Prima pagina

 

Un’attenta lettura del Programma elettorale dell’Unione ha portato a curiose scoperte:

1. vi sono ben 26 pagine fantasma, cioè in bianco, non numerate che sono state conteggiate; quindi la mia lettura si è "limitata" a 235 pagine (23 sono : copertina, indice, titoli e sottocapitoli);

2. viene usato un linguaggio lessicalmente involuto e sintatticamente opinabile rendendo pressoché incomprensibile, al comune elettorato, il contenuto del ponderoso documento;

3. nel capitolo riguardante la Costituzione per ben undici pagine viene ribadita la volontà di non voler alterare la Costituzione;

4. per quel che concerne l’economia Prodi sostiene di volere:
- ridurre il costo del lavoro di ben cinque punti
- incentivare il lavoro degli anziani
- incentivare il lavoro dei giovani
- incentivare l’inserimento nel mondo delle categorie disagiate
- estendere gli ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori

5 nel capitolo giustizia viene proclamata la necessità di trovare risorse umane per smaltire gli arretrati ed amministrare la giustizia in tempi più rapidi;

6 alla voce volontariato viene confuso, ancora una volta, l’assistenzialismo con la sussidiarietà;

7 viene scomunicata la "Riforma Moratti". Si ritorna al motto "meno Manzoni, più Gramsci";

8 per quel che concerne la famiglia viene proclamata la volontà di dare un "bonus bebè" di ben 2.500 euro dalla nascita fino al compimento del sesto anno;

9 Vengono addirittura ipotizzati ben tredici "garanti" tra i quali quello per:
- la dignità delle bambine
- l’attività fisica
- la cultura
- lo spettacolo dal vivo

Qualche considerazione in merito:

1.il pesce puzza dalla testa, l’Unione ha barato fin dalla numerazione delle pagine;

2.chi scrive molto, dicendo poco di nuovo, vuol dire che vuole confusione intellettuale;

3.Le risorse finanziarie ed umane per la politica del lavoro e della giustizia possono essere reperite o ricorrendo al sovrannaturale o creando un serbatoio illimitato di risorse umane. Conseguentemente l’unica strada percorribile è, come più volte velatamente accennato da Prodi, l’introduzione del servizio civile obbligatorio per i ragazzi e le ragazze dai 18 ai 28 anni retribuiti, come capitava ai militari di leva,simbolicamente. Viene quindi introdotta una "tassa sulla gioventù" mascherata da incentivazione alla solidarietà ed introduzione nel mondo del lavoro. Sembra di ritornare ai tempi del maoismo: tutti gli studenti devo essere contadini. Per Prodi tutti i ragazzi devono essere volontari…coattivamente. Ancora una volta confonde la sussidiarietà con l’assistenzialismo.

4. La scuola unionista sarà statalista e faziosa e si continuerà a scrivere la Storia con la mano sinistra ed a perseguire il perverso disegno della "normalizzazione" culturale (chi non la pensa come la Sinistra deve essere emarginato perché socialmente anomalo). Verrà abolita l’alternanza scuola lavoro e cancellato il tutor quale ufficiale di collegamento tra la scuola e l’azienda. L’alunno non potrà più né valorizzare la proprie attitudini né valorizzare il proprio potenziale.

5. L’abolizione parziale dell’IRAP (prevista anche dalla Casa delle libertà), la riduzione del costo del lavoro del 5% e l’incremento dei fruitori degli ammortizzatori sociali comportano oneri astronomici per le Casse dello Stato. La domanda viene spontanea : "Come vengono reperiti i fondi"? Il Programma non lo dice! Poiché nella coalizione di Prodi hanno un peso rilevante le ideologie che ritengono il profitto un furto ed il lavoro autonomo un’attività delinquenziale (approfittatori, evasori fiscali e via dicendo), non è difficile immaginare una ulteriore torchiatura del popolo della partita IVA ( che sarà "monitorato attentamente" dallo studio di verificatori fiscali reperiti attraverso il servizio civile obbligatorio).

6. L’eccesso di garanti istituzionali mina la libertà individuale. E’ la tipica impostazione marxista. L’individuo (quota parte della massa) fa premio sulla persona (soggetto di diritti inalienabili ed indisponibili), pertanto occorre inquadrare e indirizzare sotto il profilo normativo (tramite i "garanti") gli italiani dalla culla alla bara. Ancora una volta lo Stato, secondo il punto di vista dell’Unione, è fonte delle regole e non l’arbitro dei comportamenti dei cittadini.

Elettori … meditate, meditate.

Maurizio Turoli
Circolo Carlo Magno - Milano
maurizio_turoli@yahoo.it

 

RISPARMIATORI E SCANDALI BANCARI
TRAGICOMMEDIA RICORRENTE
Parte seconda

Nella precedente "puntata" abbiamo visto le vicende recenti e recentissime, ma la mala pianta è nata a pochi anni dall’Unità d’Italia.

Vediamone, in estrema sintesi, la genesi.

Nel 1888 la mancanza di denaro liquido, dovuta a imprudenti speculazioni, portò sull’orlo del collasso gli istituti bancari torinesi, salvati in extremis dall’intervento governativo. Vistose irregolarità e vere e proprie falsificazioni, operate con la duplicazione dei biglietti in circolazione coinvolsero anche le banche di emissione, autorizzate dallo Stato a stampare banconote. Il caso più clamoroso in questo senso fu lo scandalo della Banca romana (ex Banca dello Stato Pontificio, l’attuale IOR) che portò alla caduta del governo Giolitti alla fine del 1893 A causa dei crediti eccessivi concessi all’industria edile della capitale la circolazione cartacea prodotta dalla Banca superò di 65 milioni il limite legale. Buona parte della circolazione eccedente (incluse banconote false per 40 milioni emesse in serie doppia) fu utilizzata per prestiti politici a deputati e ministri, tra i quali Crispi e Giolitti. Nello stesso anno crollò il Credito Mobiliare, seguito a breve distanza dalla Banca Generale. Conseguenza di questo stato di caos finanziario fu il riordinamento del sistema di emissione, avviato da Giovanni Giolitti con l’istituzione della Banca d’Italia (agosto 1893), alla quale fu assegnata una funzione preminente nell’emissione monetaria (fino al 1926 una limitata facoltà in questo senso fu lasciata anche al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia). Dal 1894 la Banca d’Italia svolse il servizio di tesoreria dello Stato in tutto il Regno e fra il 1900 e il 1930 assunse i compiti di guida e di controllo del sistema creditizio tipici delle banche centrali dei paesi più progrediti, divenendo un importante elemento di stabilità nell’economia nazionale. Il sistema bancario italiano fu disegnato, tanto per cambiare,sul modello delle banche "miste" tedesche: veniva esercitato sia il credito commerciale sia quello industriale e veniva svolta un’opera di coordinamento tra le industrie e le banche locali. A Milano videro la luce nel 1894 la Banca Commerciale Italiana (Comit) e nel 1895 il Credito Italiano (Credit) All’epoca le banche erano azioniste di molte imprese italiane e queste ultime avevano in portafoglio azioni delle prime. Le aziende, di fatto, erano proprietarie dei loro finanziatori.

Questo stato di cose consentì a tutti i soggetti, durante la prima guerra mondiale, di godere di profitti d’oro

Venne poi la grande crisi mondiale del 1929 e molte banche andarono in crisi per il tracollo delle aziende di cui erano creditrici (e azioniste).

Nel 1933 venne fondato l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) per salvare grandi aziende e grandi banche, tra cui il Credito Italiano (Credit) e Banca Commerciale Italiana (Comit).

La Comit ed il Credit vennero dichiarati "banche di interesse nazionale" dato il loro volume d’affari, il numero consistente di depositanti e il valore delle aziende di cui erano creditori

Nel 1936 venne promulgata la legge bancaria che prevedeva:

  • la separatezza tra Banca ed Industria, per cui era fatto divieto alle une di avere in portafoglio azioni delle altre
  • la liquidazione coatta amministrativa, particolare procedura concorsuale a tutela dei depositanti (estesa poi alle assicurazioni) in sostituzione del fallimento
  • sette categorie di banche:
    1. Banche di interesse nazionale
    2. Gli Enti di diritto pubblico
    3. Le banche di credito ordinario
    4. Le casse di risparmio
    5. Le banche cooperative
    6. Le casse rurali ed artigiane
    7. Gli Istituti di Mediocredito

Vennero le guerre (Abissinia, Spagna, Secondo conflitto mondiale) ed i risparmiatori che avevano sottoscritto il "prestito statale irredimibile 5%" (lo Stato avrebbe garantito per 50 anni una rendita del 5% senza mai rimborsare il capitale) nel 1945 si videro pressoché azzerato il gruzzolo.

Vennero poi:

  • Il piano Marshall e la ricostruzione
  • Il boom economico
  • Dal 1966, conseguenza del declinare della fase di sviluppo, la cosiddetta "congiuntura economica"

Arrivò anche, il 1967, la grande turlupinatura dei risparmiatori perpetrata della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde con le "Cartelle Fondiarie".

Si trattava di obbligazioni emesse dal Mediocredito Lombardo e collocate dalla Cariplo, finalizzate alla raccolta di fondi da destinare alla concessione di mutui fondiari (che allora erano prevalentemente contratti dalle società immobiliari).

Detti titoli, da sempre il punto di forza della banca ed ambitissimi dai piccoli risparmiatori meneghini, erano contrattati in Borsa ed il loro prezzo seguiva la legge della domanda e dell’offerta solo per gli scambi di possesso.

La Cariplo, infatti, garantiva al sottoscrittore che ne chiedeva il rimborso, la valutazione a 95 lire (prezzo di emissione a fronte delle 100 di valore nominale) indipendentemente dalla quotazione del titolo

Era stato preso quell’impegno in quanto si confidava sulla proverbiale capacità di risparmio dei lombardi.

La congiuntura economica negativa di quegli anni non solo aveva fatto crollare le quotazioni delle cartelle a 67 lire, ma aveva indotto molti sottoscrittori (che faticavano, anche allora, a tirare la fine del mese) a monetizzare il risparmio fatto anni prima.

La Cariplo si trovò in evidente difficoltà.

Un venerdì, nel corso del telegiornale della sera, Giordano Dell’Amore rilasciava un’intervista in cui annunciava che dal lunedì successivo la Banca avrebbe rimborsato le cartelle ai prezzi di mercato

Fu così che decine di miglia di piccoli risparmiatori, nella maggior parte pensionati che avevano investito la loro liquidazione in quei titoli, si ritrovarono il gruzzolo pressoché dimezzato.

Nessuno intervenne e la cosa, sul piano nazionale, passò quasi inosservata.

Gli artefici della fregatura:

  • Giordano Dell’Amore presidente della banca e rettore della Bocconi
  • Aldo Moro presidente del Consiglio dei Ministri
  • Emilio Colombo ministro del Tesoro
  • Guido Carli Governatore della Banca d’Italia

Passarono sette anni ed il 27 settembre 1974 molti italiani si ritrovarono, ancora una volta, con i loro risparmi in fumo.

Quel giorno venne decisa la liquidazione coatta della Banca Privata Italiana che vedeva alla presidenza tal Michele Sindona.

Sindona è speculare a Ricucci.

Infatti dopo aver fatto l’autotrasportatore, si laurea in giurisprudenza ed esercita a Milano. Nei primi anni Cinquanta è il commercialista più ricercato da industrie e società finanziarie, e lui stesso dopo una serie spregiudicata e favorevoli operazioni in Borsa, acquisisce il controllo della Banca Privata Italiana che raccoglie capitali dall’elite del capitalismo italiano.
Aveva creato un impero grazie ad amicizie influenti nella politica italiana e nella finanza vaticana ed appoggi negli Stati Uniti L’ambasciatore USA in Italia John Volpe gli consegnò di persona il premio "uomo dell’anno 1973", in considerazione della notevole rilevanza economica che le numerose società collegate al suo gruppo avevano acquisto negli States.

Il 10 maggio di quell’anno la Franklyn Bank di New York, controllata dal gruppo Sindona, si trovò in difficoltà ed il ministro del tesoro Ugo La Malfa rifiutò di concedere l’aumento del capitale alla Finambro, società finanziaria cassaforte del Gruppo Sindona . Risultato: in ottobre Michele Sindona è colpito da un mandato di cattura per falso contabile: i depositanti della Banca Privata Italiana sono tutelati.
La Banca venne incorporata nella Banca Rasini (in seguito fusasi nella Banca Popolare di Lodi, oggi Banca Popolare Italiana che ha gabbato i correntisti con Fiorani …)
Cinque anni dopo, il 17 aprile 1978 scoppia il caso Banco Ambrosiano.
La prima crisi del Banco si ebbe nel 1977, quando una mattina di novembre Milano si svegliò tappezzata di cartelloni in cui vennero denunciate presunte irregolarità del Banco ambrosiano.
La situazione si stabilizzò celermente, ma il 17 aprile 1978 alcuni ispettori della Banca d’Italia entrarono nel Banco Ambrosiano, dove rimasero per alcuni mesi, uscendo con un rapporto pieno di irregolarità che fu consegnato al giudice Emilio Alessandrini. Egli purtroppo non riuscì nemmeno a leggerlo, ucciso da un attentato del gruppo terroristico di estrema sinistra Prima Linea. Il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il capo della vigilanza Mario Sarcinelli che avevano ordinato l’ispezione vennero invece accusati di alcune irregolarità nella gestione di un altro caso finanziario.
Paolo Baffi si dimise ed il suo successore fu Carlo Azeglio Ciampi
I due imputati vennero definitivamente prosciolti nel 1983 dopo essere stati comunque tagliati fuori dal caso sul Banco Ambrosiano ( pur diversa nella sostanza la vicenda Baffi - Sindona - Calvi è, nella forma, molto simile al caso Fazio - Fiorani - Consorte)
A quel punto il neo Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, avviò la procedura di liquidazione coatta amministrativa del Banco che venne controllato dalla cordata i cui componenti principali furono la Banca Cattolica del Veneto e la Banca San Paolo Brescia ai cui vertici sedeva Giovanni Bazoli, montiniano di ferro, attuale presidente di Banca Intesa. Nel 1994 viene modificata la legge bancaria, sempre sulla base del modello tedesco, in cui venne ufficializzata la nascita della banca universale.
Le banche, con lo strumento delle venture-capital potevano diventare azioniste delle aziende.
La separatezza del 1936, voluta proprio per evitare la "commixtio sanguinis", venne gettata alle ortiche.
Le vicende Cirio, Parmalat, Bipop - Carire, BPI e UNIPOL ne sono la diretta conseguenza.

Maurizio Turoli
maurizio_turoli@yahoo.it

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • RISPARMIATORI E SCANDALI BANCARI
  • LA LEZIONE DELLA EX JUGOSLAVIA


    RISPARMIATORI E SCANDALI BANCARI
    TRAGICOMMEDIA RICORRENTE
    Parte prima

    La "Bancopoli" che ha travolto il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e’ l’ultimo degli scandali finanziari che periodicamente scuotono l’Italia. Non è possibile trattare questo argomento senza una carrellata sugli scandali finanziari che hanno fatto da contrappunto a tutte le principali vicende politiche italiane. Per opportunità cronologica cominciamo dalla vicenda più recente: le dimissioni di Antonio Fazio dall’incarico di Governatore della Banca d’Italia. I primi nemici Fazio cominciò a farseli nel 2001 allo scoppio del caso Bipop Carire. Il dramma di BIPOP CARIRE inizia il 12 ottobre di quell’anno con la comunicazione della sospensione del titolo in Borsa. Il fuoco alle polveri lo diede il giorno prima "Il Sole 24 Ore" con un articolo su circostanziate indiscrezioni in merito a perdite straordinarie. In seguito a quell’articolo, un comunicato ufficiale del vertice Bipop così recitava: "la Banca dovrà riservare accantonamenti aggiuntivi, per un massimo di 125 milioni di Euro a copertura di prestiti a clientela dell’asset management". Lo stesso quotidiano, il giorno 13 ottobre, dava notizia di un inquietante verbale redatto dal consiglio sindacale nel quale si denunciava l’esistenza di contratti di gestione patrimoniale stipulati con garanzia di capitale e di rendimento a vantaggio di alcuni grandi clienti. Proprio quest’ultima notizia, riferita dalla «Gazzetta di Reggio», consigliò alle autorità di Borsa di sospendere il titolo La decisione comportò l’azzeramento dei vertici dell’Istituto. Il siluramento di Sonzogni e di tutto il management avvenne, come recitava un comunicato stampa dell’Istituto di Credito, "al fine di effettuare una pulizia drastica con l’intento di segnare una svolta nella gestione". Le operazioni poco chiare cui faceva riferimento il quotidiano economico milanese (di proprietà di Confindustria e Gruppo Monte dei Paschi di Siena), erano state effettuate da tutte le maggiori banche italiane (a cui nessuno ha mai mosso addebiti). Tutto è iniziato con un’interpellanza parlamentare della deputata DS Antonella Spaggiari che era anche sindaco di Reggio Emilia. A Reggio Emilia vi è la sede della Fondazione Manidori che faceva parte, con un consistente peso in quanto Fondazione della Carire (Cassa di Risparmio di Reggio Emilia), del sindacato di controllo di Bipop. L’iniziativa, lungi dal tutelare i risparmiatori, aveva lo scopo di scalzare l’UDEUR dalla presidenza della Fondazione a vantaggio dei DS (e della stessa Spaggiari al termine del mandato amministrativo). L’entourage di Banca d’Italia ha intravisto un modo brillante di sostenere Capitalia ed il suo presidente Cesare Geronzi (inciampato in Cirio e Parmalat) dopo il bagno di sangue derivante dalla fusione della Cassa di Risparmio di Roma con il Banco di Santo Spirito e l’incorporazione del decotto Banco di Sicilia. Il caso, montato ad arte, ha prodotto gli effetti desiderati. Bipop Carire, banca comunque liquida e solvibile, è stata inglobata in Capitalia. Le vicende di questi giorni sono il frutto di guerre sotterranee che partano da lontano. La Banca Popolare di Lodi (prima banca popolare fondata nel 1870) ha acquisito nel 2003 il Credito Euronord (comunemente conosciuto come Banca della Lega Nord) ed è interessata ad acquisire la Banca Antonveneta (cassaforte delle cooperative bianche venete) Presidente di questa Banca era Gianpiero Fiorani che si è scontrato con il Banco di Bilbao, gigante creditizio spagnolo interessato alla medesima operazione. Giovanni Consorte è presidente ed amministratore delegato di Unipol Banca, cassaforte della cooperative rosse ed azionista di rilievo del gruppo MPS (maggior credito dei DS). Unipol Banca è interessata all’acquisizione di BNL (Banca Nazionale del Lavoro) che si è scontrata con ABN AMBRO, gigante creditizio olandese interessato alla medesima operazione. La Banca d’Italia, in particolare nella persona del suo ex Governatore Antonio Fazio, ha sempre difeso l’italianità del sistema creditizio italiano (per anni tutelato da un regime di semi-monopolio, da sempre garante di delicati equilibri politico-finanziari). Su Fiorani e Consorte gravano sospetti di manovre economico-finanziarie (aggiotaggio ed appropriazione indebita) che potrebbero aver danneggiato considerevolmente piccoli azionisti e depositanti ordinari. Alla Banca d’Italia, e soprattutto a Fazio, viene rimproverata una carenza nel controllo dell’operato di queste due banche. A questo punto è d’obbligo una domanda: "Ma chi è, effettivamente, Antonio Fazio"? Si è laureato in Economia a Roma nel 1960 con una tesi sui rapporti tra evoluzione demografica e sviluppo economico, vince subito una borsa di studio per specializzazione presso il servizio studi di Bankitalia, dove lavora anche come docente. Dal 1962 segue corsi di specializzazione in Macroeconomia e in teoria dello sviluppo economico e monetario presso il Massachusetts Institute of Technology, sotto la guida del futuro premio Nobel Franco Modigliani. Nel 1966 viene assunto definitivamente in Banca d’Italia e comincia un nuovo ciclo di specializzazione presso il MIT, sotto la guida di grandi economisti del calibro di Paul A. Samuelson, Kenneth Arrow, Alban W.H. Phillips. La sua carriera prosegue. Nel 1980 viene nominato direttore centrale, fino al 1982, in cui viene nominato vicedirettore generale. Quando nel 1993, Carlo Azeglio Ciampi presenta le dimissioni per assumere la carica di Presidente del Consiglio, Fazio viene nominato governatore della Banca Centrale Italiana e presidente dell’Ufficio Italiano Cambi, cariche che ha ricoperto fino alle dimissioni, avvenute il 19 dicembre 2005 La tappa più significativa del suo mandato come Governatore è sicuramente quella del passaggio dalla Lira all’Euro, avvenuto tra l’1 gennaio 1999 ed l’1 marzo 2002. Fazio è riconosciuto come uno dei principali fautori in Italia della stabilità economica necessaria per il passaggio alla moneta unica europea. Si fregia del titolo di ultimo Governatore la cui firma è stata posta sulle banconote in lira. Dal 2001, in occasione della consueta lettura delle considerazioni finali del 31 maggio, appoggia le scelte economiche del futuro governo Berlusconi, parlando di un possibile nuovo miracolo economico. Nel 2003 scoppia la polemica tra il Governatore e l’allora (ed anche attuale dopo l’intermezzo Siniscalco) Ministro del Tesoro Giulio Tremonti, che mai ha digerito l’affaire Bipop Carire- Capitalia. La diatriba, ufficialmente, inizia su alcuni punti della manovra finanziaria varata nel 2003 dal Governo che Fazio non condivise e, pubblicamente, contestò. Il culmine si raggiunse con il caso Parmalat a cavallo tra il 2003 ed il 2004, in cui il Governatore accusa il Ministro di non aver fatto nulla per evitare casi analoghi ed in generale di aver portato il paese al declino economico, difendendo l’operato della Banca Centrale nell’emissione dei bond. La vicenda si concluse con le dimissioni di Giulio Tremonti dal governo e la riappacificazione del Governatore con i Parlamento. In buona sostanza Antonio Fazio, ultimo personaggio del panorama economico italiano in possesso di un ottimo bagaglio di cultura umanistica e di impresa (a mio avviso secondo a Raffaele Mattioli, indimenticabile banchiere e poeta artefice dei fasti della Banca Commerciale Italiana), è stato un eccellente capitano ma un pessimo controllore (infatti non ha la mentalità del tecnocrate). Potrebbe anche aver agito in un’ottica nepotistico-paternalista ma ha protetto con le unghie e con i denti un sistema creditizio oligopolistico, molto politicizzato ed abbastanza obsoleto (si finanziano le garanzie reali dei coobbligati non le capacità di rimborso delle imprese) dall’assalto di banche straniere (è un torto? Ai posteri, che saranno colonizzati da altri, l’ardua sentenza). Va anche aggiunto che ha seguito la strada che lo "Stato Imprenditore" ha tracciato dal 1955 quando si delineò il modello di economia mista (Enrico Mattei, grande manager pubblico degli anni ’50-’60, soleva dire "Per me il politico è come il taxi. Pago la corsa e scendo"). Un cartellino giallo va sbandierato a Fazio per aver sottovalutato le esigenze ed i problemi sia dei piccoli imprenditori sia dei piccoli risparmiatori. Ha dimenticando che queste categorie sociali reggono (sovente obtorto collo) il sistema economico italiano (ed in ciò sta lo scontro con Tremonti) . Comunque va riconosciuto ad Antonio Fazio l’onore delle armi, probabilmente chiunque al suo posto avrebbe agito come lui. E’ una considerazione che lascia un profondo rammarico: il protezionismo bancario, il taridivo provvedimento legislativo sul risparmio e le dispute sia sui conti pubblici sia sul successore di Fazio derivano da lotte all’interno dei cosiddetti poteri forti. I poteri sono tanto più forti quanto più debole è la cultura umanistica nella coscienza collettiva. L’inconsistenza di basi filosofiche nonché la scarsa dimestichezza con la dottrina dello Stato minano l’etica imprenditoriale ed il senso di responsabilità della classe politica (ministro deriva dal latino minus che significa essere al servizio di qualcuno). Se l’economia è il motore delle nazioni la cultura nazionale ne è il carburante. La nomina di Mario Draghi (sino ad oggi Vice Presidente di Goldman Sachs, colosso finanziario inglese) quale successore di Fazio conferma la scelta di un Governatore- liquidatore. Poiché ha già liquidato i patrimoni immobiliari dell’IRI cedendoli ad immobiliari straniere, tutto fa supporre che controllerà la colonizzazione dell’unico potere economico ancora, nella maggior parte dei casi, italiano. Purtroppo nell’elettorato italiano, tanto attuale quanto prospettico, impera il teorema di Meo Patacca: "O Franza o Spagna basta che se magna!"

    Maurizio Turoli


    LA LEZIONE DELLA EX JUGOSLAVIA

    Tanto tuonò che piovve: il contenzioso tra Slovenia e Croazia in materia di acque territoriali e di definizione dei confini, a cui si è aggiunto quello relativo alla Ljubljansk a Banka di Zagabria, è arrivato ad un punto tanto avanzato da provocare la minaccia di veto sloveno all’ingresso della Croazia medesima nell’Unione Europea, nonostante la buona volontà dimostrata, non sappiamo con quanta convinzione, dal Presidente Mesic e dal Primo Ministro Sanader nella vicenda di Ante Gotovina, arrestato alle Canarie e tradotto davanti al Tribunale internazionale dell’Aja per rispondere di crimini contro l’umanità. Per dire il vero, le vicende che vedono le due Repubbliche ex jugoslave l’una contro l’altra armate, non sono di tale spessore da rendere impossibile un "gentlemen agreement" od un arbitrato internazionale idoneo a risolvere le controversie in parola, ma Lubiana, forte della sua presenza in Europa, ormai acquisita, non ha disdegnato di fare la voce grossa, confermando l’esistenza di contrasti atavici che vanno ben oltre le dispute fra i pescatori di Pirano e di Capodistria, o quella per il confine della Dragogna, in uno spirito che contrasta in modo clamoroso con quello di Helsinki. Da questo punto di vista, non è azzardato dire che il Governo della Slovenia, un Paese dalle dimensioni appena superiori a quelle del Friuli Venezia Giulia, abbia dato una bella lezione di "realpolitik" a tanti soloni di casa nostra, la cui preoccupazione maggiore è sempre stata quella di blandire dapprima Belgrado, e poi Lubiana e Zagabria, evitando di subordinare il riconoscimento delle nuove Repubbliche a pur doverosi adempimenti in materia di ammissione della verità storica, di tutela delle tombe italiane, di restituzione dei beni nazionalizzati, e via dicendo. A ben vedere, la Croazia non è stata da meno, proprio nella vicenda di Gotovina, acclamato a Spalato quale eroe nazionale da almeno 80 mila sostenitori, durante una manifestazione spontanea iterata in altre città dalmate, e supportata da malcelati risentimenti nei confronti di chi, in Europa, aveva subordinato l’accettazione di Zagabria nella casa comune alla consegna dei criminali di guerra o presunti tali: atteggiamento in cui si erano distinte, com’è noto, l’Austria, e soprattutto l’Inghilterra. Si dirà non senza ragione che Gotovina sarebbe stato più credibile laddove si fosse consegnato spontaneamente per dimostrare la sua estraneità ai fatti che gli sono contestati, ma tant’è: la politica è arte del possibile, e quindi del compromesso, e le dimostrazioni di piazza a favore del comandante croato rendono sostanzialmente vane le proteste sollevate da chi, come Predrag Matvejevic, ha voluto prendere pubblicamente le distanze dalle suggestioni vetero-nazionaliste del suo Paese, tanto più che poco tempo prima era stato condannato dal Tribunale di Zagabria per un reato d’opinione. Tutto questo sta a dimostrare che la realtà ex jugoslava rimane fluida, e che sotto la cenere cova sempre il fuoco di contrasti secolari ben lungi dall’essere stati risolti: più specificamente, quello tra Slovenia e Croazia oppone uno Stato di antiche suggestioni austriacanti, come il primo, ad una realtà caratterizzata da forti venature massimaliste, non avulse da atteggiamenti intransigenti anche in campo religioso. Inoltre, questa particolare congiuntura balcanica dimostra che quando è necessario scaldare i muscoli nessuno si tira indietro, piaccia o meno a qualche intellettuale dissidente, e che le blande proteste di chi governa l’una e l’altra Repubblica hanno soltanto il compito di salvare le apparenze. Non diciamo, sia ben chiaro, che l’Italia debba comportarsi come queste giovani ed imperfette democrazie, ma le pregiudiziali sollevate da Lubiana con un rigore che va ben oltre la materia del contendere pongono in luce che con questi Paesi la politica di buon vicinato non può prescindere da un sano realismo e dalla necessità di confronti anche duri, pur nell’ambito della normale correttezza diplomatica: ciò vale, è utile ripeterlo, per l’annosa questione dei beni, per la tutela dei monumenti e del patrimonio culturale italiano, e per gli aspetti politici di base. Non serve esprimere perplessità o stupore per le forzature slovene e croate, ivi compresa la decisione di festeggiare il 15 settembre come data della liberazione di Istria e Litorale dal "giogo" italiano, e tanto meno, per le prove di contenzioso nella cosiddetta guerra del pesce, o per le adunate di solidarietà ad un Gotovina. Sarebbe il caso, invece, di prendere atto che le relazioni internazionali non sono il regno dei cicisbei, ma impongono, ora più che mai, un senso profondo dello Stato e della sua specifica eticità.

    Carlo Montani

De Clade - Numero 33

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • DE CLADE
  • L’ITALIA E’ VERAMENTE IN DECLINO?


    Pubblichiamo due articoli del nostro nuovo redattore Maurizio Turoli, al quale diamo il benvenuto nella famiglia del Barbarossaonline.

    DE CLADE
    Ragionamenti intorno ad una (auspicata dai cattocomunismi) possibile disfatta

    Il programma iniziale di Berlusconi era preciso e sposava la linea già seguita in Gran Bretagna dalla conservatrice Margaret Thatcher ma anche dal laburista Tony Blair e negli Stati Uniti da Ronald Reagan ma anche da Bill Clinton. In sostanza, una linea liberale e liberista:
    • ritiro spinto dello stato dall’economia;
    • riduzione significativa delle imposte;
    • introduzione di forte flessibilità nel lavoro;
    • vasto programma di infrastrutture,queste così gestite dal governo.
    I risultati ottenuti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti sono stati ottimi. Quando nel 2001, Berlusconi è stato nominato capo del governo, l’economia europea e italiana stavano fortemente declinando ed il fenomeno si è ulteriormente accentuato con l’attentato dell’11 settembre. A quel punto non esistevano più le condizioni ideali per un programma stile Thatcher, che richiede, specialmente per abbassare le tasse, un’economia in crescita. Berlusconi aveva due strade possibili: dire chiaramente agli elettori che la congiuntura internazionale non consentiva di attuare il programma; oppure attuare comunque il programma scegliendo di somministrare dosi massicce in modo da avere sì una caduta ulteriore del ciclo economico ma con un sicuro forte rimbalzo al primo accenno di ripresa internazionale. Berlusconi, invece, ha scelto una terza via, quella del tirare a campare, né carne né pesce, nella speranza che la congiuntura si riprendesse e quindi fosse possibile attuare il programma. Il suo primo ministro dell’economia, Giulio Tremonti, ha impiegato tutte le risorse nella cosiddetta finanza creativa, cioè nel varo di strumenti-tampone per far apparire comunque i conti pubblici in condizioni accettabili, entro i limiti consentiti dal funesto Patto di stabilità dell’Unione europea. Il tempo è così passato; la situazione si è ulteriormente aggravata a causa della guerra in Iraq. E’ arrivata la stagione delle elezioni sia in Europa sia negli Stati Uniti. In Europa, con la consultazione per le elezioni del nuovo parlamento, negli Stati Uniti per la scelta del nuovo presidente. Pur di arrivare al voto con l’economia in ripresa, Bush, ha attuato una spietata politica neokeynesiana, lui che è liberista, facendo salire alle stelle il debito pubblico statunitense e facendo cadere progressivamente il dollaro rispetto a tutte le monete ed in particolare rispetto all’Euro. In tal modo ha ridato slancio ai prodotti americani, o comunque venduti dalle aziende americane anche se fabbricati in paesi in via di sviluppo. Le conseguenze negative sono state tutte per l’Europa, inchiodata dal Patto di stabilità a una Politica monetaria rigidissima con tassi per lungo tempo superiori a quelli americani arrivati quasi a zero. A risentirne più di tutti è stata l’Italia, priva di capacità competitiva avendo un sistema produttivo centrato in settori a scarso livello tecnologico. È stato in questo contesto che Berlusconi, rendendosi conto dello scorrere del tempo e dell’imminenza delle elezioni, ha cercato di tener fede alla più impegnativa delle sue promesse, la riduzione delle tasse. Purtroppo è stato preso fra l’incudine del deficit pubblico da tenere al di sotto del 3% per i vincoli europei e il martello del Patto con gli elettori per le riduzione delle imposte. Il capo del governo è riuscito a partorire un taglio ridottissimo, quasi risibile, di appena 400 euro medi, il cui effetto e stato più simile a quello di un boomerang che a quello di soddisfare una promessa.

    A tutto ciò se si aggiunge il problema politico puro, cioè la possibilità di far convivere nello stesso schieramento forze ideologicamente agli antipodi come la Lega di Umberto Bossi da una parte e l’Udc e An dall’altra, si ha l’esatta misura di come il risultato delle elezioni regionali fosse inevitabile. In un regime maggioritario e tendenzialmente bipartitico o con due schieramenti definiti, la sconfitta di una parte non dovrebbe essere mai un dramma per il paese, poiché l’intercambiabilità è l’essenza stessa del maggioritario. Invece non si può stare tranquilli poiché il cancro politico della Casa delle libertà è presente né più né meno anche nello schieramento di centro-sinistra. Infatti Rifondazione Comunista é l’omologa della Lega nei confronti di UDEUR e parte della Margherita. In una situazione economica in cui è necessario poter contare su una politica economica fondata sulla flessibilità e sul rilancio della capacità competitiva della piccola e medio piccola impresa, rischiamo di avere future decisioni di politica economica fondate sulla tassazione dei redditi di impresa e investimenti destinati ad alimentare le grandi imprese che si sono arricchite con il consociativismo ed i finanziamenti pubblici a pioggia. Il collante del centro-sinistra è l’odio verso Berlusconi e la CDL L’esperienza pregressa ci ha insegnato che in materia di politica economica e di politica estera le divisioni sono profonde ed insanabili. Conseguentemente cedere alla tentazione di perdere le elezioni illudendosi di andare ad ulteriori consultazioni dopo un paio d’anni di governo di centro sinistra è non solo sbagliato ma letale per l’Italia. La sinistra ha sempre governato mediante nomenklature. Vale a dire oligarchia economico-culturale autoreferenziale e totalizzante. Chi non rientra nel club degli eletti è marginalizzato, se non ghettizzato. Il grande capitale assistito ed i nulla facenti godranno del lavoro di molti micro - imprenditori e lavoratori autonomi. Il popolo della partita IVA è avvisato.

    Maurizio Turoli


    L’ITALIA E’ VERAMENTE IN DECLINO?
    ALCUNE RIFLESSIONI SULLA CAPACITA’ COMPETITIVA DEL MADE IN ITALY


    Il nostro paese ha fortemente ridotto la sua capacità produttiva in settori industriali nei quali era stato fra i primi al mondo quali:
    • l’informatica
    • la chimica
    • il tessile
    • il calzaturiero


    L’Italia industriale è uscita quasi completamente da mercati in continua crescita quali l’elettronica di consumo.

    Rimane l’automobile (monopolio FIAT), la cui crisi procede peraltro verso esiti al momento imprevedibili e comunque incerti

    I costi economici e sociali di tali vicende sono stati immensi, infatti rischiamo di diventare una colonia industriale di altre Nazioni.

    Aver lasciato scomparire interi settori produttivi nei quali si eccelleva, aver trascurato le opportunità di sfondare in quei settori dove esistevano le risorse tecnologiche e umane per poterlo fare è stata un’impresa negativa iniziata oltre trent’anni fa e completata con l’ingresso nell’euro.

    Nel 1963 (all’epoca del primo governo di centro-sinistra presieduto da Amintore Fanfani ) Valletta, Amministratore delegato della FIAT pronuncio’ un memorabile discorso in Parlamento.

    Concluse il suo intervento con un’affermazione che avrebbe condizionato l’intera politica economica italiano fino ad oggi: "Cio’ che e’ buono per l’Italia e’ buono per la FIAT"

    In quel periodo la FIAT aveva una partecipazione anche nella Olivetti.

    Valletta, nell’assemblea dei soci del 30 aprile 1964 pronunciò la condanna a morte della divisione elettronica con le celeberrime parole: "La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza difficoltà il momento critico. Sul suo futuro però pende una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare".

    In realtà gli investimenti per far crescere la Divisione Elettronica si aggiravano su poche centinaia di miliardi di lire in più anni (circa 25 milioni di attuali euro).

    In realtà il capitale di comando della FIAT (la Famiglia Agnelli e parenti) non aveva mai tollerato che la Olivetti offrisse alle proprie maestranze:
    • retribuzioni e servizi sociali migliori
    • maggiore libertà sindacale


    Quindi l’invito alla dismissione di una Divisione altamente innovativa va letta come l’occasione di ricondurre nei ranghi Adriano Olivetti ed i suoi dirigenti.

    Qualche anno dopo, in piena stagflazione e crisi delle istituzioni, l’avvocato Agnelli, divenuto presidente FIAT e di Confindustria, inaugurò la stagione della "concertazione" o del "consociativismo".

    Era il periodo in cui il Ministro del lavoro (all’epoca il democristiano e torinese Carlo Donat Cattin , fondatore della corrente Forze Nuove) imponeva ai datori di lavoro i contratti, concordati preventivamente con la CGIL, CISL ed UIL (la famigerata Triplice)

    Gli imprenditori, in cambio di cospicui finanziamenti pubblici, avevano abdicato al loro ruolo cedendolo alla politica (prepensionamenti, incentivazioni all’esodo, casse integrazioni guadagni senza controlli)

    Il vero declino industriale è cominciato in quel periodo quando la FIAT, forte dei finanziamenti pubblici acquisì una serie di aziende, soprattutto in Lombardia.

    Fu la rivalsa di Torino (ex capitale sabauda d’Italia) nei confronti della mal tollerata industria lombarda (regione che con Casati e Cattaneo aveva considerato i Savoia un male necessario)

    Nell’arco di tre lustri si poté assistere alla sistematica distruzione del sistema industriale lombardo mediante l’incorporazione ed il successivo smantellamento o pesante ridimensionamento, di aziende quali:
  • Autobianchi (azienda di Desio assorbita dalla Lancia nel frattempo divenuta FIAT)
  • Innocenti (Milano)
  • Maserati (Milano)
  • Gilera (Arcore)
  • Moto Guzzi (Mandello Lario)
  • Veglia (Milano)
  • Borletti (Milano)
  • Magneti Marelli (Sesto san Giovanni)
  • Falk (Sesto San Giovanni)
  • Ernesto Breda (Sesto San Giovanni)
  • O M (Brescia e Milano)
  • Alfa Romeo (Milano)


  • Tra dipendenti diretti ed indotto, la Lombardia ha dovuto provvedere alla riconversione od al ricollocamento di 195.000 (centonovantacinquemila) persone.

    Il piccolo imprenditore si è trovato soffocato tra lo strapotere contrattuale del "capitale assistito" (quando le cose vanno bene i profitti sono i miei, quando vanno male pagano gli italiani) e le restrizioni creditizie che le banche all’epoca adottarono su imperativo della Banca d’Italia di Carlo Azeglio Ciampi.

    Sono passati gli anni, sono mutati i governi, le compagnie bancarie hanno subito profonde modificazioni ma il problema di fondo è rimasto.

    E’ sotto gli occhi l’attuale vicenda di Banca d’Italia.

    Più che sindacare sugli ultimi comportamenti di Fazio, sarebbe opportuno andare a verificare quali legami parentali abbiano portato alla costituzione di Capitalia e del rafforzamento progressivo dei Banca Popolare di Lodi.

    Infatti le banche, feudo UDEUR (Unicredito, Banca Intesa, Capitalia, Banca Popolare Italiana) ad eccezione di Monte dei Paschi di Siena ed Unipolbanca di area DS, finanziano le basi patrimoniali (garanzie reali) e non la redditività del progetto e dell’attività imprenditoriale

    Nessuna ha mai calcolato i danni sociali e finanziari causati, negli anni del centro sinistra e del sottopotere comunista da:
    • il blocco decennale della televisione a colori (governi Fanfani degli anni ’70)
    • la costruzione del Centro siderurgico di Gioia Tauro (5° governo Moro)
    • il Polo informatico di Mantova (governo Goria primi anni ’80)
    • gli incentivi per la costruzioni di stabilimenti al Sud (governi vari da Fanfani ad Amato)
    • i premi per l’abbattimento dei bovini da carne (governi Rumor e Moro)
    • ’ingresso nell’euro in posizione subalterna all’asse franco tedesco (governo Prodi)
    • rinuncia al consorzio Airbus (ultimo Governo Amato)


    Questa è la situazione che si è venuta a creare in oltre trent’anni di politica clientelare. Pensare che in cinque anni si potesse ribaltare la situazione e con molti ex democristiani in posti chiave del Governo Berlusconi sarebbe stato non solo velleitario ma anche stolto.

    Ora la situazione si ripete nel sostegno a Prodi
    • l’economia europea, quella italiana sembra essere in flebile controtendenza, è stagnante
    • regna l’incertezza tra le componenti politiche (gli ex democristiani tornano alla carica nella CDL e l’Unione va alla conta)
    • siamo di fronte ad un’indecorosa crisi fiducia nel Governatore di Banca d’Italia
    • si è ricostituita la lobby del grande "capitale assistito" (Tronchetti Provera, Montezemolo, Colaninno, De Benedetti)
    • la FIAT ritenta un’alleanza "americana" con FORD, dopo il fallimento con General Motors (le cui conseguenze, con la dismissione di capitali e tecnici, sono state pesantemente scontate dalla Ferrari)
    • Luca Cordero di Montezemolo è presidente della FIAT e di Confindustria


    Guarda caso viene sostenuto proprio Prodi: l’uomo che quando era presidente dell’IRI ha:
    • "regalato" Alfa Romeo alla FIAT (l’offerta FORD era superiore di 800 miliardi di lire e solo qualche tranche del debito, che la Casa torinese ha contratto con il cedente, è stata onorata)
    • ceduto CIRIO a Cragnotti, ad un prezzo che definire di favore è eufemistico
    • smantellato la SME che attraverso la controllata GEPI manteneva in vita le aziende decotte
    • demolito la cantieristica navale
    • sovvenzionato aziende decotte quali Buitoni Perugina (cedute alla GEPI da De Benedetti e da questa alla Nestlè) Motta e Alemagna (cedute da GEPI alla Nestlè)


    Al fine di fare un minimo di chiarezza circa la natura della confusione e dei conflitto (più o meno sotterranei) che galvanizzano il dibattito politico ed istituzionale, è necessario penetrare nella ragnatela delle forze economico/finanziarie che i due schieramenti possono gettare in campo

    Visualizza le tabelle con Microsoft Word (.doc)
    Visualizza le tabelle con Acrobat Reader (.pdf)

    Chi ha orecchie per intendere sa come votare.

    Maurizio Turoli

 

La questione delle opere d’arte istriane a suo tempo trasferite a Roma per sottrarle ai pericoli bellici, ed attualmente collocate a Trieste presso il Museo "Revoltella", è stata oggetto di un paradossale intervento sulla stampa giuliana da parte di un Consigliere di "Italia Nostra", che ha sostenuto l’opportunità di un gesto di apertura, e quindi, di "restituzione" alla Croazia od alla Slovenia, per motivi non meglio specificati di "convenienza politica".

Si era presunto che sull’argomento fosse calato il sipario dopo le pronunzie governative da cui era emersa la volontà di escludere ipotesi surreali di "consegna" alle Amministrazioni d’oltre confine, trattandosi di opere prodotte da artisti italiani, e mai collocate, giova sottolinearlo, in territori sottoposti all’esercizio della sovranità jugoslava prima, e croata o slovena, poi.

Purtroppo è necessario ricredersi e prendere nota che oggi, accanto ad effimere ed improbabili considerazioni di carattere socio-geografico, secondo cui le opere dovrebbero trovarsi dove l’artista ebbe a concepirle e realizzarle, in taluni ambienti si vorrebbe far prevalere un principio di interesse "politico" per sua natura elastico e mutevole, e come tale, privo di una qualsiasi copertura giuridica, meno che mai morale.

Non appare sconvolgente, ed anzi è perfettamente legittimo che quelle opere stiano a Trieste od a Roma anziché in Istria. Ai fregi del Partenone, scolpiti da Fidia e trafugati al "British Museum" di Londra nello scorcio iniziale dell’Ottocento, od ai tanti capolavori di casa nostra sottratti da Napoleone ed attualmente al Louvre, è capitato di peggio: quelli perpetrati a loro danno furono furti veri e propri, ma nessuno, alla stregua dell’universalità dei valori estetici, ha mai pensato di chiederne la "restituzione". Ebbene, non si vede perché debba essere proprio l’Italia del terzo millennio, dopo averle salvate dalla guerra, a donare ai Governi di Lubiana o Zagabria le sue opere d’arte, quale corollario anacronistico del "diktat" (peraltro estraneo a costoro), o se si vuole, quale ulteriore grazioso omaggio a Paesi con tradizioni figurative minori e quindi sensibili ad ogni opportunità di potenziarle a posteriori, con una sorta di sopravvenienza attiva per meriti altrui.

E’ scontato affermare che l’ipotesi sollevata da quel Consigliere di "Italia Nostra" non ha alcuna parvenza di condividibilità nell’ottica del diritto internazionale, che non prevede siffatte obbligazioni, tanto è vero che le opere a suo tempo sottratte alla Grecia od all’Italia sono rimaste dov’erano senza che nessuno abbia sollevato il problema né tanto meno formulato domande di sanzioni; del resto anche i quadri istriani non sono stati oggetto di rivendicazioni ufficiali, ma di attese interlocutorie e casuali, indotte più che altro dalle "avances" gratuite di parte italiana: atteggiamenti, questi ultimi, improntati ancora una volta alla famosa "cupidigia di servilismo" cui fecero riferimento già nel 1947, durante la discussione parlamentare per la ratifica dell’iniquo trattato di pace, Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando.

Ci voleva proprio un’Associazione che dovrebbe avere fra i propri scopi quello di tutelare il patrimonio artistico italiano per suggerire un comportamento opinabile anche dal punto di vista della compatibilità con la sua ragion d’essere e con le sue vocazioni d’origine. In Italia accade questo ed altro: certe madri sono sempre incinte!

Carlo Montani


Riproduciamo il testo di una lettera, inviata a Vittorio Sgarbi, sempre in merito alla restituzione delle opere d’arte.


Gentile On. Sgarbi,

il Suo intervento a proposito dei quadri che secondo certi soloni dovrebbero essere "restituiti" a Slovenia e Croazia merita un plauso convinto.

In effetti, non di restituzione si tratterebbe, ma di un regalo assolutamente gratuito, al pari di tanti altri già fatti in passato, da Osimo al riconoscimento delle nuove Repubbliche, ed al nulla osta circa l’ingresso di Lubiana nell’Unione Europea. Le opere d’arte in parola non sono mai state slovene o croate!

Lei ha giustamente sottolineato l’illiceità penale di un provvedimento che venisse incontro alle pretese di Rupel e soci, ma esistono anche aspetti etico-politici prioritari, in primo luogo per noi esuli. In altri termini, l’oltraggio dell’eventuale "restituzione" non sarebbe cancellato nemmeno da una nuova legge appositamente confezionata da qualche maggioranza trasversale nè tanto meno da un trattato internazionale come quello a cui Lei ha fatto riferimento nelle dichiarazioni riportate dalla stampa.

E poi, diciamolo francamente: ammesso e non concesso per mera ipotesi dialettica che i nostri amabili vicini potessero vantare diritti di sorta su quelle opere, ciò dovrebbe valere, a ben più forte ragione, a proposito degli autentici furti patiti dall’Italia per mano francese, o dalla Grecia per mano britannica. Ma di questi, nessuno parla nè parlerà: nell’Italietta di oggi (diversamente da quanto accade ad Atene, che rivendica da anni i fregi del Partenone), lo sport di maggior successo è quello del calabraghismo.

Ebbene, noi siamo con Lei, e ringraziando per la Sua presa di posizione, La invitiamo cordialmente a perseverare.

Carlo Montani, esule da Fiume
Laura Brussi, esule da Pola


 

La dottrina giuridica è praticamente unanime nel sostenere l’assunto secondo cui nel giugno 1991, quando la Croazia e la Slovenia proclamarono la secessione dalla Repubblica federativa jugoslava, l’Italia avrebbe potuto denunciare tutti gli accordi bilaterali stipulati con il Governo di Belgrado, e riprendere la propria libertà d’azione: il caso più significativo riguarda il trattato di Osimo del 1975, di cui quest’anno ricorre il trentennale. Invece, come tutti sanno, Roma si affrettò a riconoscere con singolare solerzia le nuove Repubbliche, ancor prima degli altri Stati europei, ed il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga rese visita ufficiale a Lubiana e Zagabria subito dopo la secessione, mentre il Ministro degli Esteri Gianni De Michelis dichiarava augurabile di "non dover mai affrontare" l’eventuale "ritorno all’Italia dell’Istria e della Dalmazia".

A parte il fatto che la questione territoriale avrebbe potuto porsi per la sola Zona "B" del TLT, oggetto di Osimo (stipulato con la sola Jugoslavia), e non per il resto della Venezia Giulia e della stessa Dalmazia, trasferite sotto la sovranità altrui già dal 1947, a seguito di un trattato di pace imposto all’Italia da ben 21 Stati contraenti, è utile ricordare che il riconoscimento ufficiale della Federazione serbo-montenegrina, questa sì erede diretta della vecchia Jugoslavia, sarebbe avvenuto soltanto nel 1996, ad un quinquennio dalla secessione di Croazia e Slovenia. Eppure, già dal 1991 il Governo di Belgrado aveva manifestato un’ampia disponibilità a supportare eventuali attese italiane circa la denuncia del trattato di Osimo e le conseguenti implicazioni giuridiche e politiche.

Si volle ritenere, contro ogni evidenza logica, che la Slovenia dovesse succedere "sic et simpliciter" nei patti a suo tempo stipulati con la Jugoslavia, nel falso presupposto che un diverso comportamento avrebbe potuto essere interpretato alla stregua di una "realpolitik" inattuale, se non anche antidemocratica, salvo assumere un atteggiamento ben diverso proprio con la Federazione serbo-montenegrina. Del resto, denunciare Osimo non avrebbe necessariamente significato avanzare rivendicazioni di fondo in materia territoriale, o di regimazione delle acque nel golfo di Trieste (che il trattato del 1975 aveva disposto in modo assurdo), ma negoziare su nuove basi una politica di buon vicinato in cui avrebbero potuto trovare spazio, ad esempio, la restituzione dei beni a suo tempo nazionalizzati a danno degli Esuli giuliano-dalmati, la tutela delle loro tombe e dei loro valori culturali, e più generalmente, il riconoscimento dei torti subiti dall’Italia nei lunghi decenni di regime comunista.

A trent’anni da Osimo, si può ben dire che la tesi della secessione automatica è stato un "monstrum" di carattere giuridico, ma prima ancora, un’aberrazione politica, che si inquadra nelle tradizioni italiane, davvero ingloriose. A questo riguardo, non è inutile ricordare che, dopo il 1991, l’atteggiamento di Lubiana e di Zagabria nei confronti di Roma non avrebbe subito apprezzabili modificazioni rispetto a quello precedente di Belgrado: ad esempio, nel 1995 nessuno ebbe a sollevare eccezioni quando le forze croate ruppero gli indugi ed invasero la Krajina; nel 1998, la rimozione forzosa delle tabelle italiane in Istria non fu oggetto di alcuna protesta ufficiale, se non da parte del movimento giuliano-dalmata; ed ancora nel 2000, si celebrarono ad Albona, con grande concorso popolare, ed alla presenza del Presidente croato Mesic, i fasti dell’omonima Repubblica rossa, di cui ricorreva l’ottantesimo anniversario, mentre subito dopo migliaia di titini si sarebbero minacciosamente radunati a Kumrovec, luogo nativo di Josip Broz, per celebrarne il ventennale in un clima nostalgico assai pesante. Per l’Italia, nulla da eccepire, al pari di quanto accadde un anno dopo, quando il processo Piskulic, nonostante le schiaccianti testimonianze d’accusa, si chiuse con l’assoluzione dell’ultimo infoibatore, od in tempi più recenti, quando una Corte italiana avrebbe pronunciato la propria incompetenza, motivandola col fatto che i reati da giudicare erano stati commessi in un territorio sottratto alla sovranità italiana, sia pure successivamente agli eventi.

Non c’è che dire. Qualcuno potrà obiettare che, presi singolarmente, questi fenomeni hanno un’importanza circoscritta, ma anche a prescindere dalla loro prioritaria valenza etico-politica, che ne trascende le dimensioni e gli effetti immediati, tutti sono in grado di capire che esprimono una singolare continuità di cedimenti, e di compromessi, poco compatibili con il ruolo di uno Stato, come quello italiano, che a torto od a ragione si compiace di figurare tra le prime sette potenze mondiali. In realtà, si è scoperto proprio in tempi recenti che il bel Paese è precipitato al cinquantaquattresimo posto nella graduatoria mondiale della competitività, preceduto anche dalla Lettonia e dal Botswana: fotografia impietosa di una situazione che trova analogie non casuali nella politica estera, e nella carenza dei suoi fondamenti etici (l’Italia, per dirne una, figura in coda alla graduatoria mondiale anche negli interventi per la cooperazione).

In questo panorama che per taluni aspetti si potrebbe definire plumbeo, la tesi della secessione forzata di Croazia e Slovenia negli accordi bilaterali con la Jugoslavia, ormai consolidata dalla prassi, non sorprende più di tanto, ma deve essere riproposta all’attenzione generale, ricorrendo il trentennale di Osimo, affinché "indocti discant et ament meminisse periti". In Italia, anche il diritto internazionale è oggetto di interpretazioni elastiche, talvolta stravolgenti, ma quel che è peggio, senza che ciò avvenga a supporto dei suoi interessi legittimi: la dissoluzione del senso dello Stato è l’effetto più amaro delle prevaricazioni localistiche, partitocratiche, o peggio ancora, individuali.

Carlo Montani

Dopo il risultato del referendum francese, un altro colpo viene inferto a Bruxelles: l’Olanda ha espresso un netto "no" alla Costituzione Europea. Il 54,8% dei francesi che sono andati a votare il 29 maggio e il 61,6% degli olandesi il 1 giugno hanno infranto il sogno di un’Europa che passo passo si costruiva quasi da sola. Mentre Bruxelles lavorava per l’allargamento i cittadini europei hanno avuto una percezione inquietante dell’Europa che si stava costruendo.
Dando nuova vita al titolo di una canzone molto di moda in queste settimane che parla dello stupore dei bambini che fanno "O" si può affermare che i cittadini europei stiano iniziando a dire "AOOO!?!".
Io credo nell’Europa. Ho sempre creduto nella visione più idealistica di questo nostro continente che con il tempo si doveva trasformare in una patria comune. Ma come molti non sono sorpreso di questo deciso "no" dei francesi e degli olandesi. Non potevo sorprendermi se qualcuno afferma che questo europeismo senza passione nato prima per interessi economici e solo dopo per unire i popoli,non era gradito. Da possibile patria comune ci si è avviati, paradossalmente, verso la creazione di una terra di nessuno. Da Europa delle Patrie ci si e’ incamminati verso un non-luogo dove i cittadini si sentono spaesati. Ma pensiamo in piccolo. Rimaniamo in Italia.
Se il 12/13 giugno, invece del referendum sulla procreazione assistita, si fosse votato per la Costituzione Europea, qualcuno pensa veramente che gli italiani avrebbero detto una cosa diversa da francesi od olandesi?

La risposta e’ una sola: AOOO!?!

Se si va al supermercato qualcuno non si accorge che i prezzi sono più elevati di quando c’era la lira? Certo non e’ colpa dell’euro in quanto moneta ma e’ un dato di fatto che da quando c’e’, tutto costa di più.Ed e’ questo che il cittadino nota. Sicuramente la colpa e’ del mancato controllo dei prezzi e delle conseguenze dell’import-export in un contesto europeo senza dazi,dogane e confini. Tuttavia c’e’ qualche italiano che,a ragione o torto, non si lamenti dell’euro?

La risposta e’ una sola: AOOO!?!

Se si parla di lavoro con una persona incontrata per caso,il discorso non e’ forse sempre lo stesso? Le aziende che chiudono perché ci sono meno entrate... le aziende che vanno all’estero perché nei paesi dell’Est, membri dell’Unione Europea, la manodopera costa di meno; la difficoltà che i giovani hanno nel trovare un lavoro stabile e appagante...;il problema dell’apertura del mercato asiatico che porta prodotti sottoprezzo; ecc ecc. C’e’ qualcuno che dica che il mondo del lavoro va bene, che il mercato funziona, che l’occupazione si trova senza problemi,che c’e’ stabilità economica?

La risposta e’ una sola: AOOO!?!

Come ho detto prima, io credo nell’Europa. Credo però in un’Europa delle Patrie (ancora lontana dal concretizzarsi) che bene viene descritta da Alain De Benoist in un suo libro di alcuni anni fa "L’impero interiore". De Benoist parla di un’Europa che "può realizzarsi esclusivamente sulla base di un modello federale portatore di un’idea",di un soggetto politico basato su valori comunitari che promuova un progetto serio di rapporto tra i vari paesi senza dimenticare una politica sociale che preservi il benessere dei cittadini.

Il sogno europeo e’ una grande visione che può realmente prendere forma. Ma ci vuole attenzione a non rendere i cittadini insoddisfatti e spaesati. Troppa burocrazia,il male un po’ di tutti i sistemi democratici, affligge l’Unione Europea. Ma non solo. Ci vuole anche la costruzione di un’autorevolezza e di una forza che si manifesti in modo palese nei momenti di crisi come la Serbia ieri e l’Irak oggi. L’Europa deve diventare il terzo polo mondiale economico in modo da competere con USA e Oriente ma senza dimenticare che e’ fondamentale preservare le culture e le tradizioni dei singoli paesi membri dell’Unione Europea. Come ha scritto anni fa l’antropologa Ida Magli nel libro "Contro l’Europa" criticando questo soggetto in cui l’unico "valore" sembrava fosse rispettare i parametri di Maastricht: "Nel momento stesso in cui qualcuno afferma che sei uguale ti uccide come esistente, ti cancella. O sei diverso, oppure non si vede che ci sei".
Francesi e olandesi hanno detto "no" anche a questo.Non vogliono essere uguali. Non vogliono la burocrazia dell’Unione Europea. Hanno detto "no" a questa Europa,non all’Europa. Sogno ambizioso di un soggetto politico portatore di un’idea e di benessere economico per tutti i cittadini.

Il compito della destra, oggi al governo dell’Italia,deve essere dare nuova vitalità al progetto europeo e far rinascere tra i cittadini la fiducia e la speranza di un futuro migliore.

Vito Andrea Vinci

 

Il 15 aprile di sessantuno anni fa moriva in circostanze tragiche Giovani Gentile, uno dei più grandi filosofi italiani del ‘900. Il suo nome è legato alla prima, e a tutt’oggi unica, riforma organica della scuola italiana, che realizzò nel 1923 quando fu chiamato da Mussolini a reggere il Ministero della Pubblica Istruzione e rabbrividisco quando a questa grande opera che fu la riforma Gentile viene accostata quella cosa (non saprei come definirla) chiamata riforma Moratti.
La cosiddetta "riforma Moratti" di chiara ispirazione tecnocratica e perfettamente in linea con il pensiero neoliberista, si risolve nel produrre quantità industriali di diplomati e laureati da gettare nel mondo del precariato ed è significativo, a questo riguardo, come il modello di lavoro "usa e getta" che tanto piace agli americani sia stato importato dalla sinistra durante il governo Prodi e perfezionato dal centrodestra dal governo Berlusconi a conferma di come i due schieramenti altro non sono che due modi simili di intendere lo stesso sistema.
La riforma Gentile fu tutt’altro: non si limitava a dare cultura, soprattutto classica e umanistica, ma formava i ragazzi al lavoro, anche quelli meno dotati cui assicurava un futuro attraverso la riforma dell’apprendistato e, cosa importante, educava i giovani al senso civico e all’amore di Patria per far sì che da adulti diventassero cittadini consapevoli e orgogliosi di essere italiani. La scuola di Gentile affidava alla funzione pubblica un ruolo centrale nella formazione dello studente lasciando tuttavia ampio spazio e libertà d’insegnamento alla scuola privata, che all’epoca era esclusivamente confessionale, cattolica ed ebraica. Dal 1925 fino alla sua morte ebbe la direzione dell’Enciclopedia italiana alla cui realizzazione chiamò, al di sopra delle parti e senza alcuna distinzione di credo politico o di fede religiosa, le massime autorità scientifiche dell’epoca affinché quest’opera monumentale, 36 volumi, condensasse tutto il sapere italiano.
Aderì al fascismo nel 1923 perché vedeva nell’esperienza storica avviata da Benito Mussolini quella sintesi tra pensiero e azione necessaria a portare a compimento il processo risorgimentale e gettare le basi per la creazione dello Stato Nazionale del Lavoro. La sua non fu una semplice adesione, come quella di moltissimi intellettuali che aderirono al regime per conformismo o convenienza, ma contribuì in maniera determinante alla formazione del pensiero e della dottrina del movimento fascista. Stilò nel 1925 il celebre "Manifesto degli intellettuali italiani fascisti" che recava la firma di moltissimi personaggi illustri tra cui quelle di Luigi Pirandello, Curzio Malaparte, Gioacchino Volpe, Filippo Maria Marinetti e Giuseppe Ungaretti. Dopo la crisi del 25 luglio 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana. Poteva starsene tranquillo in disparte ed attendere che la bufera passasse per poi riciclarsi, come fecero molti suoi colleghi intellettuali. Invece la sua coerenza e le sue idee lo portarono a rispondere all’appello del Duce ben sapendo che difficilmente sarebbe sopravvissuto a quella avventura. Infatti il 15 aprile del 1944 veniva vigliaccamente assassinato a Firenze, sua patria di adozione, da un gruppo di partigiani antifascisti, anche a causa della sua incessante opera di riconciliazione tra le parti per evitare che gli attentati compiuti dai partigiani alle truppe tedesche in ritirata, che avrebbero suscitato la rappresaglia nemica, portassero ad una guerra fratricida che avrebbe diviso gli italiani per generazioni. Cosa che puntualmente avvenne.
La morte di Gentile, cui seguì la demolizione prima intellettuale e poi morale di Benedetto Croce, con cui collaborò agli inizi della sua carriera, fu voluta soprattutto da Togliatti per sgombrare il campo in vista di una egemonia culturale marxista che persiste ancora oggi.
La grandezza postuma di Giovanni Gentile non sta solo nella sua statura di pensatore e uomo di cultura, ma nella sua grande coerenza che lo portò in nome dei suoi principi e ideali a sacrificare la sua vita per l’Italia e per il fascismo.

Gianfredo Ruggiero
Presidente del Circolo Culturale Excalibur
Lonate Pozzolo

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