PRODI: MORTADELLA SLOVENA - Numero 42

 

Il Presidente del Consiglio, nonostante la bufera politica che si va addensando sul Governo Prodi in maniera sempre più corrusca, ha trovato il tempo di volare a Lubiana dove ha conferito con il suo omologo Jansa, sottolineando le grandi occasioni di sviluppo economico e culturale che sorriderebbero ai rapporti fra l’Italia e la Slovenia. Ad ascoltare certe espressioni trionfalistiche, si ha la sensazione che la piccola Repubblica ex-jugoslava possa costituire un toccasana per il nostro export, ma come spesso accade, si tratta di opportunità quasi marginali riservate ai soliti noti (del resto, con tutto il rispetto, questo Paese ha la consistenza di mezza Lombardia). Va detto che il buon Romano non è nuovo a dichiarazioni di conclamata simpatia per la Slovenia, sulle orme del miglior Craxi, di cui si ricorda ancor oggi l’attestato di "partner assolutamente preferenziale" rilasciato alla Jugoslavia, e quel che è peggio, senza alcun apprezzabile ritorno. Non a caso, tre anni or sono Prodi volle partecipare in prima persona ai festeggiamenti per l’ingresso di Lubiana in Europa, e glorificare l’abbattimento del cosiddetto "muro" di Gorizia. Negli incontri che il Presidente del Consiglio ha avuto nella visita oltre confine, è stato accennato alla questione giuliano-dalmata ed alle attese degli esuli superstiti in merito alla questione dei beni nazionalizzati e dei relativi risarcimenti, ma la controparte ha ricordato che per quanto concerne la Slovenia, la questione è chiusa. Prodi, stando alle cronache, si è limitato a prenderne atto, in difformità da quanto era accaduto nella visita di mesi or sono, resa a Lubiana dal Ministro degli Esteri D’Alema, che si era già impegnato, se non altro, a discutere la questione con le categorie interessate. Del resto, il viaggio in Slovenia ha avuto luogo senza alcun contatto informativo con gli esuli, tanto da farli sentire "ripudiati" nei loro diritti, a cominciare da quello, davvero elementare, ad essere ascoltati. Si sono fatte nuove promesse di finanziamenti sostanzialmente illimitati, anche dal punto di vista della durata, alle piccole comunità italofone che sono rimaste nelle terre cedute dall’Italia a seguito del trattato di pace, raccogliendo il compiacimento di Lubiana e di Zagabria, mentre ai profughi vengono riservate decisioni pervicacemente negative. Palazzo Chigi ignora, o vuole ignorare, che le promesse circa la razionalizzazione anagrafica, in modo da evitare l’insulto per cui gli esuli ante 1947 si vedono attribuire sui documenti ufficiali la nascita in Jugoslavia, o nei Paesi ad essa subentrati, sono rimaste regolarmente sulla carta, con la beffarda aggiunta di nuove circolari governative che ribadiscono, ma senza sanzioni, i contenuti della normativa del 1989 che statuisce il divieto di detta attribuzione. Lo stesso dicasi per quanto riguarda i benefici pensionistici rivenienti da leggi dello Stato come la 140/85, che continuano ad essere derogate, costringendo gli aventi causa a lunghe azioni legali, avviate sia pure vittoriosamente da una minoranza ristretta di ex combattenti, profughi ed assimilati. Intendiamoci: nessuno contesta l’interesse dell’Italia a potenziare i rapporti di collaborazione con chiunque, ed in primo luogo coi Paesi contigui, anche se gli effetti economici non sono di rilievo generale e finiscono per essere subordinati a quelli politici, ma nel caso della Slovenia si dovrebbe avere la buona creanza di non offendere il mondo giuliano e dalmata. Dopo tutto, il grande esodo plebiscitario dei 350 mila è rimasto nella storia ad attestare una grande scelta di civiltà e di giustizia, suffragata dalle Vittime delle foibe e dal contestuale abbandono di ogni bene, compreso quello sacro delle tombe avite (la cui tutela in larga misura carente richiama ulteriori e pesanti responsabilità, in primo luogo del Governo italiano). Per una ragione o per l’altra, la storia dell’ultimo sessantennio abbonda di concessioni, se non anche di genuflessioni, ripetutamente intervenute a favore della Jugoslavia prima, e di Slovenia e Croazia poi, e nello stesso tempo, di prevaricazioni a danno degli esuli e dei loro diritti morali ancor prima che sostanziali.

Oggi, gran parte delle ragioni di politica internazionale che potevano motivare, sebbene non giustificare, quelle scelte molto pragmatiche e poco etiche, è venuta meno. Sarebbe il caso di adeguarsi, se non altro per una questione di stile, ma andarlo a cercare nell’odierna compagine governativa è quanto meno azzardato. Presto o tardi, il Governo Prodi dovrà passare la mano. E’ quindi auspicabile che quello nuovo sia più consapevole del bisogno di fare in modo che il perseguimento di relazioni internazionali congrue e produttive non ignori le attese di comunità che hanno molto sofferto, non certo per responsabilità proprie, e che nulla chiedono, se non un riconoscimento chiaro e definitivo dei loro sacrifici, lungi da discriminazioni assurde e dalla cancellazione dei loro diritti naturali e di quelli positivi sia pure marginalmente già riconosciuti dallo Stato. E’ stato detto che senza memoria storica si compromettono i valori fondanti di una giusta convivenza civile. Si può aggiungere che comportamenti come quelli tenuti dal Presidente Prodi durante la recente visita a Lubiana promuovono ulteriori delusioni e spinte centrifughe, confermando anche per questo aspetto il timore di una navigazione a vista governata dallo stellone: senza garanzie, e soprattutto senza riferimenti etico-politici di cui si è perduta persino la memoria.

Carlo Montani