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Foibe - Numero 56

Ci sono ricorrenze che col passare degli anni perdono il loro smalto: i ricordi  sbiadiscono, la ripetizione annuale stanca, l’interesse cala, gli eventi ormai lontani non ne fanno percepire più il loro significato. Eppure la commemorazione delle Foibe ogni anno si ripresenta puntuale e sempre con maggiore risalto, con maggiore partecipazione, con maggiore diffusione. Da quando il “Giorno del ricordo”, nel 2004, è diventato legge dello Stato, parlare di Foibe non è più tabù : rievocazioni in pubbliche manifestazioni ma soprattutto nelle scuole  danno sempre maggiore risalto a quel giorno che rievoca una tragedia tutta italiana. Ma anche “grazie”, si fa per dire, alle polemiche che vengono ancora sollevate.

Eppure quella delle Foibe è una tragedia diversa dalle altre, diversa da altri genocidi commessi dall’uomo nell’arco della sua lunga storia, diversa dalle varie pulizie etniche. Qui sono stati eliminati, uccisi, non solo fascisti, ma anche antifascisti, comunisti, cattolici, preti, membri del CLN … : Italiani. Tutti eliminati perché non vollero piegarsi al nuovo regime comunista di Tito. Non si trattava solo di nemici, ma anche di combattenti antifascisti colpevoli di non voler abbandonare la propria identità nazionale.

E coloro che riuscirono ad evitare la strage fuggirono: trecentomila e più arrivarono in Italia, male accolti perché avevano rifiutato di rimanere nella “nuova patria” comunista di Tito, esuli in Patria. E’ una storia che va raccontata proprio in questi anni in cui il senso della Patria, del radicamento alle proprie origini, l’attaccamento alla terra dei padri ( questo il significato di Patria …) va scemando sempre più.

Ora nei libri di scuola si parla di Foibe; fino a qualche anno fa non si conosceva nulla o poco. Ora se ne parla anche se nei testi permane talvolta un giudizio che sottolinea un  atteggiamento di comprensibile, ma non giustificabile, vendetta nei confronti dell’occupazione nazifascista precedente. Ma, in effetti, si è trattato anche di altro. Si è trattato proprio di un’epurazione, di una pulizia etnica che doveva eliminare qualsiasi residuo di italianità, a prescindere che si trattasse di fascisti o antifascisti. Se non si sottolinea questo atroce aspetto non si comprende in pieno cosa furono le Foibe e si rischia di relegarle ad uno dei tanti, tragici,eventi della guerra.

Oggi ricordiamo ancora le Foibe. E le ricorderemo sempre. Perché quei Martiri e quegli Esuli, che hanno lasciato tutto perché si sentivano italiani, sono  un grande insegnamento che ci resta in un’Italia in declino. Un declino fatto di dimenticanza, di perdita della memoria delle proprie tradizioni, delle proprie radici.

Scelsero l’Italia, questi profughi; non chiesero molto : un tetto. Ottennero rifugi in luoghi di fortuna, per anni, e si rifecero una vita. Oggi i loro discendenti tengono vivo il ricordo di quell’epoca dei propri genitori, di quel lembo di italianità e lo fanno dando un grande esempio: nelle loro manifestazioni non ci sono bandiere di partito, ma una sola ,quella italiana.

I fessi e i furbi - Numero 55

In Parlamento cerchi tra gli scranni e non trovi i leader. Sono fuori del Parlamento: Berlusconi, Grillo, Renzi. E non si tratta di leader di piccoli partiti, ma della stragrande rappresentanza del popolo italiano. Il popolo italiano! Un popolo abituato alla retorica quotidiana, alle belle frasi (non alle belle idee per cui si muore…), alle divisioni, agli schematismi, ai luoghi comuni, alle frasi fatte. Siamo sempre più un popolo di parolai, di gente che si nasconde dietro le parole (che non costano niente…) e che non fa, non opera, non cambia. Siamo rimasti un popolo di gattopardi, che dice di voler cambiare tutto ma non vuole cambiare nulla. Pigrizia italica, istinto di sopravvivenza, perdita di ogni speranza. Già la speranza. Gli appelli della Chiesa alla speranza continuano. E come potrebbe essere diversamente? Ma come scrive il Catechismo della Chiesa cattolica " La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo". Noi crediamo laicamente che la speranza sia l’attesa che qualcosa cambi, che il mondo cambi, da solo, o per un intervento neppure divino, ma pur che sia… Non abbiamo perso la speranza, che forse non abbiamo mai avuto, abbiamo perso la fiducia in noi stessi, nelle nostre capacità, nella volontà di cambiare realmente. E di fare piazza pulita del passato, cambiare modo di pensare, di essere. Vivendo di speranza moriremo disperati, come diceva un vecchio proverbio. Invece dobbiamo portare avanti una vera rivoluzione. Una rivoluzione morale. Certo non siamo i primi a dirlo, ma vale la pena sottolinearlo in un momento in cui di rivoluzione, e non sempre pacifica, si sente sempre più pericolosamente parlare. Il clima in cui il Paese vive non è dei migliori e le premesse per sommosse, rivolte, moti di piazza ci sono tutte. Rivoluzione nel senso autentico no, perché manca quel background culturale che c’è dietro ogni vera rivoluzione. Ma per scongiurare queste sollevazioni di piazze, inconsulte, portatrici di odi, morti, lacerazioni in una società già travagliata, non c’è che da riscoprire il senso civico, la dignità della persona e del cittadino, il senso dello Stato, dell’essere Comunità e non aggregato di egoismi, piccoli e grandi.


« L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono ».Questo scriveva Giuseppe Prezzolini quasi un secolo fa, era il 1921 nel suo libro "Codice della vita italiana". E’ cambiato qualcosa dal 1921?

Barbarossa

 

E’ questa la domanda che dobbiamo rivolgerci ora, dopo le ultime elezioni. A fronte della disfatta di tutte le destre, e intendo le destre non il centrodestra, l’interrogativo è prioritario. Inutile pensare di sommare i vari spezzoni delle destre prima di chiederci se in Italia c’è ancora bisogno di destra. La richiesta di dar vita ad una "Costituente della destra", idea che per altro condivido, deve essere preceduta da questo drammatico interrogativo. E ad esso si deve dare una risposta, anche se dovesse essere il requiem della destra italiana. Non si tratta quindi di fare un esercizio matematico, di pensare di fare la somma dei vari partitini, la somma di più disfatte, per pensare di avere una mezza vittoria in futuro… Gli italiani hanno bocciato le formazioni di destra e ci sarà un perché. Non basta dire che il Movimento 5 Stelle ha attirato molti voti della destra: chiediamoci il perché. La verità è che la destra non ha saputo parlare alla gente.

Non si è saputo parlare perché la destra in Italia, oltre tutto sempre minoritaria, si è omologata al PdL per troppo tempo, perdendo le sue caratteristiche, il suo carisma. La destra ben difficilmente - se non sarà capace di un grande e radicale cambiamento - potrà essere un giorno maggioranza nel Paese; la destra ha sempre avuto la funzione d’essere punto di riferimento, di elaborare soluzioni e alternative sociali, di difendere la tradizione; insomma di incarnare i soliti, benedetti, Valori. E i valori della destra sono noti a tutti; elencarli diventa inutile e stucchevole. Si tratta, invece, di declinarli nel quotidiano, di farli diventare carne e sangue. Ed anche questo lo sappiamo. Perché ciò non è avvenuto? Perché, probabilmente, ci si è limitati a recitare la solita litania dei valori, non a realizzarli per davvero. E’ stato preferibile ricordare ad ogni piè sospinto la famiglia, la scuola, il lavoro, l’ambiente, ecc. ecc., per poi perdersi nel compromesso (che, comunque, esercitato razionalmente è l’anima della politica) che rende tutto omogeneo.

La stessa scelta economica della destra non è mai stata decisamente liberale ma tradizionalmente statalista; eppure la destra italiana si è fusa con la scelta liberista berlusconiana. Non dico che ciò sia sbagliato, dico che è stato un cambiamento che ha fatto perdere la caratteristica precedente senza riuscire a guadagnare la nuova sponda. E questo ha creato smarrimento.

Le grandi scelte, i grandi cambiamenti hanno bisogno di uomini forti, carismatici, capaci di incarnare il cambiamento (che è sempre doloroso) e farlo accettare ai propri seguaci e conseguentemente allargare il consenso guadagnando l’adesione di coloro che prima erano distanti. Uomini forti non certo in senso antidemocratico, ma forti come dichiarato nell’Appello del PPI del 1919: "A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà". Un cambiamento che viene "dal basso", condiviso e non imposto. Un cambiamento che è quindi, prima di tutto, culturale. Culturale nel senso che deve essere fatta una revisione dei valori fondanti; capire che il mondo cambia anche se non vuoi e che certe questioni vanno affrontate, certe scelte dolorose vanno fatte. Ma capire contemporaneamente che non si può navigare a vista, perché è indispensabile avere punti di riferimento, una stella polare, i valori appunto.

Ed ecco che la Destra (questa volta scritta con la lettera maiuscola…) ha la sua funzione: quella di realizzare il cambiamento, quella di far rivivere nel quotidiano i valori della nostra tradizione, della nostra cultura, del nostro essere italiani. Perché della tradizione essa è sempre stata, nel bene e nel male, l’unica e autentica testimone ed interprete. Significa, ad esempio, comprendere che non si può vivere solo pensando economicamente, che l’unico valore sia il denaro, che non solo c’è il "negotium" ma anche, ad equilibrarlo, l’"otium". Significa che il rispetto delle diversità, alle quali è naturale e razionale aprirsi, non deve essere la dimenticanza della "dignitas" della persona, ma che anzi - proprio la consapevolezza di quella "dignitas" - porta al riconoscimento dell’altro, ma nel rispetto delle differenze. Significa aprirsi ad una vera tolleranza, che non vuol dire sottomissione. Significa vivere diversamente, creandosi nella propria vita quegli spazi di caratteri sociale, culturale, affettivo che abbiamo sacrificato al dio denaro. Significa apportare una vera rivoluzione culturale nella propria vita, individuale, con cambiamenti che ridiano il vero valore alle cose, al tempo, alla vita, alle persone.

Questa è la funzione della Destra, una funzione che ha sempre avuto ma che ora è stata dimenticata per dare spazio a più facili, nuovi, "valori".

Antonio F. Vinci

La Destra italiana si interroga sul suo futuro. Nella confusione, nel vero e proprio marasma che alberga a sinistra come a destra, mentre sempre meno cittadini vanno a votare, bollati i politici come una "casta" di intoccabili che vivono su Marte, la Destra italiana cerca di ricomporre le fila.


Il tentativo hanno iniziato a farlo Renato Besana e Marcello Veneziani qualche mese fa. Veneziani ha lanciato un appello ( riportato in Letture di questo numero del Barbarossaonline) che si è poi concretizzato nel seminario sul Progetto Itaca il 15 luglio 2012, ad Ascoli Piceno nel Monastero di Valledacqua. Parole chiare sulla nascita della nuova Costituente di Destra, piene di speranza per la nascita di un nuovo movimento. Eppure non c’è stato quel gran interesse che ci si aspettava, o almeno si sperava : "Al dibattito sugli orizzonti di un’area culturale a destra in Italia, si è registrata finora una sostanziale assenza di interventi da parte di giovani pensatori, giornalisti, scrittori che hanno ricevuto una educazione sentimentale tra ‘tempeste d’acciaio’ e lezioni spirituali da samurai. Indagare le motivazioni del rumoroso silenzio di tanti aspiranti "maitre à penser" non è la priorità."( Itaca-Veneziani. Nessun ritorno. Ci vogliono novità, non sofismi cacciariani, Pubblicato su www.barbadillo.it del 9 luglio 2012 da Cesare Comanda).

Pietrangelo Buttafuoco, invece, è apparso entusiasta del Progetto: "Noi, col nostro Partito, non siamo di destra. Noi siamo gli eredi di un genio pragmatico che seppe fare dell’ideologia italiana l’alfabeto della modernità. Siamo quelli che devono stare svegli per avvisare i ragazzi di ciò che sta succedendo: l’Italia è alla deriva, l’Italia di oggi è peggio di quella di vent’anni fa quando venivano ammazzati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, morti inutilmente se la mia Sicilia è, adesso, la fogna del potere. L’Italia di oggi - che pure ha avuto la cosiddetta destra al governo - ha visto cadere l’ultimo velo di ipocrisia sotto il maglio dell’Euro. E tutti sono più poveri e tutti sono più schiavi perché l’Italia non ha sovranità politica. Non l’ha mai avuta, la sovranità, da quando abbiamo perso la guerra e l’Italia è ridotta ad essere periferia perché l’ha persa quella guerra. Non senza il carico d’odio di una guerra civile che dura ancora perché se c’è un passo zoppo in questa nostra Italia, c’è perché ci ritroviamo sciancati in ragione di una condizione d’eterno esilio cui sono stati costretti i nostri padri, noi pure e tutto ciò che è derivato dal pragmatico movimento politico molto italiano e tutto moderno, quello." (Pietrangelo Buttafuoco, Il ‘nostro’ Partito. Molto italiano, moderno e pragmatico, www.barbadillo.it, Pubblicato il 16 luglio 2012 ).

Ora, a qualche mese da quegli eventi, tutto tace… Intanto, in vista delle prossime elezioni, abbiamo assistito alla nascita di un nuovo movimento politico, Fratelli d’Italia-Centrodestra nazionale, frutto del percorso unitario di Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Guido Crosetto. Un nuovo soggetto politico venuto fuori dal PdL, ma non contro il PdL. Eppure il movimento di Giorgia Meloni e Crosetto inizialmente aveva fatto nascere la speranza di essere una formazione che guardava alla costruzione di una nuova comunità di Destra, che avrebbe potuto richiamarsi ad una tradizione identitaria, tenuto conto anche della storia personale della Meloni. Indubbiamente ha giocato a favore della veloce fusione con il raggruppamento di La Russa l’ovvia constatazione realistica che, da soli, non si va da nessuna parte.

Ci sono poi coloro che provengono da AN e sono rimasti nel PdL; ci sono i fedeli di Fini; c’è Storace con la Destra.

Alla vigilia delle elezioni, quale Destra, dunque, in Italia? Dopo il tentativo del Terzo Polo, Fini va con Mario Monti, chiudendo definitivamente ogni velleità di destra a chi lo segue. Storace si mantiene con il suo simbolo e il suo partito, ma si candida alle regionali del Lazio come governatore e forse potrà contare sull’appoggio di Berlusconi: distinto ma non distante. Ma è ancora da vedere. Altri restano nelle fila del PdL, come Gasparri.

E’ la fine della Destra? Divisa, frammentata, la diaspora della Destra italiana non è stata mai così tangibile.

A questo punto dobbiamo fare alcune considerazioni.

Con l’attuale sistema elettorale, da soli si perde. Il bipolarismo insegna che solo unendosi, alleandosi, federandosi, si possono salvare anche le minoranze politiche. E questo lo stiamo vedendo sia a destra che a sinistra. Perseguire l’ideale di una presunta "purezza", la linea di "duri e puri" lo fa solo la Lega. E non più come una volta…Tant’è che alla fine anche la Lega di Maroni ha fatto l’accordo con il PdL, pur di ottenere la Lombardia …

La politica vera è anche realismo, forse soprattutto realismo, senza sfociare in cinismo, certo, e quindi non può non tenere conto della necessitante realtà. Diversamente ci si chiude in un ghetto di testimonianza che alimenta solo reducismo e nostalgie. Nella realtà, se si fa politica, bisogna incidere; il difficile è fino a che punto di compromesso si possa giungere. Ma stiamo dicendo delle banalità, forse…

Ora in Italia c’è un’emergenza : la necessità che nasca una nuova, moderna, unitaria, seria, Destra. Un problema che esiste da sempre. In Italia, dopo la fine della guerra, non c’è stato un partito veramente di Destra, conservatore senza essere reazionario, propositivo di una visione globale della vita, della società e del lavoro. Il MSI era troppo legato al passato regime fascista per essere visto come un moderno partito conservatore e quando, dalle ceneri di quel partito, si è andati oltre, beh vediamo in che stato siamo rimasti…La fusione nel PdL ha smorzato le velleità della costruzione di una Destra moderna, assorbiti nel pluralismo delle anime presente già in FI. Ora la pressante situazione presente spinge alla fondazione di una nuova Destra.

In concomitanza c’è l’emergenza delle elezioni. C’è il rischio di voler mettere da parte la costruzione della nuova Destra per affrontare il nodo elettorale, che pure ha la sua priorità. Ma è proprio qui il punto: approfittare delle elezioni prossime per costruire la nuova Destra. Una Destra che abbia programmi suoi propri, anche se non necessariamente e drasticamente alternativi al centrodestra del PdL; una Destra che riscopra la sua tradizione, che faccia il "cane da guardia" al PdL e che lo richiami quando si dovesse dimostrare troppo morbido su certe questioni non negoziabili. La nuova formazione di destra, Fratelli d’Italia, è nata dall’idea dello spacchettamento di Berlusconi; è frutto non di un’autonoma volontà di ridare fiato alla destra ma di fare un lavoro di sponda al PdL. Non a caso si chiama "centrodestra nazionale". Noi non siamo "centrodestra"; siamo e vogliamo essere sempre Destra.

Una cosa è certa: non si vuole morire non solo democristiani ma neppure berlusconiani. Almeno la Destra più tradizionalista. Si vuole rifondare o nascere del tutto ( che, ovviamente, non è la stessa cosa …), non dimenticando la tradizione. E’ la maledizione della Destra italiana. Periodicamente in cerca di sé, di punti di riferimento e perennemente incapace di leggere nel presente. Il "testamento" morale di Franco Cardini ( da leggere, e da meditare ,nella rubrica Letture del giornale) vede nero, nel senso che ormai non c’è più nulla da fare: la Destra è morta. Parce sepulto, perdona chi è morto. Ma è proprio così? Ci dobbiamo proprio arrendere? Stiamo attenti a non cadere nell’accettazione obbligatoria della resa, in una specie di scetticismo romantico, del "tutto è perduto". Indubbiamente i motivi ci sono: una realtà che è mutata e muta incessantemente; l’incomprensione del mondo che ci circonda; soprattutto la consapevolezza d’essere indifesi a qualsiasi livello. C’è una specie di globalizzazione dell’impotenza : siamo impotenti di fronte ai mercati finanziari, di fronte ai politici che fanno quello che vogliono, di fronte ai figli, alle nuove generazioni, che vediamo come dei marziani (ma , almeno, alle crisi generazionali eravamo abituati …); di fronte al mutare dei rapporti tra uomo e donna; di fronte al dilemma che ha avuto nella tragedia civile ed umana di Taranto il suo simbolo : vivere, lavorando, per morire di inquinamento o morire di fame, per vivere salubri. La destra si interroga, si interroga e chiede un nuovo modo di fare politica, nuovi modelli di pensiero, nuove soluzioni, nuove proposte. Il momento è difficile, ma può essere anche gravido di mutamenti epocali. E così si fa il solito appello ai giovani ( ci si dimentica sempre che già qualcun altro aveva intitolato il proprio inno "Giovinezza"…). Ma quali giovani? Come se, poi, l’età anagrafica fosse sicura testimonianza di pragmatismo, di intelligenza politica, di capacità di interpretare la realtà. E comunque non certo di esperienza.

Perché di questo si tratta:nuove soluzioni per una lettura del presente. Per favore, che qualcuno si faccia avanti. Che la Destra si decida. Destra, se ci sei batti un colpo! Fatele queste proposte. Basta piangerci addosso, basta consumarci in analisi: facciamo delle proposte! Cardini è un grande pensatore che, a sentire le sue parole, sente il peso della vecchiaia. Per questo, e per tanto altro …, risponde all’invito di tornare a Itaca dicendo : " quando parlate con finta nostalgia di un Passato mai esistito e di un Futuro che non ci sarà mai e che in fondo non v’interessa, mi annoiate. Vi saluterò con affettuosa mestizia, mentre volgete le vostre prore verso Itaca".

Ma noi, non più giovani come lui, diciamo ancora, nonostante tutto, "andiamo avanti"! Sbaglieremo? Sarà l’ennesima delusione? E’ molto probabile.

Ma in questo non arrendersi mai sta lo spirito della Destra.

E sono sicuro che il deluso Cardini, il grande Cardini, sarà ancora con noi con il suo insegnamento. Sarà presente magari per bacchettarci, per mostrare le nostre illusioni, ma di questo gli saremo grati.

Antonio F. Vinci

Cosa manca all’Italia oggi? Cosa manca per ritornare con dignità tra le altre nazioni? Facile rispondere : i soldi. Facile dire : risanare il deficit, far risalire il Pil, aumentare l’occupazione, far scendere il mitico spread! Tutto vero, ma questi obiettivi non si conseguono certamente se non partiamo da una riflessione sul nostro essere italiani. E’ inutile che continuiamo ad autoincensarci ricordando la nostra storia: quella fu e non ritorna più. Smettiamola di considerarci i migliori, i più bravi, quelli che si tolgono dalle difficoltà grazie all’ingegno, all’italica fantasia. Rischiamo di cadere nella stessa falsa retorica di chi credeva che bastassero ideali e valori per contrastare le armate statunitensi. Non bastarono "otto milioni di baionette" contro la potenza bellica degli Alleati e se lotta ci doveva essere tra "Il sangue e i cannoni", beh la storia ci insegna che i cannoni la spuntano sempre. Non sarà bello, non sarà "romantico" ma è realistico. D’altra parte la storia d’Italia è sempre stata la storia della ricerca di un uomo forte ( che fosse Crispi o Giolitti o Mussolini o De Gasperi o Fanfani o Craxi o … Berlusconi, poco importa), un uomo che potesse "sistemare" le cose, cui dare fiducia. Un ’ incarnazione dell’italico stellone, insomma. Oggi tocca a Monti che, pur perdendo sempre più consensi (non elettorali perché non eletto … ma nei sondaggi) tenta pure lui di cambiare l’italiano. Non pare che l’operazione gli venga bene, però. C’è già chi aveva detto che "pagare le tasse è bello" : poco ci mancò che lo linciassero moralmente! Qualcun altro ha detto che i giovani italiani sono "bamboccioni" : apriti cielo, guai a toccare i figli di mamma. E se il ministro Fornero si azzarda a dire che è meglio prendersi una laurea che comperarsi un bilocale, sembra che abbia attentato all’economia nazionale. Insomma dobbiamo metterci in testa che possiamo, che dobbiamo cambiare. E cambiamo senza bisogno di avere ulteriori maestri. Ce la possiamo fare anche da soli: siamo abbastanza cresciuti! E’ che l’italiano non vuole cambiare. E’ convinto che "poi tutto s’aggiusta"; è convinto che sia sempre il migliore. In tutti i campi. Specialmente in quello sessuale. Poi, l’altro giorno, è arrivata una ricerca che ha messo al primo posto le donne italiane come amanti e i maschi italioti … beh … non proprio in vetta. Il gallismo italiano ha subito un duro colpo, ma facciamo finta di niente. Ecco: noi italiani facciamo finta di niente. Lo abbiamo fatto per secoli. Ce l’hanno ricordato Guicciardini e Machiavelli, ma noi niente. Ce lo ha ricordato la storia nei diversi momenti, ma noi niente. Ci manca una merce semplice, ma preziosa e che non si compra al mercato : l’onestà intellettuale, il senso del dovere e non solo del diritto. Ci vuole una rivoluzione culturale, ma deve nascere da noi, sin dalle piccole cose. Nascere in casa, nel rispetto del proprio coniuge, dei figli; nel lavoro, nei confronti degli altri; nella scuola, nel rispetto dei ruoli. Avere il coraggio di ammettere che abbiamo sbagliato, che sbagliamo, che si deve cambiare. Viviamo in tempi difficili, ma non guardiamo avanti. Ci chiudiamo nel nostro piccolo mondo, credendo di salvarci. E la fine è lì, a pochi passi. La fine, economica e morale, è lì anche per noi. Noi chiudiamo gli occhi e pensiamo che sia come il cancro : può toccare gli altri e non noi!


V.A.

Le celebrazioni dei 150 anni dalla proclamazione dello Stato italiano corrono il rischio di coincidere con una nuova stagione camaleontica non propriamente esaltante, caratterizzata dall’ennesimo salto della quaglia, del quale tutto si potrà dire ma non che corrisponda alla volontà del cosiddetto popolo sovrano. Del resto, non è una novità, soprattutto in Italia, che maggioranze apparentemente consolidate vengano abbattute al pari di un castello di carte, cercando di dimostrare come il nuovo "ribaltone" si compia nell’interesse superiore del Paese, quando tutti sanno bene quali siano le sue ragioni effettive, legate a fattori contingenti ed alle tradizionali operazioni da consorteria. In realtà, la politica italiana è sempre stata il regno del pressappochismo e dell’improvvisazione, che fa tornare in mente la commedia dell’arte od il giuoco di prestigio, con tutto il rispetto per i personaggi che ne erano abili e spregiudicati protagonisti. Dal Risorgimento in poi, la prassi del "teatrino" ha dato ottime prove, il cui elenco è davvero significativo: si pensi alle esperienze che furono dette del connubio tra moderati e progressisti, o del trasformismo elevato a sistema di governo. Dopo l’avvento della Repubblica, la fantasia politica è venuta alla ribalta con ulteriori accelerazioni semantiche e sostanziali: chi non ricorda l’esperienza delle convergenze parallele o della "non sfiducia" uscite dalla fertile inventiva delle segreterie di partito alla caccia di formule che potevano significare tutto e niente? In quegli anni, la politica parve assumere connotazioni alchimistiche, non meno opinabili di quelle attuali, che indulgono soprattutto allo spettacolo. Considerazioni non dissimili valgono per il compromesso storico, che peraltro chiamava in causa l’opportunità di fare fronte comune contro l’emergenza del terrorismo, ma che più tardi, venute meno le esigenze di straordinarietà, si sarebbe tradotto in esperimenti definiti senza mezzi termini di "inciucio" (quasi a sottolineare la prevalenza dell’interesse particolare se non addirittura individuale su quello della comunità). In questo percorso non è difficile scorgere i sintomi di un progressivo scollamento, inteso come distacco della "casta" dai problemi ed anche dal cuore della gente. La politica interna non ride, ma quella estera piange. Senza scomodare le esperienze talvolta disastrose dell’Italietta, fatte di umiliazioni e di improvvisazioni simboleggiate - per dirne una - dai pesanti pastrani in dotazione al primo Corpo di spedizione in Eritrea, la logica del camaleonte ebbe momenti di particolare notorietà nei "giri di valzer" che tanto irritavano Vienna e Berlino; nella segretezza con cui venne firmato il Patto di Londra; e più tardi, negli eventi che portarono all’armistizio di Cassibile ed al suo annuncio tardivo. A quel punto, il camaleonte si era vestito da pecora se non anche da coniglio, come si sarebbe visto in occasione del diktat ed a più forte ragione di Osimo, quando l’Italia fu capace di rinunciare alla sovranità su una porzione del proprio territorio, senza alcuna contropartita: non era mai accaduto. La mancanza di tradizione unitaria spiega il fenomeno in misura parziale e riduttiva; del resto, esistono Stati importanti e "giovani" come l’Italia, ma non per questo alieni dal perseguire scelte e comportamenti coerenti. C’è dell’altro: l’incapacità di una gestione etica della cosa pubblica si coniuga con un pervicace individualismo, suffragando la permanente vittoria del Guicciardini ai danni di Machiavelli e della sua filosofia fondata in primo luogo sulla priorità dello Stato e della sua fondamentale "salvezza". Non si deve trascurare, nel contempo, l’influenza della Chiesa e della naturale propensione cattolica alla tutela dei valori personali, commendevole quanto si vuole, ma esposta alla ricorrente tentazione di confonderli con interessi più contingenti. Nessuno intende assumere la difesa della "parte sbagliata" in modo aprioristico, ma un esame oggettivo della storia italiana durante questi 150 anni - che sarebbe stato congruo celebrare in modo veramente patriottico e scevro da strumentalizzazioni - consente di evidenziare come il Ventennio, pur nei limiti e nei paralogismi sottolineati dalla migliore storiografia, abbia costituito una cesura nei confronti della prassi compromissoria diventata sistema: non già perché il Duce del fascismo avesse manifestato, sulle prime, analoghe suggestioni camaleontiche abbandonando la vecchia milizia socialista, ma perché la tipologia stessa di Stato forte che aveva avviato a realizzazione con il contributo determinante di Gentile implicava il ripudio dell’incertezza e dell’attendismo. In fondo, l’errore decisivo di Benito Mussolini fu quello di rinunziare ad un’opzione sicura e difendibile come la "non belligeranza". Oggi, nuove ombre "futuristiche" sono in arrivo sullo scenario politico dell’Italia: a parole, nell’intento di consentire al Paese un salto di qualità sul terreno etico e di corrispondere, in questo senso, ad un’esigenza certamente diffusa; in pratica, col risultato di mortificare la volontà degli elettori e di giubilare una maggioranza di grande ampiezza, mai vista nella storia della Repubblica. Ne conseguono ulteriori incertezze, costi crescenti ed un clima di stupefatta precarietà che non giova agli investimenti ed alla difesa dell’occupazione. La tradizionale fiducia nello stellone diventa ancora una volta l’unico santo a cui votarsi, ma facendo tutte le attenzioni del caso, perché quando il camaleonte muta pelle, cambia pure il colore. L’Italia, invece, ha bisogno di stabilità, sicurezza e coerenza.


Carlo Montani

 

Onore ad un Eroe: Carmelo Borg Pisani

Sono passati 75 anni da quando l’italiano, per decreto dell’Amministrazione britannica, fu sostituito dall’ inglese quale lingua ufficiale di Malta. Nel frattempo l’Arcipelago, già dal 1964, è diventato indipendente, ma non serve aggiungere che per tradizione e collocazione geografica ha sempre gravitato verso l’Italia: basti pensare al glorioso ruolo dei Cavalieri, estromessi in epoca napoleonica con decisione confermata dal Congresso di Vienna a vantaggio dell’Inghilterra, dopo una presenza dell’Ordine protrattasi per secoli. L’ultimo atto importante risale al 2003, quando Malta è entrata a far parte dell’Unione Europea, come partner minore della Casa comune sul piano della consistenza demografica, ma con ovvia parità di diritti e doveri. Se non altro per questo, sarebbe l’ora di riconoscere senza "se" e senza "ma" lo straordinario eroismo di Carmelo Borg Pisani, che il 28 novembre 1942 venne impiccato nel carcere di Corradino, a La Valletta, per alto tradimento e diserzione, dopo un processo farsesco. E sarebbe l’ora di conferire onori adeguati alle sue spoglie, sepolte nel luogo stesso dell’esecuzione per evitare che un qualsiasi monumento funerario diventasse luogo di omaggio alla memoria e soprattutto, di iniziative irredentiste: in tale ottica, si deve aderire senza riserve alle proposte già formulate per un riconoscimento che del resto ha già avuto diverse significative anticipazioni, ad esempio nella toponomastica torinese ed in una ridotta ma qualificata bibliografia. In effetti, è assurdo che la tomba dell’Eroe sia tuttora senza nome, al pari di quelle di un qualsiasi assassino finito sulla forca, e che soltanto il 2 novembre, ricorrendo la commemorazione dei Defunti, venga contrassegnata da una targhetta lignea mobile e sia consentito di deporvi un fiore. Ancora più grave, ma sarebbe meglio dire immorale, è che l’Italia non si sia fatta promotrice di alcuna iniziativa ufficiale, fatta eccezione per un tentativo di Francesco Cossiga rimasto senza seguito. Carmelo Borg Pisani, pittore e scultore di buon talento, e peraltro consapevole dei limiti etici dell’ estetica, fu soprattutto irredentista e giovane patriota (era nato nel 1915), ma non fu traditore né disertore anche dal punto di vista strettamente giuridico. Già dal 1929 si era iscritto alle Organizzazioni Giovanili Italiane all’Estero e non faceva mistero delle proprie idee, affermando che Malta era inglese soltanto per "usurpazione". Nel giugno 1940 lo scoppio della guerra lo aveva trovato a Roma, dove si era trasferito assieme a diversi maltesi per un corso di addestramento (altri 700 sarebbero stati internati in Uganda), e dove si era fatto premura di chiedere ed ottenere la cittadinanza italiana, rinunciando a quella britannica. Coerentemente, aveva restituito il passaporto tramite l’Ambasciata statunitense, che al momento rappresentava gli interessi inglesi in Italia. Nonostante la forte miopia che non lo rendeva idoneo al fronte, aveva combattuto da volontario sul fronte greco, partecipando all’occupazione di Cefalonia e Zante, e nel maggio 1942 era rientrato a Malta in condizioni di clandestinità allo scopo di preparare l’invasione dell’Asse, che peraltro sarebbe rimasta nel libro dei sogni. Denunciato da un amico al quale si era rivolto per riprendere i contatti del caso, venne giudicato da una Corte militare e condannato a morte per impiccagione senza che gli fosse riconosciuta la condizione di cittadino estero: anzi, il fatto di avere combattuto in Grecia contro un Alleato del Regno Unito venne ritenuto un’aggravante. Nella cella in cui trascorse le ultime ore prima dell’esecuzione venne trovato, scritto col carbone sul cornicione della porta, un aforisma che può essere considerato, pur nell’estrema sintesi, un vero e proprio testamento spirituale, e che è bene affidare ad una consapevole memoria storica: "I servi ed i vili non sono graditi a Dio". Nel Nome di Carmelo, la Repubblica Sociale Italiana diede vita al Battaglione Borg Pisani, in cui confluirono i volontari nati in altri Paesi. Questa unità ebbe una forza combattente nell’ordine dei duemila uomini, ivi compresi parecchi maltesi: a guerra finita, costoro vennero "restituiti" agli inglesi e trasferiti a La Valletta, dove vennero processati ma significativamente prosciolti, stavolta da parte di una giuria popolare, non senza manifestazioni di diffuso entusiasmo. Oggi l’irredentismo maltese appartiene alla storia perché le Isole dell’Arcipelago hanno ottenuto l’indipendenza: obiettivo per cui si era già battuto il partito moderato, tuttora maggioritario. Ciò non significa che l’eroismo di Carmelo Borg Pisani non possa e non debba essere riconosciuto, al pari di quelli di un Battisti e di un Sauro che sfidarono consapevolmente le forche austriache nel nome dell’Italia; senza dire che nel suo caso la cruda condanna capitale non ebbe alcuna parvenza di motivazione giuridico - formale, perché il presunto "disertore", come detto, era diventato cittadino italiano. Bisogna ricordare che Carmelo Borg Pisani venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferitagli "motu proprio" da Vittorio Emanuele III. E’ un motivo in più per cancellare il velo d’oblio che si è steso colpevolmente sulla memoria di questo Eroe, al pari di quanto è accaduto, ad esempio, per i Caduti delle Foibe o per quelli della Repubblica Sociale, comprese le Ausiliarie, tra le quali si può citare emblematicamente una fanciulla quindicenne: Lucia Sommariva, che riposa assieme ad oltre 900 Camerati nel Campo Dieci del Cimitero milanese di Musocco. Si parla tanto di pacificazione: un obiettivo razionalmente ed umanamente condividibile da parte di tutti, a patto che coincida con l’annullamento di tante discriminazioni antistoriche. E’ mai possibile che tanti infoibatori al servizio di Tito abbiano fruito di una pensione dell’INPS, mentre i diritti di quanti si batterono per l’onore nazionale sotto le bandiere della RSI continuano ad essere ignorati, nell’attesa che la legge inesorabile del tempo compia il suo corso? Comunque sia, i "vigliacchi d’Italia" non si illudano: come nel caso di Carmelo Borg Pisani e di troppi Eroi ufficialmente e colpevolmente dimenticati, "le idee non si strozzano, ed anzi dal patibolo risorgono, terribilmente feconde".

Carlo Montani

Il futuro del PdL - Numero 49

 

La fusione tra FI e AN procede. Secondo alcuni a rilento secondo altri…non procede del tutto. E d’altra parte se matrimonio doveva essere, è stato chiaro fin dall’inizio che matrimonio d’amore non era, ma solo d’interesse. Certo, valori, ideali, punti fermi, strategie, molto in comune…ma l’ "odore" era diverso. Normale nei primi tempi questo distinguersi in "loro" e "noi"…da qualunque parte venisse segnalata la differenza…ma se i "distinguo" si perpetuano nel tempo…Anche nei migliori matrimoni la sposina per i primi tempi chiede quotidianamente consiglio a mammà, va a pranzo a casa dei suoi quando il marito è al lavoro, si fa consigliare dalle sorelle…ma prima o poi il cordone ombelicale deve essere tagliato! I "primi passi" del PdL hanno messo in luce, invece, come questo nuovo partito sia un’unione, non un’unità; come le differenze permangano; come i due tronconi, un troncone e un tronchetto…, siano stati unificati con un collante, che si spera di buona tenuta.. Così nel neonato PdL i commissari locali, quelli cittadini, sono due : uno quello dell’ex FI e uno quello dell’ex AN, lasciando dove possibile immutate le cariche rispetto al tempo dell’ultima tornata elettorale! E se da parte di AN ciò significa un bel successo, momentaneo, per non essere confinati nel famoso 30% della spartizione…, d’altra parte significa spostare avanti il problema, a dopo le elezioni congressuali, che prima o poi il PdL farà. Ora è tutto un fiorire di Associazioni. Nel milanese e in Brianza è nata l’associazione Fare Occidente (che ricorda il Fare futuro di Fini, ma già nel titolo è presente il richiamo a quei valori della Tradizione tanto cara agli ex aennini) e vicina a Romano La Russa. Nella provincia di Varese Ricordare il futuro, fondata dall’assessore regionale Luca Ferrazzi. Fare Occidente nasce per "essere attivi, consapevoli, propositivi, occidentali, italiani, di destra". E lo stesso logo è disegnato a caratteri "romani", sovrastato dal cordone tricolore, già simbolo di AN, affinchè non nascano dubbi...Ricordare il futuro come logo ha un’araba fenice che risorge dalle ceneri dopo la propria morte... e afferma che "crede nella partecipazione popolare e intende operare per l’affermazione dei diritti e della pari dignità dei cittadini, nel rispetto dell’identità nazionale, delle tradizioni dalle quali proveniamo, nelle quali ci riconosciamo e delle quali saremo sempre orgogliosi". La dirigenza dell’ex AN insomma si sta organizzando, per ora ovviamente in vista delle prossime elezioni regionali, ma per poi continuare. E’ questo è un dato importante ed interessante, ma la dice lunga sul bisogno di compattare i propri fedelissimi, i propri militanti dell’ex AN. Perché il timore dello sfaldamento, dell’abbandono - per altro già incominciato a livello di base - è forte. Non si tratta tanto di essere schiacciati dai numeri che gli ex di FI hanno all’interno del PdL quanto, appunto, dal concreto timore che molti di coloro che votavano, o erano iscritti ad AN, non accettino la nuova casa. I segnali sono già presenti e sono tanti. La Destra sta franando verso la Lega, che raccoglie gli scontenti della Destra e vede nei seguaci di Alberto da Giussano quello che una volta era presente nel MSI o AN : la militanza di base, i banchetti al mercato (dove vengono distribuiti i crocefissi in polemica con la sentenza di Strasburgo), la determinazione nei confronti dei nomadi e degli immigrati, e tanto ancora. Questa fusione, "a freddo" venne definita subito da molti, si basa su una considerazione di fondo : FI porta i numeri e il potere mediatico, AN la militanza e la struttura. A tutta prima sembra nascere una nuova potentissima macchina da guerra. Ed invece ci sono ancora dubbi, remore, riserve. Gli ex aennini mal sopportano la politica "imprenditoriale" dei nuovi compagni di strada, fedeli come sono ai loro valori, ai loro ideali (che, forse, a furia di ripetere iniziano a dimenticare… e talvolta diventano alibi dietro cui nascondere la modesta capacità di intervenire nel quotidiano); gli ex forzaitalioti guardano i nuovi amici un po’ come i parenti poveri, cui elargire qualche incarico, qualche CdA, qualche contentino, tanto per tenerli buoni. Per fortuna c’è Gianfranco Fini: sul parlare male di lui sono tutti d’accordo! E’ diventato il nuovo collante. Fini è la scheggia della Destra che va contro il cavaliere…Il grosso dell’ex AN è un’altra cosa: ormai si riconosce nel nuovo capo.

Barbarossa

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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