Prima pagina

 

La legge istitutiva del "Giorno del Ricordo", approvata dal Parlamento con voto pressoché unanime nello scorso marzo, a seguito dell’iniziativa fortemente voluta dall’On. Roberto Menia, in onore delle Vittime giuliano-dalmate degli anni Quaranta, e del grande Esodo dei 350 mila, trova esplicazione concreta ed ufficiale, per la prima volta, in occasione del 10 febbraio, anniversario del "diktat" con cui, nell’ormai lontano 1947, l’Italia fu costretta a cedere alla Jugoslavia la propria sovranità sull’intera Dalmazia e su buona parte della Venezia Giulia.

Il lungo silenzio sui delitti titini e sulle prevaricazioni subite dagli Esuli viene finalmente rimosso, con una serie di manifestazioni particolarmente significative per qualità e per numero. Basti dire che risultano coinvolte non meno di trenta città italiane, in cui si tengono circa sessanta iniziative, senza contare alcuni filmati posti in onda, nella circostanza, dalle maggiori emittenti televisive, fra cui quella di Stato.

Di ciò si deve dare atto ad un’organizzazione funzionale, che è stata in grado di celebrare il "Giorno del Ricordo" dalle Alpi alla Sicilia, richiamando l’attenzione degli immemori e degli ignari su pagine assai dolorose della storia nazionale, anche con appositi interventi in sede scolastica, dove l’ostracismo precedente era stato particolarmente diffuso. Tra le iniziative di maggiore impatto etico-politico, e di più significativa visibilità, si debbono ricordare quelle di Trieste, se non altro per la presenza di autorevoli esponenti del Governo nazionale, tra cui il Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, On. Gianfranco Fini, il Ministro per gli Italiani nel Mondo, On. Mirco Tremaglia, ed il Ministro delle Comunicazioni On. Maurizio Gasparri; e naturalmente, quella dell’On. Roberto Menia, quale proponente e primo firmatario della legge istitutiva. Nella fattispecie, si tratta, del resto, di un atto dovuto, perché la città di San Giusto è la capitale morale del movimento giuliano-dalmata, e quella che ospita il maggior numero di Esuli e di loro discendenti.

Le celebrazioni del "Giorno del Ricordo" sono destinate a lasciare un’impronta significativa nella coscienza comune italiana ed a colmare un vuoto d’informazione collettiva protrattosi per parecchi decenni, a causa del ricorrente disinteresse governativo, indotto da motivazioni politiche contingenti, e quindi, moralmente non commendevoli. E’ auspicabile che questa maturazione, suffragata da tante iniziative meritorie, non rimanga fine a se stessa, ma costituisca il presupposto di strategie avvenire, mirate a consolidare l’assunto anche in sede di programmazione della politica estera nei confronti delle Repubbliche di Slovenia e Croazia, da cui sarebbe lecito attendersi un riconoscimento definitivo dei torti subiti dal popolo giuliano-dalmata, ed una disponibilità effettiva a risolvere costruttivamente i problemi tuttora sul tappeto (regimazione delle acque, relazioni culturali, politica delle minoranze, beni nazionalizzati).

In ogni caso, il "Giorno del Ricordo" costituisce un salto di qualità, anche in questa prospettiva, e trascende il pur fondamentale valore di iniziativa rivolta a concludere quel percorso etico che, già nel febbraio 2004, aveva indotto l’On. Fini a chiedere scusa agli Esuli, a nome del Governo, per il disinteresse ufficiale nei loro confronti, protrattosi per oltre mezzo secolo. Ciò, anche per sollecitare la costruzione di una Casa comune europea scevra da ogni retaggio negativo e da ogni ulteriore incomprensione.

L’Italia, Paese di antica civiltà, la cui impronta è indelebile, nonostante l’esodo pressoché plebiscitario, anche nelle terre giuliano-dalmate, se non altro a livello di testimonianze artistiche e storiche, guarda con rinnovato interesse alle prospettive di integrazione, ma nello stesso tempo, non rinunzia alla ritrovata consapevolezza della sua identità, e dei valori di civiltà e di giustizia che suffragarono le opzioni degli Esuli, e ne ribadiscono tuttora, contro ogni fondamentalismo, l’insostituibile matrice cristiana.

Il "Giorno del Ricordo" ascrive a proprio merito, fra i tanti, anche quello di avere attualizzato questi concetti, e di riproporli ad ampio spettro, in una valenza socio-politica di grande valore prescrittivo. E’ un motivo che sarebbe sufficiente, da solo, a sottolinearne la trasversalità, sottolineata, come si diceva, dal voto pressoché unanime del marzo 2004, e prima ancora, la piena condivisione generale, trattandosi di una solennità civile destinata a tramandare nel nuovo millennio un messaggio di speranza e di fede.

Carlo Montani

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • QUANDO SI DIMENTICA LA STORIA
  • UN GEMELLAGGIO SENZA PACIFICAZIONE


    QUANDO SI DIMENTICA LA STORIA

    Oggi che la destra è al potere nella nostra città, nel momento in cui si concretizza il gemellaggio con Nuova Gorica, è doveroso domandare: "Questa destra, ha una cultura per governare in grado di esprimere il sentire comune, nel rispetto della memoria storica? Come è cambiata la cultura della destra nei riguardi del passato, della differenza tra le civiltà e l’amore per la Patria?". La risposta agli interrogativi evidenzia che la sensibilità di tipo culturale è scomparsa, aprendo il varco all’incultura. In una cultura civica si intrecciano valutazioni e comportamenti che determinano le scelte. La scelta di Nuova Gorica per il gemellaggio con Latina, fa nascere un sentimento di ribellione nell’anima popolare, rispettosa della storia. Nelle mie parole non trovano posto rancori, odio, rivendicazioni. La mia critica è distaccata, anche se sono dentro il tema, in modo non marginale in quanto protagonista e testimone di storia delle origini di Nuova Gorica, nata portandosi via con una parte di territorio italiano, un pezzo di Gorizia città. Alla memoria storica del sangue versato da migliaia e migliaia di soldati italiani sull’Isonzo, sul Bainsizza e sul Carso, nella prima e nella seconda guerra mondiale, si è aggiunto, a fine conflitto, l’esodo di 350 mila italiani, costretti a lasciare alla Slovenia e Croazia città, paesi, case, beni confiscati e terre in Istria, Dalmazia e nella Marca Orientale di confine della Venezia Giulia. Il gemellaggio pertanto, si traduce in una scelta minoritaria, sia a livello politico che a livello culturale. La negazione del passato che ignora la dimensione della storia, porta ad annullare ogni diversità tra i popoli. La cultura della comunità italiana esprime invece tradizione, usi e costumi, appartenenza alla propria terra, sensibilità per l’amore di Patria e dovere di difesa del territorio nazionale. Il presente legame Latina - Nuova Gorica, umilia la nostra memoria storica, permeata di lacrime e sangue. I cittadini dei nostri borghi, in speAcial modo dell’Isonzo, del Bainsizza, del Carso, i cui nonni hanno combattuto valorosamente su quei territori, respingono con forza un gemellaggio che rinnega il loro passato e quello d’Italia. La vera cultura dei cittadini intende riportare la nostra storia con i piedi bene ancorati sulla terra, richiamando gli smemorati ai valori comuni. Se gli amministratori, dovessero insistere nella loro errata scelta, vorrà dire che l’Italia è veramente una Repubblica fondata sull’oblio del suo passato e del seguente codice di diritto internazionale dell’AIA: "… Chiunque uccida un minuto dopo la cessazione delle ostilità, sapendo che le ostilità sono cessate, è un assassino… Chiunque uccida un civile, un inerme, un nemico arresosi prigioniero, è un infame che merita la degradazione e la perdita dei diritti civili". Le seguenti vicende di guerra dei nostri soldati schierati sul confine della Venezia Giulia, dovrebbero richiamare alla riflessione gli autori di un gemellaggio contestato dalla storia e dalla maggioranza dei cittadini. La Val Natisone, alla fine dell’anno 1943, rivestiva notevole importanza strategica per i partigiani comunisti sloveni e croati in quanto zona obbligata di transito verso l’alto Isonzo, il Tolminese, l’altopiano della Bainsizza, la Valle Baccia. I presidi e reparti operativi italiani, rappresentavano per la popolazione italiana motivo di fiducia e speranza per arginare i pericoli dello slavismo. Ai primi di luglio del 1944 nella valle del fiume Baccia si verificò un sanguinoso scontro tra bersaglieri del btg. "Mussolini" e alpini del Rgt. "Tagliamento", contro agguerrite formazioni comuniste slave del IX Corpus che puntavano alla distruzione dei presidi italiani nella valle dell’Isonzo. Tutti gli attacchi vennero respinti con gravi perdite da ambo le parti. Gli italiani, circa 1500, tennero testa ad oltre 8 mila partigiani comunisti. I bersaglieri del "Mussolini" furono eroici. L’arrivo dei cacciatori alpini tedeschi e truppe del Rgt. "Brandeburgo" costrinsero gli slavi ad una precipitosa riAtirata verso Chiapovano e Bainsizza per raggiungere il monte Golenjsko. I comunisti italiani, passati nelle formazioni di Tito, contribuirono a cedere terra italiana agli slavi. Nel Goriziano e nel Carso triestino, erano impegnati 6 mila uomini della RSI dispersi in piccoli presidi esposti ai continui attacchi degli slavi, forti di circa 12 mila effettivi. Nel dicembre del 1944, arrivarono nel Goriziano i battaglioni della X MAS con il compito di difendere ad oltranza il confine orientale d’Italia, che mai era appartenuto agli slavi. Il 19 dicembre, in base ad un piano strategico, forti formazioni italo-tedesche iniziarono una manovra di penetrazione in profondità ed una a tenaglia contro il IX Corpus. Sull’altipiano della Bainsizza non si ebbero scontri di rilievo, mentre nel vallone di Chiapovano ci fu forte resistenza da parte comunista. La morte in un’imboscata del comandante la Divisione X MAS, portò il comando del IX Corpus a conoscenza del piano strategico, facendo fallire l’intera operazione. Nello stesso tempo il btg. "Sagittario" che aveva occupato Tarnova della Selva, veniva investito dal grosso del IX Corpus, mentre il btg. "Fulmine" si portava in suo rinforzo. Una compagnia del reparto, quella dei volontari di Francia, agli ordini del ten. Giuseppe Parrello di Terracina, si batté valorosamente. Nel seguente giorno di Natale tutti i reparti italiani, più volte attaccati da forze superiori, seppero battersi con grande capacità e fede nella vittoria sugli agguerriti reparti slavi lasciando sul terreno numerosissimi caduti. Tarnova della Selva rimaneva in mano italiana per sostenere e rintuzzare all’inizio del gennaio 45 una seconda battaglia difensiva. Su 214 fanti di Marina, presenti alla battaglia, si contarono 86 caduti, più di 100 feriti e 30 illesi. Nell’aprile ‘45 gli alleati anglo-americani, sfondato il fronte sul Senio dilagarono nell’Italia Settentrionale, raggiungendo il confine della Venezia Giulia. Nelle valli dell’Idria, del Vipacco, del Timavo, del Baccia, i combattenti italiani teAntarono di darsi prigionieri agli alleati. I bersaglieri del btg. "Mussolini", circa 600 in ritirata, nei pressi di Caporetto furono raggiunti da emissari slavi che offrirono la fine delle ostilità e la resa con l’onore delle armi. Non appena le condizioni furono accettate, iniziarono le stragi. I bersaglieri trasferiti a Tolmino, furono poi uccisi immotivatamente sulle sponde dell’Isonzo e gettati in fosse comuni. Altri furono rinchiusi in caverne fatte saltare con l’esplosivo. I restanti bersaglieri prigionieri vennero trasferiti nel campo di concentramento di Borovnica, nota come luogo di martirio e di morte. I partigiani comunisti occupata Gorizia, arrestarono non meno di 2 mila civili fra cui numerosi militari delle FF. AA della RSI molti dei quali non fecero più ritorno nelle proprie case perché fucilati, infoibati, deceduti nei campi di concentramento in Jugoslavia. Dalla furia criminale non si salvarono neppure i feriti ricoverati nell’ospedale militare, che furono trucidati col classico colpo alla nuca. Tra i feriti assassinati una ventina di bersaglieri, 42 alpini del Tagliamento, una quarantina di legionari ed altri militari di cui 37 carabinieri compreso il personale medico maschile e femminile e le ausiliare. Il 4 maggio si concludeva la battaglia per Trieste dove i tedeschi avevano opposto una forte resistenza. Ai neozelandesi subentravano nella città le forze partigiane di Tito che imperversarono sugli inermi cittadini con arresti, deportazioni. Migliaia furono gettati, con le mani legati da filo spinato negli abissi delle foibe. La descrizione degli avvenimenti che vanno dalla resa senza condizioni dell’Italia (8/9/1943) alla fine della seconda guerra mondiale (aprile - primi di maggio del 45), dovrebbe spingere gli ideatori del conteso gemellaggio ad invitare il sindaco di Nuova Gorica a non più donare alla città di Latina l’abete natalizio, bensì ad intervenire presso il suo Governo per la restituzione all’Italia delle salme dei propri caduti, giacenti senza croce e fiori, nei territori italAiani che la Slovenia si è incorporati.

    Ajmone Finestra

    Nota Bene: L’articolo appare per gentile concessione dell’Autore e del quotidiano pontino "Il Territorio" del 17 dicembre. Ajmone Finestra, già senatore del Movimento sociale italiano e reduce della Repubblica sociale di Salò, è stato sindaco di Latina dal 1993 al 2002.


    UN GEMELLAGGIO SENZA PACIFICAZIONE

    Nonostante le perplessità manifestate da diversi cittadini ed esuli giuliano-dalmati, il Comune di Latina ha perfezionato, ai primi di dicembre, il gemellaggio con quello sloveno di Nova Gorica, per cui erano già intercorsi contatti da tempo, culminati in un viaggio del Sindaco Zaccheo (AN), effettuato nello scorso luglio anche per celebrare l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea. L’iniziativa si è completata con l’omaggio di un abete natalizio, da parte di Nova Gorica, che è stato installato davanti al Comune di Latina, per gli auguri alla cittadinanza.
    Nel 1957, al primo Congresso internazionale delle città gemellate, il Presidente della loro Associazione mondiale, On. Giorgio La Pira, aveva affermato che bisogna associarle, allo scopo di "unire le nazioni". Può darsi che, quasi cinquant’anni dopo, quell’auspicio sia ancora attuale, ma appare quanto meno anacronistico a livello europeo, dove i 25 membri dell’Unione hanno già sottoscritto un patto solenne di adesione a principi comuni. In altri termini, l’iniziativa di Latina e di Nova Gorica appare, nella migliore delle ipotesi, fuori tempo, e priva di una reale valenza politica.
    Giova aggiungere che il gemellaggio italo-sloveno è stato sostanzialmente avulso, tra l’altro, da un effettivo superamento di antiche incomprensioni, determinate da fatti storici inoppugnabili. Vale la pena di rammentare che il Governo di Lubiana (al pari di quello di Zagabria) non ha mai fatto ammenda delle responsabilità ex-jugoslave nei confronti dei giuliano-dalmati, e degli stessi dissidenti, eliminati a decine di migliaia nelle foibe, nelle miniere di bauxite, nelle acque dell’Adriatico, e nAelle cave dell’Isola Calva. Tanto per fare un esempio significativo, ben diversamente si era comportato il Cancelliere tedesco Willy Brandt, quando si era inginocchiato davanti alle Vittime dell’Olocausto, ed aveva chiesto perdono al mondo, a nome della Germania.
    Sarebbe interessante conoscere quali vantaggi deriveranno al Comune di Latina, ed al suo omologo di Nova Gorica (in pratica, il quartiere orientale di Gorizia) da questa singolare attività di politica estera a livello municipale, a parte, ben s’intende, le relative trasferte incrociate : oggi, verosimilmente, gli scambi di amicizia e di fratellanza non prescindono da qualche vocazione turistica a buon mercato.
    Resta il fatto che nel caso di Latina, la cui provincia ha ospitato già dagli anni Trenta, in occasione della grande Bonifica, un buon numero di giuliani, poi notevolmente accresciuto a seguito dell’Esodo, e nella cui toponomastica vivono i nomi di tanti luoghi sacri alla Patria, un gemellaggio con la Slovenia appare a più forte ragione opinabile. Spiace che di tutto ciò non si sia tenuto conto a livello politico, creando un "vulnus" in primo luogo morale, che non trova giustificazione neppure in fattori economici o sociali.

    Carlo Montani

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LA TRAGEDIA GIULIANO DALMATA
  • LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
  • LETTERA AL SINDACO DI LATINA


    LA TRAGEDIA GIULIANO DALMATA

    De profundis

    La pietra tombale sulle residue speranze giuliano-dalmate è stata posta a Trieste il 4 novembre, quando il Presidente della Repubblica, concludendo le manifestazioni per il cinquantenario della seconda redenzione e per l’anniversario della Vittoria ha ricordato che Istria e Dalmazia sono "irrimediabilmente perdute". Nulla di nuovo, ma proprio per questo, iterativo, con l’unico effetto di rinnovare un vecchio dolore.

    L’affermazione, per la verità, avrebbe potuto essere meno categorica, perché nella storia, che non finisce oggi, le sorprese non sono mancate, e certamente non mancheranno. Nel 1871, chi avrebbe mai pensato che l’Alsazia-Lorena sarebbe stata nuovamente francese in meno di mezzo secolo? Od appena vent’anni fa, che la Germania si sarebbe rapidamente riunificata grazie al crollo del comunismo?

    L’idea per cui la cessione di Istria e Dalmazia è irreversibile contiene, peraltro, una contraddizione logica. Se è vero, come vanno sostenendo le forze politiche italiane, che l’ampliamento dell’Europa ha abbattuto i confini e le divisioni tra i popoli, appare anacronistico parlare di "perdite", a prescindere dal fatto che siano irrimediabili o meno.



    FELICITA’ ETERNA PER GLI ESULI

    Le manifestazioni per il cinquantenario della seconda redenzione di Trieste si sono concluse con un bilancio moderatamente positivo, se non altro per la numerosa e talvolta intensa partecipazione popolare, sebbene fisiologicamente inferiore a quella del 1954. Il movimento giuliano-dalmata, dal canto suo, dopo avere ribadito in forma ben visibile di non poter "alzare il gran pavese" a fronte del sacrificio definitivo dell’Istria, non può esimersi da alcune precisazioni di circostanza.

    La prima riguarda la targa installata in piazza della Libertà per ricordare ai posteri il sacrificio dei 350.000 esuli: bene, ma perché non rammentare, prima ancora, quello delle tante migliaia di Vittime innocenti? Dopo tutto, alla cerimonia di scopertura è stata giustamente invitata la Signora Licia Cossetto, sorella di Norma: un Nome ormai assunto a simbolo riconosciuto del martirologio istriano.

    Per dirla tutta, non si sono capite nemmeno le ragioni per cui, diversamente da quanto è accaduto per il nuovo cippo di Duino in memoria del vecchio confine col TLT, è stato utilizzato un materiale prodotto nella profonda Croazia, come se la pietra di Aurisina o quella dell’Istria non avessero caratteri estetici e tecnologici competitivi. Forse, anche nella scelta della pietra, al giorno d’oggi bisogna essere "politicamente corretti"!

    Ma c’è stato di peggio. Qualche personaggio, dopo avere ridotto a 150.000 il numero degli esuli, ha affermato, come scritto dal massimo quotidiano triestino, che nelle foibe furono gettati i partigiani uccisi dai nazifascisti, mentre altri, come abbiamo udito con le nostre orecchie da un’emittente televisiva, hanno parlato di Trieste, come di città ex-jugoslava (un vero e proprio falso storico, a meno che non si volesse fare riferimento alle "radiose giornate" del maggio 1945, allorché la città di San Giusto fu occupata militarmente dai titini, senza che, peraltro la Jugoslavia avesse potuto estendervi la propria sovranità statuale).

    Sta di fatto che, ormai, buona parte delle Organizzazioni giuliano-dalmate, al di là di iniziative indubbiamente meritorie come la mostra di Padriciano sui campi di raccolta dei profughi, non ha la volontà politica, e nemmeno quella morale, di esprimere un’efficace opposizione. Potenza del tempo inesorabile, o forse della legge 72?

    A questo punto, ben vengano gli striscioni esposti anche il 30 ottobre allo stadio di Valmaura: i soli, in cui si sia fatto riferimento, senza tanti giri di parole, alla perenne italianità di Istria, Fiume e Dalmazia. D’altro canto, bisogna pur dire che allo stadio di Lubiana non si trascura di rivendicare la slovenità di Trieste. Motivo di più, anche se non saranno in pochi a storcere il naso, per essere grati ai sostenitori dell’Alabarda.

    Concludiamo ricordando che, nelle manifestazioni ufficiali, il potere nazionale e locale è stato molto attento a non urtare la suscettibilità di Croazia e Slovenia con riferimenti, sia pure storici, alla tragedia giuliano-dalmata (diversamente da quanto ha fatto il Vescovo, nell’omelia del 3 novembre per la festa di San Giusto, con una sensibilità cristiana di cui è doveroso dare atto). Al contrario, si sono sprecati i riferimenti al cosiddetto "allargamento dell’Europa" verso Est, da cui gli esuli, peraltro, non potranno trarre alcun vantaggio materiale, perché i beni a suo tempo nazionalizzati rimarranno croati o sloveni; e quel che più conta, nemmeno alcun riconoscimento etico-politico, perché si sosterrà che le foibe non esistono, od al massimo, che furono l’effetto di una "giusta" reazione ai "crimini" degli italiani.

    In compenso, il sacrificio della verità, e di ulteriori erogazioni finanziarie dell’Europa a Lubiana e Zagabria, col beneplacito italiano, consentirà alle nostre imprese, qualora siano capaci di battere la concorrenza, di costruire qualche autostrada e di vendere qualche macchina in più, per l’eterna felicità del popolo giuliano-dalmata.

    Carlo Montani
    LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    Signor Presidente,i patrioti triestini e gli esuli giuliano-dalmati esprimono a Lei, nella Sua qualità di garante dell’unità nazionale, il più cordiale ringraziamento per aver voluto attestare l’adesione della Patria di tutti gli italiani alle celebrazioni per il cinquantenario della seconda redenzione di Trieste. Il Suo gesto di impegnata sensibilità umana è per noi motivo di conforto, in una congiuntura politica che è stata, per troppi anni, negatrice dei valori di civiltà e di giustizia in cui da sempre ci riconosciamo.

    La storia giuliano-dalmata è caratterizzata da una costante coartazione delle nostre attese: la perdita della zona "B", il totale cedimento di Osimo, la negazione del diritto degli esuli ad un indennizzo veramente equo, il riconoscimento gratuito delle nuove Repubbliche ex-jugoslave, la subordinazione alle pretese di Croazia e Slovenia circa le restituzioni dei beni a suo tempo nazionalizzati.

    La "cupidigia di servilismo" che Benedetto Croce evidenziò con nobili parole quale concausa del "diktat" nella discussione parlamentare per la ratifica del trattato di pace del 1947 non costituisce una novità nella storia italiana, ma si è tradotta in fatti particolarmente dolorosi, proprio nella vicenda giuliano-dalmata. A più forte ragione, Signor Presidente, Le siamo grati per il nobile sforzo di cui Ella si è fatto carico, allo scopo di recuperare il senso dello Stato, il sentimento nazionale, e l’amore per la nostra gloriosa bandiera.

    In questa ottica, confidiamo con rinnovate speranze nel Suo impegno, affinché le relazioni con Croazia e Slovenia siano improntate a principi di effettiva parità, in cui possano trovare spazio il riconoscimento di specifiche responsabilità storiche, ben presenti nella Sua consapevole memoria, e la tutela di diritti ed interessi legittimi di Trieste, e del mondo degli esuli. Del resto, Zagabria e Lubiana, nel quadro del nuovo spirito europeo, al quale affermano di volersi ispirare, hanno il dovere di disattendere ogni anacronistica ed antistorica rivendicazione, e di riconoscere il diritto degli esuli ad un ritorno stabile, ed alla fruizione dei beni nazionalizzati dal vecchio regime.

    Dal canto suo, Roma non può ignorare il nostro "grido di dolore": le medaglie commemorative, le Giornate del Ricordo e le celebrazioni sono un fatto positivo ma debbono essere integrate da provvidenze specifiche per la città e la provincia di Trieste e da una soluzione equa e definitiva del problema dei beni, prima che l’oblio scenda sul sacrificio di 350 mila esuli e sul sangue di 20 mila Vittime.

    I Governi della Repubblica italiana, pur con diverse sfumature e connotazioni formali, hanno sempre perseguito la tradizionale politica del "sedare e sopire", nell’ambito di un attendismo non certo commendevole, in primo luogo sul piano etico. Dopo tutto, Venezia Giulia e Dalmazia sono le regioni che hanno pagato il prezzo più alto anche in termini di vite umane, oltre che di sacrifici territoriali, a seguito delle vicende belliche.

    Proprio per questo, Signor Presidente, Le esprimiamo la commossa preghiera perché si faccia interprete dei nostri sentimenti e delle nostre attese presso la volontà politica. Come recitava l’antico saggio, "sanctus amor patriae dat animum": e Lei, di questo amore, ha voluto fare la priorità della Sua suprema Magistratura. Grazie, Signor Presidente.

    Per un gruppo di triestini ed esuli
    Carlo Montani
    LETTERA AL SINDACO DI LATINA

    Pubblichiamo la lettera che Laura Brussi, esule da Pola, e in rappresentanza di un gruppo di giuliano-dalmati, ha inviato al sindaco di Latina.

    Sig. Sindaco Zaccheo,

    le scrivo nella mia qualità di cittadina del nostro Comune e di esule dalla Venezia Giulia fin dal 1947.

    Ho avuto notizia delle iniziative di gemellaggio avviate dalla Sua Amministrazione con Soggetti sloveni, ed in particolare con Nuova Gorizia (Nova Gorica) e Bainsizza (Bajsinie). La cosa mi ha sorpreso negativamente, perché non riesco a comprenderne le ragioni istituzionali o politiche. Considerazioni analoghe valgono per altri amici e conoscenti, giuliano-dalmati e non.

    Comprendo che noi esuli soffriamo per antiche ferite mai sanate e che la nostra sensibilità può sembrare superiore alla media, ma vorrei capire perché, dopo il gemellaggio con Palos de la Frontera, da dove il grande Colombo salpò alla scoperta del Nuovo Mondo, si vogliano programmare quelli con la Slovenia, che nella nostra memoria storica è associata a dolori e persecuzioni inenarrabili, e che ancor oggi si sottrae, pur essendo membro dell’Unione, al riconoscimento della verità e persino a ragionevoli intese sull’amara questione dei beni a suo tempo nazionalizzati (al pari della Croazia).

    Avrei avuto minori difficoltà se il gemellaggio fosse stato previsto con qualche nucleo urbano di Libia, Eritrea o Somalia, a noi più vicino, se non altro, per comuni esperienze di bonifica. Ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta.

    Spero di essere male informata, ed in ogni caso confido nella possibilità di una riconsiderazione di questo progetto, in ordine al quale, peraltro, mi riservo di intervenire più diffusamente, se necessario, anche sulla nostra stampa.

    Sono certa che Lei non mancherà di valutare con attenzione le nostre preoccupazioni, improntate, come potrà facilmente immaginare, soltanto ad una questione morale.

    Laura Brussi

 

Abbiamo perso, è fuori dubbio. Possiamo discutere quanto pesante sia la sconfitta, se e quanto abbia perso Forza Italia, e abbia tenuto la Casa delle libertà, ma il calo c’è stato. La sconfitta è più secca, più netta, più inquietante nelle elezioni provinciali e comunali. Partiamo da questo dato. Se alle europee la perdita è contenuta, sul territorio è senza possibile giustificazione. Perché? Credo sia importante, al di là dei numeri, considerare questo dato. Quando il voto è più di tipo ideologico, in fondo bene o male il Centro-destra tiene, quando la popolazione vota gli uomini che si conoscono, quando valuta le cose da vicino, le cose vanno male. Ero presidente di seggio dove lo sono stata tante volte. E’ un collegio considerato "blindato". In tanti anni non ho mai visto prevalere la sinistra. Invece questa volta sia alle europee che alla provincia ha vinto la sinistra. Mi è venuto un accidente. Però ho anche riflettuto, ho ripensato a tanti malumori, a tante cose dette e ridette nei colloqui con gli amici. La verità è che siamo disillusi, siamo proprio stufi. Siamo stufi di aprire il giornale e di leggere quotidianamente le polemiche e le liti da ballatoio dei nostri politici. Siamo stufi dei proclami, dei ricatti, degli ultimatum, delle prime donne. Li abbiamo votati perché cambiassero l’Italia e facessero le riforme, non perché si beccassero come tante comari. Vogliamo anche che scendano dal palco, che vengano in mezzo alla gente e che ci spieghino che cosa stanno facendo. Non possiamo apprenderlo solo dai giornali, che per la maggior parte poi ci sparano contro. Vogliamo sapere e vogliamo dialogare, non solo sentire dei comizi o assistere a degli show televisivi. Non ci basta che vengano graziosamente a stringerci la mano quando partecipiamo alle feste pre-elettorali. I signori dell’opposizione sono ben presenti sul territorio, loro e il loro entourage. I nostri politici, i nostri amministratori dove sono? Cofferati ha vissuto per un anno a Bologna, è sceso nelle strade, ha incontrato la gente, ha suonato alle porte. Guazzaloca ha fatto la prima donna e ha chiesto ai partiti di stare nell’ombra. Adesso al buio ci stanno tutti e Cofferati brinda. Costa ha vinto al primo turno in una zona tradizionalmente rossa. Non ha vinto un partito o una coalizione, ha vinto una persona seria, politicamente preparata e capace. Da elettrice della Casa delle libertà che mai voterebbe per la sinistra, lasciatemi dire che di andare in cabina elettorale con tutti gli orefizi sigillati sono proprio stufa. Trovo irresponsabile non andare a votare, condanno la mancanza di senso civico di chi non rinuncia a un fine settimana al mare o ai monti invece di usufruire di un diritto- dovere conquistato dai nostri padri con tanta fatica. Ma di fronte a certe nomine di amministratori del Centro destra mi ribello indignata due volte: una come cittadina, l’altra come elettrice di quella parte. E sì, perché anche questo ce lo dobbiamo dire. Certi ragazzotti spocchiosi, certi portaborse incapaci e incompetenti, certi figuri senza arte né parte, ma amici o parenti del boss locale non si possono far digerire. Il nostro elettorato non risponde alla chiamata alle armi, va a vedere e poi decide….anche che è meglio stare a casa come hanno fatto 3,5 milioni di elettori (considerando il dato del 2001). Signori politici non potete continuare a chiederci di votare contro qualcuno, vogliamo votare per chi ci convince. Si può essere o meno d’accordo con la politica di un assessore, ma si deve poter ragionare sulle cose che fa con delle motivazioni, non si può accettare certi dilettanti allo sbaraglio, certi giullari, o peggio. Il mio è uno sfogo amaro, è lo sfogo di chi ci crede, di chi vuole comunque almeno continuare ad illudersi che chi ha responsabilità si renda conto che certi personaggi squalificano un partito e provocano sconcerto, rabbia, delusione. Non meravigliatevi se poi in molti disertano le urne. Purtroppo se perdete voi e ci consegnate alla sinistra perdiamo tutti. Avete imboccato una strada pericolosa. Se perdete sarà solo colpa vostra e non ve lo perdoneremo.

Pierangela Bianco

 

Per gli amanti del fantastico è uscito in cd il primo album della Compagnia dell’Anello

Sarà il desiderio di sfuggire alle delusioni "governative", sarà il richiamo delle emozioni di un tempo, ma riascoltare oggi "Terra di Thule" rinfranca lo spirito e riconcilia con scelte lontane. E chi scrive sarà anche "di parte", ma signori, chapau alla Compagnia dell’Anello (tre decenni circa di musica alternativa) che un anno e mezzo dopo "Di là dall’acqua" esce con la ristampa in cd del suo primo album. Nove brani che ci riportano alle atmosfere dei Campi Hobbit, in cui si fondono fantasia, speranza e ansia di lottare. Quelle canzoni sono state scritte in una fase in cui la giovane destra stava terminando di vivere l’esperienza tragica e straordinaria di quel periodo che andrà sotto il nome di "anni di piombo" o "di porfido". Chi allora faceva politica e scriveva canzoni poteva trovarsi alle prese con l’assassinio di un camerata e poco dopo con l’arresto di un amico. Non c’era nulla di più facile dunque che gettare quella rabbia tra le note di una chitarra e di una tastiera. Certo è stato fatto, dalla Compagnia e da altri, legittimamente e talvolta con risultati ottimi. Ma quello che colpisce è invece il quoziente poetico di certi pezzi che poi ritroviamo nel primo lp del gruppo, uscito nel 1983. Serenità, voglia di sognare, di credere nel bello e nel giusto ciò che comunica l’ascolto. "La Terra di Thule", il primo brano, narra della vita di un guerriero, da quando, fanciullo, cacciava e pescava "nei fiordi e poi nel torrente" con il padre, fino alla morte in battaglia che regala il dolce viaggio verso l’"isola verde". Un classico, un pezzo cantato e ricantato dai giovani di destra che puntualmente si scaldano quando "il cerchio e la croce garriscono al vento". Il secondo brano, "Pensando ad un amico", è dedicato in modo meraviglioso dall’autore (Mario Bortoluzzi) a un ragazzo di diciotto anni, chiamato "Piero" in un’altra nota canzone, che impeccabili magistrati ritennero addirittura colpevole di "tentata ricostituzione del disciolto partito fascista". Fantasy, passione politica, mistica orientale in una testimonianza di cameratismo e amicizia che è per uno, ma è per mille altri ancora. La dolce atmosfera di "Nascita", la terza traccia, in cui spiccano l’amore per la vita e i misteri della natura, aiuta chi (all’interno o all’esterno) sia ancora legato allo stereotipo di un ambiente rozzo e violento a ricredersi. Ancora fantasia, sentimenti antichi e allegorie medioevali, ne "Il costume del cervo bianco", dove, chiudendo gli occhi, pare di vederlo, sullo sfondo, il castello di Re Artù. Nel bel mezzo dell’album ecco la canzone divenuta un autentico inno della giovane destra. Tradizione, valori imperituri, speranza e fede incondizionata : i pilastri de "Il domani appartiene a noi". Un pezzo di incredibile impatto, musicato sulla colonna sonora del film "Cabaret", un pezzo che credo possa tranquillamente sostituire negli effetti la nota pillola blu creata per porre rimedio alla perdita del vigore sessuale… Una nota su questo brano: personalmente la versione vecchia ci pare più vivace nel ritmo di quella che si sente cantare attualmente e non capiamo il motivo. Segno di tempi più "mosci" o semplice ignoranza tecnica da parte nostra? E una considerazione: o "il domani" è ancora assai lungi da venire o quel "noi" è stato interpretato in maniera - diciamo così -troppo estensiva. Ma è bello sperare e non arrendersi mai. "Vince sempre chi più crede, chi più a lungo sa patir", diceva un’altra canzone, di mezzo secolo più vecchia. E’ confortante e dolcemente rassicurante "Terra di Thule". Come lo è una "Ninna nanna" al contrario, "Nanna ninna", è appunto il brano che segue. "Svegliati bimbo mio, la notte cala già", canta la Compagnia dell’Anello, che affida il fanciullo che è in noi ai racconti magici di Merlino, un universo di dame, cavalieri e draghi, di "colli di Lorena" e "d’Irlanda i verdi pascoli". Si torna bambini dunque, senza vergogna, alla ricerca di purezza e di gioia di vivere e lo si fa anche con "Fiaba", che è accompagnata da una notevole musica medioevale. E nell’età di mezzo si resta con "Il contadino, il monaco e il guerriero", omaggio alle tre figure di spicco di quel tempo, ognuna delle quali offre a Dio un dono proprio. Forte ed elegante. Chiude un brano che fotografa molto efficacemente lo spirito della Compagnia. Valori e riferimenti antichi, voli nel fantastico, senza però rinunciare alla voglia di vivere il proprio tempo con gioia e fierezza. "Sulla strada", titolo che omaggia Jack Kerouac e il suo "On the road", ci conduce in lungo e in largo per l’Europa, tra le bellezze e le genti del Vecchio Continente, mito di sempre, oggi quanto mai d’attualità. Come non dedicare questa canzone alla nuova Europa allargata o riunita (come sarebbe meglio dire). Anche se è certo che l’idea romantica di "Sulla strada" poco si ritrova nel potere delle oligarchie economiche accasatesi a Bruxelles e nella visione tecnocratica dei burocrati che muovono le leve in direzione opposta a quella dell’Europa dei popoli e delle Nazioni. Tutto questo è "Terra di Thule". Per qualcuno si tratterà di suggestioni inutili, di infantilismo politico, di nostalgismo moderno, ma noi - sia detto in senso assolutamente impolitico - ce ne freghiamo. E troviamo bellissimo e da non ignorare il fatto che ora questo vecchio album sia disponibile in compact disc, che si possa ascoltare a casa, sul computer al lavoro (previe valutazioni caso per caso ovviamente) o in macchina (per gli attrezzati): "adesso lo sai che tu per sempre il cervo e la lontra potrai qui cacciare…".

Fabio Pasini

 

CONGRESSO NAZIONALE DI AZIONE GIOVANI

In concomitanza con il Congresso Nazionale di Azione Giovani che si svolgera’ il 27 e 28 marzo a Viterbo, presso il Palasport in via Monte Cimini 21, abbiamo cercato di intervistare i quattro reggenti nazionali del movimento giovanile di AN. Siamo riusciti a reperirne tre... Altilia, Fidanza, Grillo.

Ecco cosa ci hanno raccontato.



EMANUELA ALTILIA

A quale area / corrente politica di AN fai riferimento?
Il mio riferimento nel partito è Nuova Alleanza, i cui referenti nazionali sono Altero Matteoli e Adolfo Urso. Sarebbe sciocco sostenere che non ho referenti a livello di componente, questo tuttavia non significa che io sia chiusa a realtà diverse. Le componenti, nel mondo giovanile non devono essere una realtà escludente.

Che incarico ricopri in Azione Giovani?
Sono uno dei quattro reggenti Nazionali

Come giudichi la situazione attuale di Azione Giovani?
La fase di commissariamento, gestita dai quatto reggenti nazionali, è stata una necessaria fase transitoria che ha portato il Movimento giovanile al suo congresso, momento fondamentale e da me fortemente voluto. Ho tentato di fare in modo che la fase di commissariamento non si limitasse alla normale amministrazione, tuttavia è ovvio che la rinascita di un vero dibattito politico passa dal congresso.

L’Azione Giovani dei prossimi anni: Come e cosa deve cambiare il movimento?
Azione Giovani deve riscoprire e reinventare il proprio ruolo e la propria identità. Il passaggio a movimento giovanile di una forza di governo ci obbliga a ripensare noi stessi, e le sfide della modernità impongono di dotarsi di nuovi strumenti. Il naturale processo che Azione Giovani sta per affrontare parte dalla sua storia, dalle sue tradizioni, che non vanno più lette in chiave nostalgica, ma come maestre di vita e di politica. Il futuro post-congressuale di Azione Giovani avrà comunque bisogno di una ritrovata unità.



CARLO FIDANZA

A quale area / corrente politica di AN fai riferimento?
Provengo dall’esperienza dell’autonomia del mondo giovanile, poi negli anni ho deciso di condividere le battaglie della Destra sociale di Gianni Alemanno e Francesco Storace. Questo non mi ha impedito nel tempo di avere ottimi rapporti con la classe dirigente lombarda di An, in gran parte vicina ad Ignazio La Russa, così come non mi ha impedito di stringere un’alleanza programmatica per questo congresso di Ag con tante realtà che non appartengono a Destra sociale e che vogliono come me il rilancio definitivo di questo movimento.

Che incarico ricopri in Azione Giovani?
Dall’ottobre 2002 sono Reggente Nazionale, in un organo paritetico composto da altri 3 Reggenti oltre a me.

Come giudichi la situazione attuale di Azione Giovani?
Azione Giovani vive la fase terminale di un lungo stato comatoso. Il congresso di Viterbo servirà a dare una scossa fortissima e rivitalizzare il mondo giovanile della destra. abbiamo perso troppi treni in questi anni, dall’opposizione ai governi dell’Ulivo alla critica alla globalizzazione fino alla stagione di governo in cui non siamo riusciti ad essere incisivi. Serve un taglio col passato.

L’Azione Giovani dei prossimi anni: Come e cosa deve cambiare il movimento?
Ag deve tornare ad essere avanguardia culturale e movimentista della destra politica. Dobbiamo riscoprire la sfida della piazza, il luogo per antonomasia di espressione delle rivendicazioni giovanili, per affermare con forza che la nostra generazione non si identifica nei vari Casarini. Dobbiamo essere spirito critico nei confronti del governo di centro-destra, che non è riuscito ancora a ripagare i giovani che tanta fiducia gli hanno dato e si è attardato in politiche giovanili paternaliste. Dobbiamo formare la futura classe dirigente della nazione, uomini e donne di destra, ispirati ai valori del radicamento, dell’identità e della giustizia sociale. Credo che riusciremo a fare questo soltanto se domenica a Viterbo usciremo dalle secche della burocrazia e sapremo lanciare la nostra sfida alle stelle!



FRANCESCO GRILLO

A quale area / corrente politica di AN fai riferimento?
A quella che si ispira alla tradizione della destra italiana autentica, così come la teorizzarono i grandi uomini che hanno fatto la storia del MSI prima e di AN in seguito. Per intenderci: la Destra di Pino Romualdi, di Arturo Michelini, di Giorgio Almirante ed oggi di Gianfranco Fini. Un arcipelago di idee che trova oggi la propria sintesi nella componente politica, culturale ed umana del Ministro Maurizio Gasparri, ma che ha le carte in regola per rappresentare il Partito ed il mondo giovanile per intero.

Che incarico ricopri in Azione Giovani?
Reggente Nazionale, insieme a Giorgia Meloni, Carlo Fidanza ed Emanuela Altilia. Sai già che la nostra organizzazione vive una fase di commissariamento alla quale si porrà termine con il congresso nazionale del 27 e 28 marzo venturi. Come rappresentante della componente che si ispira alla storia ed agli uomini precedentemente detti, ho cercato di essere interprete, volta per volta, dei sentimenti e degli ideali che animano tutti i giovani di destra: dalla Guerra, alla lotta al terrorismo, passando per Cuba e Palestina, senza dimenticare l’Europa dei Popoli, la globalizzazione, gli OGM ed il Nucleare, abbiamo assunto sempre posizioni chiare su tutti gli argomenti d’attualità più caldi , a scanso di equivoci e tatticismi che non appartengono al nostro dna culturale. Lottare sempre per ciò che è più giusto e non più conveniente, è il motto al quale ho scelto di consacrare il mio impegno in politica.

Come giudichi la situazione attuale di Azione Giovani?
Abbiamo brillantemente superato la fase critica del Commissariamento e ci apprestiamo a rilanciare la nostra azione in maniera sempre più efficace. Il Congresso da questo punto di vista rappresenta un momento importantissimo di crescita. Saranno a confronto due diverse visioni del mondo, della politica e, di conseguenza, dello "stare a destra". Dispiace solo che per logiche estranee al nostro stile, qualcuno abbia deciso di estromettere dalla partecipazione diretta a questo evento, l’organizzazione universitaria del Partito. È stato uno schiaffo alla storia della destra giovanile in Italia, ma la prossima classe dirigente di AG, saprà rendere giustizia ai tantissimi ragazzi che negli atenei di tutt’Italia rappresentano più di ogni altro le istanze ed i sogni della Giovane Destra.

L’Azione Giovani dei prossimi anni: Come e cosa deve cambiare il movimento?
Essere realmente avanguardia politica e culturale. Arrivare sempre un istante prima degli altri sui temi e sulle problematiche odierne, per guidare senza essere guidati. Per tanti anni, in ossequio all’idea jungeriana di "entrare nel bosco" al fine di ritirarsi e sfuggire al tritacarne della società moderna, la nostra organizzazione ha combattuto una dura lotta antisistema. Oggi, quello stesso sistema che contestavamo è lì che aspetta di essere migliorato nelle sue storture più evidenti e noi abbiamo tutte le carte in regola ed i mezzi a disposizione per farlo. Se vogliamo: "uscire dal bosco come lupi", riprendendo un’altra metafora di Junger, è dunque l’idea che deve, oggi, guidare i giovani di destra, dal primo dirigente fino all’ultimo militante. Mischiarsi alle pecore per "contagiarle" trasmettendo loro le qualità dei lupi e trasformare, infine, il gregge in branco. Resta sempre questo l’incubo dei potenti.

 

C’è un area nota a pochi, in Italia, dove si tratta una politica da punti di vista differenti e sotterranei, una zona grigia dove gli estremismi di Destra spesso si avvicinano a movimenti similari dalla parte opposta per intenti e tematiche e che solo recentemente, con la fuoriuscita dell’On.Mussolini da Alleanza Nazionale, cercano di emergere alla luce del sole. Si definiscono "Nazional popolari" e sono un singolare crogiuolo di nostalgie e rivalutazioni dal Fascismo in chiave R.S.I. e del Nazionalsocialismo, dei poeti francesi collaborazionisti di Vichy e delle Croci Frecciate Ungheresi e sembra abbiano alcuni tratti in comune: una feroce avversione per tutto ciò che odora di ebraismo e l’odio per gli Stati Uniti d’America. A loro, a parte la fugura del Duce, interessa relativamente poco della cultura e del ruolo nazionale, dell’anticomunismo militante, del concetto di "Patria" e del giuoco politico in chiave moderna e democratica. Per questo si dichiarano accerrimi detrattori di Alleanza Nazionale e dei suoi leader che, scandalo tra gli scandali, hanno permesso la traumatica visita del Presidente Fini ad Auschwitz e peggio che mai la sua visita in Israele al punto che gli stessi leader del Likoud, la Destra capitanata dal Primo MInistro il Gen. Sharon, hanno dichiarato che Fini è uno dei pochi leader politici vicini ad Israele di tutta Europa. Forza Nuova, Fascismo e Libertà, Fiamma Tricolore, movimenti e gruppuscoli di ogni genere orbitano nel microcosmo del Nazionalpopolare che ha come primario organo informativo il mensile Orion e un buon numero di Fanzines stampate alla buona ma "ricche" di contenuti. Che purtroppo nascono e muoiono in ben pochi temi: il revisionismo, la menzogna delle camere a gas e della Shoa, l’odio per la modernità, un interesse per le tradizioni nordiche e i relativi miti, la visione epica ed eroica del vivere, la validità dell’ hitlerismo e delle sue fonti di ispirazione. Non frequentano congressi e corsi politici veri e propri ma cercano di informarsi tramite le proprie fonti stampa, spesso parecchio distanti dalla realtà oggettiva ;viaggiano su Internet e si incontrano sulle varie chat line dei siti quali Kommando Fascista, S.P.Q.R. Home Page, Italia Volontaria, Club Nostalgici Fascisti, Il Franco Tiratore, Omaggio al Duce, Nucleo C.Z. Codreanu F.N. e tanto, troppo nazismo. La figura del Duce e soprattutto il Ventennio,a parte le ovvie formalità, risultano poi non troppo interessanti sotto vari punti di vista: se il nazionalsocialismo proponeva differenti chiave di lettura e un aspetto misterico il Fascismo era troppo fulminante, diretto e relativamente povero di quei contenuti tanto ricercati dagli editorialisti di Orion e tanto ambiti dai propugnatori che vedono il prossimo avvento dell’Homo Superior. Politicamente risultano nulli anche perchè assolutamente al di fuori dei parametri del contesto democratico e nel loro disperato rimanere ai margini dello stesso odora di ghetto, ben più ebraico di quello che essi stessi immaginano. Occorre ammettere che essi non hanno tutti i torti da alcuni punti di vista nè si può negare un certo coraggio nella ricerca di qualcosa di innovativo in una Destra sempre più distante da certi concetti di fondo senza per questo scadere nelle nostalgie del "Quando c’era lui..!". Dialogano con i giovani, sostengono le loro iniziative quali l’occupazione di aree da adibire a spazi sociali e centri culturali, propongono un ritorno a valori legati a una visione del ritorno a dimensioni più naturali e una rivalutazione del ruolo nazionale. Quel che vorrei dir loro è: perchè noi no!? Il dilemma, a parte l’odioso antimericanismo assoluto pur rendendosi conto di essere anch’essi succubi del ruolo americano e l’ancor più ripugnante anti ebraismo che sembra tutto possa giustificare ai loro occhi, è che non si rendono conto che politicamente non hanno nulla da offrire, nè nulla da opporre proprio perchè impossibilitati ad entrare in un contesto democratico attuale. Basti pensare che attualmente, e questo soprattutto dopo la visita di Fini in Israele, cercano di darsi un tono utilizzando l’icona dell’ On. Mussolini come se avesse davvero qualcosa a che vedere con la figura del Duce oltre che il cognome, l’ex attricetta da quattro soldi tollerata in A.N. per motivi a me realmente misteriosi oltre che venati di un indubbio cattivo gusto. Dopotutto un cognome non fa l’uomo così come una Mussolini non potrà fare di certo il ben differente nonno. Sconcertanti propagande con terminologie e caratteristiche che ben pochi apprezzano se non qualche giovinastro e qualche Skinhead voglioso di violenza da stadio, un odio da indirizzare sui soliti bersagli ma che ultimamente solidarizzano con le azioni dei fondamentalisti islamici, ovviamente in chiave anti-modernista e anti-ebraica, con la "resistenza" dei Feddayin iracheni di Saddam Hussein, con le spettacolari azioni di Al -Queda. Il che porta a riflessioni che riguardano noi, la Destra di Alleanza Nazionale, noi che dal M.S.I. abbiamo fatto muro e combattuto la battaglia democratica ( e non solo) contro le azioni e l’influenza del Comunismo interno fatto dal più potente partito rosso d’Europa e quello esterno della Cortina di Ferro, noi che abbiamo avuto il coraggio di crescere e tentare, magari sbagliando e imparando dai nostri errori, piuttosto che fossilizzarci e morire assieme ai nostri ideali. Perchè non si riesce a dialogare con questi giovani? Perchè nessuno ha intenzione di iniziare a porre quesiti a questi che sembrano i "reietti" della Destra? Forse perchè manca il denominatore comune? Perchè ai loro "Neo gerarchi" non interessa? Perchè non interessa ai nostri dirigenti? Perchè fa comodo avere un ‘ area su cui riversare elementi negativi e tensioni quando non responsabilità e colpe? Occorre ricordare ciò che accadde nei decenni passati, e soprattutto durante i tragici e contraddittori eventi degli "Anni di piombo", quando le schegge impazzite della Destra e delle Sinistre si unirono in comunione di intenti pur differenti a livello ideologico: un anarchismo armato e violento fine a se stesso che portò lutti e tragedie non del tutto dimenticati. Quindi vestiamoci da cattivi ma...discutiamo anche con loro.

Fabrizio Bucciarelli

 

L’Alternativa? Tra il Bagaglino e la commedia all’italiana

Parte l’avventura della Mussolini. Pino Rauti di dissocia, così Donna Isabella…

Milano, domenica 25 gennaio, ore 9.30. Due le scelte possibili: raggiungere Sesto FS per salire su un treno diretto a Modena, dove nel pomeriggio si sarebbero esibiti undici indegni in maglia nerazzurra, o recarsi al Teatro Nuovo di piazza San Babila dove era prevista la presentazione della neonata formazione di Alessandra Mussolini e dei suoi insoliti partner. Opto per rinunciare ad investire soldi, tempo e imprecazioni nell’ennesima trasferta sfigata, così con un amico (milanista) mi dirigo curioso alla "convention" nera. Tute blu in assetto massiccio attorno a San Babila, si segnala il presidio di un centinaio di "compagni" in piazza Fontana. Per lo stesso appuntamento il giorno prima, a Napoli, era successo il finimondo. Ci infiliamo nel teatro, schierato su due ali lungo la scalinata sta il picchetto dei ragazzi rasati di Forza Nuova (con indosso dei corpetti neri stile Nocs) che significativamente monopolizzano il servizio d’ordine. Via-vai di varia umanità nel "foyer", lungo e ricco il bancone di quelli di Orion, diverse le facce da stadio e da birreria non sconosciute; c’è anche chi odora di An e che, smarrito, ha fatto un salto. Un giro in platea, poi si prende posto mentre la sala va riempiendosi. Il tempo di scambiare qualche battuta che parte un applauso, appare lei, la star della giornata, biondissima, sorridentissima, nipotissima. Stringe mani e raccoglie complimenti mentre al confronto della sua la scorta di George W. Bush fa la figura del manipolo di boys scout. Raggiunge il palco già animato la diva Alessandra e sono baci e abbracci. Dunque, vediamo un po’ chi c’è, se sono presenti i nomi annunciati dai manifesti. Balza subito all’occhio un’assenza pesante, quella del capo di tutti quei giovanotti di nero vestiti, il comandante che fornisce il maggior numero di fanti, ovvero Roberto Fiore, segretario e padrone di Forza Nuova. Il Gran Cerimoniere dell’evento, Tomaso Staiti di Cuddia, spiega subito il motivo: il leader si trova al capezzale della moglie in procinto di dargli il nono (!) figlio. Auguri e che Dio benedica la fiorita famiglia! Lo sostituisce il suo braccio destro, il fido avvocato Gianni Corregiari, che come oratore dimostrerà di non essere propriamente Cicerone. Gli altri della coalizione ci sono tutti; Luca Romagnoli, segretario del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, Adriano Tilgher, guida del Fronte Sociale Nazionale e Nicola Cospito, del movimento nazionalpopolare. Abbiamo detto di Tomaso Staiti ex deputato missino, che presiede l’associazione "Amici del Tricolore", organizzatrice della riunione. Il barone, brillante come lo ricordavamo, dopo l’intervento di un altro ex parlamentare del Msi, Benito Bollati, ci mette poco per creare il clima giusto e scaldare gli animi dei presenti picchiando duro sul citatissimo Fini, "ragazzino ignorante" e ironizzando sul rinnovato Berlusconi, che ormai ha imboccato la "via di Michael Jackson". Via agli interventi degli attori di questa avventura, che nei propositi di tutti dovrà sfociare nella tanto sospirata unificazione dell’area cosiddetta nazionalpopolare, ossia di quel microcosmo che già stava un po’ dentro e un po’ fuori dal Msi e che oggi non può avere nulla a che fare con Alleanza Nazionale. Parliamo di estrema destra, insomma? E no, troppo facile. Se così fosse ci sarebbe già un partito in grado di racimolare discrete percentuali. Al teatro Nuovo va in scena uno spettacolo ben conosciuto a chi ha avuto a che fare con un certo mondo. "Non siamo di destra, oggi la destra è Bush, è Sharon!", tuona Cospito, l’uomo che da più tempo, poco ascoltato, predica l’unità dell’"area", che parla addirittura di "costituente" dopo le elezioni europee per dar vita ad un unico soggetto politico. Beh, interessante, pensi. Ma poi senti gli sketch dei vari oratori e ti rendi conto che l’entusiasmo del tuo amico affianco non è proprio ben riposto. I tratti comuni rimandano alle parole d’ordine di sempre: antiamericanismo, antisionismo, lotta al liberismo, "torniamo al corporativismo e alla Carta di Verona" e via dicendo. Tra le novità, l’Euro nemico affamatore, il disprezzo per l’Europa delle banche e dei burocrati. Troppe però sembrano le differenze tra le varie forze e tra i rispettivi capi, con le loro storie e i loro cortili. Non mancano i distinguo, le puntualizzazioni e gli atteggiamenti di distacco che fanno capire quanto, al di là delle dichiarate buone intenzioni, un reale progetto politico comune attenga alla sfera delle pie illusioni. Peccato non ci sia Fiore, lo ripetiamo, colui che ha in mano le forze militanti più consistenti, perché il suo gerarca emiliano lascia un po’ a desiderare e, non si distingue particolarmente, dopo aver snocciolato il decalogo forzanovista intriso di rigido tradizionalismo (ci sarà da ridere con la Mussolini in tema di aborto e di fecondazione assistita, ecc.) se non per una battutaccia (peraltro bruciatagli dalla platea) riservata al leader di An, il quale potrebbe aspirare non già alla condizione di statista ma piuttosto a quella di "rabbino onorario". E’ la volta di Romagnoli Luca, anch’egli non proprio un istrione, in rappresentanza della Fiamma che fu, è proprio il caso di dirlo e ci ritorneremo, di Pino Rauti. Il geografo romano parla di una buona occasione per realizzare l’unità e comunità d’intenti, di valori condivisi, di una memoria da difendere dalle abiure altrui. Si capisce però che oltre le Europee e le Amministrative non guarda e che, soprattutto, non si fida troppo dei compagni di strada; sintomatico che legga il giornale mentre gli altri parlano. Tutti comunque stanno al gioco e fingono di credere alle professioni di spirito unitario che si susseguono. A dare una scossa ci pensa Adriano Tilgher, fondatore del Fronte Nazionale, dopo essere stato espulso dal Msft, il quale riporta tutti alla realtà e grida la sua volontà di concretezza. "Basta sentimenti e belle parole - urla dal palco - voglio che questa non rimanga una bella rimpatriata, ma che ci si impegni concretamente nelle sedi, per la strada con lo scopo - cito a memoria - di dar vita ad un vero soggetto politico che parli a tutti". Un intervento non retorico quello di Tilgher (forse pochi sanno che è nipote omonimo del filosofo e grande critico letterario amico di Pirandello), ma piuttosto pratico e "militante". Si vede che ci tiene e che non vuole perdere altro tempo, mentre taglia corto sull’argomento Fini: "Basta parlarne, ma che ci frega a noi?". Si concede solo qualche battuta su quelli di An con cui "non dobbiamo avere più niente a che fare", gli stessi che descrive così: "Ti dicono: sì avete ragione, ma noi… siamo camerati" e mima una specie di saluto romano attaccato al corpo come per non farsi vedere. Divertente, lo ammetto. Ma il punto è proprio questo: mi trovo di fronte ad uno spettacolo, che mi ricorda un po’ il Bagaglino e un po’ i film con Lino Banfi, Alvaro Vitali ed Edwige Fenech. Infatti non manca l’appariscente figura femminile, come negli show di Pingitore e nelle pellicole trash degli anni ’70. E’ il momento di Alessandra Mussolini, acclamatissima. Si leva la giacca del tailleur scuro rimanendo in camicetta, si fa allungare il filo del microfono smarcandosi energicamente dal leggio, quindi inizia il piatto forte della mattinata. "Io che mi sono battuta per dare il mio cognome all’ultimo figlio, non potevo restare in un partito il cui leader dice che Mussolini è il male assoluto!", grida tra gli applausi che si trasformano in ovazione quando, furbina, dice: "Il male assoluto è piazzale Loreto!". Non manca, come detto, il lato cabarettistico che riguarda soprattutto Fini e i suoi colonnelli. Il vicepremier è un "pennellone alto quanto stupido, alto quanto superficiale", che "tutto quello che tocca finisce male". La Nipote ricorda l’avventura dell’Elefantino con Segni, il fatto che con l’arrivo del segretario di An alla Convenzione europea sia coinciso con il suo fallimento, l’avvicinamento al governatore della Banca d’Italia alla vigilia dello scandalo Parmalat: "Fini è diventato fazista…". Non gli perdona poi la proposta sul voto agli immigrati, partorita all’insaputa del partito. Già, il partito. C’è n’è per tutti: per Ignazio "La Muffa", che avrebbe cercato di trattenerla con la promessa, rifiutata con sdegno, di un ambiguo comunicato in cui si diceva che i giornali avevano male interpretato il verbo finiano in Israele. Ce n’è per Maurizio "boccuccia" Gasparri e il pensiero torna al Bagaglino. Il quadro si completa quando Alessandra chiama attorno a sè i compagni di viaggio per cantare l’inno del gruppo da lei stessa scritto e dal babbo suo messo in musica. Pare la sigla finale di una di quelle vecchie commedie all’italiana, ma lo cantano Staiti, Tilgher e Corregiari, mentre Romagnoli, ancora una volta, si fa i calcoli suoi… Finita l’esibizione, mentre la gente sfolla, parte un altro inno, più antico ma anche più credibile, l’inno a Roma, o al Sole, che tanti congressi missini chiuse. Questa "Alternativa sociale" è un’altra cosa, non si sa cosa. La "Cosa nera" dicono e poi ti rifilano una battuta da caserma. Mi allontano divertito e amareggiato al tempo stesso, con l’animo di un "hobo" di Jack Kerouac che vaga senza sapere precisamente dove andrà né se andrà veramente da qualche parte. Nota a margine non trascurabile: all’avventura di "Alternativa Sociale con Alessandra Mussolini" sembra non avere aderito un personaggio importante dell’area, Pino Rauti, fondatore, ex segretario e oggi presidente della Fiamma. Lui, fautore dei discussi accordi elettorali con il Polo in alcune regioni in recenti consultazioni amministrative, dopo aver ceduto il timone del partito al giovane Romagnoli, sembra un po’ defilato. Il vecchio leader non ha mai amato la Mussolini e ancora meno digerisce altri personaggi incrociati in mille vicende, per cui ha fatto sapere di non approvare l’operazione, subito stigmatizzato dall’erede Luca che pare intenzionato a metterlo senza troppi complimenti (e senza un’ombra di riconoscenza) in naftalina. C’è anche chi dice che Rauti abbia previsto tutto, considerando concluso il suo lungo corso politico e cercando di favorire invece chi è ancora nel fiore degli anni. Impossibile non pensare alla figlia Isabella, uscita un anno fa dal Msft e, si direbbe, sulla via di riavvicinamento politico al marito Gianni Alemanno. Non è difficile trovare suoi articoli su "Area", il mensile della Destra sociale e leggere tra le righe di una recente intervista rilasciata a Claudio Sabelli Fioretti sul "Sette" del Corriere : non pare fantapolitica ipotizzare un suo prossimo approdo alla sponda di Alleanza Nazionale. Per una nipote che va, una figlia e una moglie che arriva. E’ proprio vero: il partito è una grande famiglia.

Fabio Pasini



In margine al Convegno di Milano, e per completezza d’informazione, pubblichiamo il Documento politico del Movimento Nazional Popolare / Collegio Unità per la Costituente, sul cartello elettorale e sulle prossime elezioni.

Una sola Idea , un solo Movimento!

La proposta politica del Movimento Nazional Popolare/Collegio Unità per la Costituente Nella prospettiva delle elezioni europee e della convocazione dell’Assemblea Costituente

Come è stato giustamente detto da più parti, dopo l’ondata di entusiasmo, suscitata dalla rinata collaborazione tra i soggetti politici del nostro mondo, entusiasmo che di certo non guasta - la bella manifestazione di Milano ne è stata espressione - è arrivato il momento di intensificare l’azione pratica e mettere a punto un’organizzazione veramente efficiente ed efficace per conquistare il consenso e la fiducia dell’opinione pubblica. Infatti, a ben vedere, si è già in notevole ritardo e non solo per le questioni aperte da Rauti che appare funzionale alle manovre di Alleanza nazionale tese a sabotare il cartello nazionalpopolare. La prima considerazione che noi del Movimento Nazional Popolare facciamo è che, premesso che il cartello elettorale è solo il primo momento di un’azione politica che deve essere più vasta e andare in profondità, quello che interessa davvero la base militante chiamata a supportare e a sostenere questa operazione politica è riportare in un’unica Casa Comune tutte le componenti della nostra area, costruendo il Movimento, il Partito di chi vuole modificare gli equilibri politici di questo nostro paese, partendo dalle proposte delle riforme istituzionali per arrivare ad affrontare le mille questioni irrisolte che hanno vanificato in Italia ogni idea di Giustizia Sociale e di controllo politico sull’economia e sulla finanza. Un Unico Movimento Politico, ripetiamo, grande, forte, credibile, capace di attrarre il consenso dell’opinione pubblica e di imporsi sulla scena politica nazionale e internazionale. Quando parliamo di area, ovviamente, lo facciamo per intenderci e in effetti indichiamo con questo concetto i gruppi e i militanti che si sono frazionati nella diaspora seguita alla cattiva gestione rautiana del Movimento Sociale Fiamma Tricolore. La costruzione del Movimento Unitario - ne siamo consapevoli - avrà tempi forse non brevi ma dovrà procedere passo dopo passo nella direzione giusta e in questa azione tutti dovremo dare prova della consapevolezza dell’alta responsabilità storica che grava su tutti noi e della bontà della causa che infiammò il mondo e per la quale milioni di giovani europei diedero la vita. Per noi del resto, al di là delle contingenze, è sempre alla meta ultima che si deve guardare, meta ultima che non va assolutamente persa di vista.

La prima cosa da fare dunque, è coinvolgere in questa operazione politica tutti i gruppi, le comunità militanti, le associazioni culturali, i centri librari che sono sparsi sulla penisola. Non si può infatti credere che possano essere raggiunti risultati concreti, ragguardevoli e duraturi, limitando l’iniziativa alla Fiamma Tricolore, Libertà d’azione, Forza Nuova, Fronte Sociale Nazionale, quando è cosa ben nota che la maggior parte della militanza è da tempo fuori da queste formazioni. E in effetti, doverosamente, dobbiamo lamentare che già all’inizio non si è avuta la sensibilità di coinvolgere in maniera più decisa realtà di non poco conto come il MNP/Collegio Unità per la Costituente o l’Unione delle Comunità Militanti che pure godono di una certa consistenza e sono iperattivi sul territorio. Persistere in una logica tesa ad escludere queste realtà renderebbe zoppicante tutto il progetto con effetti negativi sul piano dell’adesione dal basso, di riduzione del livello di fiducia, di effettiva capacità operativa.

La seconda cosa da fare è precisare i contenuti dell’azione, vale a dire il programma comune - intendiamo ovviamente il programma dell’intera coalizione - con il quale ci si intende presentare al nostro mondo e all’opinione pubblica. Del resto, sarebbe opportuno mettere da parte ogni diatriba sul simbolo da presentare e preoccuparsi invece di neutralizzare le manovre di disturbo di Rauti e dei suoi agenti. Anche questo in effetti, lo diciamo senza alcuna vis polemica, avrebbe dovuto essere fatto subito e in modo preliminare. Infatti prima si chiarisce per cosa ci si vuole battere e poi si comincia a lavorare. Alla definizione del programma non si può sfuggire e noi del MNP/Collegio desideriamo indicare per quanto ci compete, alcuni punti in linea di massima che ovviamente dovranno essere in seguito ampliati e approfonditi:

In politica estera:

a) Denuncia del Trattato di Maastricht
b) Lotta per l’indipendenza europea da ogni ingerenza statunitense
c) Uscita dell’Italia dalla NATO
d) Creazione di un esercito europeo fortemente qualificato e specializzato
e) Condanna esplicita della guerra americana in Irak e immediato ritiro delle truppe italiane sia dall’Iraq che dalla ex Jugoslavia
f) Opposizione all’Europa dei banchieri dei finanzieri, dei burocrati e lotta per un’Europa dei popoli
g) Proprietà popolare della moneta
h) Recupero delle identità nazionali e del senso di appartenenza attraverso una lotta senza quartiere all’avvelenamento determinato dall’americanismo

In politica interna:

a) Ritorno al sistema elettorale proporzionale per ogni tipo di elezione
b) Lotta al capitalismo e al liberismo
c) Lotta alle privatizzazioni e campagna per gli investimenti nel settore pubblico (Scuola, Sanità, Servizi)
d) Campagna in difesa della famiglia e della natalità
e) Diritto alla casa e diritto al lavoro
f) Corporativismo e socializzazione
g) Ricostituzione dello Stato Sociale

Dai contenuti enunciati si vede che per noi del MNP il problema è di dare vita tutti insieme ad una nuova forza sociale e nazionale che sappia parlare il linguaggio della gente e al contempo "volare alto" elaborando un progetto complessivo che miri alla edificazione di uno Stato Nuovo. Per questo facciamo riferimento al Manifesto del XXI Secolo da noi lanciato lo scorso novembre in occasione del sessantesimo anniversario dei 18 Punti di Verona.

Per quanto concerne i metodi o se si preferisce la parte diciamo tattica, diciamo subito e fuori dai denti che il cartello elettorale non deve apparire un comitato di affari teso unicamente alla spartizione dei proventi che verranno dal finanziamento pubblico. Non si tratta infatti di fare un’operazione puramente elettorale e di salutarsi all’indomani delle elezioni dopo aver calcolato gli interessi economici di ciascuno e aver chiuso i conti della spesa. Proprio per evitare questo sarebbe saggio varare un Comitato di Garanti che noi del MNP individuiamo nelle persone di Rutilio Sermonti, Enzo Erra, Enzo Cipriano., personalità queste che già in passato sono state autrici di un appello unitario rivolto a tutte le componenti del mondo nazionalpopolare, Carlo Morganti, Emilio Cavaterra.

Le liste elettorali dovrebbero essere formulate alla presenza dei Garanti. Cosa che eviterebbe inutili discussioni laceranti e demoralizzanti, riducendo lo stile legionario, che sempre deve caratterizzare chi non è rimasto contaminato dai veleni della democrazia, ad un concetto nobile ma ormai in soffitta. La lista dovrà essere ampiamente articolata e coinvolgere nella partecipazione tutte le personalità più rappresentative del nostro mondo. Il MNP impegnerà da parte sua alcuni dirigenti nelle candidature del cartello e chiede che nell’assegnazione dei rimborsi elettorali, la sua parte, calcolata sulla base dei voti riportati dai candidati espressi, venga senz’altro versata nelle mani dei Garanti e destinata all’organizzazione di un’Assemblea o di un Congresso Costituente di tutti i gruppi, da tenersi al più tardi nel mese di ottobre del 2004. La campagna elettorale sarà condotta a spese proprie da ogni candidato come si è sempre fatto, privilegiando oltre ai manifesti e ai soliti depliants, bigliettini ecc. i comizi con discorsi brevi ed efficaci all’angolo delle strade, davanti alle scuole, davanti ai centri commerciali, nei mercati rionali.

Non si tratta per noi di raggiungere un risultato minimo di 5/600.000 voti ma di mirare almeno a 1.500.000. La crisi di Alleanza Nazionale, il disorientamento dell’elettorato deluso dal centro-destra e dal centro-sinistra possono consentirlo, a patto però che noi si agisca subito. Non si tratta infatti di conquistare un solo seggio, cosa che aumenterebbe diffidenze e difficoltà, ma di puntare almeno a tre. Dai calcoli che si possono effettuare in proposito, data la riduzione del numero dei posti assegnati all’Italia da 87 a 77, il primo seggio dovrebbe scattare a quoziente pieno con l’1,3%, il secondo con circa il 2,5%., mentre con i resti la percentuale richiesta per il primo seggio potrà essere inferiore e intorno all’1 %. Per questo basta con inutili discussioni sul simbolo o altre quisquilie. L’essenziale è che il simbolo venga accettato dal Ministero degli Interni senza difficoltà, sottraendosi a pericolose questioni di confondibilità che potrebbero essere sollevate da Alleanza Nazionale o da altri ad essa eventualmente succedanei. Il Movimento Nazional Popolare che ha immediatamente impegnato le sue strutture legali al fine di battere le manovre poliste di Rauti inibendo per tempo questo personaggio da qualunque utilizzo parziale o totale del simbolo destinato ad essere impiegato nel rappresentare il cartello comunitario delle forze nazionalpopolari, esorta tutti i militanti ad isolare i traditori della nostra Idea e invita i responsabili dei gruppi ad avviare subito la battaglia per le europee impegnandosi a realizzare il cartello anche nelle elezioni amministrative. L’unità operativa deve essere infatti a tutti i livelli e, nell’interesse superiore della nostra Idea, ogni tornaconto personale deve essere messo da parte. La nostra marcia, la marcia dei nazionalpopolari non può che essere inderogabilmente contro il Polo e contro l’Ulivo. No dunque a qualunque compromesso ! Le aspettative che si sono create nella base militante non vanno disattese. La gente ci guarda più di quanto noi stessi immaginiamo e l’appuntamento con la storia non può essere mancato.

Per raggiungere infine i nostri obiettivi è essenziale che al più presto venga costituita un gruppo operativo, trasversale a tutte le formazioni, di almeno cento militanti selezionati, che scateni la mobilitazione delle nostre forze dalla Valle d’Aosta agli estremi lembi della Sicilia.

Per questo basta con le chiacchiere e tutti al lavoro…il tempo stringe…

In alto i cuori !

IL MNP/Collegio Unità per la Costituente

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