Che ne facciamo della scuola? Che ne facciamo del futuro? - Numero 57

Che ne facciamo della scuola? Che ne facciamo del futuro? - Numero 57

La scuola, a ben vedere, è un po’ lo specchio dell’Italia. Dell’Italia presente ma, soprattutto, dell’Italia futura, di quello che ci aspetta. E’ vero che le generazioni dei genitori, degli insegnanti, di coloro cioè che sono preposti all’istruzione e all’educazione delle nuove generazioni si lamentano sempre delle precedenti, ma lo scenario che si presenta ai nostri occhi non è dei più rosei, al di là delle lamentele consuete. Non si tratta, cioè, di fare il “piangina” come dicono a Milano, ma di guardare la realtà.

Cosa dire infatti, ad esempio,  dell’abbandono in cui si trova la lingua italiana? Qualche mese fa fece molto scalpore la lettera  che più di 600 intellettuali avevano  inviato al governo e al parlamento per chiedere “interventi urgenti” per sopperire alle carenze della conoscenza della lingua italiana, riscontrate nei giovani che si affacciano all’università : "È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente". Diciamolo francamente : la lingua italiana è diventata ormai una lingua straniera. E non nel senso di poter offrire l’opportunità di conoscere una nuova cultura, come proprio delle lingue straniere, ma nel senso che non la si conosce, che la si deve apprendere nuovamente, partendo dai rudimenti appresi nella scuola elementare. D’altra parte non è certo un problema proprio recente. Né la colpa è da ascrivere ad un uso smodato degli sms e al linguaggio sincopato dei social che distrugge la ricchezza della lingua. E’ che la scuola – e chi se no – si allontana sempre più dal suo compito, che è quello di istruire e di educare. Anche con fatica. E invece no : la scuola oggi è diventata un grande contenitore di persone che cercano di fare il loro mestiere, ma limitato dalla necessità di essere soprattutto assistenti sociali, psicologi dei propri allievi.

La crisi della nostra società è prima di tutto la crisi della famiglia. E non solo delle famiglie che non sono più unite, ma anche di quelle che, pur senza avere divisioni interne o separazioni, non trasmettono ai propri figli quella che una volta si chiamava “educazione”. Educazione nel senso più semplice del termine ( chi dice più “grazie”, “prego”, “buongiorno” …) ma soprattutto educazione al rispetto degli altri, della proprietà degli altri, della persona e della dignità degli altri. Oggi i genitori tendono sempre più a proteggere i propri figli dai pericoli, non ad insegnare come affrontarli. Si cerca la via più facile non quella più giusta. Gli ostacoli non vanno più affrontati, ma aggirati e se qualche docente cerca di far capire che lo studio è fatica, è conquista, è cammino verso un obiettivo da raggiungere, anche con le normali cadute ( che poi vuol dire meritare un’insufficienza), il genitore invoca clemenza per non incidere sull’autostima del pargolo. Quasi che l’autostima si regali e non la si conquisti con la dura fatica quotidiana. Ma, si sa, oggi la fatica va aggirata, eliminata,  pur di non turbare l’armonioso sviluppo del figliolo… Ma così educhiamo e cresciamo una generazione di rinunciatari, di sottomessi, di disimpegnati. In buona sostanza: di mediocri. E così nella didattica c’è un eccesso di schede, mappe concettuali, riassunti, slides, dispense, per facilitare lo studio; e questo mi sta bene se è una facilitazione che porti a maggiore approfondimento, a maggiore comprensione e non ad una rimasticatura di nozioni, ad una supersintesi che nulla costruisce,  dimenticando che lo studio – che è passione – è anche fatica. Non si abituano più i giovani a riflettere, ad analizzare, ad affrontare le difficoltà,  ma ad enunciare, a sintetizzare, ad avere una visione schematica della vita e delle conoscenze.

E la scuola cambia, continua a cambiare, per … adeguarsi al mondo che cambia. Ma come cambia? Invece di “alzare l’asticella”, pretendere una preparazione più adeguata, più sicura per avere una generazione più preparata ad affrontare le sfide del futuro, si cerca di smussare, evitare gli ostacoli, dare una formazione sempre meno critica. Così nascono le polemiche sul liceo classico; così abbiamo le revisioni degli Esami di Stato; così abbiamo nel corso degli anni un procedere ondivago, dal togliere gli esami di riparazione all’inserire i “debiti didattici”, che è un far rientrare dalla finestra quello che si è cacciato dalla porta; così si introduce l’ ”alternanza scuola/lavoro”, egregia innovazione che si scontra – fra l’altro - con la realtà di dover trovare un numero sufficiente di aziende che ospitino i giovani di tutti i trienni superiori delle scuole italiane!In tempo di crisi, poi; in un momento in cui le aziende non hanno proprio il tempo, e crediamo la voglia, di affiancare a giovani spaesati e spesso demotivati un tutor che li possa seguire. Certo ci sono esempi encomiabili, ma sono esempi : cosa avviene nella realtà in molti casi?

C’è bisogno di una vera rivoluzione culturale che ci faccia uscire dall’appiattimento, dal qualunquismo culturale e linguistico, dall’accettazione acritica di ogni nozione o notizia che ci viene offerta dai mass media, dalla televisione, dalla carta stampata, dalla chiacchiera quotidiana. Non sono certo riflessioni nuove; sono decenni ormai che si parla di ciò, ma non solo non si notano evoluzioni ma si constatano peggioramenti. Non è certamente un rimpiangere il tempo passato, un canto nostalgico, ma il constatare che “abbassare l’asticella” sta facendo crescere una generazione che ha perso i pochi punti di riferimento che aveva. Chi vive nelle aule scolastiche vede come molti giovani, non certo tutti, non abbiano il senso del dovere, del rispetto per gli altri, il rispetto per la proprietà degli altri. E non si tratta di non voler accettare il mondo che cambia, perché se il mondo cambia e offre modelli che contrastano con una sana visione della vita, beh forse è proprio il caso di contrastare questa deriva.

A. F. Vinci

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