Prima pagina

Cosa manca all’Italia oggi? Cosa manca per ritornare con dignità tra le altre nazioni? Facile rispondere : i soldi. Facile dire : risanare il deficit, far risalire il Pil, aumentare l’occupazione, far scendere il mitico spread! Tutto vero, ma questi obiettivi non si conseguono certamente se non partiamo da una riflessione sul nostro essere italiani. E’ inutile che continuiamo ad autoincensarci ricordando la nostra storia: quella fu e non ritorna più. Smettiamola di considerarci i migliori, i più bravi, quelli che si tolgono dalle difficoltà grazie all’ingegno, all’italica fantasia. Rischiamo di cadere nella stessa falsa retorica di chi credeva che bastassero ideali e valori per contrastare le armate statunitensi. Non bastarono "otto milioni di baionette" contro la potenza bellica degli Alleati e se lotta ci doveva essere tra "Il sangue e i cannoni", beh la storia ci insegna che i cannoni la spuntano sempre. Non sarà bello, non sarà "romantico" ma è realistico. D’altra parte la storia d’Italia è sempre stata la storia della ricerca di un uomo forte ( che fosse Crispi o Giolitti o Mussolini o De Gasperi o Fanfani o Craxi o … Berlusconi, poco importa), un uomo che potesse "sistemare" le cose, cui dare fiducia. Un ’ incarnazione dell’italico stellone, insomma. Oggi tocca a Monti che, pur perdendo sempre più consensi (non elettorali perché non eletto … ma nei sondaggi) tenta pure lui di cambiare l’italiano. Non pare che l’operazione gli venga bene, però. C’è già chi aveva detto che "pagare le tasse è bello" : poco ci mancò che lo linciassero moralmente! Qualcun altro ha detto che i giovani italiani sono "bamboccioni" : apriti cielo, guai a toccare i figli di mamma. E se il ministro Fornero si azzarda a dire che è meglio prendersi una laurea che comperarsi un bilocale, sembra che abbia attentato all’economia nazionale. Insomma dobbiamo metterci in testa che possiamo, che dobbiamo cambiare. E cambiamo senza bisogno di avere ulteriori maestri. Ce la possiamo fare anche da soli: siamo abbastanza cresciuti! E’ che l’italiano non vuole cambiare. E’ convinto che "poi tutto s’aggiusta"; è convinto che sia sempre il migliore. In tutti i campi. Specialmente in quello sessuale. Poi, l’altro giorno, è arrivata una ricerca che ha messo al primo posto le donne italiane come amanti e i maschi italioti … beh … non proprio in vetta. Il gallismo italiano ha subito un duro colpo, ma facciamo finta di niente. Ecco: noi italiani facciamo finta di niente. Lo abbiamo fatto per secoli. Ce l’hanno ricordato Guicciardini e Machiavelli, ma noi niente. Ce lo ha ricordato la storia nei diversi momenti, ma noi niente. Ci manca una merce semplice, ma preziosa e che non si compra al mercato : l’onestà intellettuale, il senso del dovere e non solo del diritto. Ci vuole una rivoluzione culturale, ma deve nascere da noi, sin dalle piccole cose. Nascere in casa, nel rispetto del proprio coniuge, dei figli; nel lavoro, nei confronti degli altri; nella scuola, nel rispetto dei ruoli. Avere il coraggio di ammettere che abbiamo sbagliato, che sbagliamo, che si deve cambiare. Viviamo in tempi difficili, ma non guardiamo avanti. Ci chiudiamo nel nostro piccolo mondo, credendo di salvarci. E la fine è lì, a pochi passi. La fine, economica e morale, è lì anche per noi. Noi chiudiamo gli occhi e pensiamo che sia come il cancro : può toccare gli altri e non noi!


V.A.

Le celebrazioni dei 150 anni dalla proclamazione dello Stato italiano corrono il rischio di coincidere con una nuova stagione camaleontica non propriamente esaltante, caratterizzata dall’ennesimo salto della quaglia, del quale tutto si potrà dire ma non che corrisponda alla volontà del cosiddetto popolo sovrano. Del resto, non è una novità, soprattutto in Italia, che maggioranze apparentemente consolidate vengano abbattute al pari di un castello di carte, cercando di dimostrare come il nuovo "ribaltone" si compia nell’interesse superiore del Paese, quando tutti sanno bene quali siano le sue ragioni effettive, legate a fattori contingenti ed alle tradizionali operazioni da consorteria. In realtà, la politica italiana è sempre stata il regno del pressappochismo e dell’improvvisazione, che fa tornare in mente la commedia dell’arte od il giuoco di prestigio, con tutto il rispetto per i personaggi che ne erano abili e spregiudicati protagonisti. Dal Risorgimento in poi, la prassi del "teatrino" ha dato ottime prove, il cui elenco è davvero significativo: si pensi alle esperienze che furono dette del connubio tra moderati e progressisti, o del trasformismo elevato a sistema di governo. Dopo l’avvento della Repubblica, la fantasia politica è venuta alla ribalta con ulteriori accelerazioni semantiche e sostanziali: chi non ricorda l’esperienza delle convergenze parallele o della "non sfiducia" uscite dalla fertile inventiva delle segreterie di partito alla caccia di formule che potevano significare tutto e niente? In quegli anni, la politica parve assumere connotazioni alchimistiche, non meno opinabili di quelle attuali, che indulgono soprattutto allo spettacolo. Considerazioni non dissimili valgono per il compromesso storico, che peraltro chiamava in causa l’opportunità di fare fronte comune contro l’emergenza del terrorismo, ma che più tardi, venute meno le esigenze di straordinarietà, si sarebbe tradotto in esperimenti definiti senza mezzi termini di "inciucio" (quasi a sottolineare la prevalenza dell’interesse particolare se non addirittura individuale su quello della comunità). In questo percorso non è difficile scorgere i sintomi di un progressivo scollamento, inteso come distacco della "casta" dai problemi ed anche dal cuore della gente. La politica interna non ride, ma quella estera piange. Senza scomodare le esperienze talvolta disastrose dell’Italietta, fatte di umiliazioni e di improvvisazioni simboleggiate - per dirne una - dai pesanti pastrani in dotazione al primo Corpo di spedizione in Eritrea, la logica del camaleonte ebbe momenti di particolare notorietà nei "giri di valzer" che tanto irritavano Vienna e Berlino; nella segretezza con cui venne firmato il Patto di Londra; e più tardi, negli eventi che portarono all’armistizio di Cassibile ed al suo annuncio tardivo. A quel punto, il camaleonte si era vestito da pecora se non anche da coniglio, come si sarebbe visto in occasione del diktat ed a più forte ragione di Osimo, quando l’Italia fu capace di rinunciare alla sovranità su una porzione del proprio territorio, senza alcuna contropartita: non era mai accaduto. La mancanza di tradizione unitaria spiega il fenomeno in misura parziale e riduttiva; del resto, esistono Stati importanti e "giovani" come l’Italia, ma non per questo alieni dal perseguire scelte e comportamenti coerenti. C’è dell’altro: l’incapacità di una gestione etica della cosa pubblica si coniuga con un pervicace individualismo, suffragando la permanente vittoria del Guicciardini ai danni di Machiavelli e della sua filosofia fondata in primo luogo sulla priorità dello Stato e della sua fondamentale "salvezza". Non si deve trascurare, nel contempo, l’influenza della Chiesa e della naturale propensione cattolica alla tutela dei valori personali, commendevole quanto si vuole, ma esposta alla ricorrente tentazione di confonderli con interessi più contingenti. Nessuno intende assumere la difesa della "parte sbagliata" in modo aprioristico, ma un esame oggettivo della storia italiana durante questi 150 anni - che sarebbe stato congruo celebrare in modo veramente patriottico e scevro da strumentalizzazioni - consente di evidenziare come il Ventennio, pur nei limiti e nei paralogismi sottolineati dalla migliore storiografia, abbia costituito una cesura nei confronti della prassi compromissoria diventata sistema: non già perché il Duce del fascismo avesse manifestato, sulle prime, analoghe suggestioni camaleontiche abbandonando la vecchia milizia socialista, ma perché la tipologia stessa di Stato forte che aveva avviato a realizzazione con il contributo determinante di Gentile implicava il ripudio dell’incertezza e dell’attendismo. In fondo, l’errore decisivo di Benito Mussolini fu quello di rinunziare ad un’opzione sicura e difendibile come la "non belligeranza". Oggi, nuove ombre "futuristiche" sono in arrivo sullo scenario politico dell’Italia: a parole, nell’intento di consentire al Paese un salto di qualità sul terreno etico e di corrispondere, in questo senso, ad un’esigenza certamente diffusa; in pratica, col risultato di mortificare la volontà degli elettori e di giubilare una maggioranza di grande ampiezza, mai vista nella storia della Repubblica. Ne conseguono ulteriori incertezze, costi crescenti ed un clima di stupefatta precarietà che non giova agli investimenti ed alla difesa dell’occupazione. La tradizionale fiducia nello stellone diventa ancora una volta l’unico santo a cui votarsi, ma facendo tutte le attenzioni del caso, perché quando il camaleonte muta pelle, cambia pure il colore. L’Italia, invece, ha bisogno di stabilità, sicurezza e coerenza.


Carlo Montani

 

Onore ad un Eroe: Carmelo Borg Pisani

Sono passati 75 anni da quando l’italiano, per decreto dell’Amministrazione britannica, fu sostituito dall’ inglese quale lingua ufficiale di Malta. Nel frattempo l’Arcipelago, già dal 1964, è diventato indipendente, ma non serve aggiungere che per tradizione e collocazione geografica ha sempre gravitato verso l’Italia: basti pensare al glorioso ruolo dei Cavalieri, estromessi in epoca napoleonica con decisione confermata dal Congresso di Vienna a vantaggio dell’Inghilterra, dopo una presenza dell’Ordine protrattasi per secoli. L’ultimo atto importante risale al 2003, quando Malta è entrata a far parte dell’Unione Europea, come partner minore della Casa comune sul piano della consistenza demografica, ma con ovvia parità di diritti e doveri. Se non altro per questo, sarebbe l’ora di riconoscere senza "se" e senza "ma" lo straordinario eroismo di Carmelo Borg Pisani, che il 28 novembre 1942 venne impiccato nel carcere di Corradino, a La Valletta, per alto tradimento e diserzione, dopo un processo farsesco. E sarebbe l’ora di conferire onori adeguati alle sue spoglie, sepolte nel luogo stesso dell’esecuzione per evitare che un qualsiasi monumento funerario diventasse luogo di omaggio alla memoria e soprattutto, di iniziative irredentiste: in tale ottica, si deve aderire senza riserve alle proposte già formulate per un riconoscimento che del resto ha già avuto diverse significative anticipazioni, ad esempio nella toponomastica torinese ed in una ridotta ma qualificata bibliografia. In effetti, è assurdo che la tomba dell’Eroe sia tuttora senza nome, al pari di quelle di un qualsiasi assassino finito sulla forca, e che soltanto il 2 novembre, ricorrendo la commemorazione dei Defunti, venga contrassegnata da una targhetta lignea mobile e sia consentito di deporvi un fiore. Ancora più grave, ma sarebbe meglio dire immorale, è che l’Italia non si sia fatta promotrice di alcuna iniziativa ufficiale, fatta eccezione per un tentativo di Francesco Cossiga rimasto senza seguito. Carmelo Borg Pisani, pittore e scultore di buon talento, e peraltro consapevole dei limiti etici dell’ estetica, fu soprattutto irredentista e giovane patriota (era nato nel 1915), ma non fu traditore né disertore anche dal punto di vista strettamente giuridico. Già dal 1929 si era iscritto alle Organizzazioni Giovanili Italiane all’Estero e non faceva mistero delle proprie idee, affermando che Malta era inglese soltanto per "usurpazione". Nel giugno 1940 lo scoppio della guerra lo aveva trovato a Roma, dove si era trasferito assieme a diversi maltesi per un corso di addestramento (altri 700 sarebbero stati internati in Uganda), e dove si era fatto premura di chiedere ed ottenere la cittadinanza italiana, rinunciando a quella britannica. Coerentemente, aveva restituito il passaporto tramite l’Ambasciata statunitense, che al momento rappresentava gli interessi inglesi in Italia. Nonostante la forte miopia che non lo rendeva idoneo al fronte, aveva combattuto da volontario sul fronte greco, partecipando all’occupazione di Cefalonia e Zante, e nel maggio 1942 era rientrato a Malta in condizioni di clandestinità allo scopo di preparare l’invasione dell’Asse, che peraltro sarebbe rimasta nel libro dei sogni. Denunciato da un amico al quale si era rivolto per riprendere i contatti del caso, venne giudicato da una Corte militare e condannato a morte per impiccagione senza che gli fosse riconosciuta la condizione di cittadino estero: anzi, il fatto di avere combattuto in Grecia contro un Alleato del Regno Unito venne ritenuto un’aggravante. Nella cella in cui trascorse le ultime ore prima dell’esecuzione venne trovato, scritto col carbone sul cornicione della porta, un aforisma che può essere considerato, pur nell’estrema sintesi, un vero e proprio testamento spirituale, e che è bene affidare ad una consapevole memoria storica: "I servi ed i vili non sono graditi a Dio". Nel Nome di Carmelo, la Repubblica Sociale Italiana diede vita al Battaglione Borg Pisani, in cui confluirono i volontari nati in altri Paesi. Questa unità ebbe una forza combattente nell’ordine dei duemila uomini, ivi compresi parecchi maltesi: a guerra finita, costoro vennero "restituiti" agli inglesi e trasferiti a La Valletta, dove vennero processati ma significativamente prosciolti, stavolta da parte di una giuria popolare, non senza manifestazioni di diffuso entusiasmo. Oggi l’irredentismo maltese appartiene alla storia perché le Isole dell’Arcipelago hanno ottenuto l’indipendenza: obiettivo per cui si era già battuto il partito moderato, tuttora maggioritario. Ciò non significa che l’eroismo di Carmelo Borg Pisani non possa e non debba essere riconosciuto, al pari di quelli di un Battisti e di un Sauro che sfidarono consapevolmente le forche austriache nel nome dell’Italia; senza dire che nel suo caso la cruda condanna capitale non ebbe alcuna parvenza di motivazione giuridico - formale, perché il presunto "disertore", come detto, era diventato cittadino italiano. Bisogna ricordare che Carmelo Borg Pisani venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferitagli "motu proprio" da Vittorio Emanuele III. E’ un motivo in più per cancellare il velo d’oblio che si è steso colpevolmente sulla memoria di questo Eroe, al pari di quanto è accaduto, ad esempio, per i Caduti delle Foibe o per quelli della Repubblica Sociale, comprese le Ausiliarie, tra le quali si può citare emblematicamente una fanciulla quindicenne: Lucia Sommariva, che riposa assieme ad oltre 900 Camerati nel Campo Dieci del Cimitero milanese di Musocco. Si parla tanto di pacificazione: un obiettivo razionalmente ed umanamente condividibile da parte di tutti, a patto che coincida con l’annullamento di tante discriminazioni antistoriche. E’ mai possibile che tanti infoibatori al servizio di Tito abbiano fruito di una pensione dell’INPS, mentre i diritti di quanti si batterono per l’onore nazionale sotto le bandiere della RSI continuano ad essere ignorati, nell’attesa che la legge inesorabile del tempo compia il suo corso? Comunque sia, i "vigliacchi d’Italia" non si illudano: come nel caso di Carmelo Borg Pisani e di troppi Eroi ufficialmente e colpevolmente dimenticati, "le idee non si strozzano, ed anzi dal patibolo risorgono, terribilmente feconde".

Carlo Montani

Il futuro del PdL - Numero 49

 

La fusione tra FI e AN procede. Secondo alcuni a rilento secondo altri…non procede del tutto. E d’altra parte se matrimonio doveva essere, è stato chiaro fin dall’inizio che matrimonio d’amore non era, ma solo d’interesse. Certo, valori, ideali, punti fermi, strategie, molto in comune…ma l’ "odore" era diverso. Normale nei primi tempi questo distinguersi in "loro" e "noi"…da qualunque parte venisse segnalata la differenza…ma se i "distinguo" si perpetuano nel tempo…Anche nei migliori matrimoni la sposina per i primi tempi chiede quotidianamente consiglio a mammà, va a pranzo a casa dei suoi quando il marito è al lavoro, si fa consigliare dalle sorelle…ma prima o poi il cordone ombelicale deve essere tagliato! I "primi passi" del PdL hanno messo in luce, invece, come questo nuovo partito sia un’unione, non un’unità; come le differenze permangano; come i due tronconi, un troncone e un tronchetto…, siano stati unificati con un collante, che si spera di buona tenuta.. Così nel neonato PdL i commissari locali, quelli cittadini, sono due : uno quello dell’ex FI e uno quello dell’ex AN, lasciando dove possibile immutate le cariche rispetto al tempo dell’ultima tornata elettorale! E se da parte di AN ciò significa un bel successo, momentaneo, per non essere confinati nel famoso 30% della spartizione…, d’altra parte significa spostare avanti il problema, a dopo le elezioni congressuali, che prima o poi il PdL farà. Ora è tutto un fiorire di Associazioni. Nel milanese e in Brianza è nata l’associazione Fare Occidente (che ricorda il Fare futuro di Fini, ma già nel titolo è presente il richiamo a quei valori della Tradizione tanto cara agli ex aennini) e vicina a Romano La Russa. Nella provincia di Varese Ricordare il futuro, fondata dall’assessore regionale Luca Ferrazzi. Fare Occidente nasce per "essere attivi, consapevoli, propositivi, occidentali, italiani, di destra". E lo stesso logo è disegnato a caratteri "romani", sovrastato dal cordone tricolore, già simbolo di AN, affinchè non nascano dubbi...Ricordare il futuro come logo ha un’araba fenice che risorge dalle ceneri dopo la propria morte... e afferma che "crede nella partecipazione popolare e intende operare per l’affermazione dei diritti e della pari dignità dei cittadini, nel rispetto dell’identità nazionale, delle tradizioni dalle quali proveniamo, nelle quali ci riconosciamo e delle quali saremo sempre orgogliosi". La dirigenza dell’ex AN insomma si sta organizzando, per ora ovviamente in vista delle prossime elezioni regionali, ma per poi continuare. E’ questo è un dato importante ed interessante, ma la dice lunga sul bisogno di compattare i propri fedelissimi, i propri militanti dell’ex AN. Perché il timore dello sfaldamento, dell’abbandono - per altro già incominciato a livello di base - è forte. Non si tratta tanto di essere schiacciati dai numeri che gli ex di FI hanno all’interno del PdL quanto, appunto, dal concreto timore che molti di coloro che votavano, o erano iscritti ad AN, non accettino la nuova casa. I segnali sono già presenti e sono tanti. La Destra sta franando verso la Lega, che raccoglie gli scontenti della Destra e vede nei seguaci di Alberto da Giussano quello che una volta era presente nel MSI o AN : la militanza di base, i banchetti al mercato (dove vengono distribuiti i crocefissi in polemica con la sentenza di Strasburgo), la determinazione nei confronti dei nomadi e degli immigrati, e tanto ancora. Questa fusione, "a freddo" venne definita subito da molti, si basa su una considerazione di fondo : FI porta i numeri e il potere mediatico, AN la militanza e la struttura. A tutta prima sembra nascere una nuova potentissima macchina da guerra. Ed invece ci sono ancora dubbi, remore, riserve. Gli ex aennini mal sopportano la politica "imprenditoriale" dei nuovi compagni di strada, fedeli come sono ai loro valori, ai loro ideali (che, forse, a furia di ripetere iniziano a dimenticare… e talvolta diventano alibi dietro cui nascondere la modesta capacità di intervenire nel quotidiano); gli ex forzaitalioti guardano i nuovi amici un po’ come i parenti poveri, cui elargire qualche incarico, qualche CdA, qualche contentino, tanto per tenerli buoni. Per fortuna c’è Gianfranco Fini: sul parlare male di lui sono tutti d’accordo! E’ diventato il nuovo collante. Fini è la scheggia della Destra che va contro il cavaliere…Il grosso dell’ex AN è un’altra cosa: ormai si riconosce nel nuovo capo.

Barbarossa

 

La consultazione europea del 2009 si è chiusa col trionfo delle astensioni, che hanno raggiunto il 57 per cento degli aventi diritto: non era mai accaduto che il non-voto raggiungesse tale incidenza, quasi a sottolineare il disinteresse della maggioranza per istituzioni ritenute evidentemente lontane dai problemi reali dei cittadini, che non sono quelli della lunghezza dei cetrioli o della composizione merceologica del cioccolato. Va aggiunto che il passo dal disinteresse alla sfiducia, in questo caso nell’Europa e nei suoi valori democratici o presunti tali, è piuttosto breve, con tutto ciò che ne consegue. In Italia, la percentuale dei votanti è stata superiore alla media, essendo pervenuta ad un 67 per cento che resta inferiore di oltre sei punti alla quota della precedente consultazione, ma sarebbe stata certamente più bassa se circa 30 milioni di elettori non fossero stati chiamati al voto amministrativo, che non è immune da maggiori correlazioni clientelari e che nella fattispecie ha svolto un ruolo trainante. Lo scetticismo appare, in ogni caso, un comportamento in forte crescita, tanto più che è stato suffragato, in molti Paesi dell’Unione, dal successo di formazioni che non hanno fatto mistero delle loro pregiudiziali anti-comunitarie, ed in alcuni casi, della loro xenofobia. Può darsi che il fenomeno, non certo utile ad un beninteso spirito di cooperazione, sia stato indotto da una pur motivata protesta, e che alla fine risulti possibile esorcizzarlo, ma perché ciò accada, è indubitabile che a Bruxelles ed a Strasburgo si debba cambiare registro ed ascoltare in modo meno effimero le istanze di base, tanto più importanti nell’attuale, difficile momento economico. Detto questo, è altrettanto incontestabile che le forze conservatrici abbiano acquisito un’accentuata preminenza, diventando maggioritarie in molti Paesi chiave, talvolta con ribaltamenti quasi clamorosi degli equilibri pregressi, come è accaduto in Spagna. La sorpresa per un risultato che molti non avevano previsto, nella presunzione che la crisi avrebbe dovuto giovare alle forze di sinistra, non può essere comunque condivisa, perché tali forze non hanno saputo interpretare bisogni ed esigenze di un popolo che si è rifugiato nell’astensione o nel voto di protesta, quando non abbia compreso che un conservatorismo improntato a crescenti condivisioni dei valori sociali può essere una soluzione graduale sperimentabile. L’Europa, in buona sostanza, ha dato indicazioni che sarebbe impolitico sottovalutare e che dovrebbero proporre, se non altro, una riconsiderazione critica del suo ruolo, certamente importante sul piano economico, ma obiettivamente decisivo su quello politico, o per meglio dire, etico. L’appartenenza alla Casa comune non può ridursi ad una frase fatta, ma deve tradursi in una maturazione consapevole e convinta della sua necessità strategica, tanto più evidente nel mondo globale; senza per questo rinunciare ai valori nazionali espressi dalle rispettive bandiere, ma curandone la fusione in un contesto unitario dove la percezione di interessi comuni sia necessariamente preceduta da quella di principi morali che appartengono a tutti, ed a più forte ragione, ai cittadini europei. Dovrebbe essere un buon motivo in più per prevenire il rischio di ulteriori involuzioni, come quella verso il relativismo ed il progressivo allontanamento dalla matrice cristiana: motivo probabilmente non ultimo della risposta scettica che ha contraddistinto la consultazione di giugno. Come diceva l’antico saggio, sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico: saranno in grado, i nuovi eurocrati, di comprenderlo bene, e soprattutto, di trarne le dovute conseguenze?

Carlo Montani

Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale sull’evoluzione della congiuntura durante l’anno in corso non sono tali da sollevare facili entusiasmi, del resto fuori luogo, anche se non è mancata qualche timida schiarita. Alla fine del 2009, il prodotto lordo mondiale dovrebbe regredire di circa due punti, con decrementi massimi in Giappone, dove si attende un calo del 6,2 per cento; in Europa, dove si mette in conto una flessione del 4,2 per cento; e negli Stati Uniti, che dovrebbero contenere la contrazione nel 2,8 per cento. Non serve aggiungere che l’economia mondiale è in grado di ridurre la perdita grazie all’apporto decisivo della Cina e dell’India, per cui sono stati calcolati incrementi rispettivi del 6,5 e del 4,1 per cento, inferiori a quelli pregressi, ma largamente superiori a quelli che l’Occidente era riuscito ad ascrivere negli anni migliori. L’Italia, che aveva già chiuso il 2008 a crescita zero, e che proviene da una lunga fase di precarietà, tanto da farne l’anello debole della catena europea, non è destinata a consuntivi migliori, se è vero che il Fondo ha previsto, nel suo caso, una riduzione del PIL pari al 4,4 per cento, superiore a quella degli altri maggiori Paesi comunitari, fatta eccezione per la Germania, che dovrebbe indietreggiare del 5,6 per cento. Non basta: nel 2010, sempre secondo le valutazioni di fonte FMI, vi sarà un’inversione di tendenza, ed il prodotto lordo mondiale riprenderà ad aumentare, con una crescita di quasi due punti, dovuta al contributo prioritario, ancora una volta, della Cina e dell’India; al pareggio statunitense; e ad un’Europa convalescente, ma non senza perduranti sofferenze, soprattutto in Italia ed in Germania, dove si registreranno ulteriori regressi, nelle misure rispettive dello 0,4 e dell’uno per cento. Se queste previsioni verranno confermate, non c’è da stare molto allegri, perché si tratta di flessioni che vanno ad aggiungersi alle precedenti, con effetti a cascata nell’ambito dell’occupazione e dei consumi. A questo punto, nessuno sa bene quali possano essere i rimedi, se non quello, ormai tradizionale, di gettare il cuore oltre l’ostacolo, rimboccandosi le maniche e cercando di cogliere nelle difficoltà della congiuntura le occasioni per investire a condizioni competitive, secondo una ricetta molto gettonata, che sarebbe quasi ovvia se non dovesse fare i conti con la permanente difficoltà creditizia e con la sostanziale impossibilità di finanziarsi in proprio, dovuta al calo del giro d’affari ed a quello degli utili, spesso proporzionalmente maggiore. E’ una buona ragione che suffraga le misure a favore del mondo finanziario, ma che non trova riscontro nella reale disponibilità delle banche a venire incontro alle esigenze di produzione e distribuzione. In siffatte condizioni, non è fuori luogo presumere che, dopo avere gettato il cuore oltre l’ostacolo, non si riesca a superare lo steccato, con grande gaudio dei numerosi avvoltoi pronti a gettarsi sulla preda. Fuor di metafora, non si scopre nulla dicendo che il ristagno ha già seminato lungo strada diversi cadaveri, specialmente nell’ambito delle piccole e medie aziende: è una selezione naturale che a lungo termine potrebbe essere salutare per i superstiti, ma che nel frattempo aggrava le conseguenze della crisi. Ed allora, non è possibile dare tutti i torti a chi pensa ad ipotesi di trasferimento nei Paesi in via di sviluppo e di rinvio degli investimenti, se non anche a quella di ridurre il personale e di navigare a vista, specialmente quando si debba constatare che a fruire delle provvidenze anticicliche sono, ancora e sempre, i soliti noti.


c.m.

L’ampliamento della cosiddetta Casa comune europea e l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea, che sta compiendo il quinquennio, non hanno ancora risolto taluni problemi di buon vicinato. Un’ulteriore dimostrazione delle permanenti difficoltà si è avuta lo scorso 28 febbraio, quando un pacifico pellegrinaggio di 63 esuli giuliani e dalmati alla foiba dei colombi, che dista una decina di chilometri dal confine, è stato violentemente impedito da un gruppo di comunisti inneggianti al vecchio regime, che presidiavano la strada di accesso. Bisogna premettere che la manifestazione italiana, organizzata con diligente prudenza dall’Unione degli Istriani, fruiva delle necessarie autorizzazioni di parte slovena, e che i partecipanti non portavano con sé alcuna bandiera, ma soltanto un Crocifisso e qualche fiore da depositare davanti alla foiba, in ricordo delle Vittime. Al contrario, la dimostrazione contraria non era stata autorizzata, anche se, diversamente da quanto è stato pubblicato in Italia dalla stampa d’informazione, non faceva capo ad un semplice gruppo di "esagitati", vista la presenza degli esponenti di talune organizzazioni estremiste, come la signora Bruna Olenik, Vice Presidente della TIGR, che già dagli anni Trenta propugnava la "liberazione" di Trieste, Istria, Gorizia e Fiume. Gli esuli giuliani e dalmati che avevano accolto l’invito della propria Unione erano in larga maggioranza persone di età avanzata, mentre fra i loro oppositori spiccava la presenza di bambini e giovinetti muniti di berretto con tanto di falce e martello, ma anche di bastoni e di bandiere, fra cui un tricolore italiano "lordato", secondo la pertinente espressione del Presidente Massimiliano Lacota, dalla stella rossa in campo bianco. La polizia slovena, che era presente, non è intervenuta per consentire che il pellegrinaggio potesse compiersi, ed agli esuli non è rimasto altro da fare se non depositare i fiori nelle vicinanze e prendere la via del ritorno, affidando all’Unione degli Istriani il compito di esprimere una dura e giustificata protesta, anche ai massimi livelli. Non è fuori luogo dire che fra i contro manifestanti si è notata la presenza di qualche significativo personaggio del mondo sloveno di Trieste, o meglio, di cittadini italiani appartenenti all’omonima minoranza. Del resto, quando il Consiglio comunale della città di San Giusto ha espresso, all’indomani, un voto unanime di solidarietà agli esuli, la sola eccezione è stata quella dell’Unione Slovena, il cui segretario Mocnik ha affermato, in dichiarazioni riportate dalla stampa, il carattere "antifascista" della manifestazione, contestando persino il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che a suo dire conferirebbe, in occasione del 10 febbraio (Giorno del Ricordo), onorificenze e premi a figli e congiunti dei "criminali di guerra". Sembra di essere tornati ai giorni plumbei del 1948, quando i candidati comunisti alle elezioni del 18 aprile non esitavano ad accomunare il famoso bandito Salvatore Giuliano ai "banditi" giuliani e dalmati, rei di avere abbandonato il paradiso di Tito. Per completamento della cronaca si può aggiungere che i dimostranti sloveni inalberavano, oltre alle bandiere ed ai bastoni, alcune gigantografie d’epoca con foto di non meglio specificati campi di sterminio e di altrettanto generiche fucilazioni, come se gli esuli fossero responsabili di tali efferatezze. Non c’è che dire: se quello della cooperazione è un concetto che appartiene, prima di tutto, alla sfera etico - politica, non c’è dubbio che alla foiba dei colombi si sia perduta un’ulteriore buona occasione per affermarne la necessità e l’urgenza, anzi tutto sul piano morale, ma anche su quello giuridico. Diversamente, è ancora più difficile parlare di conciliazione, che presume, oltre al riconoscimento dei torti, l’esistenza di un reale spirito cooperativo. Viene spontaneo soggiungere che, a prescindere dai pur evidenti diritti degli esuli giuliani e dalmati, e dalle proteste formali in sede europea, è proprio in queste occasioni che l’Italia dovrebbe dimostrare di avere un adeguato senso dello Stato e della dignità nazionale. In effetti, come ha detto Lacota, se gli sloveni hanno piena opportunità di celebrare anche in territorio italiano i propri Caduti, come accade annualmente durante le commemorazioni presso il cippo che ricorda i quattro fucilati di Basovizza, altrettanto dovrebbe essere garantito, in un’ottica di pari dignità, a chi chiede di deporre un fiore per onorare la memoria di qualche decina di migliaia di infoibati.


Affermare che cooperazione significa anche organizzazione è un semplice corollario. Tutti, compresi i vecchi e giovani comunisti sloveni, hanno il diritto di esprimere le proprie idee, anche quando siano ritenute aberranti dalla stragrande maggioranza dei loro concittadini europei, a patto che lo facciano senza negare le libertà altrui. In questo senso, è fondamentale l’opera di prevenzione, ed appunto, di organizzazione e cooperazione, che compete alle forze dell’ordine, e che guarda caso è mancata totalmente nell’episodio della foiba dei colombi, inducendo la presunzione di possibili connivenze. Non è fuori luogo concludere ricordando che una vecchia signora abitante nelle vicinanze di quella foiba ha voluto dare prova spontanea di esemplare coraggio, quando ha avvicinato il Presidente dell’Unione per ringraziare dell’iniziativa assunta dagli esuli e per testimoniare che nell’immediato dopoguerra accaddero "cose terribili", anche in quella zona. Ecco un esempio di autentica cooperazione, da additare ad esempio, e da affidare ad una memoria realmente consapevole.

Carlo Montani

 

L’accordo stipulato fra Italia e Libia alla fine dello scorso agosto, proprio in concomitanza col trentanovesimo anniversario del colpo di stato di Gheddafi, cui fece seguito l’espulsione in massa degli italiani e persino delle loro tombe, può essere definito un patto leonino, e non certo un trattato: infatti, tra i due contraenti non esiste, se non nella mera forma, un rapporto realmente paritetico, come si converrebbe a due Stati sovrani, tanto che il Presidente del Consiglio Berlusconi ha dovuto accettare la pretesa del suo interlocutore di recarsi a Bengasi per apporre la firma al protocollo d’intesa nel palazzo che fu sede del quartier generale italiano in Cirenaica.

Gli italiani consapevoli hanno espresso a larga maggioranza il proprio disaccordo, come è emerso da un sondaggio pubblicato in Internet da cui risulta che tre quarti dei cittadini sono contrari, per un motivo o per l’altro, a questa ennesima "caduta" della politica estera italiana. C’è di più: persino il quotidiano di Confindustria ha preso le distanze dalla nuova intesa italo-libica, nonostante le speranze che taluni imprenditori italiani, in specie del settore edile, non hanno nascosto circa il parziale "ritorno" dei cinque miliardi di dollari erogati a Gheddafi, la cui quota maggiore, come è noto, dovrebbe essere destinata alla costruzione della faraonica autostrada costiera, di quasi duemila chilometri.

Diciamo la verità: "Il Sole-24 Ore" ha avuto ragioni da vendere, quando ha sottolineato che le motivazioni essenziali dell’accordo sono per lo meno labili. Infatti, il cosiddetto "risarcimento" dei danni apportati dal colonialismo italiano (senza tenere alcun conto dei vantaggi, certamente prevalenti sul piano economico) era già stato compiuto prima che il colonnello azzerasse tutte le intese già intervenute fra Roma e Tripoli; poi, le forniture di petrolio da parte della Libia sono già garantite dalla presenza del Gruppo ENI e dai suoi tempestivi pagamenti; ed infine, il blocco dell’emigrazione clandestina verso la Sicilia è velleitario, se non addirittura utopistico, non essendo ragionevole presumere che la costa libica possa essere pattugliata esaurientemente, senza dire che anche in questo caso i disperati di turno si imbarcherebbero dall’Egitto o dalla Tunisia.

In compenso, gli obblighi italiani sono categorici, a prescindere dalla destinazione effettiva che il Governo di Gheddafi vorrà riservare, nell’ambito della sua sovranità, ai mezzi finanziari acquisiti alla stregua dell’accordo.

La partecipazione delle imprese italiane ai grandi lavori pubblici programmati dalla Libia (oltre all’autostrada si dovrebbe costruire un discreto numero di abitazioni popolari), è un "optional", non solo perché dovranno confrontare le loro offerte con quelle di una concorrenza sempre più selettiva, ma prima ancora, perché nei venti anni di vigenza dell’accordo potrebbero intervenire modificazioni unilaterali di politica interna a cui l’Italia ben poco potrebbe opporre, sia politicamente che giuridicamente. Quanto alle pensioni italiane ai cittadini libici resi invalidi dagli eventi bellici (che ricorda quelle ben più gravi e numerose riservate agli infoibatori titini ed ai loro soci), si tratta di una concessione con valore meramente simbolico perché quasi tutti si sono già trasferiti nel paradiso di Allah; e poi, chi controllerà i titoli dei beneficiari, per non dire di quelli degli "studenti" islamici a cui Roma, nell’ambito dell’accordo, offre graziose borse di studio?

Si deve aggiungere che, a 39 anni dalla conquista del potere da parte del colonnello, ed a due terzi di secolo dalla fine dell’esperienza coloniale in Libia, non sarebbe irragionevole porre un problema di prescrizione, a prescindere dalla reale consistenza dei "danni" apportati dall’Italia. Diversamente, qualora si volesse sostenere il carattere imprescrittibile dei cosiddetti "delitti", in ogni caso da documentare e quantificare, sarebbe altrettanto logico porre sul piatto della bilancia il risarcimento di quelli che il colonnello, con palese sprezzo dei diritti umani, volle compiere a danno di almeno 20 mila italiani, la cui unica colpa era stata quella di mettere a disposizione della "quarta sponda" la propria fede ed il proprio lavoro. Le "alte non scritte ed inconcusse leggi" invocate da Antigone nei confronti di Creonte, fino a prova contraria, debbono valere per tutti, compreso Gheddafi.

Le illusioni degli imprenditori italiani sono tanto più evidenti quando si consideri, come è stato puntualmente illustrato, sempre ad iniziativa de "Il Sole-24 Ore", che esistono decine di Aziende con crediti per oltre 250 milioni di euro mai onorati, a fronte di commesse ultimate in Libia, talvolta da decenni: non mancano casi di chi è stato rovinato fino al suicidio, senza contare le vertenze giudiziarie concluse a favore del creditore italiano persino davanti alla Suprema Corte libica, ma rimaste prive di seguito concreto perché l’avente causa "non ha mai ottenuto un euro". In siffatte condizioni, è per lo meno strano che nel pacchetto degli accordi oggetto di negoziato non sia stato inserito il pagamento di questi debiti, previa cancellazione degli espropri effettuati quale supporto alle crescenti pretese di "risarcimenti coloniali"; ed è certamente affrettato presumere che il mercato libico si debba aprire come un eldorado, sebbene sia già stata annunciata la realizzazione di una grande cementeria, tecnicamente avanzata, con l’apporto prioritario del capitale italiano.

E’ il caso di precisare che i profughi italiani cacciati dalla Libia nel 1971, senza contare quelli che avevano già preso la via dell’esilio 25 anni prima, assieme agli esuli dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Somalia e dalla Venezia Giulia, sono tuttora in attesa dell’indennizzo "equo e definitivo" da parte del Governo di Roma, promesso a più riprese e regolarmente disatteso, sia dai progressisti che dai moderati. Tale ostracismo è ancora più amaro nella congiuntura attuale, perché, come è stato posto in luce a cura dell’AIRL (Associazione Italiana Rimpatriati dalla Libia), i mezzi finanziari offerti al colonnello senza alcun apprezzabile corrispettivo sono largamente superiori (quanto meno nella proporzione di dieci a uno) all’impegno che scaturirebbe dal suddetto indennizzo.

Le cronache giunte dalla Libia all’indomani dell’accordo firmato da Berlusconi hanno evidenziato, non senza qualche enfasi di troppo, che alcune centinaia di dignitari o presunti tali, giustamente consapevoli del carattere trionfale assunto dal patto leonino imposto da Gheddafi, si sono fatti premura di conferire al colonnello il titolo, invero pertinente, di "Re dei Re". E’ stata la degna conclusione di una vicenda in cui l’Italia assume un ruolo comprimario, tipico di uno "sparring partner", e quel che è peggio, crea i presupposti sostanziali e formali di possibili "trattati" analoghi con altri Stati nel cui ambito ebbero ad esplicarsi le sue esperienze di espansione, coloniale o meno che fosse: si pensi all’Africa Orientale, dove la presenza di Roma fu notevolmente più lunga di quella, poco più che trentennale, avutasi in Libia, ma anche ad altri Paesi come la Grecia, l’Albania e la ex-Jugoslavia, dove fu parimenti significativa, sia pure in forme ben diverse, sul piano giuridico, da quella del regime coloniale. Considerando i fasti della politica estera italiana, c’è da aspettarsi di tutto; il solo motivo di parziale conforto è sapere che tutti questi Paesi non hanno risorse petrolifere.

Quando l’Italia liberale andò in Tripolitania, poco meno di un secolo fa, nessuno avrebbe potuto presumere che la ricerca di un "posto al sole" da parte di colei che Giovanni Pascoli volle definire con felice sintesi "la grande proletaria", e le suggestioni civilizzatrici che ne derivarono, avrebbero comportato, nel nuovo millennio, impegni finanziari a favore di una nuova sovranità africana talmente jugulatori da assomigliare a quello dell’agnello nei confronti del lupo, ed oggettivamente diversi dalla prassi avviata, pur nell’ambito di fattive cooperazioni, da parte di altri Stati ex colonizzatori.

Non a caso, dopo la firma dell’accordo italo-libico, in Algeria ed in Marocco è stato puntualmente rilevato che le decisioni di Roma contrastano palesemente con quelle già assunte dalla Francia, evidenziando quanto sarebbe opportuno che i rispettivi Governi "chiedano le scuse" a chi li aveva colonizzati: ebbene, il Quai d’Orsay si è limitato a precisare che la storia dell’Italia in Libia ha una sua "specificità", tale da non giustificare il paragone con altre situazioni solo apparentemente simili. Il "Re dei Re", invece, nel discorso pronunciato davanti al Congresso del Popolo, all’indomani stesso dell’incontro con Berlusconi, ha potuto affermare che, qualora non fossero arrivate, prima ancora dei miliardi di dollari, le "scuse per l’occupazione coloniale", la Libia sarebbe stata pronta ad "azzerare i rapporti".

L’Italia, in altri termini, ha dovuto e voluto accettare una condizione sostanzialmente subordinata, che del resto è una costante della sua politica estera da parecchi decenni a questa parte. Sic transit gloria mundi!

Laura Brussi

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