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Un trentennio dopo Osimo : il trattato surreale - Numero 33

Un trentennio dopo Osimo : il trattato surreale - Numero 33

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • UN TRENTENNIO DOPO OSIMO : IL TRATTATO SURREALE
  • LA FIERA DELL’ ASSURDO: LO STIVALE
  • LA MAFIA E’ UN PESCE E L’ ITALIA UN MARE



    UN TRENTENNIO DOPO OSIMO : IL TRATTATO SURREALE

    Intervento al Convegno del 10 novembre 2005 presso l’Università Cattolica di Milano".

    Nella storia dei popoli e degli Stati esistono eventi che non è possibile rimuovere dalla memoria: da un lato, per gli effetti immediati di natura politica ed economica, e dall’altro, per le conseguenze che, unitamente alle loro matrici, vanno a determinare sugli orientamenti decisionali, e sullo stesso inconscio collettivo. Il trattato di Osimo non fa eccezione, né potrebbe essere diversamente, perché ha costituito un "quid novi" davvero surreale nella storia delle relazioni diplomatiche: non era mai accaduto che uno Stato sovrano rinunciasse alla sovranità su una quota significativa del proprio territorio, senza alcuna contropartita, come nella fattispecie accadde all’Italia.

    E’ noto che la firma avvenne il 10 novembre 1975 da parte del Ministro degli Affari Esteri Mariano Rumor e del suo omologo jugoslavo Milos Minic, in un clima di frettolosa segretezza, motivata da ragioni di opportunità politica che intendevano nascondere alla pubblica opinione un evento non certo accettabile sul piano giuridico, e meno che mai su quello etico. Del resto, anche le trattative erano state condotte in analoghe condizioni di riservatezza, e quasi in atmosfera da consorteria, ed il Governo italiano le aveva affidate, proprio nella fase conclusiva, a Soggetti sostanzialmente inidonei, perché estranei al mondo diplomatico.

    Con Osimo, l’Italia volle deliberatamente trasferire alla Jugoslavia la sovranità statuale sulla cosiddetta Zona "B" del Territorio Libero di Trieste, che non era mai stato costituito con atti formali, sacrificando altri 50 mila concittadini, costringendoli a prendere le vie dell’esilio in aggiunta ai 300 mila che li avevano preceduti al termine delle vicende belliche, e sottoscrivendo il trasferimento alla Repubblica federativa di un’area pari al tre per mille della sua consistenza territoriale, su cui insistono aggregati importanti come quelli di Buie, Capodistria, Pirano, Portorose, Umago. Naturalmente, la responsabilità politica, al di là di pur giustificati dubbi sulle reali competenze dei plenipotenziari italiani, fu soprattutto del Governo, e con esso, del Parlamento che ebbe a ratificarne l’operato, sia pure con diffuse sofferenze.

    Oggi, ad un trentennio da Osimo, è congruo fare il punto sulle ragioni che indussero determinazioni tanto opinabili, in una prospettiva storica per quanto possibile oggettiva, ma nello stesso tempo, in un’ottica di inevitabile "contemporaneità", tanto più che la prassi "osimante" fece scuola, si tradusse in ulteriori cedimenti di carattere politico ed economico, e pervenne, quale effetto di rilievo maggiormente visibile, al riconoscimento ufficiale delle nuove Repubbliche indipendenti di Croazia e Slovenia, sorte all’inizio degli anni Novanta dalla dissoluzione jugoslava: anch’esso, come il trattato del 1975, senza alcuna contropartita. Eppure, i problemi sul tappeto, gran parte dei quali lo sono tuttora, non erano di scarsa consistenza: anzi tutto, il riconoscimento della verità storica, e poi, la tutela delle 25 mila tombe italiane oltre confine, la sorte dei beni immobili già appartenenti agli esuli, la regimazione delle acque territoriali, gli accordi per la pesca in Adriatico, e così via.

    Evidentemente, la storia non è maestra di vita, perché altrimenti non si continuerebbe a commettere gli stessi errori del passato. Nondimeno, l’analisi delle motivazioni che indussero Osimo, e delle conseguenze che ne derivarono a breve e lungo termine, è ugualmente importante sul piano storico: se non altro, perché risulta utile a collocare i problemi giuliani e dalmati di oggi in un quadro esaustivo, ed a riconoscere nella politica estera italiana verso la Jugoslavia ed i suoi eredi la continuità di una posizione di "debolezza e di scarsa coscienza nazionale" (1).

    1.- Il quadro di riferimento

    Alla metà degli Settanta, quando il trattato di Osimo divenne realtà dopo un lungo periodo di incubazione, le condizioni politiche internazionali, ed a più forte ragione quelle interne, erano mature per l’evento. Nel quadro mondiale, il primo maggio 1975 si era conclusa la guerra vietnamita con l’abbandono di Saigon da parte delle forze statunitensi e la vittoria comunista, ma già da diversi anni la politica di "non allineamento" del Maresciallo Tito era stata premiata dalle attenzioni dell’Occidente, culminate nella visita di Stato che il Presidente americano Nixon gli aveva reso a Belgrado sin dal 1971, nonostante la continua fagocitazione dei diritti umani da parte della Jugoslavia, che nello stesso periodo aveva condannato a sette anni di carcere duro un intellettuale dissidente, Mirko Vidovic, responsabile di avere scritto alcune poesie critiche nei confronti del regime.

    Si deve aggiungere che, sempre nel 1971, Tito era stato ricevuto in Vaticano dal Papa Paolo VI assieme all’ultima moglie Jovanka, completando il processo di riavvicinamento allo Stato della Chiesa che era iniziato un quinquennio prima, con la ripresa delle relazioni diplomatiche. In altri termini, la posizione jugoslava, collocandosi in un ruolo apparentemente equidistante da Mosca e da Washington, acquisiva crescente credibilità, resa più accentuata dalla tensione col regime dei colonnelli greci che sarebbe crollato nel 1974, e dall’eliminazione in pari data di un gruppo sovversivo di ispirazione ustascia. Tito valorizzava al massimo la sua "leadership" nel movimento dei Paesi non allineati, che giunsero ad un massimo di 44, ma con la sola Jugoslavia a rappresentarvi il continente europeo, e non trascurava di polemizzare con presunte "Organizzazioni irredentiste e revansciste" italiane, sollecitando nei loro confronti un impegno a tutto campo e trovando fertile ascolto anche a Roma, non soltanto da parte della sinistra.

    In Italia, si vivevano momenti assai difficili. Soltanto nel 1975, vi persero la vita non meno di dodici vittime degli "opposti estremismi", tra cui gli studenti di destra Mikis Mantakas e Sergio Ramelli, e la brigatista Mara Cagol, compagna di Renato Curcio. Il Presidente Leone, poche settimane prima di Osimo, indirizzò un messaggio al Paese per invitarlo a fare quadrato contro le difficoltà dell’ora, in un clima di forte disagio che aveva già visto il clamoroso successo del Partito comunista nelle elezioni amministrative di giugno, tradottosi in un avanzamento di oltre cinque punti, e non era stato estraneo all’abbassamento della maggiore età a 18 anni, votato in marzo, ed al nuovo diritto di famiglia, diventato legge in aprile con la sola opposizione di liberali e missini. Intanto, Pacciardi e Sogno proponevano l’avvento di una Repubblica presidenziale come antidoto contro il male oscuro dell’Italia, tristemente simboleggiato, in autunno, dal delitto del Circeo e dall’uccisione di Pier Paolo Pasolini.

    In queste condizioni, la politica di solidarietà nazionale che aveva coinvolto il Partito comunista nell’area di governo ebbe buon giuoco nell’incentivare, e poi nell’accelerare le trattative che condussero ad Osimo: il 20 giugno, il Maresciallo Tito avrebbe incontrato a Brioni il Segretario del PCI, Enrico Berlinguer, tanto da far dire, al di là dell’ovvia riservatezza a cui fu improntata la visita, che sarebbero stati costoro i firmatari sostanziali del trattato, il cui eco si spense presto, nonostante il diluvio di retorica che fu carattere ricorrente nel dibattito parlamentare di ratifica ma che non avrebbe impedito alla maggioranza, irrobustita da una sinistra oltremodo compatta, di giungere ad una rapida approvazione, col voto contrario dei soli missini e di alcuni dissidenti, tra cui i democristiani Barbi, Bologna, Costamagna e Tombesi, il liberale Durand de la Penne ed il socialdemocratico Sullo (2), e soprattutto, con l’assenza tattica di parecchi senatori e deputati che non avevano avuto il coraggio di uscire allo scoperto, mentre la DC ebbe quello di deferire ai probiviri coloro che si erano dissociati dalla disciplina di partito.

    2.- Effetti e prospettive

    Gli accordi di Osimo, che assieme al trattato vero e proprio comprendevano intese sulla cooperazione economica, la cittadinanza, i beni culturali ed il traffico di frontiera (3), rimaste in buona parte sulla carta, produssero vibranti e documentate proteste nell’ambito giuliano-dalmata ed in quello triestino, con motivazioni di forte spessore non solo sul piano etico-politico, ma prima ancora su quello giuridico, che sottolinearono una lunga serie di inadempienze, se non anche di illegalità, donde la richiesta al Presidente della Repubblica di non controfirmare la legge di ratifica, naturalmente disattesa. Il trattato avrebbe potuto essere impugnato per ragioni di diritto internazionale, ma anche costituzionale ed amministrativo, puntualmente evidenziate (4), ma non fu privo di correlazioni penali, potendosi ravvisare nell’approvazione dei suoi disposti il reato previsto dall’art. 241 c.p., laddove si punisce con l’ergastolo "chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio od una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero".

    Le condizioni politiche dell’epoca non erano tali da ipotizzare l’apertura di un procedimento in tal senso, ma la violazione della legge rimane un fatto oggettivo, senza dire che nella fattispecie si tratta di un reato imprescrittibile, a prescindere dalla depenalizzazione parziale dell’alto tradimento, di cui oggi si discute.

    Giova aggiungere che nel 1975 la congiuntura italiana era ben diversa da quella del 1947, quando aveva dovuto subire il "diktat", ed i limiti della propria delegazione alla Conferenza della pace, non meno significativi dell’intransigenza alleata. Ora, l’Italia era nuovamente un’importante potenza industriale, con fondamentali di gran lunga superiori a quelli jugoslavi, ma ciò non fu sufficiente, e Tito riuscì a realizzare il suo ultimo capolavoro, cui non fu estranea la "cupidigia di servilismo" che Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando avevano bollato con nobili parole durante la discussione per la ratifica del trattato di pace. Gli effetti non tardarono a manifestarsi: la fuga a Belgrado del terrorista Abu Abbas promossa da Craxi, il bacio di Pertini alla bandiera con la stella rossa, e l’uccisione del pescatore Bruno Zerbin nel golfo di Trieste ad opera di una motovedetta jugoslava, furono episodi tristi, a cui avrebbe fatto seguito, come si diceva in premessa, il riconoscimento senza contropartite di Croazia e Slovenia.

    Il trattato di Osimo è rimasto fortunatamente inattuato in non poche delle sue statuizioni, talvolta grottesche se non addirittura inconcepibili sul piano economico, come la realizzazione della Zona industriale mista sul Carso, o la costruzione di una gigantesca idrovia dall’Adriatico al Danubio, basata su un sistema di chiuse faraoniche per il superamento di enormi dislivelli. Lo "splash down" fu dovuto soprattutto a due ragioni: in primo luogo, la forza delle contestazioni locali, ed in modo particolare della "Lista per Trieste" (che conseguì la maggioranza dei voti alle prime elezioni nella città di San Giusto), vessillifera di una benintesa autonomia in chiave nazionale; e poi, perché la crisi jugoslava, deflagrata rapidamente dopo la morte di Tito, avrebbe impedito sul nascere il perseguimento degli obiettivi di Osimo, limitandone l’effetto principale, e comunque determinante, al trasferimento della sovranità sul territorio della Zona "B".

    In tutta sintesi, le conseguenze sono state evidenti, come si è detto, sul piano socio-politico, e poi anche su quello economico, attraverso una serie di protocolli che raggiunse un livello emblematico nel forte supporto finanziario offerto dal Governo Goria a quello di Branko Mikulic all’inizio del 1988, in occasione del cosiddetto "viaggio della merla", e come si diceva, nel disimpegno di motivate attese degli esuli circa la questione dei beni, ma ad un tempo, in materia di difesa dei valori culturali e spirituali sacrificati alla logica dell’interscambio, con cui, al contrario, potrebbero utilmente convivere, in base ai principi fondamentali di una vera cooperazione internazionale.

    3.- Conclusioni

    Trent’anni dopo, si può certamente affermare che "il trattato di Osimo fu un errore"(5), se non anche un reato perseguibile penalmente a termini di legge, basato sull’erronea presunzione che la Jugoslavia rimanesse una protagonista del proscenio internazionale, e sulla difficoltà di prevedere che si sarebbe dissolta in una serie di Stati minori; ma prima ancora, sulla cronica carenza di una politica estera di ampio respiro, e sulla rinuncia ad un ruolo realmente propositivo nello scacchiere balcanico.

    Il trattato, a ben vedere, aveva nella sua stessa genesi le matrici di una condanna inappellabile, e si avvitava nell’illusione, a non dire altro, di trovare nella Repubblica jugoslava un interlocutore privilegiato per il solo fatto di avere pianificato la cosiddetta via nazionale al socialismo, fondata sui fasti dell’autogestione, che alla lunga avrebbero condotto al disastro. Ciò, al pari di un’ipotetica collaborazione interclassista che non poteva certo basarsi sull’annullamento talvolta fisico delle opposizioni in campi di prigionia tristemente famosi, tra cui quelli dell’Isola Calva, Mitrovica e Stara Gradisca, o sulle surreali condanne di sacerdoti che avevano dato alle stampe una piccola immagine sacra, evidentemente non allineata al verbo ancora dominante nello scorcio finale degli anni Ottanta.

    Ad Osimo sarebbe stato difficile modificare i confini che erano scaturiti dal trattato di pace e dalle rettifiche del 1954 (sebbene formalmente indefiniti a livello di Zona "B"), alla luce delle condizioni politiche di cui si è detto, e del potenziale coinvolgimento altrui, ma dopo la dissoluzione della Jugoslavia le prospettive avrebbero potuto essere diverse, se non altro per alcune importanti questioni d’interesse plurimo, come quella delle acque territoriali. L’occasione fu perduta, ed oggi non resta che una labile speranza "nell’effetto Europa, se non altro per esercitare un maggior peso economico e culturale"(6).

    In apparenza, le condizioni risultano cristallizzate, ed Osimo appare un collo di bottiglia ormai irreversibile, non meno di quanto si possa dire per il "diktat". Tuttavia, prescindendo dalla valutazione delle responsabilità ed inquadrando lo stato delle cose in una prospettiva che vede la permanentizzazione del trattato e dei suoi effetti quando avrebbe potuto tradursi, da istituto di diritto internazionale venuto meno per la scomparsa di uno dei contraenti, in semplice paradigma di riferimento per nuove ipotesi di accordo, giova concludere evidenziando con l’antico saggio che al di là dell’apparenza il fiume della storia continua a scorrere.

    Ciò significa che anche Osimo, già ampiamente ridimensionato dalle vicende dell’ultimo quindicennio, ed in primo luogo dall’implosione jugoslava, potrà essere riveduto nella misura in cui le sue permanenti lacune di legittimità e di equità inducano, anzitutto negli ambienti giuliano-dalmati e nelle forze politiche da cui hanno mutuato nuove attenzioni con l’approvazione pressoché unanime della legge che istituisce il "Giorno del Ricordo", un atteggiamento costruttivamente consapevole. Anche in questa fattispecie, resta valido il pensiero di Croce, secondo cui la linea del possibile si sposta grandemente grazie all’audacia ed alla "forza inventrice della volontà che veramente vuole"(7).

    Carlo Montani



    Annotazioni

    1.- L. Caputo, Trattato di Osimo: l’unica speranza è nell’effetto Europa, in "Il Giornale", Milano, 27 settembre 2005.

    2.- Il discorso del Sen. Barbi pronunciato il 23 febbraio 1977, ed improntato a ragioni morali ancor prima che a pregiudiziali politiche o giuridiche, ebbe particolare rilevanza perché il parlamentare democristiano era Presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (cfr. P. Barbi, La rinuncia di Osimo, Edizioni AGI, Roma 1977). Non meno significativo fu il voto contrario di Sullo, uomo di sinistra, che volle protestare per l’affrettata segretezza e per il mancato coinvolgimento delle Commissioni Affari Esteri di Camera e Senato, senza dire che suo padre "aveva combattuto sul Carso e sul Pasubio" e che gli sarebbe parso di "tradirne la memoria se avesse votato per il Governo".

    3.- Per una silloge esaustiva dei testi, corredata da una lunga introduzione (orientata a favore della tesi largamente minoritaria secondo cui la soluzione del problema confinario sarebbe stata predeterminata), cfr. M. Udina, Gli accordi di Osimo: lineamenti introduttivi e testi annotati, Edizioni Lint, Trieste 1979. Per un’analisi critica delle cause di lungo periodo che condussero ad Osimo, e delle sue conseguenze, cfr., altresì, C. Montani, Il trattato di Osimo, Edizioni Anvgd, Firenze 1992.

    4.- L. Sardos Albertini, Il trattato di Osimo: richiesta al Capo dello Stato di negare la ratifica, Edizioni Tergeste, Trieste 1977. Il rifiuto non venne motivato, ma traeva evidenti origini dalla "politica di debolezza e di scarsa coscienza nazionale" perseguita da anni, e ben dimostrata, alla fine, dal dibattito parlamentare di ratifica.

    5.- L. Caputo, Trattato di Osimo: l’unica speranza è nell’effetto Europa, op.cit., Milano, 27 settembre 2005.

    6.- Ibid., 27 settembre 2005.

    7.- C. Montani, Il trattato di Osimo (10 novembre 2005), op. cit., Firenze 1992, pag. 69.


    Antonio Greco, ex funzionario europeo, consulente in TLC, analista delle cause del declino, residente a Parigi, da questo numero inizia la sua collaborazione con il Barbarossaonline.Sul nostro periodico trova un’altra tribuna dalla quale far sentire la sua voce. Infatti le sue analisi sono rintracciabili anche su http://angrema.blogspot.com.blog.kataweb.it/progressoangrema/ . Pubblichiamo qui un pezzo che in sintesi propone il suo "manifesto". Per l’esperienza dell’autore e per la sua collocazione al di fuori del nostro Paese, da italiano, quello di Antonio Greco è un osservatorio privilegiato.

    LA FIERA DELL’ ASSURDO: LO STIVALE

    Perché gli Italiani che emigrano sono spesso i più brillanti europei, mentre gli Italiani che giocano in casa, non sanno gestire un Paese a livello europeo ? E quindi non possono far ripartire l’ economia ?

    Come pretendere di essere competitivi in Europa, lavorando colle inefficienze italiane, navigando negli sprechi ?

    Come aspettarsi, in Italia, che il capo del governo sia una persona seria, che si occupi seriamente del Paese (invece dei fatti suoi), quando la società italiana é tanto corrotta da essere stata messa in una classifica internazionale della corruzione di qualche anno fa, più in basso della Spagna e della Turchia ?

    Si puo’ pretendere, nell’ epoca della competizione nel Villaggio Globale, di avere qualità e prezzi dei prodotti a livello europeo, quando abbiamo sprechi e ingiustizie, sopraffazioni, a livello latino-americano ?

    Potrebbe la giustizia essere imparziale, funzionare efficacemente, se essa é addomesticabile dai politici che hanno potere ?

    Ci si puo’ aspettare che la classe dirigente pubblica sia capace e impegnata, nell’ interesse del Paese, se il suo critero di selezione é la cooptazione per omertà e comparaggio ?

    Puo’ l’ economia essere fiorente, se la società italiana non ha un grande interesse nella meritocrazia ? Se la stessa società é gestita dai quattro Dittatori (1) ?

    L’ assurdo della mentalità italiana é di non parlare affatto di tutto questo, di non preoccuparsene..

    La possibile spiegazione per l’ indifferenza ? Una delle risposte seguenti sarà probabilmente appropriata:
    1. i giornalisti dello Stivale non sono più liberi; per sapere la verità, leggere l’ Economist;
    2. non c’ é più riflessione, in un Paese che si é adattato a vivere alla giornata;
    3. il livello di soglia dei comportamenti accettabili, nella società italiana, é sceso all’ altezza delle fogne (é la sostanza del problema).


    Un Paese così, la cui vita sociale é basata su tanti assurdi, si trova fisicamente in Europa. Ma la sua mentalità (e la destinazione finale, in termini di livello di vita) é divenuta Medio-orientale.

    Antonio Greco
    angrema@wanadoo.fr


    LA MAFIA E’ UN PESCE E L’ ITALIA UN MARE
    (testo relativo allo schema Mazzi e Padrini )

    Nei Paesi della U.E a Nord delle Alpi, nella vita sociale si agisce alla luce del sole. E i cittadini hanno, nella realtà, tutti gli stesssi diritti.

    In Italia ci sono, in alcuni settori della vita sociale, due categorie di cittadini:
    • quelli che possono decidere anche per gli altri, i "pezzi da novanta" o "quelli che fanno i mazzi";
    • altri cittadini che, per muoversi, hanno talvolta bisogno di un referente: sono quelli che "si fanno mettere nei mazzi".


    Questa differenza importante, fra l’ Europa da un lato e l’ Italia (e i Paesi sudamericani) dall’ altro, é legata agli stessi motivi per cui il sistema Italia, come é oggi divenuto, ha difficoltà a funzionare. Che sono gli stessi motivi per cui l’ economia stenta a partire. Talvolta dietro ad un sistema bloccato é nascosta una cristallizzazione di padrini e di interessi di parte o di clans.

    Lo schema allegato é perfettamente funzionante in un Paese in cui la tolleranza é diffusa, la complicità un ‘abitudine per molti, l’ impunità quasi una garanzia. Esso indica i motivi principali per cui lo stato combatte stancamente la Mafia da molti deceni, vincendo alcune battaglie, ma senza grandi chances di vincere la guerra.

    Lo scema indica anche perché, dopo gli anni ’50, alla vera Mafia tradizionale si sono aggiunte le mafie in senso lato (non criminali ma aventi scopi nascosti di potere o di clan). Cioé gruppi di potere, i quali agiscono nell’ ombra, senza che la tollerante società italiana faccia alcun cenno di protesta. Cenni di protesta che non potranno mai nascere finché la società non é capace di funzionare.

    La logica dello schema indica che, per eliminare il pesce Mafia, é necessario gettare con esso anche il mare, costituito dalla cultura della confusione e dell’ approssimazione. Sostituendolo con acqua pulita, cioé con la cultura del rigore, dell’ organizzazione e della correttezza. La chiarezza del diritto e la sua applicazione certa saranno possibili dopo, come conseguenza.

    Scarica un grafico esemplificativo sulla mafia (.jpg)

    Antonio Greco
    angrema@wanadoo.fr

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