Quando il cuore batte ancora forte - Numero 51

 

Stefano Zecchi ha scritto un libro che si annuncia fortunato sul piano di un successo editoriale che ampiamente merita (Quando ci batteva forte il cuore) e che viene puntualmente confermato dalle affollate ed attente presentazioni che l’Autore ne va facendo in Italia. Si tratta, come molti sanno, di una storia familiare ambientata nell’immediato dopoguerra di Pola, del consapevole sacrificio di una madre decisa a difendere l’italianità della sua terra, della difficile fuga di padre e figlio verso la libertà, e di un’ancor più problematica ricostruzione di vita e di speranze in un esilio tanto triste quanto incompreso. Allora, il cuore batteva davvero forte, se non altro perché era in giuoco la vita, ed ogni santo giorno le emozioni si vivevano drammaticamente sulla pelle dei protagonisti. Sia pure in misura diversa, continuava a battere forte nei primi anni della diaspora giuliana e dalmata, che coincidevano con quelli delle prime rivendicazioni di giustizia per i profughi e per la stessa Italia, umiliata ingiustamente da un trattato di pace vessatorio, se non anche vendicativo. Basti pensare alle manifestazioni per Trieste che si susseguirono durante un intero decennio e che ebbero momenti altamente drammatici nella città di San Giusto col sacrificio di Piero Addobbati e degli altri ragazzi che nel 1953 diedero la vita per la loro fede tricolore. Batteva forte il cuore di coloro che partirono, ed a maggior ragione di quelli che emigrarono in Paesi lontani: almeno un quarto dei 350 mila Esuli, in gran parte senza ritorno e con la nuova amarezza di una nuova scelta irreversibile, sollecitata da un’accoglienza da parte della madre patria che non è azzardato definire matrigna. Lo stesso Zecchi ha ricordato, in una delle sue presentazioni, che l’idea di scrivere il suo libro è scaturita, fra l’altro, proprio dal ricordo infantile dei profughi che giungevano a Venezia col solo bagaglio di una povera valigia e di una grande fede, e dei comunisti che li facevano oggetto di offese e sputi, perché avevano osato abbandonare il "paradiso di Tito". Il riferimento, implicito nel titolo, ad un’epoca in cui, nonostante tutto, si era capaci di nobili sentimenti e la commozione non veniva considerata una vergogna, farebbe presumere che questa nostra epoca sia diventata talmente pragmatica e materialista da prevenire sul nascere ogni battito di cuore. In realtà, non è sempre così, e lo sa bene Zecchi, se non altro per averlo potuto constatare di persona in occasione delle sue presentazioni, accolte con forti partecipazioni di mente e di cuore, se non altro da parte degli Esuli e dei loro eredi: da questo punto di vista, Zecchi ha fatto opera altamente meritoria, perché parla proprio all’anima della gente, e quindi ad una platea largamente più ampia rispetto a quella degli storici. Tra l’altro, Zecchi è uomo di grande cultura capace di andare subito all’essenziale, come ha fatto a Trieste nell’incontro organizzato dalla direzione del "Piccolo" quando ha affermato che le Foibe furono una grande tragedia della guerra mentre l’Esodo è stato una grande tragedia della democrazia; quando ha sottolineato che quella di far conoscere quanto è accaduto sia una naturale responsabilità del momento politico; e quando ha concluso, sulla scorta del suo romanzo storico-familiare, che negare i fatti storici e gli ideali per cui tanti giuliani e dalmati persero beni materiali e tombe avite, se non anche la vita, sarebbe come negare la figura paterna. In questo senso, il "Giorno del Ricordo" che la legge ha statuito nel 10 febbraio, deve diventare un’occasione di effettiva e reale conoscenza, prendendo spunto da quanto accade per il "Giorno della Memoria" dedicato alle Vittime dell’Olocausto. In buona sostanza, non mancano i cuori che battono ancora forte: sono quelli degli Italiani degni di questo nome e di tutti gli uomini e donne di buona volontà capaci di battersi per l’affermazione della verità e della giustizia. Non è più tempo, anche in campo letterario, dei romanzi "prudenti" - per usare un’espressione dello stesso Zecchi - che furono scritti in tempi ormai lontani da Autori di prima grandezza per celebrare la Resistenza fino a determinarne la "mitizzazione". E’ tempo, invece, di visitare le tragedie italiane con l’animo scevro da ogni suggestione discriminante e di portare alla luce, come direbbe Giampaolo Pansa, anche "l’altra faccia della luna": cosa che Zecchi aveva già fatto da par suo, dedicando alla figura di Maria Pasquinelli, due anni or sono, una toccante sintesi della sua storia, pubblicata nei "Corti di Carta" del massimo quotidiano italiano. Il cuore dei giusti batte ancora forte. Lo conferma, se non altro, la capacità di rimuovere l’accantonamento dell’idea di Patria consapevolmente programmato dalla politica dominante, ben dimostrata dalla fortuna della letteratura rievocativa dei fatti d’arme e dell’eroismo gratuito di coloro che combatterono dalla "parte sbagliata" nel solo ossequio al primato dell’onore. Lo conferma la capacità di non trascurare il giusto omaggio a coloro che fecero dono della vita, sull’uno e sull’altro fronte, convinti di offrirla per una Patria migliore e per cittadini degnamente consapevoli: si tratta di una minoranza, ma la storia, come hanno insegnato uomini del calibro di Roberto Michels o di Gaetano Mosca, non è fatta dalla massa, al di là delle apparenze fallaci e delle strumentalizzazioni partitiche. Un cuore che batte forte è garanzia di fede, e vorremmo aggiungere, di onestà morale: una dote che non è propria della politica, ma che deve essere riscoperta ed attualizzata anche nella politica, se non altro al servizio della salvezza dello Stato e della comunità umana e civile che in esso si riconosce.

Carlo Montani