TERRA DI THULE, I SOGNI CHE NON MUOIONO ALL’ALBA - Numero 24

 

Per gli amanti del fantastico è uscito in cd il primo album della Compagnia dell’Anello

Sarà il desiderio di sfuggire alle delusioni "governative", sarà il richiamo delle emozioni di un tempo, ma riascoltare oggi "Terra di Thule" rinfranca lo spirito e riconcilia con scelte lontane. E chi scrive sarà anche "di parte", ma signori, chapau alla Compagnia dell’Anello (tre decenni circa di musica alternativa) che un anno e mezzo dopo "Di là dall’acqua" esce con la ristampa in cd del suo primo album. Nove brani che ci riportano alle atmosfere dei Campi Hobbit, in cui si fondono fantasia, speranza e ansia di lottare. Quelle canzoni sono state scritte in una fase in cui la giovane destra stava terminando di vivere l’esperienza tragica e straordinaria di quel periodo che andrà sotto il nome di "anni di piombo" o "di porfido". Chi allora faceva politica e scriveva canzoni poteva trovarsi alle prese con l’assassinio di un camerata e poco dopo con l’arresto di un amico. Non c’era nulla di più facile dunque che gettare quella rabbia tra le note di una chitarra e di una tastiera. Certo è stato fatto, dalla Compagnia e da altri, legittimamente e talvolta con risultati ottimi. Ma quello che colpisce è invece il quoziente poetico di certi pezzi che poi ritroviamo nel primo lp del gruppo, uscito nel 1983. Serenità, voglia di sognare, di credere nel bello e nel giusto ciò che comunica l’ascolto. "La Terra di Thule", il primo brano, narra della vita di un guerriero, da quando, fanciullo, cacciava e pescava "nei fiordi e poi nel torrente" con il padre, fino alla morte in battaglia che regala il dolce viaggio verso l’"isola verde". Un classico, un pezzo cantato e ricantato dai giovani di destra che puntualmente si scaldano quando "il cerchio e la croce garriscono al vento". Il secondo brano, "Pensando ad un amico", è dedicato in modo meraviglioso dall’autore (Mario Bortoluzzi) a un ragazzo di diciotto anni, chiamato "Piero" in un’altra nota canzone, che impeccabili magistrati ritennero addirittura colpevole di "tentata ricostituzione del disciolto partito fascista". Fantasy, passione politica, mistica orientale in una testimonianza di cameratismo e amicizia che è per uno, ma è per mille altri ancora. La dolce atmosfera di "Nascita", la terza traccia, in cui spiccano l’amore per la vita e i misteri della natura, aiuta chi (all’interno o all’esterno) sia ancora legato allo stereotipo di un ambiente rozzo e violento a ricredersi. Ancora fantasia, sentimenti antichi e allegorie medioevali, ne "Il costume del cervo bianco", dove, chiudendo gli occhi, pare di vederlo, sullo sfondo, il castello di Re Artù. Nel bel mezzo dell’album ecco la canzone divenuta un autentico inno della giovane destra. Tradizione, valori imperituri, speranza e fede incondizionata : i pilastri de "Il domani appartiene a noi". Un pezzo di incredibile impatto, musicato sulla colonna sonora del film "Cabaret", un pezzo che credo possa tranquillamente sostituire negli effetti la nota pillola blu creata per porre rimedio alla perdita del vigore sessuale… Una nota su questo brano: personalmente la versione vecchia ci pare più vivace nel ritmo di quella che si sente cantare attualmente e non capiamo il motivo. Segno di tempi più "mosci" o semplice ignoranza tecnica da parte nostra? E una considerazione: o "il domani" è ancora assai lungi da venire o quel "noi" è stato interpretato in maniera - diciamo così -troppo estensiva. Ma è bello sperare e non arrendersi mai. "Vince sempre chi più crede, chi più a lungo sa patir", diceva un’altra canzone, di mezzo secolo più vecchia. E’ confortante e dolcemente rassicurante "Terra di Thule". Come lo è una "Ninna nanna" al contrario, "Nanna ninna", è appunto il brano che segue. "Svegliati bimbo mio, la notte cala già", canta la Compagnia dell’Anello, che affida il fanciullo che è in noi ai racconti magici di Merlino, un universo di dame, cavalieri e draghi, di "colli di Lorena" e "d’Irlanda i verdi pascoli". Si torna bambini dunque, senza vergogna, alla ricerca di purezza e di gioia di vivere e lo si fa anche con "Fiaba", che è accompagnata da una notevole musica medioevale. E nell’età di mezzo si resta con "Il contadino, il monaco e il guerriero", omaggio alle tre figure di spicco di quel tempo, ognuna delle quali offre a Dio un dono proprio. Forte ed elegante. Chiude un brano che fotografa molto efficacemente lo spirito della Compagnia. Valori e riferimenti antichi, voli nel fantastico, senza però rinunciare alla voglia di vivere il proprio tempo con gioia e fierezza. "Sulla strada", titolo che omaggia Jack Kerouac e il suo "On the road", ci conduce in lungo e in largo per l’Europa, tra le bellezze e le genti del Vecchio Continente, mito di sempre, oggi quanto mai d’attualità. Come non dedicare questa canzone alla nuova Europa allargata o riunita (come sarebbe meglio dire). Anche se è certo che l’idea romantica di "Sulla strada" poco si ritrova nel potere delle oligarchie economiche accasatesi a Bruxelles e nella visione tecnocratica dei burocrati che muovono le leve in direzione opposta a quella dell’Europa dei popoli e delle Nazioni. Tutto questo è "Terra di Thule". Per qualcuno si tratterà di suggestioni inutili, di infantilismo politico, di nostalgismo moderno, ma noi - sia detto in senso assolutamente impolitico - ce ne freghiamo. E troviamo bellissimo e da non ignorare il fatto che ora questo vecchio album sia disponibile in compact disc, che si possa ascoltare a casa, sul computer al lavoro (previe valutazioni caso per caso ovviamente) o in macchina (per gli attrezzati): "adesso lo sai che tu per sempre il cervo e la lontra potrai qui cacciare…".

Fabio Pasini