Quel Natale di sangue … - NUMERO 62

Il 12 agosto del 1920 D’Annunzio proclamava lo Stato libero di Fiume.

Era l’ufficialità della sua impresa, iniziata con il suo arrivo nella città il 12 settembre dell’anno prima. Partito da Venezia verso Ronchi, da lì si era diretto a Fiume. Già il percorso per giungere alla città del Carnaro fu un’avventura a forti colori. Si era mosso da Venezia, dalla “Casetta rossa”, dopo una notte con forte febbre, per giungere a destinazione  con alcuni autocarri e 196 granatieri. Ma lungo il percorso altri si aggiungevano sino a quando “a un chilometro dalla barra di confine il generale Pittaluga fermò  D’Annunzio e gli impose di arretrare. Il Poeta gli presentò il petto coperto di medaglie e lo invitò, come Napoleone  al lago di Laffrey, a far sparare su di lui. Il Pittaluga se ne guardò bene e D’Annunzio andò avanti, finché  alla barra incontrò un altro generale, il Ferrero, che tentò di convincerlo a tornare sui suoi passi. Ma un’autoblinda si lanciò contro la barra seguita dall’intera colonna” (Piero Chiara, Vita di Gabriele D’Annunzio, pag. 331). Così iniziava quell’anno e mezzo di Reggenza del Carnaro. D’Annunzio aveva 56 anni.  Fiume, la “Città olocausta”,  venne ben presto battezzata la “Città di Vita” e D’Annunzio assumeva il titolo di “Comandante”. Fu una rivoluzione dei costumi, oltre che un’occupazione di un territorio che si voleva rivendicare all’Italia, nonostante quanto si fosse deciso a Versailles. A mano a mano che il tempo passava altri militari entravano a Fiume per appoggiare D’Annunzio, come il generale Sante Ceccherini e il generale Corrado Tamaio, oltre a due battaglioni di bersaglieri con i loro ufficiali. L’aeronautica  militare aveva fatto la sua prova generale nell’appena conclusa guerra coprendosi di gloria e alcuni piloti diventati famosi giunsero a Fiume. Ma a Fiume, in quei mesi, arrivarono Mussolini  (che si era mostrato alquanto tiepido nei confronti dell’impresa ed era stato rimproverato da D’Annunzio) e personaggi come Marconi e Toscanini, mentre sollecitò anche l’interesse di Antonio Gramsci e del movimento dei dadaisti. Nacque in quei frangenti anche l’idea di costituire una Lega dei popoli oppressi, progetto che poi fallì. Insomma : Fiume era diventato un laboratorio politico, un nuovo modello di città e di vita.  E a Fiume guardavano tutti quelli che speravano in un rinnovamento della vecchia Europa, specialmente dopo la fine della guerra che aveva visto il mutamento radicale della geopolitica europea. Fu l’amalgama di diverse correnti politiche, di diverse tradizioni culturali: dai socialisti ai nazionalisti, ai futuristi, agli anarchici, ai fascisti. Fu la volontà un po’ caotica di chiudere con il passato e di costruire un nuovo mondo senza le regole del vecchio. E così  Fiume vide di tutto: uso di cocaina, personaggi che andavano in giro nudi, provocazioni, sbeffeggiamenti. Un’ irrisione continua e provocatoria dei costumi perbenisti e della morale borghese del tempo. Come ricorda Giordano Bruno Guerri ( “Arte, politica e amore libero. Il vero ’68 fu a Fiume”, Il Giornale, 22 aprile 2018) “D’annunzio si negò all’esperienza omosessuale, che invece imperversava tra incontri saffici e orge tutte al maschile”.

D’altra parte il “dannunzianesimo” come modo di essere, di vivere, di lottare, di amare, con tutte le sue manifestazioni ribellistiche,  era già presente dalla fine del secolo. E già dal 1909 i futuristi avevano fatto piazza pulita del perbenismo, proclamando  nel loro Manifesto : “ 1) noi vogliamo cantar l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità; 2)Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia; 3)La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo  ed il pugno”. Ora quel nuovo mondo sembrava poter avere realizzazione.

Ma l’impresa di Fiume fu anche la “Carta del Carnaro”, di cui si parla in altra parte del giornale.

Però la situazione ben presto doveva precipitare e il 23 dicembre 1920 le truppe italiane attaccarono Fiume. Non senza aver dato vita ad un’ultima beffa, quella di Guido Keller. Personaggio unico, conosciuto come “asso di cuori” nella squadriglia di Francesco Baracca, fiumano della prima ora,  volava nei primi di novembre sui cieli di Roma, gettando sul Vaticano una rosa bianca in onore di San Francesco, sette rose rosse sul Quirinale in onore della regina e … un pitale sopra Montecitorio. Il 12 novembre l’Italia firmava il Trattato di Rapallo che chiudeva la questione di Fiume  e della Dalmazia. Dopo diversi tentativi di risoluzione la vigilia di Natale iniziarono gli scontri, fermati  con una tregua il 25, ripresi subito dopo il 26 quando la nave Andrea Doria colpì il Palazzo del Governo : D’Annunzio “che ebbe qualche calcinaccio in testa, stese subito un nuovo proclama” (P. Chiara, Op. cit,). Era il “Natale di sangue”.

Subito dopo il Comandante si dimise insieme al suo governo. Iniziò la ritirata dei legionari fiumani e D’Annunzio fu l’ultimo a lasciare la città il 18 gennaio. Erano caduti 22 legionari e cinque civili dalla parte del Comandante e 25 militari e due civili dalla parte del governo di Roma. L’impresa fiumana era terminata, il sogno di un mondo nuovo si era infranto. Ma di quella esperienza molto del cerimoniale passerà nel fascismo: dal grido “ eia eia eia,alalà” al saluto ai camerati morti, dal pugnale stretto in pugno e rivolto in alto in segno di saluto all’esaltazione della romanità, all’idea di marciare su  una città per riprendere ciò che apparteneva alla tradizione e alla storia patria. Si è scritto che non furono la stessa cosa, che D’Annunzio non preparò il fascismo. E’ pur vero, comunque, che il perbenismo borghese aveva ricevuto un duro colpo e se il dannunzianesimo non fu un movimento di destra, anzi, è pur vero che segnò la fine di un’epoca, del mondo liberale. La Marcia su Roma non era un evento impossibile.

 

Antonio F. Vinci