SI STENTA QUASI A CREDERLO - Numero 29

SI STENTA QUASI A CREDERLO - Numero 29

 

Riportiamo il testo integrale del discorso pronunciato dal nostro Claudio Antonelli al Teatro Verdi di Trieste il 10 febbraio scorso, alla presenza di Mirko Tremaglia e Roberto Menia, in considerazione dell’alto valore morale e di testimonianza di cui è portatore.

SI STENTA QUASI A CREDERLO

Si stenta quasi a crederlo, eppure è tutto vero: noi, venuti da così lontano, siamo qui assieme a voi, rappresentanti dell’Italia; voi che avete strappato un popolo dall’ombra, il popolo giuliano-dalmata, per restituirgli ufficialmente identità e continuità. Il diniego dell’identità, il non riconoscimento del suo passato è il torto più grave che si possa fare ad un individuo, ad un gruppo, ad un popolo. E noi questo diniego l’abbiamo subito per tanti anni.

I ritorni più belli sono quelli che coronano i viaggi più lunghi. E noi profughi-emigrati abbiamo compiuto un doppio, lungo viaggio: fummo strappati alla nostra terra e, dopo un soggiorno in Patria, emigrammo verso altri lidi. Noi siamo giunti qui dai quattro angoli del mondo. Io vengo dal Canada.Voglio parlarvi in maniera diretta, senza perifrasi, senza sottintesi. L’estero è una scuola. No, non l’estero mitizzato così caro all’esterofilia italiana. Ma l’estero reale con le sue lezioni spesso dure. Quest’estero insegna agli emigrati che la patria non è un’invenzione di retori, una costruzione ideologica imputabile ad una certa Italia d’anteguerra, ma una realtà dello spirito con le sue misteriose leggi alle quali la nostra anima non potrà mai dar scacco. L’Italia è una. L’estero insegna che non esistono, o non dovrebbero esistere, un’Italia del Nord e un’Italia del Sud, contrapposte. Noi all’estero siamo tutti considerati italiani "sic et simpliciter", con tutti i clichés negativi che le razze più forti trovano gratificante affibbiarci. Hollywood docet. Una vita all’estero ci ha insegnato che onore e dignità nazionali, senso della storia, continuità, appartenenza, identità non sono vuote parole ma esigenze insopprimibili dello spirito. Il vivere a confronto costante con altri popoli aumenta l’importanza delle radici, amplifica il passato, dilata i ricordi. Tra i profughi-emigrati, il mondo perduto - io ho l’esempio dei miei compianti genitori - riesce ad assumere la trascendenza dei valori assoluti, con il culto della memoria e con ricordi in cui i teneri colori dell’infanzia si mescolano alle aspre tinte della violenza e della morte.
In Canada, negli Stati Uniti e nel mondo intero, gli esuli d’Israele continuano a commemorare i loro drammatici esodi avvenuti migliaia di anni fa. E noi non potremmo piangere un esodo che ha stravolto le vite dei nostri genitori e le nostre, spazzandoci via lontano dal solco che i nostri antenati avevano tracciato?
Il patriottismo dei profughi giuliano-dalmati è un sentimento mite e civile. Credetemi. Dove sono i nostri estremisti? Quali episodi di violenza abbiamo noi espresso? Io ho ricevuto, dai miei genitori, fin dalla nascita, un insegnamento costante di patriottismo, e, osiamo dirla la parola, di nazionalismo. In cosa è consistito questo insegnamento? Con le parole e con l’agire, essi mi hanno dato esempi di onestà, altruismo, sacrificio, lealtà, solidarietà nazionale. E da questi miei genitori per così dire "estremisti", facilmente etichettabili con il marchio ben noto, mai una lezione di odio, di disprezzo o di superiorità verso il nostro cosiddetto nemico. Nemico da affrontare e da combattere a piede fermo, se necessario, venuto il momento, ma anche in fondo da capire e da rispettare, proprio per i suoi valori patriottici e guerrieri così lontani dall’opportunismo e dall’antipatriottismo diffusi invece tra i nostri fratelli italiani, pronti a "portare avanti il discorso", a fare polemiche e ad inchinarsi di fronte alla bandiera altrui.

Forse fu questa la tragedia dei miei genitori e di tanti altri: noi, popolo dei confini, dall’identità che è stata sempre una scelta dell’anima e non un dato anagrafico, noi credemmo veramente...Il patriottismo è amore. Amore per i propri. Dopo tutto anche il mondialismo, l’amore universale, al quale a parole gli italiani sembrano tanto sensibili, deve cominciare dalla propria gente, da chi ci è vicino. Ma quanto più facile è amare tutta l’umanità che provare un reale senso di comprensione, simpatia e solidarietà per chi ci sta intorno! Nel passato, quelle poche volte che avevo cercato di parlare delle vicende particolari della nostra gente, vittima della storia, avevo dovuto fare una constatazione dolorosa: anche amici intimi apparivano sorpresi, disorientati e direi infastiditi da questa mia storia. Mi dicevano proprio così: "Non capisco questa tua storia..." Ebbene "la mia" storia, la storia di noi esuli, nella quale quasi nessuno si riconosceva in Italia, oggi invece grazie ai francobolli di Maurizio Gasparri, all’azione di Mirko Tremaglia, a quella di Roberto Menia, e alle tante iniziative di questo governo volte a ricordarci, potrà infine essere considerata parte della storia d’Italia. Perché nel bene e nel male noi non possiamo non riconoscerci nella patria comune: l’Italia. E nessun gioco di bussolotti, nessuna azione di propaganda potrà cambiare le tragiche pagine di una storia che ci ha visti sconfitti, con la perdita di una parte del territorio nazionale e con l’esodo di una popolazione inerme tra episodi di un’allucinante ferocia. I miei genitori si sono spenti a Baie d’Urfé, Québec, Canada, lontani dalla loro amata Pisino, dove non avevano mai più voluto ritornare perché ciò avrebbe significato vedere i nuovi occupanti nelle nostre case e perché, mia madre mi disse, "temerei che il cuore mi si schiantasse in petto". Occorre girare la pagina - sì, sono d’accordo - ma per poterlo fare occorreva questo riconoscimento, occorreva il giorno del ricordo. Occorreva riconosce il popolo che per molti, troppi italiani non era mai esistito. Non ne parlavano i libri di scuola. I mass media usavano il nome slavo per designare le nostre località di nascita dall’antico nome italiano. I burocrati dei consolati italiani scrivevano nato a Pola, Fiume, Zara, aggiungendo "Jugoslavia".
Diverse cose da allora sono cambiate da allora e la nostra presenza qui lo attesta in modo esemplare. L’Italia, dopo tutto, è una madre cha sa essere generosa. E noi, a dire il vero, abbiamo sempre saputo distinguere tra il paese e la Patria, tra il governo - i governi - e la nazione, tra il discorso politico e il discorso autenticamente nazionale. Noi italiani all’estero abbiamo tributato a Mirko Tremaglia ovazioni senza fine, commossi di ritrovare finalmente qualcuno per il quale gli emigrati italiani sono dei fratelli da proteggere e da amare.

Ma non è stato sempre così. Ho un ricordo netto. Anni fa, ebbi un incontro alla Casa d’Italia con un alto funzionario italiano, giunto a Montréal non ricordo più per che tipo di missione. Aveva voluto incontrare me e un paio di altri giornalisti della modesta stampa locale di lingua italiana. Pensavo che ci avrebbe rivolto delle domande per meglio capire la realtà canadese, i nostri problemi, i nostri bisogni. E invece tenne un discorso politico. Rinfocolò divisioni nazionali. Accusò il governo italiano d’anteguerra per i problemi nostri presenti. Tenne in definitiva un comizio. Apro una parentesi. Una vita all’estero fa apparire grottesca questa ossessione ideologica da cui tanti italiani appaiono afflitti. Spesso, dottrinari all’estremo, si pongono al servizio della tessera di un partito, non accorgendosi di mancare di un senso elementare di coscienza e di solidarietà nazionali. Coloro, in Italia, e sono ancora tanti, che temono, riconoscendo il nostro dramma, di diminuire i drammi altrui, manifestano un’arida mentalità contabile, quasi che le vittime di un campo e di un altro fossero da trattare come le iscrizioni in un libro di partita doppia, dove la cifra che si mette in una colonna la si deduce all’altra. E questa non è neppure una partita di pallone tra due squadre, dove un goal fatto è anche un goal subito. Basta poi con questo cercare sempre "a monte" le cause di questo o quell’obbrobrio, per giustificarlo. Mi compiaccio, quindi, che un nuovo sguardo sia oggi rivolto ai patimenti e alle ingiustizie subite dalle popolazioni civili tedesche. Non esistono razze angeliche e razze tarate. E così non esiste, non deve esistere un monopolio delle lacrime. Ma ritorno a questo rappresentante dell’Italia, di tutti gli Italiani, che uomo di parte, teneva un comizio a noi emigrati di Montréal. Allora il mio compianto amico Nereo Lorenzi, nativo di Fiume, lo interruppe per sapere se il governo italiano intendesse fare qualcosa per porre fine ad un’ingiustizia. E gli spiegò che il passaporto italiano, se recava la scritta "nato a Fiume (Italia)", benché dotato di regolamentare visto ottenuto all’ambasciata jugoslava ad Ottawa, non veniva riconosciuto alla frontiera jugoslava. Infatti, certi suoi amici fiumani, residenti in Canada, si erano visti negare l’ingresso dai doganieri jugoslavi, proprio a causa di quell "Italia" invece di "Jugoslavia", dopo "Fiume". Ma l’alto funzionario, rappresentante del governo italiano, non capiva il problema. Non lo poteva capire. Ecco, l’estero ci ha mostrato ad abundantiam che la nota dominante in Italia, per tanti anni, è stata lo spirito di parte e l’antipatriottismo, con l’assenza di un senso istintivo e elementare di solidarietà nazionale.Troppo spesso gli italiani considerano un normale, sano, indispensabile amor patrio come una pericolosa involuzione dello spirito. Il confronto con le altre etnie, all’estero, ci dimostra invece che il nazionalismo di noi profughi giuliano-dalmati è ben poca cosa rispetto ai nazionalismi altrui. Anzi, la stessa parola "nazionalisti", se applicata a noi, mi appare abusiva. Ripeto: dove sono gli estremisti giuliano-dalmati? Quali episodi di violenza abbiamo noi espresso in tutti questi anni?Il popolo franco-quebecchese piange ancora i suoi 12 patrioti impiccati dagli inglesi più di centosessanta anni fa. Gli ebrei commemorano con lacrime, cerimonie e canti i loro esodi, avvenuti migliaia di anni or sono. I serbi piangono ancora la disfatta subita ad opera degli Ottomani, più di mezzo millennio fa. Molti croati all’estero, in Australia, in Germania, in Canada e altrove, durante l’epoca di Tito, ordivano trame di rivincita guerriera, educando i figli al culto dell’antica patria, la Croazia, da riscattare, un giorno, col sangue. Noi giuliano-dalmati abbiamo invece educato i nostri figli, che sono nati all’estero, al rispetto e all’amore per la terra che li ha visti nascere, e per la quale noi stessi proviamo un profondo senso di riconoscenza e di lealtà.

Dopo una vita all’estero, ci appare grottesco il gusto per la polemica, l’oralità incontinente, la rissosità di tanti, troppi italiani. Quella che potrebbe apparire espressione dello spiccato gusto italiano per l’oralità, la teatralità, il protagonismo ha assunto ormai le dimensioni di una perenne, assordante logomachia. Un altro ben più tremendo male salta agli occhi di chi ritorna in patria da paesi ben amministrati e dominati dal pragmatismo. Mi riferisco al controllo di una fetta del territorio nazionale da parte delle varie criminalità organizzate. Ciò non è solo una palla al piede per l’economia del Sud, ma è un’offesa alla dignità del nostro paese. Dignità di cui noi siamo i sensibili termometri in terra straniera. La burocrazia semplicemente demenziale è un altro grave male che svilisce la nostra Patria. Perché oso parlarvi di queste cose? Perché una vita all’estero ci ha dato una sensibilità particolare nei confronti della Patria. L’emigrato riesce a vedere la Patria come un tutt’uno da cui egli non potrà mai prescindere, nel bene e nel male, e con cui il rapporto è d’amore, e non funzionale, strumentale, opportunistico. La patria è come un essere caro che vorremmo migliorare. E noi, rientrando in Italia, siamo quindi colpiti e direi offesi dal disordine immigratorio, così evidente, che noi vediamo come una manifestazione, ancora una volta, di abusivismo, e non una conseguenza dell’umanità degli italiani, come sostengono certe anime pie Mi viene in mente un episodio. Qualche anno fa venni a vivere in Italia per un lungo periodo. Fui trattato dalla burocrazia come extracomunitario. Proprio così: extracomunitario. Il luogo di nascita sul mio passaporto - Pisino, Istria - suscitò ulteriori motivi di diffidenza nell’addetto all’immigrazione della questura di Via Genova a Roma. Da allora, veramente tante cose sono cambiate. L’Italia ci ha permesso di riacquistare la cittadinanza italiana. Pisino, amatissimo mio luogo di nascita, simbolo di sofferta italianità, ha avuto gli onori di un francobollo. Un francobollo: sembra una cosa da poco eppure è una cosa immensa. Peccato che le lettere con quel francobollo siano giunte troppo tardi per mio padre e mia madre, spentisi oltreoceano. Il francobollo è giunto ugualmente troppo tardi per mia zia Adalgisa Bresciani, vedova di quel Lino Gherbetti (Gherbetz) che morì da eroe, per mano degli infoibatori titini. Mia zia si trovava in ospedale, a Montréal. Sarebbe morta in quella stanza il giorno poco. Vaneggiava e ripeteva: "Dove sono le valige? Dobbiamo tornare a Pisino." Ma non vi tornò. Sulla sua fossa venne sparsa la poca terra dell’Istria che aveva portato con sè in un vasetto, al momento dell’esodo. La terra.... Una terra che ha saputo creare in noi i sentimenti d’amore più belli e più nobili. Una terra che è diventata un’anima. Mio cugino, Bruno Gherbetti, figlio di Adalgisa, morì anni dopo a Edmonton, in Alberta. I suoi due figli, Bruce e Brian, purtroppo conoscono molto poco dell’Istria. Non parlano neppure l’italiano. Bruce e Brian portano sì, il nome "Gherbetti", ma hanno dovuto pagare caramente a scuola, subendo gli sfottò dei compagni, lo scotto di avere un nome che fa rima con "spaghetti". Sapete: la nostra storia all’estero non è sempre trionfalistica. I nostri figli, nati nelle nuove terre, vengono inghiottiti da altri universi. La loro patria è diversa dalla nostra. Loro conosceranno un altro destino nazionale. E noi non ce la sentiamo di trasmettere a loro una fiaccola che brucia e che fa male. Questa forse è la più amara lezione dell’estero: questo non poter continuare nei figli. Mio zio Oliviero Bresciani, nato a Pisino, morì a Buenos Aires. Sua figlia, Luciana, mia cugina, presente in questa sala, è potuta tornare per la prima volta in Italia, grazie a voi. Mi ha detto che potrà finalmente rivedere Pisino, da dove venne via bambina. Come vedete, occorreva il giorno del ricordo. Era giusto rendere gli onori al nostro giuramento di fedeltà all’Istria, Fiume, Dalmazia. Il nostro giuramento all’Italia. Una memoria nazionale condivisa, al di là di certe inevitabili divisioni d’interpretazione di questo o quell’aspetto del passato, è auspicio di una definitiva riconciliazione degli italiani.

Vi ringrazio di nuovo, a nome di tutti i profughi-emigrati come me, e di quelli che si sono spenti nei cinque continenti, lontani dall’amata terra natale, che oggi non è più Italia, e lontani dalla nostra Italia.

Claudio Antonelli (Canada)

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