Intervista ad Antoluca Romano, neosegretario milanese di ag"antiamericano? no, sono filoeuropeo" - Numero 12

INTERVISTA AD ANTOLUCA ROMANO, NEOSEGRETARIO MILANESE DI AG
"ANTIAMERICANO? NO, SONO FILOEUROPEO"


"Campagna di Azione Giovani per un esercito comune dell’Unione Europea"
Rivolto a Fini: "Einaudi e De Gasperi non sono i miei statisti di riferimento"

Aveva 15 anni quando è entrato per la prima volta nella sezione milanese dell’allora Fronte della Gioventù. Era il dicembre del 1993. Sono passati quasi dieci anni. Di militanza, di attività politica nelle scuole medie superiori, di dibattiti politici, di scontri correntizi. E ora Antonluca Romano, a 24 anni, si trova al vertice milanese di Azione Giovani. A luglio, infatti, è stato eletto segretario cittadino del movimento giovanile di AN. Nuove responsabilità, nuove sfide. In questa intervista al Barbarossaonline, Romano parla della prospettive politiche di AG in quello che si annuncia come un autunno caldo. Ma non solo. Non risparmia critiche alla gestione dei "quadrumviri" nazionali che dirigono Azione Giovani: "Il movimento è diventato ingovernabile. Il sistema dei veti incrociati ha completamente ingessato la struttura". Non è tenero neanche con Gianfranco Fini: "Einaudi e De Gasperi statisti di riferimento di AN? No, grazie". Parlando dell’attacco voluto dagli Usa nei confronti dell’Iraq, il neosegretario meneghino di AG prende le distanze da un certo antiamericanismo d’antan di certa destra, ma sottolinea: "A me non interessa essere filoamericano o antiamericano: a me interessa l’interesse della mia patria, l’Italia, e della mia grande patria, l’Europa".

Partiamo da AG. Qual è la situazione del movimento a Milano?
"A Milano siamo cresciuti molto sia nelle scuole che nelle università. Anche il numero di militanti sta crescendo. Abbiamo passato qualche anno sotto tono. Penso che sia abbastanza fisiologico: la "morte" dei quadri, soprattutto nelle scuole medie superiori, è abbastanza naturale. Ma ora c’è stato un ricambio. E siamo presenti anche al liceo Beccaria e all’Itsos ex via Pace, che ora è a Corvetto, scuole storicamente di sinistra, dove non avevamo mai avuto rappresentanti. Ora ne abbiamo uno per istituto".

E a livello nazionale, come va Azione Giovani?
"Mah, negli ultimi anni l’attività è stata abbastanza ’floscia’".

Con il "quadrumvirato" dirigenziale capeggiato da Giorgia Meloni le cose funzionano?
"Fino a un certo punto. Hanno dato un potere di veto a ogni tetrarca. Era l’unico modo per far funzionare la struttura. Ma l’organizzazione è diventata ingovernabile. Le poche cose che si riescono a decidere si decidono attraverso i veti incrociati. La struttura in questo modo è completamente ingessata".

Si sa qualcosa del prossimo congresso nazionale di AG?
"La data non si conosce ancora. Per quanto riguarda le candidature, Nicola Caldarone ha già ufficializzato la sua per la destra sociale. Dall’altra parte dovrebbe schierarsi Giorgia Meloni".

Quali battaglie politiche AG intende portare avanti in autunno a Milano?
"Faremo delle mobilitazioni incentrate sul tema Europa. Con questo governo, infatti, l’Italia sta ritrovando un ruolo internazionale. E ritorna l’interesse per la politica estera, che peraltro ha sempre appassionato il nostro movimento, fin dai tempi del Fronte della Gioventù. A questo proposito porteremo avanti due battaglie. La prima è quella per l’esercito europeo. Collegata a questa, l’elezione diretta del presidente dell’Unione Europea, che diventerebbe il comandante delle forze armate dell’Europa".

Tre aggettivi per definire la "tua" destra?
"Più che tre aggettivi, a me piace ricordare la frase di uno striscione, che avevamo preparato qualche tempo fa: ’E’ rabbia, è lotta, è amore: è Azione Giovani’".

Tre libri imprescindibili per il giovane di destra?
Le "Lezioni spirituali" di Yukio Mishima, "La Guardia di Ferro" di Corneliu Codreanu, un libro che però va presentato ai nuovi militanti e calato nel suo contesto storico. I libri di Drieu La Rochelle. E anche quelli di Alain De Benoist".

Ti considerei liberale o antiliberale?
"E’ difficile rispondere a questa domanda perché il termine liberalismo è un contenitore talmente ampio da aver perso ormai ogni forma".

Qualche autore liberale trova posto nella tua biblioteca?
"Thomas Hobbes, ma non lo metto ai primi posti. Il ’Leviatano’ è comunque un libro che va letto e che fa parte della mia formazione culturale. E anche il ’Contratto sociale’ di Rousseau".

Dove sta andando AN?
"Una volta che si va al governo le posizioni politiche dei vari partiti tendono un po’ a mescolarsi. La cosa però non è né grave né definitiva perché non va ad intaccare il ’Dna’ politico del partito. Se, facendo i debiti scongiuri, dovessimo tornare all’opposizione, riaffiorerebbero le differenze. Che comunque si sono viste anche di recente: penso alla questione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, argomento sul quale l’identità sociale di AN è venuta fuori prepotentemente ed è stata anche in grado di risolvere la situazione a livello nazionale. E poi l’economia sociale di mercato seguita dal governo è un’elaborazione che nasce proprio dalla destra sociale".

In un’intervista alle "Iene", Fini ha indicato Einaudi e De Gasperi come gli statisti di riferimento di AN. Condividi?
"Li indica per se stesso. Sono dichiarazioni estemporanee, magari si sarà ravveduto anche lui. Comunque io personalmente non mi riconosco né in De Gasperi né in Einaudi".

Fini sembra guardare a una destra liberal-conservatrice. I giovani di AG rimangono ancorati a riferimenti di destra tradizionale, populista, radicale. C’è una frattura tra classe dirigente e giovani?
"Questo argomento, cioè quello che in AN c’è un’avanguardia e una retroguardia, è utilizzato dai nemici di AN quando dicono ’Fini è bravo, è l’avanguardia liberale del partito, ma c’è una base ancora legata ancora ai miti di un tempo’. Stesso argomento, in termini ribaltati, è utilizzato da destra. Questa ’frattura’ però c’è sempre stata. Gli autori di riferimento del mondo giovanile, anche ai tempi del MSI, sono sempre stati diversi da quelli del partito".

Eppure Almirante diceva di Evola: "E’ il nostro Marcuse, ma più bravo".
"C’è qualcosa di vero nel fatto che la classe politica del MSI era più omogenea rispetto a quella di AN. Il partito però ora è grande e non vedo come una cosa preoccupante queste differenze. Lo sarebbero state in un partito del 4%, che se non riesce a mantenere un’identità ben definita ha fallito il suo compito. Per un partito del 12-13% questo problema assume dimensioni minori".

In AN c’è tutto e il contrario di tutto: tradizionalisti, sociali, liberali, nostalgici. Tutte queste anime sono un limite o una ricchezza per il partito?
"Una ricchezza. Se non fossero entrati in AN uomini provenienti da un’autentica tradizione liberale, probabilmente AN avrebbe smarrito da tempo la sua identità culturale. Il fatto invece che vi siano queste nuove adesioni rafforza l’identità anche del vecchio militante del Movimento sociale. Mi piace comunque ricordare una frase di Fini al tempo in cui nacque Alleanza Nazionale: ’Io non chiedo a chi entra nel partito da dove viene, ma gli chiedo dove vuole andare e cosa vuole fare in Alleanza Nazionale’. In ogni caso, noi non viviamo crisi di identità come scrive certa stampa faziosa. Le crisi di identità le vive la sinistra. Noi la trasformazione l’abbiamo vissuta da dentro, l’abbiamo creata ed elaborata".

Favorevole o contrario ad un eventuale ingresso nel Partito Popolare Europeo?
"Non credo che si realizzerà, perché nel PPE c’è dentro Berlusconi e non penso che il premier voglia avere al suo fianco un leader italiano di un certo spessore come Fini. Chi prospetta il nostro ingresso nel PPE lo fa perché non crede nelle creazione di un forte polo di destra in Europa. Ma questo è tutto da vedere".

Favorevole o contrario al partito unico del Polo?
"Il partito unico sarebbe la fine del centrodestra. L’italiano è individualista, vuole avere il ’suo’ partito, che deve essere diverso da quello del vicino. Sarebbe una mossa elettoralmente sbagliata unire tutte le anime del Polo. Ma di strategie elettorali Fini è un esperto. Non sbaglia le mosse. Tranne nel caso dell’Elefantino". Quella dell’alleanza con Segni e Taradash è stata una bella batosta. "Ma è stata anche una lezione che ci sarà utile per molti anni".

A destra "Siamo tutti americani" o c’è ancora spazio per l’antiamericanismo?
"L’analisi della società statunitense è stata spesso fatta, a destra, in maniera un po’ deviata. Anche perché i corpi intermedi che hanno gli americani dovrebbero appartenerci. Detto questo, le posizioni totalmente antiamericane le trovo sbagliate. Così come trovo sbagliate le posizioni eccessivamente filoamericane. Su questa questione mi piace recuperare un vecchio slogan del MSI che diceva: ’Non stiamo né con Washington né non Mosca: stiamo con Roma’. Bisogna recuperare questo spirito. A me non interessa essere filoamericano o antiamericano, a me interessa l’interesse della mia patria, che è l’Italia, e l’interesse della mia grande patria, che è l’Europa. Prima di tutto viene l’interesse nazionale. E in questo gli Stati Uniti sono maestri. Anche gli artifici retorici da loro utilizzati, come gli ’Stati canaglia’ o ’L’asse del male’ sono mezzi propagandistici per giustificare un attacco in una zona che è strategicamente importante per loro".

Eri favorevole o contrario ai bombardamenti all’Afghanistan?
"In quel caso erano state prodotte delle prove. Dunque l’attacco era giustificato. Se posso muovere un critica è questa: se gli Usa si fossero più preoccupati negli ultimi 10 anni di Al Qaeda piuttosto che dell’Iraq sarebbe stato meglio. Al Qaeda ha attaccato gli Usa ripetutamente, ad esempio con gli attentati alle ambasciate. L’Iraq, invece, si dice da 10 anni che stia preparando un attacco con armi battereologiche, ma ancor non ha fatto nulla".

Dunque, favorevole o contrario all’attacco all’Iraq?
"Sarei prudente. Non penso comunque che l’Iraq sia uno ’Stato canaglia’. Se l’America vuol fare il poliziotto del mondo, la potenza democratica che distrugge tutti i regimi autoritari e totalitari, a me sta bene, anche se nessuno l’ha delegata, ma che lo faccia con coerenza e inizi a risolvere i problemi vicini ai propri confini, ad esempio con Cuba e il regime sanguinario e comunista di Fidel Castro. Sono contro la politica dei due pesi e delle due misure. Anche se tutto questo conferma una cosa che l’Italia e l’Europa devono capire: l’interesse nazionale conta. Casi tipici il comportamento degli Usa nei confronti di Cina e Turchia. Attaccare l’Iraq andrebbe contro il nostro interesse nazionale, perché noi, da italiani e da europei, ne pagheremmo per primi le conseguenze. Conseguenze che saranno prima di tutto economiche. Perché gli Usa hanno avviato da trent’anni un programma di autonomia energetica che li ha portati ad essere dipendenti per una percentuale irrisoria dei loro fabbisogni petroliferi dai paesi del Medio Oriente, dai paesi dell’Opec, mentre noi siamo i maggiori importatori di petrolio e dunque coloro che pagheranno le maggiori conseguenze economiche di questa guerra".

E’ in atto uno "scontro di civiltà", come spiega Huntington?
"Io non condivido questa interpretazione. Perché se di scontro di civiltà si deve parlare l’Iraq sarebbe l’ultima nazione a dovere essere attaccata, in quanto Stato laico. A parte i ’deliri’ che, una volta messo sotto pressione, ha tirato fuori anche Saddam, autoproclamandosi capo della guerra santa. Dichiarazioni alle quali nessun paese arabo dà retta. Le chiese cattoliche in Iraq ci sono. Se di guerra di civiltà si deve parlare qualcuno mi deve spiegare perché non attacchiamo il Pakistan laddove le chiese bruciano. Ma a nessun interessa, perché il Pakistan è un nostro alleato. E torniamo al vecchio discorso sulla politica di potenza".

Massimiliano Mingoia