Ogni iracheno e’ un camerata: stessa trincea, stessa barricata! o qualcosa del genere… - Numero 13

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • OGNI IRACHENO E’ UN CAMERATA: STESSA TRINCEA, STESSA BARRICATA! O QUALCOSA DEL GENERE…
  • OSIMO: UNA VERGOGNA RIMOSSA O UN’ONTA DA CANCELLARE?


    OGNI IRACHENO E’ UN CAMERATA: STESSA TRINCEA, STESSA BARRICATA! O QUALCOSA DEL GENERE…

    Quanto detto sull’Islam visto da destra può essere in qualche modo collegato all’ipotesi di una nuova guerra del Golfo. No all’aggressione americana all’Iraq, no all’attacco militare spinto da interessi petroliferi e mascherato da azione preventiva. L’insofferenza verso gli Usa visti come un nemico imperialista non si trova solo nella sinistra veteropacifista, ma anche tra le file dell’estrema destra o, se si preferisce (so che lo si preferisce…); dell’area nazional-popolare. Nell’ultimo numero del mensile "Avanguardia" si parla ad esempio della "prosecuzione della politica imperialista di aggressione degli Stati Uniti che dopo aver violato l’autodeterminazione dell’Afghanistan, permesso il genocidio del popolo palestinese, si apprestano a cancellare definitivamente la realizzazione nazionale e socialista di Saddam Hussein". La posizione del periodico è piuttosto singolare ed esasperata. Più sfumate ma altrettanto critiche nei confronti dello Zio Sam sono le espressioni dei movimenti della destra radicale. Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova precisa: "Noi siamo molto preoccupati dalla minaccia dell’integralismo islamico, ma l’Iraq è in questo senso il Paese meno pericoloso, visto che è anzi l’unico a concedere libertà di culto ai cristiani". L’atteggiamento americano insomma "è totalmente ingiustificato e rientra nel concetto di azione preventiva sostenuta da Israele. Se la guerra dovesse scoppiare scenderemo immediatamente in piazza davanti all’ambasciata statunitense". Anche per Adriano Tilgher, leader del Fronte sociale nazionale, "questa è una guerra di terrorismo internazionale per il controllo dei ricchissimi pozzi petroliferi iracheni. Lo dimostra inconfutabilmente la risposta di Putin, dettosi disponibile all’intervento in cambio dell’affidamento alla Russia della gestione del 50 per cento delle risorse energetiche irachene". Dal canto suo un altro esponente di spicco dell’ambiente, Pino Rauti, presidente del Movimento sociale Fiamma Tricolore, di cui è segretario Luca Romagnoli, avverte: "Baghdad non è Kabul: in caso di intervento il controllo del territorio sarebbe ben più complicato. L’Iraq rischia di diventare un nuovo Vietnam". E il quotidiano della Fiamma "Linea", fa notare: "nessun governo italiano, sia esso di destra o di sinistra, si è mai potuto permettere di votare contro le direttive di Washington". "Questo avviene - sostiene l’editoriale - non solo perché l’Italia fa parte della Nato ma perché questo è un Paese che vive ancora col riflesso condizionato di una nazione a sovranità limitata". Dunque c’è anche a destra, o in quel luogo al di là della destra e della sinistra come qualcuno ha il vezzo di dire, una netta opposizione all’intervento militare contro l’Iraq e si riscontra un rinvigorito antiamericanismo. E sentir parlare certi gruppi di imperialismo Usa risulta piuttosto stridente rispetto al nuovo trend di Alleanza nazionale con il suo volto conservative d’importazione a ricordarci che "siamo tutti americani". Ma anche dentro An, soprattutto tra i giovani, c’è chi ha qualche puntualizzazione da fare e siccome non gli si dà grande ascolto ti organizza una conferenza con Cardini l’anniversario dell’11 settembre. Insomma le contraddizioni ci sono anche in questo ambito e noi, perfidi, soffiamo sulla fiamma, finché resterà al suo posto.

    Fabio Pasini


    OSIMO: UNA VERGOGNA RIMOSSA O UN’ONTA DA CANCELLARE?

    Il 10 novembre 1975 nella villa Leopardi Dittaiuti di Monte san Pietro vicino ad Osimo (AN) furono firmati da Mariano Rumor e Milos Minic il Trattato sui confini e un Accordo economico fra Jugoslavia e Italia. La loro approvazione definitiva avvenne il 17 dicembre 1976 alla Camera e il 24 febbraio 1977 al Senato. Il trattato, che nasceva in un quadro politico molto complesso e dominato dalla ricerca di nuovi equilibri fra i partiti maggiori, fu approvato dopo vari giorni di dibattiti alla Camera con 349 voti favorevoli, 51contrari, ma ben 230 deputati non parteciparono alla votazione; al Senato con 211 voti favorevoli, 15 contrari e 96 non votanti. La ratifica della firma e l’applicazione del trattato fu possibile quindi grazie a una cospicua fetta di parlamentari Don Abbondio. E’ vero che ..uno il coraggio non se lo può dare…, ma senza il coraggio delle proprie azioni non è nemmeno dignitoso per sé e decente verso gli altri farsi eleggere in Parlamento. La tragica vicenda delle terre dell’altra sponda del mar Adriatico giunse ad una conclusione politica. Dopo di che si assistette ad un processo di rimozione storica che dura ancora oggi. Gli italiani di Istria e della Dalmazia che sono stati negli anni 1943-45 torturati, massacrati, infoibati per una atroce "pulizia etnica", e che almeno in 350.000 hanno scelto l’esilio per non rinnegare la loro italianità e non diventare comunisti jugoslavi, con il trattato di Osimo sono stati ulteriormente offesi e non da un paese nemico, ma da quella che hanno voluto fortemente chiamare patria. Nel frattempo Trieste ha subito dei forti danni sul piano economico, ambientale e socio-demografico. Ha vinto la ragion di Stato. Però i politici d’allora sono stati anche miopi oltre che insipienti, in quanto hanno dimostrato di non saper leggere, in una prospettiva neanche tanto lunga, quanto stava avvenendo. Come era possibile non capire che i fatti d’Ungheria del ’56 e di Cecoslovacchia del ’68 non erano isolati, ma si inserivano in una situazione di grave malessere ed erano indizio di profonde crepe che si andavano formando nel blocco sovietico? Possibile che i politici non sapessero quello che appariva chiaro anche ai turisti, cioè che la Jugoslavia rimaneva unita e tranquilla solo perché si reggeva sul carisma e , diciamolo pure chiaramente, sul pugno di ferro del regime instaurato da Tito? Morto Tito la Jugoslavia si è frantumata ed è sprofondata in un bagno di sangue. Da quella vergognosa firma sono passati 27 anni e qualche voce, purtroppo inascoltata, chiede che almeno se ne ridiscuta, che l’Italia dimostri di sapere e potere agire sulla base del suo interesse nazionale. Oggi le condizioni sono profondamente mutate nello scenario europeo. Il muro di Berlino è crollato, L’U.R.S.S. si è dissolta, gli stati satelliti sono diventati stati nazionali. Nella penisola balcanica dopo la fine del ’90 abbiamo avuto la nascita delle repubbliche indipendenti di Croazia, Slovenia e Macedonia nel 1991, la Bosnia-Erzegovina e la Repubblica federale formata da Serbia, Montenegro e dalle provincie del Kosovo e della Vojodina nel 1992. La guerra è divampata furiosamente in Bosnia-Erzegovina dal ’92 al ’95, la guerra del Kosovo tra il ’98 e il ’99 è stata drammatica e sanguinosissima, Milosevic è stato arrestato ed è in corso il processo. Tutto questo ripropone il problema dei rapporti fra l’Italia e le repubbliche della ex Jugoslavia, specie con la Croazia e la Slovenia. Perché allora non rinegoziare anche il trattato di Osimo? E’ ovvio che si tratta di cercare nuove strade, ma è possibile non sentire la voce dei superstiti, delle loro associazioni e non dare risposte più decorose e rispettose a chi ha tanto sofferto con dignità e coraggio per la volontà e l’orgoglio di essere italiani?

    Pierangela Bianco