INPS: PREVIDENZA AL TRAMONTO - Numero 41

 

L’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, come tutti sanno, venne costituito durante il Ventennio, assieme ad altri Soggetti di diritto pubblico con analoghi scopi solidaristici, ma col passare del tempo ha visto ampliare le proprie competenze, e quindi le proprie strutture, fino a diventare un’Azienda dalle dimensioni pletoriche. Oggi, con oltre 20 milioni di assicurati e 32 mila dipendenti, che comportano un monte stipendi pari a 2,2 miliardi di euro in ragione annua, l’INPS non ha rivali nel pur cospicuo mondo del parastato, ed ha finito per diventare un centro di potere, davvero di prima grandezza.

Un organo di stampa come "L’Espresso" del 15 marzo 2007, non certo in odore di simpatie destrorse, ha pubblicato un documentato e dettagliato servizio sui fasti dell’Istituto, con particolare riguardo agli sperperi ed alle distrazioni di risorse pubbliche che ne derivano, in palese scostamento, bisogna aggiungerlo, dal ruolo istituzionale di assistenza e di servizio a favore delle categorie più deboli, ed in primo luogo a quelle dei pensionati e degli invalidi. Basti pensare che, come ha scritto Giuliano Cazzola, Presidente del Collegio dei Revisori, il numero di coloro a cui vengono corrisposti emolumenti per la partecipazione ai lavori delle Commissioni nazionali, regionali e provinciali, assomma a 6.222, con una spesa che ha raggiunto 13,5 milioni di euro, e che si traduce in flussi finanziari a vantaggio precipuo di sindacalisti e compagni di viaggio, che di quelle Commissioni, pronte a riunirsi almeno "18 mila volte" all’anno (comportando spese di trasferta per un altro milione e mezzo di euro) sono componente notoriamente fondamentale.

Questo fiume di denaro, in buona sostanza, potrebbe diventare un ruscello senza pregiudizi di sorta, ed anzi, incrementando le disponibilità finanziarie da destinare agli scopi di base. Va da sé che la prassi descritta, pur politicamente e moralmente opinabile, potrebbe essere accettata in via di correntezza se l’INPS garantisse livelli di normale funzionalità, improntati alla diligenza media del buon padre di famiglia. Purtroppo non è così.

L’esperienza quotidiana dimostra che le lungaggini burocratiche sono sempre più gravi, e tanto più intollerabili, in quanto si traducono in danni e prevaricazioni a danno di persone anziane, che nella maggior parte dei casi non sono in grado di tutelare i propri interessi legittimi. A ciò contribuisce, tra l’altro, la sovrapposizione di controlli e verifiche da parte di altri Soggetti pubblici, cosa che sottolinea un evidente concorso di responsabilità da parte del momento legislativo o regolamentare, e ribadisce le condizioni di sudditanza funzionale e psicologica in cui versano gli aventi causa. Basti pensare che persino a Milano occorrono parecchi mesi, quando va bene, per ottenere un assegno di accompagnamento anche da parte di invalidi totali, per non parlare delle traversie spesso annose con cui bisogna confrontarsi per una semplice ricostituzione pensionistica.

Qualcuno obietterà che esistono i Patronati, e che la loro assistenza dovrebbe essere prestata a titolo gratuito, come lo stesso Istituto si preoccupa di notificare nelle comunicazioni ufficiali a chi dovrebbe assistere, a fronte di diritti che invece vengono pervicacemente negati, talvolta a fronte di un cavillo interpretativo di questa o di quella legge. Sta di fatto che anche i Patronati sono espressione diretta dell’uno o dell’altro Sindacato, ed almeno indirettamente, dell’una o dell’altra forza politica, e che la loro lettura di disposizioni spesso farraginose o pletoriche, incomprensibili agli interessati, finisce per essere contigua a quella dell’INPS: con tanti saluti, appunto, ad una benintesa previdenza, ed agli scopi per cui ottant’anni fa si era data vita all’Istituto.

Sappiamo benissimo che il progressivo avanzamento dell’età media di sopravvivenza comporta problemi di politica previdenziale che non possono prescindere da esigenze di finanza pubblica, e dal fatto che l’imposizione fiscale ha raggiunto livelli ormai invalicabili, ma ciò non toglie che sia legittimo, e moralmente sacrosanto, pretendere che in un Paese come l’Italia, in cui la contribuzione previdenziale è caratterizzata da incidenze massime rispetto a quelle altrui, i servizi resi siano proporzionali ai sacrifici imposti.

E’ palesemente ingiusto che, a fronte di oneri indiretti tali da raddoppiare il costo del lavoro, le prestazioni previdenziali, in un numero crescente di casi, non permettano nemmeno di mettere d’accordo il pranzo con la cena, e che il potere d’acquisto delle pensioni di ogni ordine e grado, a parte gli effetti rivenienti dalle note vicende monetarie, venga ulteriormente eliso dal foraggiamento di strutture burocratiche in paradossale, ulteriore espansione. Ed è altrettanto ingiusto, ma nella fattispecie, anche piuttosto sorprendente, vedere che l’opposizione, come ha constatato "L’Espresso" e come capita di verificare nell’esperienza quotidiana, "sta alla finestra".

Se è vero che il grado di civiltà di un Paese si misura, in primo luogo, sulla base della politica per le classi più deboli, e quindi, per la fascia più anziana della popolazione, il cui potere contrattuale è ridotto tendenzialmente a zero, il tramonto della previdenza colloca l’Italia, anche per questo aspetto, in una posizione di malinconica retroguardia.

Carlo Montani