Una Lega per tutti - Numero 58

Una Lega per tutti - Numero 58

E così Salvini ha trasformato la Lega. L’ha fatta passare da movimento territoriale a partito nazionale. Il momento storico è stato consumato pochi giorni fa, poco prima di Natale (qualcuno ricorda che anche il MSI nacque in prossimità del Natale, il 26 dicembre? Era il 1946, ma questa è un’altra storia). Il nuovo simbolo che segna il passaggio della trasformazione raffigura Alberto da Giussano inserito in un cerchio, la scritta Lega e “Salvini premier”. I colori dominanti sono l’azzurro e il giallo; non c’è più il verde “padano”, né il sole delle Alpi né, soprattutto, la scritta Nord. Non è mutamento da poco né di facciata. Salvini ha portato la Lega a diventare un partito nazionale. Preparazione lunga, partita con la fondazione di “Noi con Salvini” nata nel dicembre 2014 per avere la presenza della Lega anche nel Centro Sud, aprendosi al resto del Paese e non più limitandosi al Nord. Ma soprattutto è scomparso il tema dell’”indipendenza della Padania”.
Salvini ha portato al successo la Lega, facendola crescere notevolmente. La sua aspirazione a fare della Lega un partito nazionale ha percorso una strada tutta in salita però, tenuto conto degli atteggiamenti antimeridionalistici della Lega sino a qualche anno fa; senza contare il disconoscimento della realtà nazionale, sino alla non accettazione del Tricolore.
Ora Salvini è il migliore alleato di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia. E di questo vogliamo occuparci. Dov’è la differenza? Solo nei toni un po’ più drastici usati dalla Lega? A dire il vero Salvini ha già sfumato da un po’ di tempo le sue intemperanze verbali. L’atteggiamento contrario all’Europa, a questa Europa? L’atteggiamento nei confronti dell’euro? Sostanzialmente non c’è molta differenza. E lo stesso dicasi a proposito dell’immigrazione, dello ius soli. Ma allora perché votare Lega piuttosto che FdI? Indubbiamente conta molto la personalità dei leader: Giorgia Meloni, una donna (e questo è un valore aggiunto nel panorama della politica italiana) combattiva, decisa, con idee molto chiare, convincente. Matteo Salvini, un look un po’ dimesso e informale (raramente usa la cravatta…), felpa con scritta legata al territorio o alla situazione, barba incolta, calma olimpica (non perde mai il self control, non alza mai la voce), argomentazioni dettate dal buon senso. Un colore marcatamente nazionale nella Meloni, che si appella ai “patrioti”; ma un fare non molto diverso in Salvini,  Anche per lui l’appello è rivolto agli italiani, agli italiani prima di tutto, anche se non adopera in questo caso un linguaggio proprio della Destra storica. Ma anche la dichiarazione riportata il 24 dicembre su Il Giornale.it nei confronti dello ius soli conferma la posizione più moderata: "Lo stop è il nostro regalo di Natale agli italiani. La cittadinanza va meritata, va voluta, va scelta al compimento del 18esimo compleanno. Qualcuno voleva usarla come merce di scambio elettorale, la Lega anche se ora era all'opposizione è riuscita a ottenere più di una vittoria. Lo stop allo ius soli è una vittoria degli italiani e degli immigrati regolari che vogliono un paese più sicuro e con più dignità. Questo offriremo ai 60 milioni di cittadini italiani e stranieri che vivono in Italia". Sino ad affermare che il nostro Paese è un "un paese che accoglie, che integra ma che è orgoglioso delle sue tradizioni. Noi possiamo accogliere culture altrui se siamo ben fermi e orgogliosi della cultura nostra". Una “rivoluzione” nella comunicazione salviniana: lo stop allo ius soli visto come una vittoria non solo degli italiani ma anche degli immigrati regolari; una disponibilità ad accogliere persone che vengono da altri paesi, ma senza abdicare alla propria cultura, anzi orgogliosi di essa. E qui si intende, anche se dovrebbe essere ovvio, la cultura nazionale, non certo quella del Nord, o solo del Nord. Quanto sono lontane le parole che guardavano alla scissione, alla separazione dal resto del Paese, alla Padania. Salvini si candida leader del centrodestra e compie un’autentica rivoluzione: questa non è più la Lega che abbiamo conosciuto sino a qualche anno fa. Calcolo politico? Calcolo elettorale? Salvini sa bene che alle parole devono seguire i fatti, che trasformare la Lega da movimento del Nord a partito nazionale non è solo questione di cambio di un titolo o della grafica. Ma allora, dov’è la differenza con il pensare della Destra tradizionale? Qual è il valore aggiunto? Votare per Fratelli d’Italia è per alcuni votare per un partito ancora con troppi vincoli, sentimentali più che nostalgici, con il fascismo; la Lega, invece, è un movimento nel quale sono confluite più anime, anche di sinistra. E poi la Lega ha dalla sua il buongoverno, non promesso, non sperato, ma attuato in molte città e in regioni come la Lombardia e il Veneto. Regioni che sono diventate simbolo di efficienza, di capacità amministrativa, tanto da essere elevate ad esempio. La Lega ha formato una sua classe dirigente, basata sulla capacità manageriale e anche sulla capacità di fare pulizia dentro la propria casa (e non è poco). Perché è qui che si gioca la partita. La gente vede ed apprezza quello che accade nella vita di ogni giorno, nell’amministrazione quotidiana, nella politica delle piccole cose, dettate dal buonsenso e non da parole vuote e da retorica. Fratelli d’Italia non ha avuto molte opportunità di mostrare la sua “modernità” rispetto ad Alleanza Nazionale o al MSI; anche la volontà di salvare la fiamma tricolore nel nuovo simbolo di FdI (operazione a nostro avviso corretta e meritoria) può penalizzarla, facendola apparire troppo legata ad un momento storico molto diverso da quello attuale. Insomma: un’operazione nostalgia che Salvini non ha avuto, cancellando secessione, indipendentismo, la scritta Nord, ma lasciando il guerriero Alberto da Giussano che lotta contro il nemico.

Anche nei confronti del Movimento 5 stelle Salvini, a nostro avviso, si propone con un atteggiamento tutto suo. La gente vede gli amministratori leghisti come persone che vengono dal popolo, senza “la puzza sotto il naso”: insomma sono come loro. Questo essere popolari più che populisti, vicini alla gente, è la carta vincente. E, per tornare al look, Salvini questo lo capisce benissimo. Quanto lontano il look del grillino Di Maio, leader del Movimento 5 stelle! Sempre in camicia bianca perfettamente stirata; cravatta, giacca. Di Maio ha già un atteggiamento ministeriale, istituzionale, un po’ distaccato. Salvini, come già Bossi ai tempi (con un frasario, Bossi, non sempre diplomatico … molto corretto invece quello di Salvini), si rivolge alla massa, a tutti. In ambedue c’è la lotta contro questo sistema politico, ma in Salvini - jeans, camicia arrotolata sulle braccia o, meglio, felpa (un vero must salviniano) - vedi più vicinanza nei confronti della gente.  In Di Maio più l’atteggiamento di chi la sa lunga ed ha la soluzione in tasca: un giovane professore che ti vuole insegnare la lezione.

Antonio F. Vinci

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