi, sin dalle piccole cose. Nascere in casa, nel rispetto del proprio coniuge, dei figli; nel lavoro, nei confronti degli altri; nella scuola, nel rispetto dei ruoli. Avere il coraggio di ammettere che abbiamo sbagliato, che sbagliamo, che si deve cambiare. Viviamo in tempi difficili, ma non guardiamo avanti. Ci chiudiamo nel nostro piccolo mondo, credendo di salvarci. E la fine è lì, a pochi passi. La fine, economica e morale, è lì anche per noi. Noi chiudiamo gli occhi e pensiamo che sia come il cancro : può toccare gli altri e non noi!


V.A.

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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