Prima pagina

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • DA AUSCHWITZ A GERUSALEMME
  • CON FINI


    Yehoshua Amishav, ambasciatore della causa di Israele nel mondo, lo abbiamo conosciuto l’altro anno in un viaggio in Italia. Sulla "questione Fini-Israele" ci ha inviato da Gerusalemme questo breve scritto di Deborah Fait, già Presidente dell’Associazione Italia-Israele, che vive oggi in Terrasanta.
    DA AUSCHWITZ A GERUSALEMME

    E’ arrivato, si e’ messo la kippa’ in testa e ha incominciato il suo viaggio nel paese degli ebrei. Lo abbiamo visto quasi inginocchiarsi mentre deponeva un corona di fiori davanti alla fiamma perenne nella grotta del Memorial della Shoa’ a Gerusalemme. Ha attraversato il padiglione dei bambini, un milione e mezzo di bambini, immerso nel buio, illuminato debolmente da un milione e mezzo di fiammelle. Come si sara’ sentito la’ dentro Gianfranco Fini? Avra’ ascoltato alcuni nomi di quei bambini e la loro eta’: due anni, un mese, otto anni, cinque mesi e cosi’ via , bambini di tutta Europa, anche italiani. Bambini morti nei vagoni bestiame che, da Roma, Parigi, Salonicco, Atene, Budapest, Praga, Amsterdam, erano diretti verso l’Inferno dove i sopravissuti , abbastanza forti da superare il viaggio, venivano torturati, uccisi e fatti passare attraverso il camino, quel lungo camino nero che vomitava le loro ceneri disperdendole nel vento polacco. Fini lo aveva visto quel camino nero durante la sua visita ad Auschwitz ed e’ venuto a Gerusalemme per ascoltare una voce elencare pacatamente i nomi delle presenze che avra’ sentito aleggiare intorno a se’ la’, nel Campo della Morte. Presenze senza pace che una volta erano persone, bambini , un intero popolo che non avra’ mai sepoltura perche’ ridotto in cenere da quei manovali dell’odio col teschio impresso sulla divisa nera. Il viaggio di GianFranco Fini nella terra degli ebrei e’ stato lacerante per tutti. Lacerante per lui, che, se sincero come sembra, deve aver sentito il peso di quell’idiologia ora ripudiata. Lacerante soprattutto per gli ebrei italiani di Israele che alla fine hanno deciso di incontrarlo forse conquistati dalla sua sincera commozione e dalle parole pronunciate davanti alla Fiamma Perenne che brucia per le vittime della Shoa’. Fini non ha chiesto ridicole scuse perche’ nessuno puo’ perdonare per i morti, non si e’ lasciato andare alla retorica, e’ stato chiaro e pragmatico, ha parlato di responsabilita’ per quello che fu, con l’ alleanza col nazismo, il "male assoluto". Gli ebrei italiani hanno guardato in faccia Fini, qualcuno avra’ certamente pensato a quei vagoni bestiame che partivano da Roma per la Germania e la Polonia carichi di incredula disperazione. Qualcun altro avra’ guardato la kippa’ sul "quel" capo forse sorridendo amaramente dentro di se’. Qualcuno si sara’ sentito morire pensando ai genitori, ai nonni, ai fratelli. Pero’ lo hanno accolto e lo hanno capito. Con coraggio hanno capito il suo coraggio e hanno stretto la sua mano. Prima di lasciare Israele Fini si e’ recato al Kotel, il Muro del pianto, non ha voluto le telecamere e si e’ avvicinato a quelle pietre che grondano le lacrime di un popolo perseguitato. Forse quel Luogo carico di energia e di emozioni avra’ suggellato l’inizio di una storia che, seppur carica di inconsolabili e eterni dolori, potrebbe portare a un futuro di pacificazione. Gli ebrei sono pazienti e aspettano.

    Deborah Fait



    CON FINI...

    Perplessita’ e dubbi sono nati in tutti i militanti di AN sulle dichiarazioni che Fini ha fatto da Israele. Un momento di smarrimento ha coinvolto il partito della Destra italiana per qualche giorno... ma e’ motivato tutto questo sconcerto? Vediamo cosa VERAMENTE ha pronunciato il Presidente di Alleanza Nazionale.

    Fini in Israele ha detto:
    "E’ la ragione per la quale non ci può essere nessuna reticenza sull’orrore dell’Olocausto, sull’infamia dell’antisemitismo delle leggi razziali del ’38 e del ’43 e di conseguenza sulle colpe che a questo proposito ebbe il Fascismo. E se la Shoa rappresenta il male assoluto ciò vale anche per le pagine del Fascismo che hanno contribuito alla Shoa."

    Con questa frase non si puo’ non essere d’accordo. Non si puo’ e non si deve negare gli errori e il male che il Fascismo ha fatto. Non ci si deve annebbiare la vista con ideali e valori legittimi a tal punto di nascondere la verita’ storica. In caso contrario faremmo lo stesso errore di coloro che nel Fascismo vedono un periodo completamente sbagliato ed escusivamente negativo obnubilati da un "antifascismo" ormai senza piu’ valore. La storia ci insegna che non c’e’ il male tutto da una parte e il bene tutto dall’altra... e se vogliamo che l’Italia e il mondo intero riconosca i momenti positivi del Fascismo dobbiamo anche denunciare quelli negativi dimostrando di essere migliori di chi per cinquant’anni ci ha attaccato e criticato senza ascoltar le nostre ragioni.

    Fini ha continuato cosi’ in Israele:
    "Poi lo sappiamo tutti che il Fascismo fu anche tante altre cose. Ma se vogliamo che serenamente lo si possa riconoscere senza che cada sul capo di chi lo fa l’accusa di apologia dobbiamo avere l’onestà intellettuale e se necessario il coraggio politico di riconoscere tutta la verità e senza alcuna reticenza di trarne le doverose conseguenze."

    E anche lunedi’ 1 dicembre 2003 a "Porta a Porta" (rai uno) Fini ha commentato ampiamente e nella stessa direzione le frasi qui riportate. Imboccato da un Vespa in parte provocatorio ha confermato che la critica e’ per quegli errori del Fascismo che dovrebbero essere ben evidenti e noti a tutti... tra cui le leggi raziali e la complicita’ nello sterminio degli ebrei ...non globalmente al periodo del fascismo.

    Stessa cosa si dica per la Repubblica Sociale Italiana che non va disprezzata ma anzi onorata cosi’ come abbiamo sempre fatto in AN. Ma in quelle pagine di sangue e fedelta’ dobbiamo denunciare anche cio’ che di sbagliato e’ stato fatto.

    Risulta evidente che la situazione e’ molto differente da quella che e’ apparsa mentre Fini era in Israele. Fini ha dichiarato cose che i giornalisti, come spesso capita, hanno estrapolato e svuotato dal loro reale significato. Ha pronunciato frasi che sono perfettamente in linea con le tesi di Fiuggi di 8 anni fa. Perfettamente in linea con le frasi di Almirante quando criticava fermamente l’antisemitismo e ne prendeva le distanze al tempo del Movimento Sociale Italiano.

    Vito Andrea Vinci

    conosciuto in rete come Vav
    Fondatore e Coordinatore della principale mailing list nazionale dedicata al mondo della destra che da cinque anni riunisce e fa confrontare centinaia di militanti e simpatizzanti in un dibattito quotidiano.

    Per iscriversi: azionegiovani-tribe-subscribe@yahoogroups.com

 

Da tempo, da sempre a onor del vero, le frange di certa vetero-sinistra o presunta tale attua azioni di carattere violento contro tutti coloro che vengono valutati in "odor" di Destra, ma in questi ultimi mesi le aggressioni sono diventate qualcosa di più che un semplice fatto di cronaca a stento rilevato dalle redazioni dei quotidiani. Inutile citare i fratelli Mattei o Sergio Ramelli massacrato a colpi di chiavi inglesi nella Milano di ieri e oggi sempre più ricordato nelle dediche alla memoria di vie e piazze d’Italia alla faccia dei suoi assassini che oggi, superata la fase della negazione e del riflusso, vivono la fase di stimatissimi, si fa per dire, professionisti panciuti e borghesissimi all’antitesi degli anni di lotta (e di morte, quella degli altri...Ndr). Tanti sono infatti i casi di giovani e giovanissimi figli illegittimi di quella "Lotta di Classe" comunista alla base non solo della strategia politica ma della stessa ideologia che si sentono in dovere o che "devono" superare la fase dialettica e di eventuale confronto con le altre italiche realtà ideologiche per arrivare alla concezione lesiva del rapporto con il mondo delle idee in base al vecchio concetto " Io ho ragione e quindi ti colpisco in quanto espressione simbolica di classe". Niente, di personale, quindi, ma semplice ritorno alle ragioni di base del comunismo rivoluzionario nonostante non vi siano più nemmeno le premesse per attuarlo nè tantomeno concepirlo. Oggi i picchiatori non sono più infatti identificati come neofascisti figli della classe media o benestante, capelli corti e vestiti con giacca e cravatta alla moda con il manganello facile in una espressione di lotta contro il comunismo viscerale tipico degli "anni di piombo": oggi sono questi ragazzotti e ragazzotte figli degli operai di ieri che oggi hanno la fabbrica e la casa al mare e in montagna, con paghette che equivalgono allo stipendio dei coetanei che invece di studiare lavorano come commessi, la mamma che tra lo shopping e la palestra trova il tempo per sbrigare le faccende domestiche assieme alla filippina part-time ma che assieme al benessere hanno generato una sindrome da totale mancanza di obiettivi, una profonda noia che nasconde a sua volta un malessere profondissimo che spesso porta alle estreme conseguenze. Come gli assassini di Ramelli, questi militanti della violenza cercano di uscire da situazioni poco appaganti dove il troppo "stroppia" cercando di appassionarsi a qualunque cosa possa dare un senso alla propria esistenza: lo sballo della droga, qualche attività sportiva estrema, la politica dimenticando però che ben poco conoscono della stessa se non quello che i loro cattivi maestri possono insegnare. Nei Centri Sociali, fondamentali ed interessanti aree sperimentali di aggregazione alternativa di ieri e oggi ghetti manipolati da Rifondazione Comunista e i suoi alleati, ben pochi lavorano o sono appartenenti alle classi disagiate, nessun operaio o contadino tra le loro fila di "Zecche" ( espressione data loro dai giovani di Destra) con i capelli "dreadlook" realizzati dopo interminabili e costosissime ore dal parrucchiere alla moda, i tatuaggi altrettanto costosi, il look finto militare-finto-povero a firma dei maggiori stilisti di "Streetwear" americani e inglesi, la canna in mano e la bandiera rossa o nera nell’altra...per poi trasformarsi in utili idioti pronti a massacrare il loro compagno di banco in base all’ordine dei "fratelli più grandi". Tutti sono, infatti, possibili bersagli per coloro che si aggrappano disperatamente alle ideologie ormai defunte del comunismo da combattimento cercando di emulare le gesta falsamente romantiche di un Che Guevara o di Castro per arrivare alla Route Armee Fraktion, alle Brigate Rosse-Gruppi Comunisti Combattenti fino alle sprangate allucinanti degli anarco-insurrezionalisti di cui è quasi impossibile concepire non solo il gesto ma anche l’esistenza stessa se non in un contesto di confuse contraddizioni. I giovani di Alleanza Nazionale/Azione Giovani colpiti recentemente a Pisa, Marghera, Napoli e in altre città sono il simbolo non solo di un pericoloso ritorno a una tattica di scontro gratuita e insensata che fornisce un approccio assolutamente erroneo al mondo delle idee ma che potrebbe incentivare, vista l’estrema semplicità del vecchio messaggio "uccidere un fascista non è reato" o " dieci, cento, mille Ramelli" l’entrata dei giovanissimi a quelle pratiche iniziatiche tipiche del vero e proprio terrorismo a tutt’oggi manipolato da correnti che vivono una duplice realtà tra legalità e illegalità. Basti pensare all’esperienza di Genova G8 o agli ancora vicinissimi fatti romani dove i No Global hanno dimostrato per l’ennesima volta, nelle sue frange più oltranziste, la fortissima vocazione alla violenza e al saccheggio simbolico indiscriminato. Il fattore "violenza" è dunque oggi sinonimo di vera militanza politica, di vera "fede" comunista o anarchica, ben al di là della singola accettazione di un credo ideologico in un contesto democratico e di confronto come quello in cui attualmente viviamo. E’ singolare, inoltre, valutare che l’aspetto fortemente militarizzato dal punto di vista tattico, il coordinamento delle azioni, l’addestramento dei militanti, l’utilizzo di forme comuni di abbigliamento tipico delle formazioni in divisa è sempre stato addebitato all’identificazione degli stereotipi del "violento" idealizzato nella Destra neofascista. Esiste inoltre un aspetto che ci riguarda molto da vicino e che può essere concepito come la nota formula della fisica " ad ogni azione ne corrisponde un’altra uguale e contraria" e cioè la possibilità non troppo remota che i giovani di Destra fino ad oggi bersagli facili nella logica del "dieci contro due spranghe in mano" e dopo decenni di illuminato convincimento sul confronto non violento da parte di Alleanza Nazionale nei confronti dei propri militanti, ebbene esiste una prospettiva di azione di difesa da tali attacchi reiterati che porterebbe ad una spirale di violenza dalle conseguenze devastanti. E anche ciò, pur legittimando l’azione di difesa contro le chiavi inglesi o le spranghe dei violenti di turno (sempre quelli...Ndr) farebbe comunque il gioco dei provocatori di ieri e di sempre: non dimentichiamo che nella strategia della guerriglia non convenzionale e del terrorismo anche queste azioni sono giustificabili a breve e lunga scadenza. E se tornando indietro nel tempo cerchiamo di ricordare atti quali la bomba in via Rasella fatta esplodere nella via romana durante la guerra contro un pugno di praticamente innocui italiani di lingua tedesca inquadrati nella Waffen SS ( e non i criminali guardiani dei campi di sterminio bensì le truppe combattenti equiparabili ai normali reparti della Wermacht): i terroristi comunisti non avevano come obiettivo il semplice annientamento del reparto bensì la strage delle Fosse Ardeatine che avrebbe portato, prevedendo la logica atroce rappresaglia ordinata da Hitler in persona, ad un maggiore effetto propagandistico anti-tedesco nell’Italia occupata. La guerra è guerra, è vero, ma in tempo di pace la violenza non è e non dovrebbe mai essere l’obiettivo di chi manipola i giovanissimi per i propri scopi politici. E nel frattempo torniamo dolorosamente a vigilare....

Fabrizio Bucciarelli

 

 

A vederlo, con i suoi completi grigio classico con tanto di panciotto, dà l’impressione di un uomo di altri tempi. A parlarci, l’unica volta che ci è capitato, dà l’idea di un notabile siciliano attentissimo alle forme. In Inghilterra sarebbe un conservatore. In Italia, dove una destra di quel tipo, a parte quella "storica", non c’è mai stata, è un battitore libero. Ma di una coerenza a prova di smentita. Domenico Fisichella, vicepresidente del Senato della Repubblica e membro autorevole (seppur isolato) di Alleanza nazionale, si è lanciato nell’agone politico da più di dieci anni ormai, da quando propose l’idea di "lavorare per una Alleanza nazionale" in un articolo sul Tempo del 19 settembre 1992. Lui, Mimmo, come lo chiamano gli amici, con quel tanto di superbia professorale che lo contraddistingue (fa lo scienziato della politica dalla metà degli anni Sessanta) non perde occasione per rivendicare il titolo di "fondatore di Alleanza nazionale". È fatto così. In un mondo dominato dalle masse, Fisichella si ostina ad appartenere ad una destra "aristocratica", fondata sui meriti, sugli studi, sull’esperienza della storia e in lotta costante contro le derive oligarchiche e populiste, due facce - a suo parere - della stessa medaglia. Tutte idee sintetizzate nel suo ultimo libro "La destra e l’Italia", che in realtà è un’intervista assai leggibile fatta da Massimo Crosti al vicepresidente del Senato. Tre capitoli in cui si parla della "politica e della democrazia nel mondo contemporaneo", del "caso italiano" e del "partito della nazione". Partiremo dalla fine, dal partito della nazione, quello che nelle intenzione di Fisichella doveva essere Alleanza nazionale. Diciamo "doveva" perché nel libro i giudizi sul partito di Gianfranco Fini (e suo) sono molto severi. Quasi drastici. Un esempio? Eccolo: "Oggi Alleanza nazionale ha superato sì certe ristrettezze culturali del Movimento sociale, però, nello stesso tempo si ha la sensazione che questa opera di revisione ‘culturale’ si sia spinta così avanti e si sia svolta in maniera così indiscriminata da cancellare tutto il passato e da coinvolgere in questa cancellazione larga parte della storia nazionale. Questo non accade sempre nella vita del partito, soprattutto ai livelli intermedi, ma ai vertici del partito l’indifferenza verso la storia è un atteggiamento diffuso e non reversibile, salvo che insuccessi elettorali non inducano a riflessioni e ripensamenti". Quelle sconfitte elettorali (vedi le ultime amministrative, soprattutto in quel di Roma) sono arrivate. Quanto ai ripensamenti, vedremo. Per ora si parla di verifiche di governo, possibili rimpasti e di un ritorno di Fini alla vita del partito, con eventuali dimissioni dalla carica di vicepremier. Opzioni da verificare. Una cosa è certa, almeno per Fisichella: la presenza di An all’interno del governo Berlusconi non è significativa. Ancora un brano del libro-intervista: "Con la formazione del secondo governo Berlusconi, all’interno del quale la posizione di Alleanza nazionale non è particolarmente rilevante (non parlo di uomini ma di posizioni istituzionali e di presenza non proporzionale alla sua forza elettorale), è iniziata una fase di grigia, ordinaria amministrazione nella quale si manifestano due atteggiamenti psicologici di fondo: il primo è resistere a ogni costo sulle posizioni di potere acquisite, anche se non si tratta di posizioni di potere straordinariamente significative; il secondo, al contempo, è costituito da una progressiva sensazione di logoramento, dove Alleanza nazionale si ritaglia una funzione di estenuante mediazione con modesti elementi di iniziativa politica". Può bastare? Che l’azione di governo di An, peraltro, sia inferiore alle aspettative del 2001, è riconosciuto ormai da molti membri del partito. E che questa azione poco rilevante abbia poi serie conseguenze sul consenso che gli italiani riservano ad An, è un’altra osservazione che ricorre spesso sulla bocca degli intellettuali di destra, Veneziani e Accame in testa. Ci rimane il dubbio che Fisichella accentui il suo tono critico (che, bisogna dargli atto, ha avuto anche in passato nei confronti del suo partito) ancora "scottato" dalla mancata nomina alla presidenza del Senato a vantaggio del forzista Marcello Pera. Fisichella, all’epoca (era il 2001) prese la decisione come un affronto personale. Ma anche come una carenza di autorevolezza politica di Fini e di An. Il dubbio ci rimane. Essere scienziati della politica, e per giunta di spicco internazionale come Fisichella, non esenta dalle debolezze e dalle ambizioni umane. Le critiche del professore ad An, ad ogni modo, le riteniamo assolutamente centrate e condivisibili. E, alla fine, è questo che conta, al di là delle intenzioni di fondo. Oltre agli aspetti più interni alla politica politicante, però, nel libro di Fisichella si possono trovare spunti assai interessanti su molti altri argomenti concernenti le idee della politica e quelle della destra in particolare. Idee sviluppate in un’attività di studio ultratrentennale. Tra queste, la critica alla tecnocrazia, la difesa della tradizione liberale classica in opposizione ai libertarismi anarcoidi, l’individuazione precisa dei tre filoni culturali sui quali la destra italiana dovrebbe sintetizzare la sua identità: il filone cristiano, quello liberale e quello nazionale. Chiudiamo con uno degli ultimi brani del libro, molto significativo a nostro parere, perché riassume il Fisichella-pensiero. Un pensiero profondamente legato alla cultura politica conservatrice europea e ispirato da quel realismo che in un tempo di utopie dilaganti rimane una roccia sulla quale aggrapparsi nel mezzo dei marosi ideologici dei giorni nostri. "I conservatori sono uomini della coesione sociale, sono uomini di pace - scrive Fisichella - Il senso del conservatorismo, quindi, sta in un consapevole realismo che sa di quante finzioni e illusioni è nutrita la natura umana. Nello stesso tempo, tuttavia, è presente una sorta di pietà che fa cogliere bene al conservatore che gli uomini hanno bisogno di illusioni. Perché la stragrande maggioranza degli uomini non potrebbe vivere senza le illusioni. In questo, vi è anche la consapevolezza orgogliosa e forse un po’ superba che alcuni uomini, pochi, riescono a vivere senza illusioni".

Massimiliano Mingoia

 

Marcello Veneziani ha detto che a Salò si ritrovarono il "meglio e il peggio del fascismo". Credo che si possa partire da questa considerazione per ragionare su quanto avvenne nell’Italia settentrionale dopo l’8 settembre 1943. Negli ultimi anni la storiografia, dalle più diverse posizioni ideologiche, ha guardato alla Repubblica Sociale Italiana e ai protagonisti di quell’esperienza con interesse e curiosità, oltre che storici, antropologici e psicologici. Al di là dell’odio politico che ha animato da sempre i sostenitori e i pensatori della "parte giusta", va detto che non è mancato il tentativo di capire le ragioni di chi invece, a dispetto della convenienza e dell’andamento della storia, si è ostinato a spendersi per la "parte sbagliata". Dall’appello di Togliatti ai "fratelli in camicia nera" alle parole usate da Violante nei confronti dei "ragazzi di Salò" persino gli interpreti più ortodossi della tradizione comunista hanno provato a guardare oltre la condanna del nemico più odiato. Paradossalmente invece da destra si nota un certo impaccio nel valutare la breve epopea della Rsi. Vi è una sorta di rimozione che nulla ha a che vedere con la maturazione politica e con il superamento di vecchie posizioni. Siamo alla liquidazione di un patrimonio ideale di grande importanza, una dote morale lasciata da quella che Marzio Tremaglia chiamava "la generazione che non si è arresa". I fondatori del Movimento Sociale Italiano raccolsero le insegne della sconfitta e ripartirono proprio da lì, da quell’opzione così poco conveniente per seguirne un’altra altrettanto scomoda in epoca democratica e antifascista. Quindi Msi e dintorni elaborarono copiosamente il "lutto" attraverso la memorialistica (rilevante quella di Filippo Anfuso e Rodolfo Graziani), la rielaborazione teorico- politica e storiografica (Giorgio Pisanò) e la semplice esaltazione reducistica e nostalgica. Si è scritto e parlato molto di Salò perché lì era il punto d’arrivo e di non ritorno del fascismo italiano, l’epilogo da tragedia greca di un fenomeno su cui non a caso non si termina mai di discutere. Si è parlato di "scelta" da parte di coloro che si arruolarono nelle file della piccola Repubblica. Bene, per molti non fu semplicemente una scelta. Era la strada obbligata intrapresa da chi era cresciuto con il mito della Patria e dell’Onore, con quello dell’imperativa fedeltà al Capo, con la convinzione che "contro l’oro c’è il sangue a far la storia". Abbiamo sentito più volte le testimonianze di uomini come Almirante, Tremaglia, Accame, Rauti, dirci che era assolutamente logico buttarsi in quell’avventura perché fin da piccoli avevano giurato che non avrebbero mai tradito. Ecco allora che ritroviamo a Salò uomini e donne di età diverse combattere non più per "vincere", ma per perdere con onore. E furono proprio i ragazzi e persino i bambini che scrissero pagine che, al di là di ogni valutazione storica, non è possibile trascurare. Molti, moltissimi dei gerarchi che godettero del fascismo più sfarzoso e "vincente", nei giorni della difesa della sconfitta si dileguarono come topi nella campagna. Venne invece l’ora di una gioventù limpida, che a ben vedere non aveva colpe per quanto avvenuto durante il Ventennio, ma che aderì con entusiasmo ad una missione che anche ai loro occhi ingenui non poteva apparire che un’impresa disperata. E’ qui che sta l’idea rivoluzionaria dal punto di vista umano. Il destino li aveva portati sulla via di una fede cieca che conteneva in sé la gloria e la disperazione. Il pensiero va a chi oggi ha venticinque, venti, quindici anni: quanto è imbarazzante il confronto! E il discorso vale anche per chi decise di nascondersi in montagna con un fazzoletto rosso al collo: quanto erano diversi quei giovani partigiani dagli attuali i figli di papà che giocano a fare i No global! I ragazzi che continuarono a vestire la camicia nera anche nel momento del disastro furono senza dubbio il frutto migliore di un fascismo che stava cadendo, vinto sul campo di battaglia. Andarono a "cercar la bella morte" invece di seguire la convenienza del momento come fecero milioni di compatrioti e di "incorruttibili" camerati. Vi fu però anche "il peggio" di cui parlava Veneziani. In quell’Italia allo sbando trovarono il modo di mettersi in evidenza anche elementi di pessima qualità umana: briganti, tagliagole, rubagalline e semplici psicopatici. Anche sotto le insegne di Salò militarono molti personaggi animati da crudeltà e viltà che non si fecero scrupolo alcuno nell’infierire nei confronti di chi comunque aveva la loro stessa nazionalità e spesso si trattava di civili inermi. A costoro va il medesimo disprezzo riservato a chi compì i massacri del "triangolo della morte" emiliano, alla mano infame che assassinò Giovanni Gentile e a quegli inqualificabili figuri che, dopo averlo prelevato dall’istituto oftalmico di Milano, fucilarono l’eroe di guerra Carlo Borsani, cieco, uomo mite e moderato. Quei seicento giorni rappresentano la fine tragica, ma al tempo stesso il parziale riscatto, di una vicenda complessa che la storia, prima ancora degli storici, si è presa il compito di giudicare. Rimane comunque l’esempio di coloro che seppero assumersi, oltre alle proprie, le responsabilità di altri; una lezione che noi, pasciuti figli dell’occidente moderno, stentiamo a capire, anche quando abbiamo il vezzo di definirci di destra.

Fabio Pasini

 

Considero il pacifismo, specie quello nostrano, un prodotto della subcultura di una sinistra allo sbando ideologico. Il proliferare di drappi multicolore - pressoché identici a quelli dell’orgoglio gay peraltro - sui balconi delle nostre città mi pare uno straordinario saggio di conformismo e di ipocrisia collettiva. Una bandiera che serve e che non va servita: molto italiano. Tuttavia non riesco davvero a farmi piacere una guerra che, non sento, non capisco, non condivido, non accetto. L’Iraq e Saddam Hussein rappresentano un conto aperto per gli americani. Bush senior dodici anni fa chiamò il mondo a raccolta contro uno Stato (ex alleato di ferro degli Usa allorché il nemico si chiamava Khomeini ed era lecito gasare come zanzare migliaia e migliaia di iraniani) che aveva avuto l’idea, certo sciagurata, di invadere un ricchissimo Paese vicino. Anche allora (ero al liceo) trovavo bizzarro che l’Italia e l’Europa si stracciassero le vesti per il Kuwait, ma comunque si trattava di una questione di legalità internazionale. Quindi alla fine mi feci una ragione anche della decisione del Msi, allora guidato da Pino Rauti, favorevole all’intervento (mentre Fini qualche tempo prima era volato a Baghdad, si può dire vero?). Vissi con grande apprensione la vicenda dei nostri piloti caduti prigionieri degli iracheni, mentre molti compagni di scuola festeggiavano: "Cocciolone non vola più", ragliavano nei cortei. Insomma quella era una guerra accettabile. Gli interessi in ballo distavano parecchio dalla mia sensibilità, le forze in campo erano squilibrate, ma tutto sommato - pensavo - Saddam se l’è cercata. Oggi però, accidenti, è tutto diverso. L’Iraq è un Paese in ginocchio: con un esercito sbandato che ha nella sola Guardia repubblicana una formazione presentabile, ma non certo temibile (i satelliti spia israeliani hanno provato che non testano un missile dal ’91 e mi si insegna che per usarli i missili bisogna provarli), una popolazione che è stremata da un decennio di embargo e non ha la minima intenzione di battersi ancora. E le tanto cantate armi di distruzione di massa, ma chi le ha mai viste? C’è un lista non certo misera di Paesi e regimi che quelle armi le possiedono e lo si sa per certo. Ma a Saddam si chiede di provare lui il possesso di arsenali proibiti. Già, perché gli ispettori dell’Onu, che a sentire Washington stanno facendo la figura degli allocchi, non hanno trovato niente che possa giustificare l’uso della forza, ma solo un certo atteggiamento recalcitrante che da un regime di furfanti si può anche aspettare. Allora ci hanno provato i grandi accusatori di Baghdad a produrre le prove dei misfatti e della pericolosità dell’Iraq. Londra ha fornito un dossier che si è rivelato poi la scopiazzatura di una tesi di laurea (!), mentre il segretario di Stato americano, Colin Powell, si è presentato al Palazzo di Vetro con il presunto referto di una presunta telefonata tra due presunti ufficiali iracheni che, si presume, dicevano di spostare qualche cosa da una parte ad un’altra. Più alcune fotografie satellitari e disegni di camion che si pretendevano adibiti al trasporto di materiale incriminato. Mr. Powell inoltre ha deliziato la platea agitando un tubetto, che se avesse contenuto antrace, avrebbe potuto sterminare non si sa quante persone. Un’americanata, insomma, con patacca annessa. E un’autentica patacca mi sembra questo conflitto, a cui non partecipiamo direttamente, ma che in modo imbarazzato e imbarazzante, sosteniamo. Già, perché comprendo gli interessi, i disegni d’Oltreoceano e non me ne scandalizzo. Gli americani vogliono chiudere un conto rimasto aperto, vogliono un riscatto dell’11 settembre, vogliono ridisegnare il Medio Oriente partendo da Baghdad, vogliono mettere con le spalle al muro altri "Stati canaglia", vogliono porre le mani sui pozzi petroliferi dell’Iraq settentrionale. Facciano tutto questo, il giudizio nei loro confronti non cambierà: restano una forza imperiale e imperialista, oltretutto l’unica. Ma per favore, non si dica che l’Italia e l’Europa debbano farsi carico di tutto questo. Un nemico, aggressore o aggredito che sia, deve avere delle caratteristiche di pericolosità relative ben riconoscibili. Sono convinto che anche nella guerra ci debba essere morale. E in questo momento un attacco all’Iraq con la nostra collaborazione non è moralmente concepibile. E’ un affare loro nella forma e nel merito e siccome non è vero, come qualcuno aveva detto evidentemente scosso dai fatti dell’11 settembre, che "siamo tutti americani", avrei sfruttato l’occasione per il recupero di una sovranità nazionale almeno dal punto di vista simbolico. Questa forma bellica, la cosiddetta "guerra preventiva", poi non mi convince per niente. L’assunzione da parte statunitense del ruolo di sbirro planetario è inaccettabile. Con questo criterio ogni birbaccione che in giro per il globo compia sul suo territorio certe nefandezze andrebbe colpito insieme al popolo che più o meno rappresenta finché non lo si elimina e lo si sostituisce con un altro. E qui tocchiamo un altro punto nevralgico: è accettabile che Washington scelga per noi di volta in volta chi è il buono e chi il cattivo, chi è l’amico e chi il nemico? Visti i precedenti, avrei delle perplessità. Si è finanziato Bin Laden in funzione antisovietica e lo si è fatto entrare nel salotto dell’alta finanza americana; si è armato (come detto) Saddam Hussein, anche di armi chimiche tra cui l’antrace, per combattere il pericoloso regime di Teheran; si è alimentata l’islamizzazione del Caucaso per ragioni geopolitiche antirusse, così come per motivi analoghi si è agito nei Balcani. E ora il nuovo socio si chiama Turchia, la Turchia islamica di Recep Tayyip Erdogan che gli Stati Uniti vogliono far entrare quanto prima nell’Unione Europea. E’ questa una storia che si ripete senza insegnare nulla. Ingeriscono in affari che apparentemente non competono loro per ragioni di una strategia miope, visto che puntualmente l’alleato di turno li pugnala alle spalle e fa danni peggiori del nemico che si era combattuto. Ora, ci dobbiamo fidare sempre e comunque delle scelte di questi signori, o è lecito far valere le ragioni che ci sono proprie? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi derivanti da un conflitto per noi italiani ed europei? Al di là dei costi, gravi per una economia già in affanno, c’è il fondato timore per una recrudescenza del terrorismo. Noi siamo vicini e qualcuno nel mondo arabo e musulmano non aspetta altro che dover vendicare un nuovo martire, anche se ne nel caso di Saddam si tratterebbe di una vera schifezza di martire, visto che Bin Laden lo ha definito "corrotto e socialista infedele". Ci sarà un’ondata di profughi e indoviniamo un po’ dove finiranno i disperati… Fatico davvero a trovare punti in favore di questa nuova guerra del Golfo. Certamente si libererà il popolo iracheno da un dittatore folle e sanguinario, ma la pioggia di missili e bombe che è caduta e cadrà di nuovo sui civili iracheni non è propriamente una dichiarazione d’amore per quella gente. Insomma la questione irachena rappresenta l’ennesimo motivo di turbamento nella mia coscienza politica. Il mondo che sognavo all’origine dei miei sentimenti era quello incarnato oggi imperatore George W. Bush? Non mi curo se le mie opinioni si intrecciano con quelle degli strabici pacifisti che non esposero nessun vessillo per Praga, per il Tibet, per gli studenti di piazza Tienanmen. Loro erano e sono in malafede perché portano in sé un ben noto germe ideologico. La mia risposta è comunque "no".

Fabio Pasini

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • 27 GENNAIO: GIORNATA DELLA MEMORIA
  • DIFENDIAMO L’ITALIA DEI DIMENTICATI


    27 GENNAIO: GIORNATA DELLA MEMORIA

    "Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione " (C.Pavese, La casa in collina). Ho voluto iniziare con queste parole di Pavese che interpretano pienamente il disagio e la tristezza che provo ogni qualvolta si torna a parlare della Shoah, una grave tragedia, che ha colpito un popolo che personalmente ammiro e verso il quale ritengo che tutti dobbiamo provare rispetto. E’ importante capire perché si è potuta abbattere tanta barbarie su questo popolo, ma non si può continuare a speculare su questa tragedia. Ho riflettuto prima di usare questo verbo, ma più ci pensavo e mi interrogavo, più capivo che era il termine più opportuno. La legge 211/2000 ha istituito per la data del 27 gennaio, ricorrenza dell’abbattimento dei cancelli del lager di Auschwitz, la Giornata della memoria in cui in ogni scuola si torna a parlare dello sterminio degli ebrei. Quest’anno è stato indetto anche un concorso che coinvolge gli studenti dalle elementari alle superiori dal titolo" L’Europa, dagli orrori della Shoah al valore dell’unità". Non spendo parole su un titolo tanto superficiale: cosa c’entra l’unità europea con la Shoah? Mi inquieta e mi indigna la strumentalizzazione della tragedia che viene fatta. La Shoah ci costringe a ricordare il nazismo che ha sterminato in modo orrendo 6 milioni di ebrei e che costituisce una vergogna per tutta la civiltà occidentale. Rispetto per quanti sono stati massacrati, per tanto dolore chiede sì che si ricordi, si cerchi di capire e di denunciare in modo che mai più abbia a ripetersi per nessuno, ma dovrebbe impedire di cogliere questa occasione per fare propaganda politica. Eppure questo è quanto più o meno consciamente viene fatto. La persecuzione contro il popolo ebraico ha origini ben più antiche, ha proporzioni ben più vaste ed è un crimine di cui si sono macchiati non solo i nazisti. Eppure è rimasta questa sola chiave di lettura, questo solo massacro da ricordare. Gli altri ebrei, quelli massacrati dai bolscevichi, ad esempio, non meritano altrettanto rispetto e ricordo? Sono forse i figli di un dio minore o semplicemente non servono,anzi sono scomodi da ricordare e quindi meglio tacere? Giustamente gli ebrei si offendono e fanno sentire alta la loro protesta quando si levano voci che li offendono più o meno direttamente. Il negazionismo è la forma più becera e inquietante, ma altrettanto dicasi per la banalizzazione del problema e per la facilità con cui oggi si usa il termine genocidio. La peculiarità dello sterminio voluto da Hitler rispetto alla furia sanguinaria di tutte le tirannidi di ogni tempo, ma che soprattutto sono esplose nel secolo scorso, ha una specificità inerente l’oggetto stesso della persecuzione che seguiva le precedenti persecuzioni antiebraiche non assimilabili ai pur frequenti stermini di minoranze, o alle pulizie etniche. Inizialmente non si credette possibile un evento di questo genere, e si arrivò persino a ironizzare come fece C.Chaplin che nel Grande dittatore ambientò l’ inizio dell’azione in un campo di concentramento. Ci fu un fatalismo, un ottenebramento delle menti e delle coscienze in Germania e in tutto il mondo civile inconcepibile, inquietante e incomprensibile. Però c’è stato. Perché è successo? Come è potuto succedere? Quali le cause, le colpe? Abbiamo l’obbligo morale verso quei morti di capire, di ricordare devotamente, con una reverenza sacra, non urlata o, peggio, colorata politicamente. Non possiamo continuare a sporcarne la memoria con squallide speculazioni politiche .

    Pierangela Bianco


    DIFENDIAMO L’ITALIA DEI DIMENTICATI

    In Parlamento sono in discussione in questi giorni diverse proposte per concedere sconti di pena o addirittura amnistie a migliaia di detenuti, che, a causa di un eccessivo sovraffollamento delle carceri potrebbero a breve essere rimessi in libertà, senza aver terminato di scontare la propria pena. Ritengo iniziative di questo tipo estremamente pericolose, diseducative, ingiuste ma anche e soprattutto profondamente offensive nei confronti delle vittime della criminalità, dei cittadini onesti e delle forze dell’ordine, che rischiano quotidianamente la vita per assicurare alla giustizia coloro che violano la legge. In Italia il 70% dei reati resta impunito. I processi sono lunghissimi. La certezza della pena, il cui ruolo è fondamentale nella deterrenza contro il crimine, risulta ormai di fatto essersi sempre più trasformata in una certezza di impunità. I numerosissimi immigrati clandestini finiscono troppo spesso con il delinquere. Il rischio terrorismo è tutt’altro che superato e mafia e delinquenza continuano ad operare pressoché indisturbate. Di fronte ad una situazione così grave è incredibile che tanti politici di entrambi gli schieramenti invochino sconti di pena, indulto, amnistia dimenticandosi del fatto che garantire la tutela dei diritti civili ai carcerati non deve significare ledere i diritti di tutti gli altri cittadini. Se davvero il problema è il sovraffollamento delle carceri, se ne costruiscano di nuove. Se poi, come risulta, quasi il 40% dei detenuti è extracomunitario, si stipulino accordi con i paesi d’origine per far scontare lì le pene detentive. E per rieducare veramente i detenuti, come ho proposto nel mio progetto di legge, gli si dia la possibilità di rendersi utili lavorando. Un reale reinserimento nella società infatti non può prescindere dalla dimostrazione della volontà del singolo di voler risarcire, almeno in parte, la collettività per i reati commessi e di voler contribuire al proprio mantenimento. Ogni detenuto costa alla collettività più di 250 Euro al giorno, praticamente a totale carico dello Stato. Mi sembra corretto dunque che, come nella vita reale si deve lavorare per mantenersi, anche i detenuti lavorino, destinando parte del loro stipendio ad un fondo per risarcire le vittime della criminalità e parte allo Stato come contributo per il proprio mantenimento. Nessuno vuole uccidere "Caino", ma anche Abele ha il diritto di vivere e di essere tutelato. Forse in Italia qualcuno si è scordato che i diritti civili valgono anche per coloro che i reati li subiscono, li combattono o semplicemente non li commettono. Per questo ho già cominciato a raccogliere firme contro ogni ipotesi di "condono" di pena. Garantire la certezza della pena significa dare più sicurezza e quindi libertà, elementi cardine di una concreta politica sociale.

    Silvia Ferretto Clementi
    Consigliere Regionale di A.N.
    www.ferretto.it

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • I NO GLOBAL E GLI "OCCHIALI MARXISTI"
  • NO GLOBAL A FIRENZE: INUTILE SFIDA?


    I NO GLOBAL E GLI "OCCHIALI MARXISTI"

    Goethe scriveva, all’inizio dell’Urfaust: "Ohimè, ho studiato a fondo… ed eccomi qua che ne so quanto prima!… e scopro che non riuscirò mai a saper nulla". Lo stesso sentimento ci assale quando cerchiamo di approfondire il fenomeno globalizzazione. Rende più o meno ricchi i Paesi poveri? Conviene solo all’Occidente o, alla lunga, anche al Terzo Mondo? Ci porta verso il migliore dei mondi possibili o un "altro mondo è possibile"? Domande, riflessioni, dubbi. Gli stessi numeri e dati spesso sono interpretati in maniera opposta: "Il Pil nei Paesi del Terzo Mondo aumenta, dunque quelle popolazioni vivono meglio". "No - si replica -, aumentano solo le disuguaglianze tra ricchi e poveri". E ancora: "Per migliorare la situazione ci vuole più globalizzazione". "Macchè, ce ne vuole meno". La confusione impera, almeno per chi voglia cercare di capirne qualcosa senza pregiudizi di partenza. Sì, perché coloro che hanno salde (aprioristiche?) convinzioni non incorrono nel dubbio. Gli ultraliberisti, anche di fronte alle più grandi ingiustizie del mercato, si accontentano di un’alzata di spalle. I no global si inalberano, protestano, sfasciano tutto. Poi, se gli chiedi quali siano le soluzioni alternative, si rifugiano nel regno di Utopia. Se insisti, se chiedi qualche idea più concreta, si scocciano: "Noi siamo qui per protestare, mica per governare". Appunto. Che fare? Se - lo confessiamo - capire tutte le conseguenze della globalizzazione ci risulta improbo (visto anche l’aiuto di certi "esperti" politici e massmediali) la migliore cosa da fare è riflettere. Porre e porci qualche domanda. Che forse rimarrà senza risposta. Lo sforzo però va fatto. Se non si arriverà alla verità, almeno si riusciranno a smascherare le bugie più palesi. E le falsità e le strumentalizzazioni sul fenomeno globalizzazione purtroppo non mancano. Ripartiamo da Seattle, dove nacque il movimento antiglobalizzazione. Mentre i black bloc inauguravano i loro assalti ai McDonald’s, nell’assemblea del Wto si discuteva di diritti per i lavoratori del Terzo Mondo, quelli "sfruttati" dalle multinazionali occidentali. L’allora presidente statunitense Clinton proponeva uno statuto di labour standars, una sorta di legislazione per garantire i diritti dei lavoratori poveri. Niente più bambini che cuciono i palloni per pochi dollari, con turni di lavoro massacranti. Niente più aziende che si trasferiscono in India, in Cina, in Romania perché lì il lavoro "non costa nulla". Diritti sociali che diventano globali. Fantastico, secondo i canoni di qualunque occidentale che tenga ai diritti sindacali minimi. Sapete chi ha rifiutato di firmare quegli accordi? I Paesi del Terzo Mondo. Proprio così. Non gli occidentali "affamatori", ma gli "sfruttati". Perché? Questi Paesi (India e Pakistan in testa) - spiega Paolo Del Debbio - "temono un uso nei loro confronti di questi standard non tanto per ragioni umanitarie, che non potrebbero non accogliere (soprattutto in ambito internazionale), quanto per usi nascostamente protezionistici, cioè per impedir loro l’esportazione di prodotti a prezzi pur legittimamente concorrenziali". Guardando al di là della superficie apparente delle cose, si scopre l’inaspettato. I Paesi del Terzo Mondo preferiscono "restare sul mercato", piuttosto che uscirne. E rimanere poveri. Ma allora, vien da chiedersi, i no global per chi parlano? Non certo per chi credono di rappresentare. E, a proposito di rappresentanza, la cosa si fa imbarazzante se si discute di agricoltura. Josè Bovè, il contadino no global francese tra i leader del "movimento" chiede la tutela dei prodotti agricoli europei. Posizione legittima. Ma sapete qual è una delle cause più gravi della fame nei Paesi del Terzo Mondo? "I sussidi - sottolinea Gianni Riotta sul Corriere della Sera - che i Paesi ricchi concedono, in cambio di voti, alla propria agricoltura". Da che mondo è mondo questo si chiama "protezionismo". Gli Stati Uniti e l’Europa tentano di evitare la globalizzazione totale, che metterebbe parte della propria economia in difficoltà. Le conseguenze sono positive per i Paesi poveri? Tutt’altro. "Quando infatti l’Unione Europea ha approvato nuovi sussidi alla produzione di zucchero - continua Riotta -, le cooperative agricole delle donne povere in Senegal hanno chiuso i battenti, disperate". Chi rappresenta allora Bovè? Gli "egoisti" europei o i "disperati" africani? La risposta ci appare scontata. Tutte queste considerazioni vengono però offuscate dall’ideologia no global, che libri, televisioni e giornali amplificano molto spesso acriticamente. Basta infatti che Bovè vada all’assalto di un McDonald’s per sembrare un amico dell’umanità. "Se è contro gli States, sicuramente sarà un filantropo": questo il riflesso pavloviano degli antiglobalizzatori. La realtà, però, come si è visto, è diversa. Ma, in fondo, ai no global cosa interessa? Loro sono lì "per protestare, mica per governare". Se i processi di globalizzazione possono servire ad aprire un circuito virtuoso di ricchezza anche per i poveri del Terzo Mondo, tutto ciò è secondario, visto che di mezzo ci sono gli Stati Uniti. I Paesi poveri vogliono stare nel mercato e raccogliere i primi frutti per loro positivi della globalizzazione? "Ma va là, non sanno quello che fanno", pensano gli arroganti no global. "Dovunque è andata l’America ha portato sfruttamento, guerre". "Yankee go home!". Se i rappresentanti dei Paesi poveri cercano di spiegare che quasi quasi è meglio lo sfruttamento della miseria perenne, i no global si indignano: "State zitti, sottosviluppati!". Sanno loro come portare il Paradiso in terra in tutto il mondo. Come? Ma è chiaro: sventolando le bandiere del Che Guevara; leggendo i libri del "cattivo maestro" Toni Negri; organizzando la guerriglia per le strade. Bandiere già sventolate, ideologi già ascoltati, azioni di lotta già viste. Quando? Ma naturalmente negli anni "formidabili" della contestazione sessantottina. E nei tragici (soprattutto in Italia) anni Settanta. "Bugie, il nostro è un movimento nuovo!": già le sentiamo le critiche dei no global. Eppure il loro nemico è lo stesso: il capitalismo, oggi in forma globale. Lo spauracchio lo stesso: gli Stati Uniti d’America. Le icone le stesse: Che Guevara, Toni Negri. Con l’aggiunta della giovane Naomi Clein, le cui idee però ci appaiono assai datate. Gli amici, gli stessi: i Paesi del Terzo Mondo, antidemocratici e terroristi, Palestina in testa (la kefiah non passa mai di moda). Manca all’appello solo l’Unione Sovietica, ormai defunta dal 1989. Basta questo breve parallelo per capire che il filo rosso che lega i movimenti di allora a quello attuale è sempre lo stesso: il comunismo, il marxismo, il terzomondismo di sinistra, il pacifismo a senso unico (cioè antiamericano). La storia qualche volta non è maestra di vita. I no global purtroppo lo dimostrano. E per questo li "invidiamo": che bello non far tesoro dei propri errori, che bello far finta che nulla sia successo, che bello continuare a leggere libri già letti. Che bello rifare guerriglie già raccontate dai padri. Noi invece ci ostiniamo a rimetterci in gioco ogni giorno, lavoriamo senza aspettare sussidi statali, l’unica guerriglia che facciamo è quella sui giochi elettronici. Tutto ciò in fondo costa fatica, fa riflettere, è difficile da sopportare. Come sarebbe più bello avere la verità in tasca, parlare con arroganza, giocare a fare gli antagonisti anche di se stessi. Poca fatica, più certezze. Ma noi non siamo fatti per questa "bella" vita. È il nostro tormento e la nostra felicità. Facciamo tesoro della lezione di Goethe. Ma anche di quella del grande economista Werner Sombart, che scriveva: "Chi si toglie per un istante gli occhiali marxisti rimane dapprima abbagliato dalla ricchezza del mondo e scorge un variopinto gioco di forze, dove prima aveva visto un uniforme, monotono grigiore".

    Massimiliano Mingoia


    NO GLOBAL A FIRENZE: INUTILE SFIDA?
    Nuove strategie per vecchia storie nel Social Forum dominati dai neo comunisti.

    Il sipario è calato sul Social Forum che ha, letteralmente, investito una Firenze terribilmente deserta, vuota e spaventata come mai si era vista dai tempi della guerra. Prudentemente alloggiato in un area esterna del capoluogo toscano, Lastra Signa, ho raggiunto quotidianamente il centro cittadino in taxi, uno dei pochi che trovavo disposto a portarmi nell’area della manifestazione nella speranza di non rivedere le terribili scene da inutile guerra civile della Genova del 2001. Carlo Giuliani e il ricordo della sua morte violenta, dicevano alcuni, è stato "cancellato" o meglio "sublimato" dal pacifico svolgersi della manifestazione che ha visto centinaia di migliaia di persone presenti che sembravano usciti da film quali Hair nel loro singolare neo-hippysmo modaiolo che vuole mettere, anche con la violenza, fiori nei cannoni di non si sa ben chi. Come durante il periodo dell’intervento americano nel Vietnam, anche qui la gente sfilava e cantava, si fumava un enorme quantitativo di droga, si discuteva sul "sesso degli angeli" senza ovviamente arrivare a una qualsiasi soluzione dei problemi che attanagliano il mondo. Un cartello, reso noto dai Media, tra i tanti che si potevano leggere era simpatico quanto assurdo e suonava come " I giovani non fanno più l’amore" e tra gli infiniti luoghi comuni ( non di qua non di là...) che ho letto e sentito era il più intelligente: meglio quest’assurdità dei tanti figli di papà travestiti da dubbi ribelli ( e tra qualche anno irriconoscibili dietro la scrivania dell’Azienda del genitore in tutt’altro ruolo dirigenziale ...) con le loro kefiah che inneggiavano ad una Intifada e a una Palestina "Libera" e "Islamica" o di chi rispondeva alle mie domande sul perché e sul come con frasi stonate come un rap di Lorenzo "Dalai Jovannotti" Cherubini in bilico tra il Che e il Papa, tra Demonio e Santità ma sempre con un occhio alla stella rossa che fa tanto tendenza oltre che portafoglio. Questa manifestazione, che di certo ha sollevato coloro che si aspettavano un altro esempio di guerriglia urbana, ha anche dimostrato l’estrema docilità e la dipendenza di queste masse agli "ordini" palesi ed occulti di chi li manovra e cioè quello strano miscuglio ideologico tra neo-comunismo, marxismo all’acqua di rose, leninismo e maoismo retrogrado tipico di coloro che, ciechi dinanzi al fallimento palese di tali ideologie, desidera a tutti i costi un nemico da combattere per mantenerle in vita. Che sia poi una distopia è irrilevante. La "Lotta di Classe" che tanto ha straziato la nostra Italia è un vero e proprio rimpianto tra i comunisti di ieri come Bertinotti o Cossutta e i disobbedienti che pare a questi obbediscano molto volentieri. E se qualcuno si illude che basterà il loro servizio d’ordine, efficiente come non lo si poteva immaginare nella Genova del G8, si tolga quest’idea dalla testa: il Masaniello veneto Casarini ha già dichiarato pubblicamente che la tranquillità che ha imperato quasi totalmente nella città di Firenze altro non è stata che una semplice tregua e che la prossima volta sarà forse differente. A cosa è servita una manifestazione tanto triste quanto un Festival di Rifondazione? A nulla, ovviamente. I fiorentini si sono barricati in casa, i negozi erano chiusi e i partecipanti hanno dimostrato non agli altri bensì a se stessi e, al limite, ai Media che da una parte volevano il sangue per la strada e altri che obbedivano al "diktat" dei caporioni che avevano optato per un pacifismo di maniera. E la guerra? L’unico a mio avviso che avrebbe potuto avere il sacrosanto diritto a dichiararne l’orrore era Gino Strada di Emergency che a suo tempo avevo conosciuto e che purtroppo ha preferito scendere a patti con i più tristi luoghi comuni pur di mantenere la sua struttura, nobilissima e rara, all’interno di quei binari che forse oggi ne hanno fatto un altro servo di quei padroni occulti che spesso e volentieri ci sforziamo di non vedere. Sua Santità il Dalai Lama Tenzin Giatsò che ho avuto l’onore e il piacere di conoscere mi disse una frase che per lui è un fondamento politico terribile quanto realistico e quindi necessario: la Pace è un percorso luminoso che deve necessariamente avere due parti mentre diventa resistenza quando solo una di queste la desidera. Nulla di più terribilmente vero e detto da un uomo che ha vissuto sulla propria pelle l’imperialismo comunista che fece pagare a carissimo prezzo il desidero di pacifica convivenza del Tibet ma che mai i "ribelli di ieri e di oggi" si sono mai sognati di tutelare, proteggere nè tantomeno manifestare. E la guerra, come sempre la Storia purtroppo ci insegna, continua e continuerà con i suoi maledetti tragici epiloghi di morte e distruzione ma per loro, per questi falsi ribelli tutti casa e Centro Sociale ci sarà sempre una differenza: le guerre degli altri sono e saranno sempre contestabili, le loro e quelle dei loro alleati e padri no. E allora la cosa cambia e di parecchio: perché non ci sono state manifestazioni del genere per le stragi della Cambogia di Pol Pot, per lo sterminio dei Tibetani, per i genocidi dell’ URSS, per l’invasione dell’Afghanistan da parte dei comunisti di Mosca? Perché quando il precedente governo di sinistra annunciò, in accordo con un’ opposizione costruttiva come non mai e coerente con sé stessa, l’offensiva contro la Serbia che vedeva l’Italia in un ruolo logistico fondamentale, perché nessuno ha manifestato granché? Perché le bandiere della Sinistra non hanno sventolato al vento di manifestazioni "oceaniche" tra tamurelli e arghilè puzzolenti cercando una pace che non lo è mai se è solo univoca? Perché anche i No Global sono esempio contraddittorio di una "moda" politica e di una cecità rara, un misto tra business inconsapevole e illusione, voglia di trovare qualcosa a cui aggrapparsi per non morire di una depressione voluta dall’evidente fallimento delle loro stesse idee al punto di manifestare un pensiero che non gli appartiene e che non serve a nulla. Alla fine, terminate le passeggiate e riposte le bandiere con la stanca faccia del Che, spenti gli amplificatori dei concerti e fugati dal vento i fumi delle "canne" è rimasto quello che troviamo dopo una qualsiasi partita di calcio o esibizione live di qualche megastar della musica Pop: rifiuti dappertutto, pisciate contro i muri, scritte in ogni dove, qualche vetro rotto e tanta tristezza. E tanto per citare quella Fallaci che gli islamici vorrebbero lapidata sulla pubblica piazza e i suoi ex amici comunisti bruciata sul rogo dell’eresia mi vengono in mente quelle brucianti parole di quella blasfema preghiera che dicevano i soldati americani in Vietnam " Perché non serve a niente, non è mai servito a niente. Niente e così sia".

    Fabrizio Bucciarelli

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • OGNI IRACHENO E’ UN CAMERATA: STESSA TRINCEA, STESSA BARRICATA! O QUALCOSA DEL GENERE…
  • OSIMO: UNA VERGOGNA RIMOSSA O UN’ONTA DA CANCELLARE?


    OGNI IRACHENO E’ UN CAMERATA: STESSA TRINCEA, STESSA BARRICATA! O QUALCOSA DEL GENERE…

    Quanto detto sull’Islam visto da destra può essere in qualche modo collegato all’ipotesi di una nuova guerra del Golfo. No all’aggressione americana all’Iraq, no all’attacco militare spinto da interessi petroliferi e mascherato da azione preventiva. L’insofferenza verso gli Usa visti come un nemico imperialista non si trova solo nella sinistra veteropacifista, ma anche tra le file dell’estrema destra o, se si preferisce (so che lo si preferisce…), dell’area nazional-popolare. Nell’ultimo numero del mensile "Avanguardia" si parla ad esempio della "prosecuzione della politica imperialista di aggressione degli Stati Uniti che dopo aver violato l’autodeterminazione dell’Afghanistan, permesso il genocidio del popolo palestinese, si apprestano a cancellare definitivamente la realizzazione nazionale e socialista di Saddam Hussein". La posizione del periodico è piuttosto singolare ed esasperata. Più sfumate ma altrettanto critiche nei confronti dello Zio Sam sono le espressioni dei movimenti della destra radicale. Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova precisa: "Noi siamo molto preoccupati dalla minaccia dell’integralismo islamico, ma l’Iraq è in questo senso il Paese meno pericoloso, visto che è anzi l’unico a concedere libertà di culto ai cristiani". L’atteggiamento americano insomma "è totalmente ingiustificato e rientra nel concetto di azione preventiva sostenuta da Israele. Se la guerra dovesse scoppiare scenderemo immediatamente in piazza davanti all’ambasciata statunitense". Anche per Adriano Tilgher, leader del Fronte sociale nazionale, "questa è una guerra di terrorismo internazionale per il controllo dei ricchissimi pozzi petroliferi iracheni. Lo dimostra inconfutabilmente la risposta di Putin, dettosi disponibile all’intervento in cambio dell’affidamento alla Russia della gestione del 50 per cento delle risorse energetiche irachene". Dal canto suo un altro esponente di spicco dell’ambiente, Pino Rauti, presidente del Movimento sociale Fiamma Tricolore, di cui è segretario Luca Romagnoli, avverte: "Baghdad non è Kabul: in caso di intervento il controllo del territorio sarebbe ben più complicato. L’Iraq rischia di diventare un nuovo Vietnam". E il quotidiano della Fiamma "Linea", fa notare: "nessun governo italiano, sia esso di destra o di sinistra, si è mai potuto permettere di votare contro le direttive di Washington". "Questo avviene - sostiene l’editoriale - non solo perché l’Italia fa parte della Nato ma perché questo è un Paese che vive ancora col riflesso condizionato di una nazione a sovranità limitata". Dunque c’è anche a destra, o in quel luogo al di là della destra e della sinistra come qualcuno ha il vezzo di dire, una netta opposizione all’intervento militare contro l’Iraq e si riscontra un rinvigorito antiamericanismo. E sentir parlare certi gruppi di imperialismo Usa risulta piuttosto stridente rispetto al nuovo trend di Alleanza nazionale con il suo volto conservative d’importazione a ricordarci che "siamo tutti americani". Ma anche dentro An, soprattutto tra i giovani, c’è chi ha qualche puntualizzazione da fare e siccome non gli si dà grande ascolto ti organizza una conferenza con Cardini l’anniversario dell’11 settembre. Insomma le contraddizioni ci sono anche in questo ambito e noi, perfidi, soffiamo sulla fiamma, finché resterà al suo posto.

    Fabio Pasini


    OSIMO: UNA VERGOGNA RIMOSSA O UN’ONTA DA CANCELLARE?

    Il 10 novembre 1975 nella villa Leopardi Dittaiuti di Monte san Pietro vicino ad Osimo (AN) furono firmati da Mariano Rumor e Milos Minic il Trattato sui confini e un Accordo economico fra Jugoslavia e Italia. La loro approvazione definitiva avvenne il 17 dicembre 1976 alla Camera e il 24 febbraio 1977 al Senato. Il trattato, che nasceva in un quadro politico molto complesso e dominato dalla ricerca di nuovi equilibri fra i partiti maggiori, fu approvato dopo vari giorni di dibattiti alla Camera con 349 voti favorevoli, 51contrari, ma ben 230 deputati non parteciparono alla votazione; al Senato con 211 voti favorevoli, 15 contrari e 96 non votanti. La ratifica della firma e l’applicazione del trattato fu possibile quindi grazie a una cospicua fetta di parlamentari Don Abbondio. E’ vero che ..uno il coraggio non se lo può dare…, ma senza il coraggio delle proprie azioni non è nemmeno dignitoso per sé e decente verso gli altri farsi eleggere in Parlamento. La tragica vicenda delle terre dell’altra sponda del mar Adriatico giunse ad una conclusione politica. Dopo di che si assistette ad un processo di rimozione storica che dura ancora oggi. Gli italiani di Istria e della Dalmazia che sono stati negli anni 1943-45 torturati, massacrati, infoibati per una atroce "pulizia etnica", e che almeno in 350.000 hanno scelto l’esilio per non rinnegare la loro italianità e non diventare comunisti jugoslavi, con il trattato di Osimo sono stati ulteriormente offesi e non da un paese nemico, ma da quella che hanno voluto fortemente chiamare patria. Nel frattempo Trieste ha subito dei forti danni sul piano economico, ambientale e socio-demografico. Ha vinto la ragion di Stato. Però i politici d’allora sono stati anche miopi oltre che insipienti, in quanto hanno dimostrato di non saper leggere, in una prospettiva neanche tanto lunga, quanto stava avvenendo. Come era possibile non capire che i fatti d’Ungheria del ’56 e di Cecoslovacchia del ’68 non erano isolati, ma si inserivano in una situazione di grave malessere ed erano indizio di profonde crepe che si andavano formando nel blocco sovietico? Possibile che i politici non sapessero quello che appariva chiaro anche ai turisti, cioè che la Jugoslavia rimaneva unita e tranquilla solo perché si reggeva sul carisma e , diciamolo pure chiaramente, sul pugno di ferro del regime instaurato da Tito? Morto Tito la Jugoslavia si è frantumata ed è sprofondata in un bagno di sangue. Da quella vergognosa firma sono passati 27 anni e qualche voce, purtroppo inascoltata, chiede che almeno se ne ridiscuta, che l’Italia dimostri di sapere e potere agire sulla base del suo interesse nazionale. Oggi le condizioni sono profondamente mutate nello scenario europeo. Il muro di Berlino è crollato, L’U.R.S.S. si è dissolta, gli stati satelliti sono diventati stati nazionali. Nella penisola balcanica dopo la fine del ’90 abbiamo avuto la nascita delle repubbliche indipendenti di Croazia, Slovenia e Macedonia nel 1991, la Bosnia-Erzegovina e la Repubblica federale formata da Serbia, Montenegro e dalle provincie del Kosovo e della Vojodina nel 1992. La guerra è divampata furiosamente in Bosnia-Erzegovina dal ’92 al ’95, la guerra del Kosovo tra il ’98 e il ’99 è stata drammatica e sanguinosissima, Milosevic è stato arrestato ed è in corso il processo. Tutto questo ripropone il problema dei rapporti fra l’Italia e le repubbliche della ex Jugoslavia, specie con la Croazia e la Slovenia. Perché allora non rinegoziare anche il trattato di Osimo? E’ ovvio che si tratta di cercare nuove strade, ma è possibile non sentire la voce dei superstiti, delle loro associazioni e non dare risposte più decorose e rispettose a chi ha tanto sofferto con dignità e coraggio per la volontà e l’orgoglio di essere italiani?

    Pierangela Bianco

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

Ultime Notizie