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POLITICA MINIMALE - Numero 44

 

Il confronto tra forze politiche durante l’ultima campagna elettorale è stato oggetto di valutazioni positive, anche da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, perché si sarebbe svolto in maniera civile, segnando un punto di vantaggio rispetto a quanto accadeva in passato. In effetti, a parte le contumelie di facciata scambiate dai soliti maggiorenti durante gli spettacoli televisivi destinati al divertimento di colui che Giovanni Sartori ha ben chiamato "homo videns", e diventati momento essenziale della campagna, il tutto si è svolto in tono minore: non a caso, diversi politologi hanno parlato di programmi quasi identici, specialmente per le due maggiori coalizioni a cui gli elettori hanno finito per dare un buon 85 per cento di voti.

Le condizioni del Paese, non certo buone, hanno dato luogo ad un confronto che si è svolto in larga prevalenza sui temi economici, in primo luogo fiscali, ed in via subordinata su quelli riguardanti i grandi servizi pubblici, quali istruzione, sanità e trasporti. Si direbbe che tutti i partiti, consapevoli della tradizionale attenzione che l’italiano medio riserva al proprio "particulare", acutamente individuato da Francesco Guicciardini come asse portante del bel Paese, si siano battuti, secondo logica, sui temi di specifico interesse individuale, trascurando tutto il resto.

Anche questo è un segno di decadenza: triste corollario del fatto che tanti italiani "non arrivano alla fine del mese", come tutti i partiti sia grandi che piccoli hanno prontamente sottolineato, senza indicare misure funzionali per risolvere il problema, ma arroccandosi in ipotesi di scuola come quelle di una maggiore equità fiscale o di incentivi all’occupazione, su cui nessuno potrebbe ragionevolmente dissentire. Al contrario, chi ha promosso una battaglia sul piano etico, come Giuliano Ferrara, ha commesso l’errore di impostarla in chiave altrettanto "particulare", impegnandosi sul tema monoculturale dell’aborto, ed è stato pesantemente penalizzato dal voto.

La dialettica politica, in buona sostanza, è diventata davvero "minimale". Tra i segnali di maggiore evidenza che evidenziano questo scadimento deve essere posto, in primo luogo, il disinteresse per la politica estera, che in altri tempi era considerata naturalmente fondamentale, e che in altri Paesi leader è tuttora prioritaria, a prescindere dalle loro opzioni istituzionali e socio-economiche: basti pensare agli Stati Uniti ed alla Cina, alla Francia ed alla Russia, ma anche all’Iran, alla Libia, alla Turchia, e via dicendo. In effetti, la politica estera non ha trovato alcuno spazio apprezzabile nella campagna elettorale, se non nelle critiche al veterocomunismo di stampo sovietico tuttora presente in qualche frangia della Sinistra radicale, od in quelle al "terzomondismo" di andreottiana memoria: al massimo, si è cavalcata la tigre dell’immigrazione e del suo collegamento con la sicurezza, per scoprire che i costanti flussi dei disperati che vengono in Italia potrebbero essere elisi solo attraverso interventi diretti nei Paesi d’origine, senza pensare che i mezzi finanziari per la cooperazione si sono ridotti al lumicino sia con Berlusconi che con Prodi, ad onta degli impegni internazionali sottoscritti.

Qualche discussione minoritaria sulla politica estera, in realtà, non è mancata, sia durante lo scorcio dell’ultima legislatura, sia nella stessa campagna elettorale, ma si è circoscritta all’opportunità, o meno, di mantenere le presenze militari "di pace" in Afghanistan o nel Kossovo, con un occhio di riguardo per la loro sicurezza che ha finito per assumere valenze surreali, ovvero, con attenzioni alla "necessità" di non prescindere dal sistema di alleanze in essere, che equivalgono alla scoperta dell’acqua calda. Nessun accenno, invece, alle relazioni coi Paesi vicini, nei cui confronti la politica estera diventa a più forte ragione importante: ciò, con particolare riguardo alla Croazia ed alla Slovenia, ed ai problemi tuttora aperti sul fronte giuliano e dalmata (senza contare quelli sempre irrisolti degli esuli), tanto più che, nei confronti di Zagabria, sarebbe possibile dialogare costruttivamente alla luce della sua richiesta di ingresso nell’Unione Europea.

La consultazione del 13 aprile ha espresso un’ampia maggioranza che, salvo fatti nuovi da non escludersi a priori visto che la politica è "arte del possibile", dovrebbe essere in grado di governare l’Italia per tutta la legislatura, e quindi, di perseguire obiettivi condividibili anche nell’ambito delle relazioni con l’estero e di tutto ciò che in campagna elettorale è rimasto subordinato alla pur comprensibile priorità economica. L’assunto, tra l’altro, è corroborato dal vero fatto nuovo di queste elezioni: il drastico ridimensionamento politico della Sinistra radicale, e la sua totale scomparsa parlamentare, che costituisce un "quid novi" nella storia dell’Italia repubblicana.

L’occasione di superare i limiti della politica "minimale" non potrebbe essere più idonea, ma è necessario, per rammentare il sempre attualissimo Machiavelli, che venga colta senza indugio, nel quadro di un’etica dello Stato da recuperare integralmente, e da perseguire nel convincimento davvero fondante che costituisca la "Grundnorm" su cui costruire una rinascita effettiva e condivisa, anche in campo produttivo, finanziario e sociale. Senza il governo dell’etica, come direbbe Benedetto Croce, l’economia, e persino l’estetica, sono destinate a soccombere.

La decadenza dell’Italia è sotto gli occhi di tutti, ed investe tanti momenti della vita associata, ma in politica non esiste alcunché di irreversibile. Nonostante tutto, la sua tradizionale creatività e la sua forza di volontà possono determinare l’inversione di tendenza, ma perché questo accada, è necessario che la "casta" scenda dalla torre d’avorio dei suoi privilegi e manifesti concretamente che l’impegno di ben operare non è l’ennesimo "nome vano senza soggetto", ma un pensiero capace di tradursi in azioni immediate. E’ l’ultima opportunità per esorcizzare la politica "minimale" e per consentire, pur nella salvaguardia dei legittimi interessi di ciascun cittadino, il ritorno a valori universali che sono, o dovrebbero essere, patrimonio di tutti.

Carlo Montani

An pigliatutto - Numero 43

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • AN PIGLIATUTTO
  • MALPENSA: UCCIDERE MILANO PER FAR RISPLENDERE BRESCIA


    AN PIGLIATUTTO

    Fini deve amare il gioco di carte "asso pigliatutto" perche’ da anni cerca con AN di fare altrettanto sul tavolo del "casino’" della politica italiana.

    In un periodo di repentini e bruschi sconvolgimenti politici e’ meglio essere chiari: Forza Italia sparira’ e verra’ assorbita da AN all’interno del Popolo delle Liberta’. La gente di destra la finisca di fare inutile vittimismo dicendo che stiamo dando via l’anima. Sono quelli di Forza Italia che, se avessero un’identita’ chiara e definita, dovrebbero preoccuparsi di perderla. Non avendola, problemi non se ne pongono.

    Io sono da sempre a favore del partito unico. Ne ho scritto piu’ volte e continuo a ripetere che sia la soluzione migliore per noi come per il Paese.

    Con il Popolo delle Liberta’ stiamo semplicemente facendo un secondo (dopo Fiuggi) restyling al partito. Niente di piu’. Il passaggio dal MSI ad AN ha portato nuove persone e nuove culture che in breve tempo hanno trovato un loro spazio e si sono, piu’ o meno, fuse nell’identita’ della destra. Oggi dobbiamo fare un po’ di spazio anche ai mille rivoli di Forza Italia. Vedrete che anche loro si ritaglieranno i loro spazi e in breve tempo correremo in un’unica direzione: la nostra.

    Ma davvero dobbiamo dubitare che continueremo a fare politica come oggi? Ma davvero dobbiamo dubitare che la destra scenda ancora nelle strade, nelle scuole, nelle aziende? Piuttosto e’ probabile l’azione contraria: saranno quelli di Forza Italia a seguirci ed appoggiarci nelle mille iniziative politiche e sociali che promuoveremo. Chi ha un’identita’ piu’ forte prevale. Berlusconi e Fini lo sanno benissimo. Berlusconi probabilmente sara’ l’ultima volta che si candida e Fini sara’ il suo successore (con tutta proabilita’ il futuro passaggio di leadership sara’ definito entro il 2008 conferendo a Fini la presidenza del Popolo delle Liberta’).

    Alleanza Nazionale e Azione Sociale hanno aderito al progetto unitario promosso da Berlusconi. Anche altri confluiranno… tuttavia saremo noi di destra a caratterizzare il nuovo partito. E’ paradossale ma mentre molti rivendicano identita’ e simboli ci troviamo di fronte ad una svolta sostanziale: il Popolo delle Liberta’ rappresentera’ sempre piu’ la destra italiana. Certo una destra piu’ aperta, moderna e meno di "testimonianza storica". Il centro ci sara’ ma non saremo noi: saranno Casini, Bianchi, Mastella e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Il centro non saremo mai noi… non lo saremo non perche’ ce ne andiamo in giro dicendo che "non moriremo democristiani" bensi’ perche’, semplicemente, siamo culturalmente piu’ forti, attivi e identificabili dei militanti di Forza Italia. La logica conseguenza sara’ che ovunque i rappresentanti dell’attuale AN saranno facilmente piu’ visibili rispetto a quelli dell’attuale Forza Italia. Non preoccupiamoci di non portare avanti le nostre battaglie: lo faremo senza dubbio… e lo faremo all’interno di un soggetto che ci dara’ ancora piu’ risalto.

    Se si forma un nuovo centro composto da tutti i veri democristiani della politica italiana, il Popolo delle Liberta’ non potra’ fare altro che continuare a caratterizzarsi come centro-destra. Un centro-destra pero’ nelle iniziative sempre piu’ di destra e sempre meno di centro. Qualcuno e’ in grado di immaginare un partito dove i giovani dell’attuale Azione Sociale della Mussolini e quelli di Alleanza Nazionale di Fini si facciano dare ordini da quelli di Forza Italia!? Io no. Molto piu’ probabile il contrario. Qualcuno pensa veramente che la nostra cultura sparira’? E’ piu’ probabile che si diffonda tra la gente di Forza Italia.. Certo ci saranno delle contaminazioni… ma questo non e’ un male. Magari oltre a parlare dei nostri scrittori, eroi e filosofi faremo qualche conferenza su De Gasperi e Don Bosco, sulla liberal democrazia e il capitalismo. Ma e’ anche vero che e’ improbabile che giovani ed adulti che vivono parlando di valori e identita’ di destra spariscano dall’oggi al domani. Molto piu’ probabile che il partito unitario si caratterizzi a destra e lasci al centro i democristiani. Molto piu’ probabile che molti dei posti chiave siano assegnati ai vari La Russa, Gasparri, Alemanno, Mantovano, ecc ecc. che hanno maggior esperienza e radicamento sul territorio dei rappresentanti di Forza Italia. Un conto e’ se si parla di due soggetti diversi, un altro e’ se stiamo tutti insieme: i migliori prevarranno e non c’e’ dubbio che i "nostri" lo siano piu’ dei "loro". Ma pensiamo anche ai coordinamenti regionali, al lavoro sul territorio, all’associazionismo… e’ assolutamente improbabile che la cosiddetta "militanza" che da sempre caratterizza la destra sia soppiantata da occasionali esibizioni di gazebo. Piu’ probabile che ci siano entrambe le cose e che a tirare le redini a livello organizzativo siano coloro che piu’ di tutti hanno esperienza e che lavorano tutto l’anno sul territorio: i giovani di destra. Facciamoli pure i gazebo un paio di volte all’anno dove coinvolgere casalinghe e universitari che raccontano di quando hanno stretto la mano a Silvio e che non si sono mai visti in sezione ma non facciamo finta di non sapere che la destra continuera’ a lavorare sulla strada con banchetti e volantinaggi, davanti e dentro le scuole, nei sindacati e nelle aziende. Saremo noi a trainare il partito unitario come e’ normale che sia quando si uniscono due soggetti di cui uno e’ piu’ radicato.

    Finiamola con il vittimismo. La nascita del partito unico e’ una cosa positiva per l’Italia e per la destra che noi rappresentiamo. Dovremo cambiare qualcosa, dovremo confrontarci di piu’… ma di cosa dovremmo aver paura? Facciamo un vanto dei nostri valori e della nostra cultura identitaria e poi ci preoccupiamo che perderemo tutto solo perche’ facciamo un partito unico. Pensiamo piuttosto con la mentalita’ del bicchiere mezzo pieno… una volta sciolti i partiti non ci saremo piu’ NOI e LORO… dovremo semplicemente continuare a portare avanti le nostre idee ma in un contenitore piu’ grande che ci dara’ la possibilita’ di diffonderle maggiormente.

    Mi si critichera’ di troppo ottimismo… vedremo a breve cosa succedera’.

    Vito Andrea Vinci


    MALPENSA: UCCIDERE MILANO PER FAR RISPLENDERE BRESCIA
    Lo scempio che si sta perpetrando a Malpensa è sotto gli occhi di tutti.

    Il ricorso del Governo contro la legge della Regione Lombardia in merito al caso, è l’archetipo dell’isolamento politico della Moratti e di Formigoni messo in atto anche dai sedicenti alleati.

    Qualche settimana fa un imprenditore bresciano mi ha detto: "A noi di Malpensa non importa un fico secco. Abbiamo acquistato i terreni confinanti con l’aeroporto di Montichiari al fine di allungare le piste in modo che possano essere usate anche dai Jumbo. Stiamo, inoltre, lavorando alacremente per far decollare definitivamente l’area espositivi di Brescia 2000. Advisor dell’operazione è Banca Intesa"

    A questo punto forse temo che il ragionamento dei politici lombardi, a qualunque schieramento appartengano, potrebbe essere: "Milano è saldamente in mano ai berlusconiani, Varese è orientata al centro destra per ragioni storiche. Montepaschi, con l’acquisizione di Antonveneta ha posto una testa di ponte economico-elettorale al nord est. Quindi la partita si gioca in quell’area. Se Milano muore le cose non cambiano. Basta dare qualche incentivo e le attività economiche vengono spostate ad est. Inoltre i tedeschi non dovrebbero più fare i conti con il polo fieristico Pero - Rho. Formigoni(che è antipatico anche a molti in casa sua) farebbe la classica figura del cioccolataio (miliardi di euro buttati alle ortiche ed ambizioni azzerate); idem dicasi per la Moratti che vedrebbe sfumare nel nulla l’Expo 2015".

    Inoltre Roma potrebbe guadagnare punti per l’assegnazione di un’Olimpiade che potrebbe esserle assegnato a titolo di risarcimento all’Italia per aver prescelto Smirne per l’Expo.

    Fantapolitica, me lo auguro ma ne dubito, poiché purtroppo oggi imperano :
    • la modestia di intelligenze che siedono sugli scanni parlamentari
    • l’imperio del pensiero debole e della cultura dell’effimero
    • il disconoscimento dei cardini fondanti la Dottrina dello Stato e la Scienza della politica
    Ritengo pleonastico aggiungere altro se non "De profundis clamavi ad Te Domine pro Insubria" .

    Maurizio Turoli

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • NOSTALGICI SIETE VOI
  • IL PARTITO UNICO DI FORZA ITALIA


    NOSTALGICI SIETE VOI!

    In questi giorni di ricorrenze, è ritornata in superficie una polemica mai sopita: la riconciliazione tra fascisti e partigiani. La prima occasione è stata la commemorazione dell’uccisione del partigiano, Medaglia d’oro, Mauro Venegoni domenica 28 ottobre, in via Bonicalza, a Busto Arsizio, dove venne abbandonato il suo corpo,dopo le terribili torture subite dai fascisti. Fu un orribile episodio (a Venegoni gli cavarono gli occhi e lo uccisero a bastonate) e non c’è persona dotata di elementare senso di umanità che non possa e non debba esecrare quell’assassinio. Come i tanti altri; da qualunque parte siano stati perpetrati. Nel corso della cerimonia Gaspare Grassa, dirigente nazionale dell’ANPI, ha sottolineato come "L’antifascismo esclude una memoria condivisa. La memoria è personale, quella della vittima non potrà mai essere quella del carnefice". Il tema è, quindi, quello della impossibilità di equiparare fascisti e partigiani. Seconda occasione: la celebrazione dei caduti partigiani e fascisti della RSI a Musocco,a Milano, il 1 novembre. Ovviamente con due ben distinte cerimonie… Il sindaco Moratti non è intervenuto, rompendo una tradizione che il sindaco Albertini compiva in double face ( con fascia tricolore per i partigiani; senza fascia per la RSI…). Se per l’ex sindaco Albertini i morti continuavano ad essere divisi e degni d’onore in due modi diversi, per Letizia Moratti la decisione di non partecipare ha un sapore che ricorda la proverbiale giustizia di re Salomone.Nella celebrazione dei partigiani, con bandiere anche del Prc e dei Sd, hanno tenuto banco le dichiarazioni di monsignor Gianfranco Bottoni, in rappresentanza della Curia. Pur con un linguaggio prudente e diplomatico, in cui si distingueva tra pietas religiosa e pietas civile, alla fine monsignor Bottoni concludeva : "Né qui né in altro luogo della nostra città medaglia d’oro della Resistenza il desiderio di riconciliazione deve portare a mettere tutti i morti sullo stesso piano, cadendo in una sorta di relativismo della memoria" (La Repubblica). Ovviamente il riferimento è alla volontà da parte della Giunta milanese di unire i resti dei partigiani e dei fascisti nell’unico Sacrario di Largo Gemelli. Poche centinaia di metri più in là, uguale manifestazione in ricordo dei propri commilitoni morti in guerra; questa volta da parte dei reduci della RSI e di molti giovanissimi e non più giovani, nati comunque dopo la guerra.Anche qui si rifiuta l’idea di mettere insieme i resti dei Caduti nel Sacrario cittadino, ma con altre motivazioni, come afferma Sauro Ripamonti della rivista Rinascita: "Questo è un campo militare, per legge è un luogo di riposo perpetuo" (La Repubblica).

    Abbiamo voluto ricostruire con abbondanza di particolari queste due vicende, perché ci sembra che offrano spunti di riflessione. La Destra italiana parla di riconciliazione da anni (come dimenticare la battaglia di Giorgio Almirante?); la sinistra invece si ostina nella campagna d’odio, a più di sessant’anni dalla fine della guerra. Anche il presidente nazionale del Comitato per le onoranze ai Caduti della RSI, Giampiero Ingignoli, figlio di un brigadiere della Guardia Nazionale Repubblicana, trucidato da partigiani comunisti il 10 maggio 1945, a guerra finita, ha già da tempo fatto appello alla pacificazione nazionale. Ma la sinistra non ne vuol sapere. Perché? C’è sicuramente sottinteso il timore, da parte degli ex partigiani, di una "valorizzazione" degli ex fascisti, accomunati post mortem ai nemici di un tempo; si teme una sorta di "recupero morale", una sorta di amnistia nei loro confronti, che ponga tutto e tutti sullo stesso piano, a spese del valore partigiano. E’ evidente che non è così. Per i reduci della RSI; per quelle anziane signore che abbiamo visto giorno 1 novembre pregare sulle tombe delle loro commilitone, le Ausiliarie; ma anche per tutte quelle persone nate dopo la fine della guerra e lì presenti, per nessuno di loro certamente si tratta di dimenticare le differenze. Gli sconfitti, militarmente, di ieri chiedono di voltare finalmente pagina e di guardare insieme al futuro del Paese; ma sicuramente nessuno dimentica.

    Cosa si teme? Si crede forse che questi vecchi reduci stiano lì, con il cappello in mano, a chiedere di partecipare a poltrone o a prebende? Si teme il revisionismo storico? Si teme il relativismo della memoria, come ha detto monsignor Bottoni? Ma si crede davvero che questi uomini e queste donne, che poco più che ventenni scelsero di andare a combattere per un giuramento fatto, per un senso dell’onore, quando tutto era perduto e la fine della guerra con l’inevitabile disfatta era una certezza; si crede davvero che questi uomini e queste donne che, subita la sconfitta, derisi, perseguitati, offesi, umiliati per decenni, vogliano ora un riscatto "rimescolando" le carte, loro che andavano serenamente incontro alla morte e alla sconfitta sapendo quello che li aspettava?

    I veri nostalgici sono loro: quelli che non vogliono dimenticare quel passato, perché non hanno altro. Sono quelli che fanno della loro ragione di vita il ricordo dell’odio, del sangue, della vendetta. Spiace che un uomo di Chiesa non abbia voluto vedere la mano tesa dello sconfitto, che non chiede, comunque, pietà o perdono, ma di continuare la strada insieme. Nell’antichità era sommo segno di dignità il non infierire sul nemico sconfitto. Ora che ci inchiniamo alla prepotenza di stranieri che vengono a comandare in casa nostra, senza rispetto per la nostra fede, per le nostre famiglie, per le nostre tradizioni, anzi abusando di un cattivo concetto di democrazia che colpevolmente i nostri governanti hanno voluto far passare; ora che la nostra civiltà sta subendo colpi sempre più decisi alle sue fondamenta, non si riesce a superare quell’odio che aveva diviso l’Italia più di sessanta anni fa.

    Antonio F. Vinci


    IL PARTITO UNICO DI FORZA ITALIA

    Io sono tra i sostenitori del partito unico. Ho scritto più volte a favore di questo progetto già anni fa quando il Partito Democratico non esisteva e quando il centro-destra sembrava politicamente pronto a fondersi in un unico grande soggetto che prendesse le redini del Paese. Cosi’ non e’ stato. Convegni, tavole rotonde, libri e proposte culturali unitarie si sono viste passare senza lasciare un segno tangibile nella realtà politica del Polo delle Libertà. Questa settimana Berlusconi ha promosso il partito unico… da solo. Il leader del centro-destra, rassegnato o indispettito dagli alleati, ha fatto un qualcosa di inaspettato. Forza Italia e’ stata sciolta al fine di dar vita ad una nuova formazione politica unitaria… con chi vorrà aderirvi. Come e’ comprensibile nessun altro partito si è sciolto e l’immagine che al momento ha il nuovo contenitore e’ di un semplice restyling di Forza Italia. Poteva essere una gran cosa: un partito unico o una federazione. Non e’ niente di tutto cio’. Il progetto non e’ stato discusso e pianificato con gli alleati. Berlusconi ha promosso da solo un’idea nel suo intimo valida ed auspicabile per il futuro del centro-destra. Se ci fosse stato un processo di altro genere forse questo sarebbe stato il momento giusto per dare il via ad un nuovo modo di far politica in Italia. Invece niente. Il periodo e’ stato sbagliato (due anni fa eravamo sicuramente piu’ coesi che oggi) e il modo scelto di Berlusconi non condivisibile. Impossibile che sperasse che gli alleati lo seguissero. Allora perche’ fare tanto scalpore per dare vita ad una banalissima Forza Italia Bis?

    Facendo un po’ di fanta-politica si puo’ giungere alla riflessione che la scelta di Berlusconi non sia cosi’ assurda come in un primo momento è sembrata. Del resto bisogna riconoscere nell’uomo una capacità unica nel teatro della politica italiana attuale di sorprendere ottenendo risultati laddove nessuno se li aspetterebbe.

    Credo che nel breve periodo avremo la risposta al perche’ stia dando vita ad un nuovo partito. Per ora si possono fare solo congetture. La mia riflessione è che un accordo deve averlo fatto Berlusconi… ma non con gli alleati, con gli altri: gli avversari. Molti personaggi del Governo di centro-sinistra, nelle settimane antecedenti all’uscita di Berlusconi, avevano espresso forte dissenso con le scelte che quotidianamente vengono prese. Forse qualche Senatore della maggioranza era pronto ad abbandonare (ne bastano solo tre) ma non poteva perder la faccia passando in Forza Italia (ne’ rischiare di non avere una poltrona nel prossimo Governo). Ecco quindi definirsi un senso al nuovo partito di Berlusconi. Un restyling che possa avvicinare i centristi di tutti i mille rivoli dell’ex Democrazia Cristiana e soprattutto possa accogliere in un nuovo progetto quei tre Senatori che facciano cadere il Governo.

    Se la strada intrapresa porterà a questo risultato Berlusconi potrebbe sorprenderci ancora una volta. Tutti i partiti alternativi alla sinistra, davanti all’opportunità delle nuove elezioni, dovrebbero necessariamente allearsi. Forse non e’ ancora tempo per la nascita del partito unico del centro-destra ma, chissà, il 2008 potrebbe vedere un cambio della guardia al Governo del Paese.

    Vito Andrea Vinci

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LA DESTRA DI STORACE
  • L’UNTO DEL SIGNORE


    LA DESTRA DI STORACE

    Comprendere il desiderio di Storace di dar voce a persone di AN non piu’ rappresentate da Fini è semplice. Anzi: è condivisibile. Ancora di piu’: andava fatto prima!

    Fatta questa premessa non posso che dissociarmi pero’ sul metodo.

    La scelta di Storace di creare una costituente che ad ottobre dovrebbe dar vita ad un nuovo partito più a destra di AN cosa porterà alla Destra (intesa come area politica ampia)? L’obiettivo generale dovrebbe essere spostare il consenso del centro verso destra (e non andare noi al centro). Bisogna dare risposte chiare e decise ad un elettorato che al momento non vede la Destra come scelta interessante. Tuttavia non si ottiene nulla creando ulteriori formazioni a destra di AN e frammentando sempre piu’ il nostro ambiente. Se la Destra puo’ raggiungere, ipotizziamo, un 20% a livello nazionale è sicuramente auspicabile che questo risultato sia ottenuto da un unico partito (che al suo interno conservi varie correnti ed identità). Un unico partito avrebbe un peso decisamente piu’ consistente rispetto a quello che la Destra consegue oggi distribuendo il consenso su 6 soggetti differenti (AN, La Destra, Fiamma Tricolore, Forza Nuova, Fronte Nazionale, Azione Sociale). Senza contare poi formazioni di destra locali e i cosidetti gruppi extra-parlamentari.

    Si torna cosi’ a dover ragionare su un tema politico importante: il partito unico. In un futuro potremmo avere uno scenario a due poli (centro-sinistra e centro-destra) o a 3 poli (centro-sinistra, centro, centro-destra). E’ utopistico sperare che un polo di destra (senza centro) sia significativo nella scena politica italiana. Ad oggi l’obiettivo di tutte le formazioni vicine al Polo delle Libertà dovrebbe essere appianare le divergenze conservando una propria identità da far confluire in un unico, grande, partito. In questo contesto non trova spazio la scelta di Storace di creare un’ulteriore realta’ a destra di AN partendo dal presupposto di prendere voti proprio da AN.

    Storace ha chiarito inoltre che la nuova realtà si ispira a Fiuggi. Ottimo… tuttavia e’ cosi’ escluso che Fiamma Tricolore, Forza Nuova, Fronte Nazionale e Azione Sociale si possano fondere con La Destra di Francesco Storace. Tanto valeva farlo con AN allora… D’altra parte e’ evidente che il nuovo soggetto si proponga sempre più come una scissione, la meta di un esodo di una parte degli scontenti di AN. Importante è la parola "parte" pero’. Non tutta la corrente di Destra Sociale di AN ha infatti apprezzato il progetto di Storace. A partire dal co-leader della corrente Gianni Alemanno che non ha condiviso la scelta, per arrivare a numerosi "storaciani" doc che si sono dissociati. Insomma: vedremo nell’arco dell’estate chi effettivamente aderirà al progetto.

    Ma su chi conta seriamente Storace? Beh… il simbolo stabilito per "La Destra" la dice lunga. La fiaccola di Azione Giovani, movimento giovanile di AN, e’ stata tristemente copiata per il nuovo partito. Una fiaccola che prima era stata già del Fronte della Gioventù (in forma leggermente differente). Un simbolo per tutto il movimento giovanile di oggi ma anche di ieri. Storace, con una scelta del genere, cerca evidentemente di attrarre l’interesse dei giovani e dei meno giovani che, come e’ giusto che sia, hanno sempre visto quella fiaccola come un simbolo di purezza al di là di ogni interesse economico o di poltrone che il partito poteva avere. Una scelta pero’ che ha avuto come conseguenza la rabbia di molti giovani che oggi utilizzano quel simbolo perche’ rappresentativo del movimento giovanile di AN e che nella nuova formazione politica di Storace non entreranno. Storace ha "scippato" la fiaccola comportandosi scorrettamente nei confronti degli stessi giovani che voleva attrarre ed inoltre, utilizzando un simbolo comunemente attribuito ad AN, ha creato ancora più confusione nel teatrino della politica che porta in scena gli attori della Destra.

    Riprendendo quanto scritto nelle prime righe ritengo che il desiderio di Storace di dar voce a persone di AN non piu’ rappresentate da Fini sia condivisibile… ma doveva nascere un movimento di pensieri e di azioni all’interno del partito che evidenziasse i problemi e proponesse soluzioni. L’aver avviato l’ennesimo esodo a destra, sempre ammesso che ottenga il seguito auspicato da Storace (5% alle prossime elezioni), non porterà altro se non la nascita di ulteriori antagonismi e di una sempre piu’ ampia frammentazione del nostro elettorato. Frammenti che sempre con più difficoltà potranno poi essere messi uno accanto all’altro per dar vita ad un vero, forte, grande, unitario partito che rappresenti con tenacia i valori e gli ideali di Destra.

    Vito Andrea Vinci


    L’UNTO DEL SIGNORE

    Lo stellone di buona memoria continua a proteggere l’Italia, e Dante, ad oltre sette secoli dal suo viaggio ultraterreno, si sta accreditando come profeta non meno grande del poeta: finalmente, è arrivato il Veltro, destinato a salvare l’Italia, e forse il mondo intero, da tutte le sventure. Bisognerà accendere parecchi ceri di ringraziamento, e fare ammenda della scarsa fede per cui si era ritenuto che l’epoca della manna dal cielo fosse finita da un pezzo.

    Il segretario del nuovo Partito Democratico non è stato ancora eletto, ma sembra che tale adempimento sia del tutto inutile, perché l’incoronazione è già avvenuta a furor di popolo: Il Sindaco di Roma, pur non avendo le doti dei generali di Napoleone, è stato promosso sul campo ed insignito dei gradi di Sindaco d’Italia. Manca soltanto la proposta, o meglio la pretesa, di farlo "santo subito".

    Eppure, il discorso di Torino, che ha delineato un programma a dir poco taumaturgico, capace di risolvere tutti i problemi del bel Paese e di ricondurlo allo stato di natura caro all’utopia di Gian Giacomo Rousseau, non ha chiarito l’essenziale, e cioè quali siano le fonti finanziarie capaci di supportare una spesa per cui non esiste aggettivazione che non sia riduttiva. Per la verità, il Nostro pensa ad un ampliamento del gettito fiscale riveniente non solo e non tanto dalla lotta all’evasione, ma prima ancora, da virtuose adesioni di massa al nuovo corso, che vivono soltanto nella fantasia di certa sinistra "chic", in cui le utopie si confondono con studiate ingenuità.

    Veltroni si presenta sul proscenio della grande politica come un salvatore della patria, destinato a compiere il miracolo perché, a differenza dei suoi "competitors" dell’una e dell’altra sponda, è l’Unto del Signore. Non a caso, prima di sciogliere la riserva e di concedersi all’abbraccio liberatorio del Lingotto, è salito a Barbiana, per "trarre gli auspici" dalla tomba di don Lorenzo Milani, della cui scomparsa, proprio in questi giorni, ricorre il quarantennale.

    Ecco una strumentalizzazione a dir poco smaccata: invece di mutuarne il convincimento di ritirarsi in Africa nell’impegno a favore dei bambini e dei diseredati del terzo mondo, cosa che aveva pensato di fare alla scadenza del suo mandato in Campidoglio, è stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco, maturando la decisione del grande sacrificio per il bene comune, e non solo per quello degli amati progressisti e compagni di viaggio. Il nuovo Sindaco del terzo millennio si impegnerà per tutti, e non solo per coloro che lo avranno votato.

    A parte il fatto che vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso è sempre stato uno sport piuttosto pericoloso, ciò che lascia di stucco è questa sorta di "imprimatur" che il buon Walter è andato a chiedere a don Lorenzo: un Uomo, questo sì con la maiuscola, che si era donato anima e corpo alla causa degli umili e degli ultimi, e che non aveva mancato di affermare in ogni occasione la sua fede democratica, ma proprio per questo, rigidamente anticomunista. Come Veltroni?

    Don Lorenzo ebbe momenti di notorietà, non soltanto con la sua azione pastorale e con il suo impegno quasi messianico di educatore, ma nello stesso tempo, con i problemi giudiziari che lo videro protagonista di una famosa "querelle" con alcuni Cappellani militari, tra cui il compianto don Luigi Stefani, esule da Zara, alpino della "Julia", sensibile ai valori di un continuo ed impegnativo volontariato come volle dimostrare con una lunga milizia nella Venerabile Arciconfraternita della Misericordia fiorentina e nelle Opere del Soccorso, compresa quella in favore dei profughi ungheresi, ma attento anche ai principi sacri della patria e dell’onore: del resto, non erano stati Cappellani militari Uomini come don Carlo Gnocchi, il Santo dei mutilatini, don Giulio Facibeni, il fondatore dell’Opera della Divina Provvidenza "Madonnina del Grappa", o don Reginaldo Giuliani, eroe della prima guerra mondiale?

    Chi conobbe don Lorenzo Milani e don Luigi Stefani può ben dire che furono accomunati dall’amore per il prossimo, sebbene l’uno fosse antesignano del futuro, e l’altro, paladino della tradizione: due mondi che avrebbero potuto e dovuto incontrarsi, e che non è giusto riproporre al giorno d’oggi in un’antitesi strumentale, al pari di certe improbabili genuflessioni sul povero sepolcro di marmo bardiglio, non certo di prima scelta, che ricorda meglio dei proclami avveniristici del Veltro la semplicità e la forza morale del parroco di Barbiana.

    Carità di patria esige, tuttavia, che all’Unto del Signore giunga l’augurio di poter essere tale fino in fondo, per gestire con esemplare onestà e correttezza una cosa pubblica fin troppo bistrattata dai troppi assalti alla diligenza dell’una o dell’altra fazione, o più verosimilmente, per digerire gli effetti di una probabile disavventura elettorale dagli scomodi scranni dell’opposizione, anziché da una stimolante missione in terra d’Africa, a cui il Veltro ha dovuto rinunciare in ossequio alla Chiamata.

    Carlo Montani

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LE ORIGINI DEL SILENZIO
  • IL SOGNO AMERICANO


    LE ORIGINI DEL SILENZIO

    Attribuire responsabilità determinanti per la perdita di Istria e Venezia Giulia ad Alcide De Gasperi ed alla sua politica estera, che ebbe certamente rilevanza prioritaria alla luce del particolare momento storico e della necessità italiana di recuperare un’adeguata credibilità internazionale, può apparire riduttivo, pur essendo ricorrente, in specie al giorno d’oggi, visto che il personaggio è in odore di beatificazione, e che esiste una fioritura di studi su quel complesso periodo della storia italiana.

    Il contributo dell’uomo politico trentino alla salvaguardia della sovranità nazionale nella sua Regione fu importante, e non meno positivo avrebbe potuto essere un atteggiamento analogo nella difesa del confine orientale, anche se nella fattispecie si dovevano fare i conti, anzitutto, con una Jugoslavia ben consapevole di forze contrattuali corroborate in misura determinante dall’alleato sovietico.

    Le responsabilità altrui, a prescindere da quelle del Governo italiano che dopo l’entrata in guerra nel 1940 a fianco della Germania aveva esteso il conflitto sul fronte orientale, non tanto per raccogliere il grido di dolore della Dalmazia irredenta che aveva ignorato pochi anni prima in occasione del patto di amicizia con Stojadinovic e della "cordiale intesa" con Belgrado, quanto per inseguire una strategia espansionistica non difforme da quella del Reich, non furono di poco conto. Basti pensare, in primo luogo, al ruolo degli Alleati occidentali, in cui prevalse una logica sostanzialmente punitiva, che finì per trascendere il loro stesso interesse, quando riconobbero a Tito la rappresentanza esclusiva della nuova Jugoslavia.

    Non si deve dimenticare che le istituzioni repubblicane, nello scorcio finale del 1946 ed agli inizi del 1947, quando venne firmato il diktat, erano ben lungi dall’essere consolidate, e che l’Italia usciva da uno dei periodi più tragici della sua storia, senza dire che il principio di "continuità" dello Stato imponeva un rendiconto impietoso, anche se i nuovi reggitori della cosa pubblica erano immuni da colpe specifiche.

    Ciò non significa che il contributo di Alcide De Gasperi e di altri membri del suo Governo ad una mutilazione abnorme anche sul piano sostanziale non sia stato di notevole spessore, soprattutto per avere disatteso l’ipotesi del plebiscito, che, qualora fosse stata estesa al Trentino ed all’Alto Adige avrebbe potuto comportare risultati negativi per l’Italia. A questo proposito, vale la pena di ricordare come persino Togliatti, quale Segretario del PCI, non fosse stato alieno dall’ammettere la possibilità di un plebiscito per Trieste e la Venezia Giulia: infatti, in un memoriale dell’agosto 1945 inviato a Stalin tramite Di Vittorio, aveva proposto un periodo biennale o triennale di autonomia politica e doganale sotto il controllo comune di Italia e Jugoslavia, dopo di che la sorte definitiva sarebbe stata decisa dal popolo.

    In realtà, Togliatti sembrava ritenere che le preferenze maggioritarie si sarebbero espresse a favore della Jugoslavia, ma non si può escludere che, nella sensibilità politica che lo distingueva, mirasse a prendere tempo, perché consapevole dei contrasti che la questione territoriale aveva suscitato nel suo stesso partito, e di cui erano stati episodi emblematici, tra gli altri, la strage di Porzus o l’uccisione di Lelio Zustovich. Del resto, di lì a poco, una volta consumato il distacco della Jugoslavia dal Cominform, il PCI sarebbe diventato strenuo sostenitore della scelta italiana, sia pure in chiave internazionalista, e la sua Federazione triestina guidata da Vidali, come ha ricordato Gianni Oliva, ne sarebbe stata la vessillifera.

    Tutto ciò contribuisce ad inserire la strategia di Alcide De Gasperi in una logica a più forte ragione opinabile, anche se non mancavano ragioni complementari, accanto alla situazione generale ed alla difesa dell’Alto Adige, che possono spiegare certe ritrosie oggi difficilmente comprensibili. Basti pensare che la Jugoslavia avrebbe chiesto all’Italia, in esecuzione dell’art. 15 del trattato di pace, la consegna di un numero largamente maggioritario di criminali di guerra o presunti tali, rispetto a quelli attesi dagli altri Stati vincitori (parecchie centinaia, contro i dieci dell’Etiopia o i dodici della Russia), e che tale pretesa era già stata definita prima del "diktat", innescando una tattica attendista motivata da più vaste ragioni internazionali ed avallata, almeno in via di fatto, da buona parte degli Alleati.

    Le rappresentanze giuliane e dalmate, come è noto, non ebbero modo di esprimere se non marginalmente le proprie attese e motivazioni, e De Gasperi non seppe o non volle avvalersi di talune discrasie che si erano manifestate tra Stati Uniti da una parte, e Francia e Gran Bretagna dall’altra, nella proposta di determinazione dei nuovi confini. Fu così che l’Istria fu perduta quasi integralmente, mentre la costa occidentale, o quanto meno Pola, avrebbero potuto essere salvate, tanto è vero che l’esodo giuliano fu caratterizzato da una distribuzione geografica differenziata, in funzione dei tempi che segnarono la caduta delle rispettive speranze.

    Il giudizio storico complessivo non può negare i meriti di Alcide De Gasperi nella ricostruzione dell’Italia dopo la tragedia bellica e nell’acquisizione di una solerte amicizia da parte americana, che si sarebbe tradotta in cospicui incentivi alla rinascita. Tuttavia, non è azzardato affermare che per quanto attiene alle sorti dell’Istria e della Venezia Giulia il suo atteggiamento, peraltro condiviso da una larga maggioranza (con cui non vollero confondersi in occasione della ratifica del diktat le nobili voci di Vittorio Emanuele Orlando e di Benedetto Croce), fu condizionato dalle circostanze non meno che da personali incertezze e da una pur comprensibile ritrosia nei confronti di qualsivoglia forma di "Realpolitik", dando luogo a conseguenze di lungo termine.

    In effetti, il "grande silenzio" che avrebbe caratterizzato il successivo evolversi della vicenda giuliano-dalmata, con qualche eccezione episodica come quella dei fatti di Trieste del 1953 e del suo successivo ritorno all’Italia, e che avrebbe trovato esplicazione clamorosa nella farsa di Osimo, se non altro per i modi con cui venne condotta la trattativa e con cui fu predisposta la firma degli omonimi Accordi, ha avuto una matrice importante proprio nell’esperienza degasperiana.

    Oggi, a 60 anni dal diktat, rivisitare quella storia è utile, non soltanto in una prospettiva di conoscenza per quanto possibile oggettiva, ma prima ancora, per ribadire l’opportunità che, in una logica di equità, le attese del popolo giuliano e dalmata (come quelle in tema di indennizzo o restituzione dei beni, di tutela dei cimiteri e dei monumenti, di riconoscimento dei diritti previdenziali ed anagrafici, di un’informazione storica ad uso delle scuole conforme a verità, e via dicendo) non siano un "nome vano senza soggetto", ma diano luogo ad un impegno condiviso che faccia giustizia di vecchi e nuovi silenzi.

    Carlo Montani


    Con piacere riceviamo e pubblichiamo questo articolo di Gianfredo Ruggiero, per altro già apparso sulla carta stampata.

    IL SOGNO AMERICANO

    L’America è comunemente conosciuta come la patria della libertà, come la nazione che più di ogni altra ha contribuito all’affermazione della democrazia nel mondo.
    Il suo modello di società è considerato dai suoi estimatori come l’unico in grado di assicurare al mondo intero pace e benessere e di stabilire un nuovo ordine mondiale basato sulla concordia e la fratellanza.
    Ma è proprio così? Siamo proprio sicuri che questo quadro sia reale e non semplicemente dipinto ad arte? Sin dalla sua origine, l’America nasce da un rifiuto dell’Europa: nel nuovo mondo venivano spediti, direttamente dalle carceri, i delinquenti di ogni risma, gli ergastolani, gli emarginati e gli avventurieri pronti a tutto. Puritani fanatici e vogliosi di rinverdire i fasti della Santa Inquisizione, cattolici perseguitati dai protestanti, ebrei vittime dei pogrom, affamati, asociali e spostati di ogni sorta, da tutto ciò nasce il popolo americano.
    Ha mosso i primi passi massacrando 10 milioni di pellerossa per sottrarre loro la terra, lasciandoli morire di fame e di inedia dopo averli ristretti in riserve indiane sempre più piccole e prive di pascoli - unica loro fonte di sostentamento - alcolizzandoli e fornendogli coperte infettate dal virus del vaiolo.
    E’ diventata potente con il lavoro di 14 milioni di africani strappati con la forza alla loro terra e trattati alla stregua di animali domestici su cui esercitare diritto di vita e di morte (mentre l’Europa romano-cristiana, vera culla di civiltà, si avviava a cancellare per sempre la schiavitù). Si sono dovuti attendere gli anni ’60 per porre fine alla segregazione razziale in vigore in molti Stati USA. Durante il secondo conflitto mondiale, il cui ingresso è stato fortemente voluto dall’influente apparato industriale americano per superare la crisi economica che si protraeva da dieci anni - dal fatidico venerdì nero di Wall Street - l’America ha massacrato milioni di civili inermi nei bombardamenti a tappeto delle città tedesche e italiane. Ad Amburgo come a Dresda perirono, bruciati vivi dagli ordigni incendiari o mitragliati dal volo radente dei caccia, oltre duecentomila civili, per poi completare l’opera con le bombe atomiche gettate su due delle più popolose città del Giappone, oramai prossimo alla capitolazione, che fecero altrettante vittime innocenti.
    I giovanissimi soldati tedeschi della Wermach, ragazzi di 15 e 16 anni, rinchiusi nei campi di concentramento americani e inglesi venivano volutamente lasciati morire di fame, di malattie e di stenti. Costretti a scavarsi con le mani delle buche dove ripararsi dal freddo, sotto lo sguardo indifferente dei carcerieri alleati.
    A guerra finita i "liberatori" si girarono dall’altra parte quando i partigiani comunisti massacravano i fascisti o presunti tali, familiari compresi. Quando riempivano le fosse comuni con i corpi straziati dei giovani soldati della Repubblica Sociale Italiana arresisi dopo il 25 aprile.
    Nel dopoguerra, dopo averci distrutto le città con i bombardamenti terroristici del ’44, l’America, con il piano Marshall, ha investito in Italia grandi capitali per farci diventare una sua docile e redditizia colonia (cambiano i tempi, mutano gli scenari ma la logica statunitense è sempre la stessa: distruggere per poi gestire il business della ricostruzione). Al riguardo si parla tanto degli aiuti americani, ma si dimenticano gli enormi contributi, veramente disinteressati, provenienti dall’Argentina. Ogni giorno navi stracolme di ogni cosa hanno fatto la spola tra il Paese di Evita Peron e l’Italia, ma di questo nessuno ne parla. Durante la guerra del Vietnam per stanare i vietcong gli americani non esitarono a bruciare con le bombe al napalm interi villaggi, con le persone dentro. Tali operazioni venivano cinicamente chiamate "disinfestazione".
    Negli anni settanta e ottanta ha sostenuto le più sanguinose dittature militari sia in sud America, dove la CIA ha organizzato e finanziato i più cruenti colpi di stato, sia in Grecia e in Turchia con i regimi dei colonnelli. Salvo poi disconoscerli dopo che ebbero fatto il lavoro sporco o essere diventati poco utili ai suoi disegni geopolitici.
    L’Iraq, per giungere ai giorni nostri, era uno Stato sovrano, retto da una dittatura non tanto diversa da quella che possiamo trovare nei Paesi islamici amici dell’America come l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi e sicuramente meno feroce di quella cinese con la quale l’amministrazione Bush e l’Italia intrattengono ottimi rapporti d’affari. Le varie etnie e religioni coesistevano pacificamente (l’ex vice di Saddam Aziz è cristiano) anche grazie al pugno di ferro del Rais. Con gli americani non c’è più un edificio in piedi, neppure i luoghi di culto sono risparmiati e lo spettro della guerra civile è alle porte. Per non parlare dell’economia divenuta totalmente dipendente dall’America che si è appropriata del petrolio iracheno.
    Sotto le macerie delle loro abitazioni, distrutte dalle bombe a stelle e strisce, sono morte 162mila persone e almeno 30mila bambini; un’intera città, Falluja, è stata bombardata giorno e notte con armi al fosforo che hanno bruciato vivi e corroso migliaia di uomini, donne vecchi, e bambini; ai posti di blocco i soldatini di Bush dal grilletto facile uccidono decine di persone al giorno (come è successo al nostro povero Calipari). Nelle carceri americane in Iraq come a Guantamano la tortura non è una novità. In Afganistan, per rimanere nel campo delle guerre preventive, con l’occupazione americana è ripresa con vigore la produzione di oppio.
    L’America conserva un poco invidiabile primato, quello di essere la prima produttrice e utilizzatrice al mondo di armi di distruzione di massa: dalle bombe atomiche gettate sul Giappone, che ancora oggi mietono vittime a causa delle radiazioni, alle armi chimiche utilizzate in Vietnam e Iraq e per finire agli ordigni all’uranio impoverito utilizzati nei Balcani, causa primaria delle morti per cancro tra la popolazione e tra gli stessi soldati.
    Il bussines degli armamenti rappresenta una voce primaria del bilancio USA: le armi americane sono esportate in tutto il mondo, ovunque vi siano focolai di tensione. Nei paesi poveri scarseggiano il cibo e le medicine ma non le pallottole made in Usa. Non è un caso che negli ultimi vent’anni la fame del mondo invece di diminuire è aumentata ed è tutt’ora in costantemente crescita. La cultura e lo stile di vita americani sono intrisi di violenza: un’arma non si nega a nessuno, neppure agli adolescenti. Nei sobborghi delle città americane, all’ombra degli sfavillanti grattacieli, l’emarginazione, la violenza e l’alcolismo sono di casa. La stessa cinematografia è imperniata sui gangsters, sui cow boys che uccidono gli indiani e sulla forza bruta del potere. Non è un caso che l’America è oggi l’unico paese del Mondo occidentale a praticare la pena di morte. Come nei tanto osteggiati Paesi islamici e nelle peggiore dittature comuniste e militari.
    Venuta meno la minaccia sovietica ci saremmo aspettati un progressivo disimpegno militare americano in Europa, invece la Nato ha mantenuto sul nostro suolo il suo enorme apparato bellico fatto di oltre 120 basi, alcune delle quali nucleari (alla faccio del referendum che lo ha bandito). A quale scopo? Per difenderci dalla Svizzera o dall’Albania o per rimarcare, anche militarmente, il nostro stato di impotenza e di dipendenza dagli USA?
    L’America è sicuramente un grande Paese, sotto il profilo economico e militare, ma dal punto di vista umano e civile non ha proprio nulla da insegnarci. E rattrista vedere i nostri politici e intellettuali, di destra ma anche di sinistra, guardare con simpatia e ammirazione all’America, come se noi europei, maestri di cultura e civiltà, noi europei, che abbiamo insegnato al mondo a camminare, non fossimo in grado sviluppare un nostro modello di società, ancorato ai nostri valori di umanità e di giustizia sociale, oltre il capitalismo e distante dal marxismo.

    Gianfredo Ruggiero
    Presidente del Circolo Culturale Excalibur
    LONATE POZZOLO

Destra universale - Numero 39

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • DESTRA UNIVERSALE
  • RELATIVISMO POLITICO


    DESTRA UNIVERSALE

    L’ultimo atto significativo della legislatura chiusa nel febbraio 2006 fu l’approvazione del disegno di legge con cui i reati d’opinione venivano largamente depenalizzati, se non addirittura cancellati: l’alto tradimento, come si ricorderà, non è più punibile con l’ergastolo ma con pochi anni di reclusione, e l’oltraggio alla bandiera è diventato un semplice illecito, generalmente sanzionato con una modesta multa. Si tratta di una svolta storica voluta dalla maggioranza di centro-destra nonostante diffuse perplessità, ma condivisa dalla sinistra antagonista, che già da diversi anni era stata il soggetto politico precursore di quel progetto.

    Oggi, dopo la sconfitta elettorale di primavera, si è avviato un ripensamento critico della destra e dei suoi valori tradizionali, nella logica esigenza di adeguarla alle attese del nuovo millennio, pur salvaguardandone i principi di base. E’ congruo chiedersi, in tale ottica, se le scelte compiute nella legislatura appena trascorsa siano state conformi ad una vera politica di destra ed alle opzioni conseguenti. In questo senso, non è azzardato muovere proprio da quelle in tema di reati d’opinione, che hanno avuto connotazioni etiche ed in quanto tali prive di immediata correlazione economica, per non parlare della cosiddetta devoluzione, la cui bocciatura referendaria è stata tale da evidenziare come il "popolo di destra" avesse parecchi dubbi sulla sua reale fattibilità e sulla sua stessa opportunità.

    Si è detto anche ai massimi livelli che la Casa delle Libertà non esiste più, e che la destra deve essere totalmente ripensata, con un’affermazione che i contrasti più recenti tra le sue anime rendono a più forte ragione attuale, perché vanificano la tesi di quanti sostengono che l’abbondante metà di elettori pronunciatasi contro il centro-sinistra sarebbe un solo "popolo". La necessità di ripensamento vale a più forte motivo per Alleanza Nazionale, se non altro per il maggiore richiamo etico attribuito al suo ruolo odierno ed alla sua esperienza storica.

    E’ passata molta acqua sotto i ponti dall’ormai lontano 1992, quando Domenico Fisichella ebbe l’intuizione di ipotizzare il nuovo soggetto che circa tre anni più tardi avrebbe determinato in concreto la pur sofferta svolta di Fiuggi. Oggi si parla insistentemente della nuova alleanza "sociale e morale" aperta ad un "conservatorismo compassionevole", o meglio solidale, capace di coinvolgere i cosiddetti produttori di reddito, di valori e di futuro (lavoratori, pensionati, casalinghe, giovani), ma nello stesso tempo si sottolinea il ruolo determinante dell’individuo, della responsabilità personale e della sfera privata, e l’esigenza di ridurre quello dello Stato, e di elidere la sua presenza nella vita associata.

    La sensazione è che abbia ad emergerne un eclettismo idoneo a suffragare le ragioni di quanti sostengono che "una destra nazionale e tradizionale" è sostanzialmente scomparsa e che la prospettiva del partito unico ne trae motivi di maggiore attualità ed opportunità: tesi suggestiva, ma in oggettivo contrasto con le divisioni, anche di principio, che contraddistinguono le diverse componenti della vecchia Casa delle Libertà (basti pensare a quelle più recenti che si sono manifestate, ad esempio, nel voto parlamentare sull’indulto, per non dire delle notevoli discrasie su problemi di politica estera).

    Gli auspici di chi ha suggerito l’ineluttabilità di un’evoluzione dal "welfare state" alla "welfare community" hanno l’aria di contorsioni semantiche da cui emerge, a ben vedere, una propensione quasi scontata per il sostanziale abbandono delle istanze solidaristiche, al di là delle concessioni formali al "conservatorismo compassionevole" ed alla cosiddetta "modernità responsabile ed inclusiva", non facilmente comprensibile, ma proprio per questo idonea ad interpretazioni di segno diverso. Ed allora, si può essere veramente certi che il "viaggio nel deserto" compiuto da Alleanza Nazionale abbia portato ad una destinazione sicura e condivisa? Si può essere veramente certi che i "produttori di idee" abbiano gli stessi diritti di quelli riconosciuti agli altri, con tutto il rispetto per lavoratori, pensionati, casalinghe e giovani? Si può essere veramente certi di avere visto giusto nelle scelte in tema di reati d’opinione, di indulto, di politica estera, ed ancor prima, di devoluzione?

    La suggestione eclettica è tipica delle epoche di crisi, ma non è destinata a durare, né tanto meno a consentire il perseguimento di risultati politicamente validi: al massimo, può giovare all’esercizio del potere in una logica guicciardiniana del "particulare" che il più delle volte si traduce nella sua perdita già nel breve termine, come dimostrano vecchie e nuove esperienze. Ciò posto, sembra di poter dire che il confronto su obiettivi, programmi e contenuti della nuova destra non può prescindere dalle domande essenziali sui fondamenti etici di base e sulla volontà di "operare nella vita associata in funzione del bene comune", che in ultima analisi è l’essenza della vera politica, con tanti saluti alla depenalizzazione del falso in bilancio ed analoghe amenità.

    Una destra autentica non è conservatrice né sociale, né tanto meno individualista. Al contrario, deve assumere una dimensione ed una prospettiva universali, in cui il giusto perseguimento di valori dell’ individuo non contraddica la priorità del fenomeno statuale (anche in prospettive sovranazionali), dove diritti ed interessi di ciascuno trovano la necessaria sintesi in quelli di tutti, e naturalmente, nei limiti che li pongono in quanto tali e che, come sostenne Benedetto Croce, sono l’essenza della vera libertà.

    E’ utile aggiungere che l’universalità della destra, allo stato delle cose difficilmente ipotizzabile nel partito unico (destinato semmai ad implementare la diffusa disaffezione nei confronti della politica), coinvolge prioritariamente il piano etico e culturale senza escludere quello economico, ed impone scelte coraggiose che possono implicare confronti di qualche asprezza, ma che sono le sole a garantire una reale credibilità nel medio e lungo termine, suffragata da una trasparente coerenza e dalla capacità, ora più che mai, di coniugare il nobile sentire con il forte agire.

    Carlo Montani


    RELATIVISMO POLITICO ED IL CONSEGUENTE OPERATO DEL GOVERNO PRODI

    1) LE SORTITE ESTIVE
    Il Relativismo (dal latino relatus "far riferimento") è la corrente filosofica secondo cui non vi sono verità assolute che traggano giustificazioni solamente dal proprio significato, ma che in realtà ogni verità è tale solo in relazione a qualcosa con la quale ha un rapporto. E’, quindi, la teoria su cui si fonda lo scientismo tanto caro ai "laici" che compongono la parte più consistente dell’attuale maggioranza politica italiana. In base a questo principio i vari Rutelli, D’Alema e compagnia affermano, sostenuti dall’autorevolezza (sic!) di "Repubblica" e de "Il Corriere della Sera" che:
    · I fischi che il popolo di Comunione e Liberazione ha riservato a Rutelli e soci al Meeting dell’Amicizia possono essere capiti : rientrano nella dialettica politica.
    Sono preoccupanti ed inaccettabili i cori da stadio tributati a Berlusconi (Europea on line del 27 agosto u.s.) · L’articolo 11 della Costituzione: "L’Italia rifiuta la guerra …" non è universale, ma va applicato a seconda delle circostanze. Via dall’Iraq e dall’Afganistan perché è un intervento voluto da Berlusconi a fianco degli Stati Uniti d’America. Va appoggiato senza se e senza ma l’intervento in Libano perché voluto dalla banda Prodi e fondamentalmente è contro Israele (facciamo i notai con Hezobollah e, conseguentemente, contro Bush).
    · I CPT (centri di permanenza temporanea - paragonati a Guantanamo) vanno chiusi perché, lo proclama Repubblica, violano i diritti umani.
    · Si ignorano, al contrario, le atrocità e la costante violazione dell’etica commerciale dei cinesi.
    · L’unità del 16 settembre in seconda pagina così titolava: "La scuola è ancora nel caos. Ma almeno ci siamo tolti dai piedi (sic!) la Moratti
    · Telecom Italia decide un piano industriale che Prodi & C. bocciano. Siamo in regime di libero mercato e l’Italia è nel mercato globale ma Tronchetti Provera lascia la presidenza di Telecom Italia a Guido Rossi che ne è già stato presidente nel 1997 e fautore del salvataggio della Olivetti di Carlo De Benedetti grazie a "l’operazione di ingegneria finanziaria" orchestrata dal predetto Rossi e da Roberto Colaninno. Va sottolineato che entrambi sono amici personali di Massimo D’Alema.
    · Siamo all’avventurismo revisionista delle autocritiche al tempo delle invasioni russe dell’Ungheria (1956) e della Cecoslovacchia (1968).
    · Viva Oriana Fallaci, da morta, ma vanno tirate le orecchie a Benedetto sedicesimo che ha irritato i fondamentalisti islamici (Al Quaida & C.).
    Nulla importa se ciò che ha detto il Papa a Ratisbona è condiviso dalla maggior parte dei mussulmani . I fondamentalisti hanno dichiarato la guerra santa per la conquista di Roma. Ci vorrebbe un altro Giovanni da Capestrano (frate francescano che il 22 luglio 1456 sconfisse i Turchi, che marciavano alla conquista di Vienna, nella battaglia di Belgrado); purtroppo disponiamo solo di un Romano da Scandiano … Infatti la dellenizzazione (come l’ ha definita Benedetto XVI a Ratisbona - cioè l’abbandono degli stati occidentali di Socrate, Aristotile, Platone, Seneca e compagnia eccelsa) ha avuto come risultato la lotta al cattolicesimo e la cecità verso filosofie antitetiche che oggi rischiano di cancellare la cultura europea. Ed il governo (la g minuscola è doverosa) vuole dimezzare i tempi per la concessione della cittadinanza e considerare i clandestini profughi politici. Il risultato sarà d’avere tra dieci anni un Partito islamico in Parlamento e tra venti l’islamizzazione (grazie al "differenziale di fertilità", cioè cinque neonati islamici contro uno italiano) della nostra Nazione. Per cui nel 2026 avremo una "tassa sulla Celebrazione eucaristica", con il beneplacito del cattolicissimo Prodi che ha affermato:" Il Papa lo difendano le Guardie Svizzere" (in altri tempi ci sarebbe stata la scomunica late sententia)

    2) LE MENZOGNE SPACCIATE PER GRANDI INNOVAZIONI SOCIALI
    Tra qualche mese, quando il decreto Bersani - Visco andrà a regime le partitite IVA "non parasubordinate" se non si trasformeranno in cooperative non avranno più mercato, Infatti la guerra ai taxisti (da Von Taxis - imprenditore viennese del ‘700 che inventò il noleggio delle carrozze), ai farmacisti ed agli avvocati (quasi tutti elettori del centro -destra - quindi da "rieducare socialmente") ma non agli ingegneri, ai medici ed ai notati (che essendo corporazioni politicamente protette sono, nella maggioranza tutti pro Mortadella & Fiscal Banda Bassotti) ha come obiettivo il collettivismo cooperativo forzoso. In questa ottica va anche analizzato il "fidanzamento" (con fusione nel primo trimestre 2007) tra Unipol Banca e BCC (ex casse Rurali ed Artigiane, di democristiana vocazione). Con la scusa di combattere l’elusione fiscale è stato introdotto l’obbligo di effettuare pagamenti tramite Banche (limite che entro il 2008 si ridurrà a cento euro) In realtà il provvedimento ha come scopo vero quello di incrementare i margini operativi (i bonifici costano almeno due euro e mezzo allo sportello e cinquanta centesimi dal computer) di alcuni grandi elettori (Banca Intesa, Unicredito, San Paolo Imi, Montepaschi, Capitalia, Banca Popolare Italiana) dell’accolita Goldam Sachs (Prodi, Padoa Schioppa e Draghi).

    3) LA FINAZIARIA DI PSEUDO REDISTRUBUZIONE
    Sulla manovra finanziaria 2007, varata dalla banda Prodi, si stanno scrivendo e si continueranno a scrivere fiumi d’inchiostro. Onde evitare le solite critiche di faziosità, si riportano solamente le sintesi dei commenti de "Il Sole 24Ore" del 2, 3 e 4 ottobre rispettivamente a cura di Luca Palazzi, Roberto Perrotti e Giacomo Vaciago. Va ricordato che la testata :
    · fa capo a Confindustria e Monte dei Paschi di Siena.
    · é sempre stata incondizionatamente pro Prodi.

    Orbene ecco quel quotidiano "amico" cosa pensa del pastrocchio pomposamente chiamato Dpef:
    · IL RISULTATO NE’ TAGLI VERI NÉ RIFORME (Luca Palazzi 02/10/2006)
    I vincitori , i mattatori sono stati i piccoli partiti più radicali vale a dire i sindacati, azionisti di riferimento della coalizione La redistribuzione, tanto strombazzata, è stata condita con molta propaganda non solo a punizione del ceto medio ma ad una visione livellatrice e pauperistica (da pauperismo: fenomeno economico sociale per cui, mancando risorse, si ha una larga diffusione della miseria) della società. La via fiscale è vecchia, meglio sarebbe stato agire sulle uscite di spesa.

    · LE SCELTE CHE GUARDANO TROPPO AL PASSATO (Giacomo Vaciago 03/10/2006)
    In passato i Governi varavano un buon impianto di Dpef (il documento programmatico del ministro dell’ economia) ed il parlamento lo peggiorava notevolmente. Questa volta il Governo ha varato una finanziaria difficilmente peggiorabile. In una Nazione immobile le priorità sono ben altre rispetto a quelle indicate nella finanziaria: assunzioni in ruolo di tanti precari della scuola e serenità di tanti pensionati. Sappiamo da un pezzo che la crescita di una nazione:
    o sta nella capacità di attirare investitori e capitali, perché è con i soldi degli altri che si cresce
    o è correlata all’innovazione che modella il capitale umano, quindi dalla qualità della formazione
    L’innovazione, a sua volta, è spinta dalla potenza della competizione. La sicurezza dei posti di lavoro o il miglioramento del reddito dei pensionati, anima della finanziaria 2007, nulla hanno a che vedere con gli obiettivi di sviluppo sbandierati da Padoa Schioppa e Bersani. La Finanziaria è troppo spostata verso l’eccesso di populismo della sinistra radicale, per cui si ha l’impressione che il vero obiettivo sia quello di cancellare ciò che il precedente Governo ha lasciato in eredità. Inoltre è lo stesso Governo (nelle passate legislature era il Parlamento a costringere l’Esecutivo a ripensamenti copernicani), a non mantenere le promesse di contenimento della spesa pubblica, a partire da quella di minor qualità. Ciò comporta che poco o niente contribuisca alla crescita economica ed all’equità. Infatti gli sgravi, eventuali, dell’IRPEF sono vanificati dalla :
    o maggior pressione fiscale che gli Enti locali sono costretti ad operare (i trasferimenti dal centro alla periferia sono più che dimezzati)
    o maggiorazione del bollo per i veicoli a motore non euro quattro, che, nella stragrande maggioranza, appartengono alle fasce meno abbienti (se non arrivano a fine mese l’auto è l’ultimo dei loro pensieri).

    · FALSI TAGLI , TASSE VERE ED IL MIRAGGIO DEL RIGORE (Roberto Perotti 04/10/2006 )
    Alcune finanziarie del Governo Berlusconi erano imbarazzanti per l’abbondante ricorso alla finanza creativa ed ai condoni. La finanziaria 2007 non contiene condoni, ma molti ministri sono impegnati in una imbarazzante campagna di disinformazione persa in partenza. Infatti si ostinano a presentare come riduzioni di spesa miliardi di euro che sono inconfutabilmente aumenti di entrate (e come tali registrati in bilancio). A parte ciò, sarebbe ingenuo aspettarsi che una coalizione di governo frastagliata ed eterogenea riesca a fare ciò che nessun governo ha mai fatto in trent’anni ( se non sotto la pressione dell’emergenza nel 1992 - ‘93 e 1995 - ’97): autentiche riduzioni della spesa pubblica derivante da una eliminazione degli sprechi e delle assunzioni parassitarie. Come hanno ribadito il viceministro Visco, Luigi Spaventa e Pier Carlo Padoan i punti di forza della finanziaria sono altri:
    o poter riportare il disavanzo sotto il fatidico 3%
    o aver raggiunto, finalmente l’equità
    Peccato che anche questi decantati punti di forza siano illusori. Infatti quella sbandierata è un’equità alla Don Camillo e Peppone poiché per Visco le critiche alla finanziaria riflettono il rifiuto di una parte rilevante del ceto medio ed intellettuale (sic!) ad accettare un’idea di solidarietà e redistribuzione sociale. Eppure il terzo settore, negli ultimi anni in Italia, è esploso. Ciò implica un aumento esponenziale della cultura solidaristica grazie a centinaia di fondi privati e migliaia di volontari (e la finanziaria dimentica il 5 per mille). Il fatto è che l’azione redistributiva della Finanziaria è affidata a misure grezze ed inadeguate all’obiettivo. La vera equità viene mancata perché il Governo si è pedissequamente allineato ad una linea sindacale obsoleta che, di fatto, finisce per proteggere la platea degli iscritti e simpatizzanti anziché i poveri. Il fiore all’occhiello della manovra è il cambiamento per favorire i redditi bassi a scapito di quelli alti. Si dimentica che usare la tassazione dei redditi da lavoro per combattere la povertà è notoriamente uno strumento alquanto punitivo degno dei regimi dirigistici dell’ex Comecon. Infatti siffatto impianto non ha effetto su chi è talmente povero da non dover nemmeno pagare le tasse. Inoltre ha effetti perversi in una Nazione ad alta evasione (chi guadagna di più son proprio i ricchi evasori) Se si fosse veramente voluto combattere la povertà ed incentivare il lavoro si sarebbero potuti introdurre strumenti come la Earned Incombe Tax Credit che negli USA ha avuto considerevoli effetti benefici. Rozzo è il taglio del 50% degli scatti di anzianità di tutti i dipendenti pubblici tra cui magistrati e forze dell’ordine. Rozzo è l’intervento sulla Sanità. Infatti la riduzione del 50% dei prezzi di medicinali ed analisi di laboratorio denota una totale incomprensione di una moderna economia. Nessun mercato può reggere se gli vengono imposti per legge tagli di prezzi così drastici dall’oggi al domani. Rozza la regolarizzazione dei precari della scuola effettuata senza alcuna selezione che ne premi la preparazione e competenza. Così facendo si peggiora la qualità della scuola. I ceti meno abbienti, che non si possono permettere scuole di èlite, ne sono più pesantemente danneggiati. Rozzo è l’intervento sul TFR. Infatti se è vero che il TFR è dato in prestito alle aziende ad un tasso di favore, è altrettanto vero che questi fondi vengono usati per ammodernare l’apparato produttivo. La redditività derivante permette di erogare le spettanze ai dipendenti in quiescenza. Da ultimo, il rigore è un miraggio. Queste misure sono così crude ed improvvisate da essere tecnicamente e politicamente inapplicabili.

    4) CONCLUSIONI
    Questo è il Governo Prodi che per molti emigrati ed espatriati doveva essere la panacea di tutti i mali. I fatti dimostrano che avevano ragione coloro che hanno sempre considerato:
    o Prodi inetto e bugiardo
    o La coalizione di centro - sinistra come un’Armata Brancaleone, in cui i peggiori sino ad ora (ed in futuro?) hanno avuto il sopravvento.

    Grazie Italiani all’Estero, grazie.
    Maurizio Turoli
    maurizio_turoli@yahoo.it

 

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, tra i primi atti del suo mandato, ha compiuto quello certamente non rituale di convocare a Roma il Governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, assieme ai Presidenti delle Amministrazioni provinciali di Trieste e Gorizia ed ai Sindaci delle medesime città, con lo scopo di verificare se fossero maturi nella sensibilità locale i tempi di una pacificazione "definitiva" dell’Italia con la Slovenia e la Croazia, suggellata da un incontro al massimo livello tra Capi di Stato, e probabilmente, da un abbraccio generalizzato ad uso degli operatori televisivi e dei fotografi.

Di questo incontro si era già parlato con insistenza durante la Presidenza Ciampi, salvo rinviarlo a tempi migliori: tra l’altro, a causa delle vicende che avevano portato a non consegnare la Medaglia d’oro al Gonfalone di Zara, stanti le motivazioni quanto meno assurde secondo cui il capoluogo dalmata non avrebbe sofferto le vessazioni degli slavi bensì quelle dei tedeschi, ma ad un tempo, stanti i passi effettuati da parte croata per invitare alla prudenza e quindi all’insabbiamento. Va aggiunto che la questione era tornata d’attualità nel maggio 2004, quando la Slovenia entrò nella Casa comune europea e Romano Prodi si recò proprio a Gorizia per celebrare l’evento nella sua qualità di Presidente della Commissione Europea.

Giova sottolineare che parecchi anni prima un altro Presidente della Repubblica Italiana, Francesco Cossiga, all’atto della secessione slovena e del disastro ex-jugoslavo, non aveva esitato ad accorrere personalmente sul confine di Stato, con un gesto senza precedenti che equivaleva al riconoscimento esplicito di una nuova realtà politica e giuridica, senza alcuna logica e ragionevole contropartita per l’Italia, e di fronte al quale impallidivano persino il bacio alla bandiera di Tito e l’abbraccio al dittatore di Belgrado di cui si era reso protagonista quel Sandro Pertini passato alla storia come il Presidente "più amato dagli italiani".

Con tutto questo, non si vuol dire che l’iniziativa di Napolitano non abbia avuto una sua specificità degna di nota, se non altro per il coinvolgimento delle Istituzioni locali, che persino alla vigilia di Osimo era stato sostanzialmente precluso dalla volontà politica statuale, ma si vuole rammentare che i gesti di pacificazione si sono già ripetuti a getto continuo, anche se da parte jugoslava prima, e slovena e croata poi, il percorso è ben lungi dall’essere completato: non tanto per la questione dei beni degli Esuli, tuttora aperta, quanto per la mancata tutela delle tombe italiane, molte delle quali espunte senza colpo ferire dai cimiteri giuliani e dalmati, e per un riconoscimento della verità storica tuttora imperfetto, parziale e contraddittorio.

Queste considerazioni portano a concludere nel senso che l’incontro del Presidente Napolitano con i suoi omologhi di Lubiana e Zagabria potrebbe essere effettivamente l’occasione per un chiarimento definitivo, diretto ad impostare i rapporti trilaterali futuri in un clima di costruttiva collaborazione, al di là di ogni formalismo, o peggio, di ogni resipiscenza. Purtroppo non sarà così, perché alla luce di quanto è emerso dalle consultazioni con gli Organi locali non sono state formulate le riserve del caso e le considerazioni utili ad orientare la Presidenza della Repubblica sui criteri da assumere nell’ambito della necessaria preparazione diplomatica: ormai, secondo la vulgata, le questioni maggiori con le controparti sono state appianate, e lo stesso problema dei beni riguarda prima di tutto le relazioni tra Governo italiano ed aventi causa.

Leggendo fra le righe, l’importante sembra sia stato avere definito il principio secondo cui i torti storici debbono essere riconosciuti vicendevolmente in un contesto paritetico, sia sul piano etico-politico che su quello più specificamente giuridico, non solo per quanto attiene ai fatti bellici, governati, per dirla con la classica espressione di Giovanni Botero, da un necessario "eccesso del giure comune", ma anche per quanto si riferisce alle vicende dei tempi di pace, o presunta tale. Nella realtà, è peggio ancora: l’Italia finirà per riconoscere anche formalmente che le pene comminate negli anni trenta ai responsabili di "Orjuna" e delle altre Organizzazioni terroristiche slave a fronte di delitti a carico di semplici cittadini (e di regolari processi) furono ingiuste, perché costoro erano "patrioti" al servizio della democrazia; e che persecuzioni, uccisioni ed infoibamenti, continuati a lungo dopo la fine della guerra a danno degli italiani, furono atti di giustizia, proletaria o meno.

A fronte di un approccio del genere, il meno da potersi dire è che si tratterà di una pacificazione surreale, in cui, ancora una volta, l’Italia è destinata a fare la parte del vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro, e ad esprimere l’ennesima manifestazione della "cupidigia di servilismo" già sperimentata in tante occasioni, da Versailles ad Osimo, per non dire di tante altre circostanze storiche, come il foraggiamento da record concesso da Giovanni Goria a Branko Mikulic nel 1988 (quando era chiaro che una Jugoslavia alle corde non avrebbe onorato alcun impegno), o come i continui cedimenti nella cosiddetta guerra del pesce, culminati due anni prima nella proditoria uccisione di Bruno Zerbin, un inerme ed ignaro pescatore giuliano.

Il Presidente Napolitano non può certo rispondere di quanto è accaduto nella storia d’Italia ad iniziativa dei suoi predecessori, con particolare riguardo alle questioni riguardanti il confine orientale e le relazioni col mondo balcanico, ma la sensibilità giuridica e politica che lo distingue gli precluderà, quanto meno, comportamenti allucinanti come quello di Giovanni Leone, quando ebbe ad assicurare ai delegati di Trieste che mai avrebbe tradito le motivate attese della città di San Giusto avallando il trattato di Osimo, mentre lo aveva già controfirmato da poche ore.

In effetti, al giorno d’oggi la stagione delle pregiudiziali etiche è andata in archivio, e le questioni economiche hanno preso il sopravvento fino al punto da azzerare ogni altra più nobile valutazione. Nondimeno, proprio alla luce di quella sensibilità giuridica e politica è sperabile che l’auspicato pellegrinaggio dei tre Capi di Stato al Sacrario di Basovizza, alla Risiera di San Sabba ed agli altri luoghi emblematici di tante tragedie (tra cui sarebbe il caso di inserire almeno la foiba di Norma Cossetto, assurta a simbolo del martirologio giuliano-dalmata), avvenga in un clima sobrio, e quel che più conta, senza quarantottate antistoriche, o peggio, colme di offese alla giustizia ed alla verità.

Carlo Montani

Il senno di poi - Numero 37

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • IL SENNO DI POI
  • TRADIZIONI DEGNE E TRADIZIONI INDEGNE


    IL SENNO DI POI

    Le radiose giornate di maggio hanno trovato nuova e clamorosa espressione nel monopolio delle massime cariche dello Stato da parte della sinistra, e nel forte sbilanciamento della compagine governativa verso le posizioni estreme della "gauche", in palese contrasto col risultato elettorale di equilibrio fra le due concentrazioni. Nel frattempo, si è letto che l’ex Presidente del Consiglio andrebbe in giro con un appunto sui tredici errori fondamentali che hanno dato luogo alla sconfitta del centro-destra, minima nei numeri, ma totale nella sostanza, con una chiosa non marginale: sarebbe bastato evitarne uno, afferma Berlusconi, per vincere le elezioni.

    Tutto sommato, si tratta di una scoperta dell’ombrello, o se si preferisce, di una nuova manifestazione del senno di poi. Per dirne una, sarebbe stato sufficiente inserire nella coalizione il "Progetto Nord-Est" di Giorgio Panto, presentatosi in totale autonomia dai due poli, che coi suoi centomila voti ha fatto imprevedibilmente pendere la bilancia a vantaggio del Professore, affossando il Cavaliere in modo beffardo. Lo stesso dicasi per la nuova legge elettorale, il cui effetto è stato quello di un "boomerang", o per il voto degli italiani all’estero, giustamente e pervicacemente voluto dall’ex Ministro Tremaglia, ma governato in maniera stolida quando il centro-destra si è presentato in ordine sparso, diversamente dall’Ulivo.

    Considerazioni analoghe possono valere per i mancati accordi elettorali con i radicali o con la Svp, certamente opinabili sul piano etico-politico, ma pur sempre condividibili alla luce delle esigenze perverse del maggioritario. Vorremmo aggiungere, peraltro, che l’ex Presidente del Consiglio, nella sua elencazione, ha dimenticato qualche fattore non trascurabile, per lo meno alla luce dei 25 mila voti, pari allo 0,05 per mille, che gli sono mancati per vincere le elezioni: si pensi alla depenalizzazione di reati come l’oltraggio alla bandiera, l’alto tradimento, l’offesa alle Forze Armate, e persino al Presidente della Repubblica. E’ vero che si tratta di un provvedimento trasversale, votato paradossalmente anche dall’estrema sinistra, e non dai diessini o dalla Margherita, ma è anche vero che taluni italiani degni di questo nome non lo hanno mai accettato, in primo luogo moralmente, e non da ultimo, per il modo affrettato con cui è stato discusso in aula proprio nell’ultima settimana della scorsa legislatura.

    L’elenco degli errori, insomma, potrebbe allungarsi "ad libitum", ma la loro pur consapevole giustapposizione assomiglia tanto al comportamento di quel contadino che chiuse la stalla dopo che i buoi erano fuggiti. E non si venga a dire che il centro-destra è il vincitore morale del nove aprile: al massimo, è stato conseguito il pareggio, dilapidando un patrimonio politico che, cinque anni or sono, aveva dato luogo alla più ampia maggioranza parlamentare nella storia della Repubblica. Non c’è dubbio che l’ex Presidente del Consiglio abbia dato prova di essere un grande comunicatore, recuperando nelle ultime settimane di campagna elettorale (se i sondaggi non erano taroccati) oltre quattro punti di differenza percentuale, ma questo significa che il regresso era stato ben più ampio di quanto i risultati abbiano posto in evidenza, e che il centro-sinistra ha rischiato di perdere soprattutto per demerito proprio, e per le insanabili contraddizioni tra le sue componenti.

    Un vecchio adagio sempre attuale afferma che del senno di poi sono piene le fosse: alla stregua di quanto è accaduto dopo l’apertura delle urne, l’assunto acquista ulteriore, icastica validità. Non serve prendersela con un differenziale oggettivamente minimo, perché nel sistema democratico, o presunto tale, è già accaduto che la vittoria e la sconfitta siano state determinate da una manciata di voti. Caso mai, bisogna evitare la ripetizione di errori funesti, sebbene la storia, diversamente da quanto è stato sostenuto da molti, non sia maestra di vita (diversamente non si continuerebbe a sbagliare), e sebbene taluni di quegli errori, come i mancati accordi elettorali o la depenalizzazione dei reati d’opinione, siano praticamente irreversibili.

    Soprattutto, bisogna dare all’opposizione un alto significato etico e politico, non tanto per approfittare, pur doverosamente, delle prevedibili sbandate a cui andrà incontro la nuova maggioranza, quanto per dare alla destra, o quanto meno alle sue componenti più impegnate sul piano morale per formazione e per tradizione, la credibilità e la forza che non hanno avuto nell’ultima legislatura, pur disponendo della citata maggioranza granitica (da qualcuno interpretata alla stregua di una totale "licentia operandi", e pertanto, fonte di erosioni elettorali che i numeri hanno impietosamente evidenziato).

    Anche in politica, è ben difficile che i nessi tra cause ed effetti non vengano alla luce con chiarezza. La mutazione epocale del nove aprile non sfugge alla regola, ed a posteriori non serve prendersela con lo "spoil system" adottato pesantemente dalla sinistra, perché fa parte delle regole del gioco, senza dire che era stato annunciato all’inizio della partita. Serve, invece, restituire alla politica, se mai le forze in campo ne siano davvero capaci, contenuti reali conformi all’antica definizione quale "arte di operare nella vita associata per il bene comune", ed al principio secondo cui ciò che veramente distingue è il diverso impegno volitivo nel perseguirlo.

    Carlo Montani


    TRADIZIONI DEGNE E TRADIZIONI INDEGNE

    Gli occidentali sono sottoposti ad una continua propaganda contro le proprie culture nazionali. Per i celebratori del multiculturalismo e dell’internazionalismo le tradizioni degne di essere conservate sono solo quelle dei gruppi minoritari recentemente installatisi in Occidente. Nel contesto europeo, la nazione con il suo territorio, una sua storia, una cultura predominante, è vista semplicemente come un nemico da abbattere. Al centro di tutto vi è l’adorazione dei diritti umani con il feticismo dell’uguaglianza ad ogni costo. I risultati sono spesso paradossali. Infatti, il rispetto della diversità si traduce nel rispetto della tradizione del burka musulmano e di altri costumi che sanciscono l’inferiorità della donna. Un altro esempio: l’accettazione nelle scuole, in Canada, di alunni armati di kirpan costituisce indirettamente la celebrazione di un culto guerriero, molto lontano dal pacifismo, caro ai sostenitori dei diritti umani. Sembrerebbe che anche la poligamia musulmana stia per essere accettata in Canada. Era ora: le tradizioni altrui meritano rispetto. Intanto in Canada e in molti altri paesi occidentali si è fatto il possibile per scardinare la famiglia tradizionale, accanendosi soprattutto sulla figura del "pater familias". Le famiglie monoparentali, senza padre cioè, sono state favorite per anni dalle istanze governative a scapito delle famiglie normali. In Francia, recentemente, la distribuzione gratuita agli indigenti di zuppe a base di porco è stato giudicato un atto di provocazione e di discriminazione verso i musulmani, la cui religione proibisce il consumo di carne di maiale. La tradizione importata del "niente maiale" ha vinto così sulla tradizione rurale francese del "quanto è buono il maiale". L’ecumenismo multiculturale e il feticismo dei diritti umani contribuiscono alla rapida scomparsa dei normali ritmi e forme di vita in un Occidente concepito ormai come un enorme recipiente di individui atomizzati. La grottesca parodia del matrimonio omosessuale è un esempio di questa frenesia dell’abbandono di istituzioni e valori tradizionali. Il divieto di sculacciare i figli, pena la prigione, ne è un altro esempio poco glorioso. Alla base di questa frana dei valori tradizionali occidentali vi è soprattutto il problema demografico: nelle società dell’abbondanza le coppie non vogliono aver figli "perché costano troppo". Ma è proprio vero che la distruzione della tradizione - la nostra tradizione, perché le tradizioni altrui sono considerate degne di rispetto (vedi il diritto, riconosciuto agli zingari in Eurolandia, di continuare a vivere come hanno sempre vissuto) - comporta solo e sempre vantaggi, e questo perché ci libera dalle pastoie del passato e ci apre al diverso? Beh, non pare proprio, almeno a giudicare dall’esempio degli Inuit - Eschimesi - del Nord canadese. Tra questi, il tasso di suicidi è altissimo, come anche le patologie - prima tra tutte il diabete - causate dalle alimentazioni nuove, propagandate gioiosamente in TV. Il regista inuit Kunuk attribuisce alla perdita dei valori religiosi tradizionali, con la conversione del suo popolo al cristianesimo, la causa principale del tracollo di una cultura millenaria. Per noi vale il contrario: l’abbandono del cristianesimo rischia di essere la causa principale del tracollo della nostra cultura millenaria.

    Claudio Antonelli
    (Corrispondente dal Canada)

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