Alleanza nazionale, "grandi manovre" in vista del congresso - Numero 06

ALLEANZA NAZIONALE, "GRANDI MANOVRE" IN VISTA DEL CONGRESSO

Da una parte i "più belli". Dall’altra gli "intelligentones". Una strana contrapposizione quella che si è venuta profilando nella due giorni di discussioni (il 24-25 novembre scorsi) tra le due principali correnti di Alleanza Nazionale. Da una parte la Destra sociale di Alemanno e Storace, la destra dei "belli": "Perché - dice il presidente della Regione Lazio - ci sarà anche qualche differenza, e non solo estetica, tra Daniela Santanché e Alessandra Mussolini". Dall’altra, Destra protagonista, la corrente di La Russa e Gasparri, che all’accusa di essere i "berluscones" hanno risposto - con le parole del ministro della Comunicazione - di essere "gli intelligentones, perché abbiamo capito le scelte giuste da fare fin dai primi anni ’80". Lo confessiamo: siamo presi dallo sconforto. In tempi di Destra al governo nessuno si aspetta voli di fantasia o grande strategie politico-filosofiche, ma un onesto e indissolubile pragmatismo. Da qui però a dividersi tra belli e intelligenti ce ne passa…

Correnti in movimento. Va beh… cerchiamo di tornare a parlare di politica. E partiamo dai movimenti correntizi, che tanto (troppo?) appassionano i militanti di An. C’eravamo lasciati con 4 gruppi politici contrapposti. Le già citate Destra sociale e Destra protagonista. E poi Destra e Libertà di Urso e Matteoli, di impronta liberal-liberista. E Destra plurale di Domenico Nania, i cui componenti sono noti come i "descamisados", per la discutibile scelta nell’abbigliamento (sic!). Le due ultime correnti (quelle di Urso e Nania) si sono riunite in un’aggregazione più ampia: il nome della corrente è Nuova Alleanza. Quest’ultima sembra vicina ad un accordo politico con Destra protagonista in vista del congresso di An del prossimo aprile. Così come la mini-corrente "Iniziative" di Giulio Maceratini. Dunque la situazione sembrerebbe profilarsi in questi termini: la Destra sociale contro tutti. O tutti contro la Destra sociale, a seconda dei punti di vista. Appare però uno scontro almeno numericamente impari. Da sola la Destra protagonista larussian-gasparriana può contare, infatti, su un grandissimo peso nel partito: 52 deputati sui 99 di An, 20 senatori su 43, un ministro (Gasparri); un viceministro (Martinat); il presidente del gruppo di Montecitorio (La Russa); 60 tra consiglieri e assessori regionali, oltre 200 consiglieri comunali. Non solo. Nella riunione di sabato e domenica scorsi ad Arezzo, Destra protagonista si è presentata con 1.200 delegati. Un esercito. Quantificando, un 70 per cento abbondante dei delegati più gli innesti delle correnti "alleate" contro un 30 per cento scarso della Destra sociale. Il nodo dell’articolo 18.

Ma lasciamo perdere i numeri, che in politica sono importanti ma non sono tutto, e passiamo ai programmi. Qui la contrapposizione tra correnti si basa su due punti fondamentali: l’abolizione (o meno) dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello sul licenziamento per giusta causa. E l’ingresso (o meno) nel Partito Popolare europeo. Partiamo dal nodo dell’articolo 18. Gasparri sostiene: "Sì, l’art. 18 va soppresso perché è il solo modo per favorire nuove assunzioni. Il sistema è troppo rigido e a farne le spese sono soprattutto i giovani in cerca di lavoro nelle aree più deboli". Non è d’accordo Alemanno: "No, l’art. 18 non va toccato. Un intervento specifico diverrebbe simbolo di lacerazione sociale: può essere modificato solo nel quadro di una revisione globale dello Statuto". Logiche diverse alla base delle due scelte. Destra protagonista vuole una "modernizzazione" a tappe forzate. Il rischio è quello di creare uno scontro sociale. E, visto come andò a finire nel 1994, con un milione di persone in piazza, forse sarebbe meglio evitarlo. La Destra sociale persegue una logica di rottura dell’unità sindacale della Triplice per mezzo di un avvicinamento alla Cisl di Pezzotta, vicina alle politiche sulla partecipazione dei lavoratori agli utili, da sempre cavallo di battaglia di Alemanno e soci. Il rischio di questa scelta è un eccesso di "conservatorismo" nel mercato del lavoro. Seguendo il sindacato, cioè, si rischia di non cambiare nulla. E tutti sanno, ormai, che il mondo del lavoro in Italia va al contrario di come dovrebbe andare: tutela i privilegi ingiusti e dà poche opportunità di lavoro ai più giovani. La discussione appare fin qui seria. Come sempre la soluzione sembra essere nel mezzo. Dunque, tutelare la vocazione sociale del partito, evitando scontri sociali. Non farsi però "cofferatizzare", come ha sostenuto la Russa criticando Storace. Da rifuggire comunque la contrapposizione tra iperliberisti e ultrasociali. Ribadiamo, con i padri latini: in media res stat virtus.

Morire democristiastiani? Secondo nodo da sciogliere in vista del congresso è se avviare un cammino che porti Alleanza nazionale all’interno del Partito Popolare nel parlamento europeo. Non è la prima volta che si parla di questa possibilità. Ma nella due giorni delle correnti l’argomento è tornato prepotentemente alla ribalta. Per Gasparri, "parlare di ingresso nel Ppe è ancora prematuro, e tuttavia quel passaggio è inevitabile". Per Alemanno non è inevitabile ed è certamente "prematuro, per due motivi: anzitutto perché nel Ppe devono prima uscire Rosi Bindi e Castagnetti, e poi perché dobbiamo prima concertare una posizione con tutti i nostri partner dell’Uen, l’Unione delle destre europee". Anche in questo caso ci sono rischi in entrambe le posizioni. Destra protagonista vuole affermare il bipolarismo anche in Europa, dopo che in Italia il binomio Forza Italia-Allenza nazionale pare essere indissolubile. Qual è il rischio? Che, una volta entrati nel Ppe, il passo successivo sia il partito unico con Forza Italia. E allora addio ad ogni specificità politica e culturale della Destra italiana. Il rischio dell’"isolazionismo" perseguito dalla Destra sociale è invece quello di rimanere in un gruppo (l’Uen) che conta poco ed è stretto tra i due "giganti" del parlamento europeo: il Partito popolare e il Partito socialista. Rischi da calcolare con cura: certo che morire democristiani, sia detto con franchezza, non ci sembra una fine né allettante né tantomeno auspicabile. Una specificità "di destra" andrebbe conservata, anche perché i Berlusconi passano, mentre i nostri valori restano.

Il futuro di An Quale il bilancio della due giorni delle correnti? Francamente non entusiasmante. La contrapposizione sembra tornare ad assumere toni che speravamo superati. Insomma, il vecchio scontro tra "liberali" e "sociali", che ha lacerato il partito negli anni scorsi, ritorna alla ribalta. Uno scontro superato nella conferenza programmatica di Verona: lì erano stati indicati dei "paletti" che ci paiono gli unici capaci di tenere insieme e sintetizzare le diverse anime di An. Allora era uscita fuori una Destra "law and order", da sempre perseguita da Gasparri. Ma una Destra anche "sociale", attenta cioè al mondo del lavoro e alle politiche di partecipazione nelle imprese, seguendo alcune proposte di Alemanno. Si riparta, dunque, dalle tesi di Verona, evitando che il partito si riavviti in una polemica tra correnti che lascia il tempo che trova. E che non consente di avere un’identità definita e riconoscibile per gli elettori e l’opinione pubblica. Rischio gravissimo. Se si chiedesse infatti a qualche elettore qual è l’identità politica di An, cosa risponderebbe? Che An è una Destra liberale, o sociale, o nazionalista, o statalista? Non vorremmo che dicesse che è la Destra delle correnti e dei colonnelli. E non ci confortano certi slogan politici emersi durante la due giorni delle correnti. Che vuol dire, ad esempio, il "Far fare", lanciato da La Russa come obiettivo politico? "Far fare" a chi? E, soprattutto, cosa? E con quali riferimenti politici? E con quale strategia politico-culturale? Nodi da sciogliere nel congresso di aprile. Per ora ci verrebbe sommessamente da suggerire: ripartiamo dal programma di Verona. Per andare avanti. Allora An si autodefinì un "partito di programma". Il programma c’era e c’è. Perché non farlo valere anche nelle politiche di governo? E infine, come ha suggerito a ragione il professor Fisichella, "smettiamola di pensare al 2006, a Fini premier! Si tratta di discorsi intempestivi, affrettati. Pensiamo piuttosto ai programmi. Preoccupiamoci di tener fede ai valori di An".

L’Apota