Cultura

Un pozzo nel cuore - Numero 30



Tutto è da sempre… Provate a rileggere "Questo amore" di Jacques Prévert, sostituendo solo la parola "amore" con "partito"…Noi lo abbiamo fatto. Naturalmente abbiamo capito tutti di che partito parliamo…E’ un gioco…tanto per tirarci su in questo periodo di sconforto…

Questo partito

Questo partito
Questo partito
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo partito
Bello come il giorno
E cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo partito così vero
Questo partito così bello
Così felice
Così gaio
E così beffardo
Tremante di paura come un bambino al buio
E così sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo partito che impauriva gli altri
Che li faceva parlare
Che li faceva impallidire
Questo partito spiato
Perché noi lo spiavamo
Perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Perché noi l’abbiamo perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Questo partito tutto intero
Ancora così vivo
E tutto soleggiato
E’ tuo
E’ mio
E’ stato quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
E che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda e viva come l’estate
Noi possiamo tutti e due
Andare e ritornare
Noi possiamo dimenticare
E quindi riaddormentarci
Risvegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Sognare la morte
Svegliarci sorridere e ridere
E ringiovanire
il nostro partito è là
Testardo come un asino
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria
Sciocco come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
E ci parla senza dir nulla
E io tremante l’ascolto
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti coloro che si amano
E che si sono amati
Sì io gli grido
Per te per me e per tutti gli altri
Che non conosco
Fermati là
Là dove sei
Là dove sei stato altre volte
Fermati
Non muoverti
Non andartene
Noi che siamo amati
Noi ti abbiamo dimenticato
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci diventare gelidi
Anche se molto lontano sempre
E non importa dove
Dacci un segno di vita
Molto più tardi ai margini di un bosco
Nella foresta della memoria
Alzati subito
Tendici la mano
E salvaci.

Un pozzo nel cuore - Numero 29



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • UN POZZO NEL CUORE
  • FOIBE, UNA STORIA COLPEVOLMENTE NASCOSTA



    UN POZZO NEL CUORE

    Lo sceneggiato sulle foibe, di cui si era fatto un gran parlare ormai da tempo, è andato finalmente in onda sul primo canale della televisione italiana, in concomitanza con le manifestazioni per il "Giorno del Ricordo", programmate ai sensi della legge istitutiva del 30 marzo 2004. In questo filmato, come previsto, le foibe hanno costituito lo sfondo di una vicenda personale, nella cui illustrazione la fantasia del regista è stata assai ampia, ma non si può comunque dire, come qualcuno ha affermato, che la politica ne sia rimasta fuori.

    La tesi negazionista, sostenuta a più riprese da alcune componenti della storiografia di sinistra, e di quella ex-jugoslava, vi ha trovato totale confutazione anche all’occhio dei non addetti ai lavori, perché le persecuzioni contro gli italiani, e gli stessi sloveni dissidenti, sono state descritte dal "Cuore nel pozzo" con ampia visibilità.

    E’ stata largamente condivisa, invece, la tesi giustificazionista. Quando il comandante partigiano Novak, con tanto di stella rossa sul berretto, afferma con enfasi che gli jugoslavi erano stati "trattati come schiavi" durante l’esercizio della sovranità italiana sull’Istria, e che le stesse uccisioni di cittadini inermi, sicuramente incolpevoli di alcunché, avevano lo scopo di "pareggiare i conti", esprime una volontà di genocidio che corrispondeva ad un preciso piano di Belgrado, confermato da fonti slave più che autorevoli, quali i delfini di Tito, Kardelj e Gilas. A più forte ragione, rientrano nella medesima logica, e nella logica giustificazionista, la distruzione dei libri italiani, la pretesa di installare degli ambulatori medici slavi (sebbene non risulti che le bande avessero adeguate strutture sanitarie di supporto), e prevaricazioni analoghe.

    Nella filosofia politica del comandante partigiano, vero protagonista politico del filmato, gli italiani sono "traditori", ed a suo giudizio, persino la donna nei cui confronti aveva puntualmente esercitato la licenza di stupro concessa ai conquistatori, lo avrebbe accettato "se fosse stato italiano". Tesi aberranti, ma motivate, giova ripeterlo, dalle precedenti persecuzioni a danno degli slavi.

    La stragrande maggioranza dei telespettatori non conosce la storia, generalmente non per colpa propria (l’assunto vale a più forte ragione per "Cuore nel pozzo", che ha avuto dieci milioni di contatti). E’ da supporre, quindi, che la teoria giustificazionista degli infoibamenti abbia trovato facile presa, sebbene il filmato abbia il merito di avere divulgato vicende spesso ignote e, se non altro, di aver fatto pensare. In realtà, le cose non andarono affatto come si vorrebbe sostenere: nell’anteguerra, a parte l’assimilazione forzata di croati e sloveni, inutilmente controproducente ma ben diversa dalle uccisioni indiscriminate, il Tribunale Speciale aveva pronunziato un ristretto numero di condanne capitali a carico di terroristi confessi (non più condivisibili nell’odierna sensibilità che esclude qualsiasi legittimità etica e giuridica della pena di morte, ma affatto comparabili con quanto sarebbe accaduto a danno degli italiani, anche a guerra finita da un pezzo).

    Il grande esodo dei 350 mila (nove decimi della popolazione) non fu solo una scelta di civiltà, ma prima ancora una fuga per uscirne a salvamento, abbandonando all’invasore i beni materiali, e soprattutto, la grande "eredità d’affetti" delle tombe avite.

    Quanto al periodo bellico, a parte le violenze dell’una e dell’altra parte, tristemente comuni ad ogni conflitto, giova rammentare che molte condanne capitali a carico dei partigiani slavi furono commutate in pene detentive dalla grazia governativa. Per quanto è dato sapere, non risulta che analoghi provvedimenti siano intervenuti a favore degli italiani, anche a prescindere dalla fondamentale differenza di "status" militare.

    In buona sostanza, la tesi giustificazionista è per lo meno ardua, perché i delitti commessi dai titini anche a danno di civili, ed in particolare di donne e di vecchi, non potevano essere ragionevolmente supportati dalla volontà di "pareggiare i conti", ma erano motivati da ordini superiori che prevedevano la conquista integrale di Venezia Giulia e Dalmazia (fino al Tagliamento) anche a costo del genocidio, e naturalmente, l’instaurazione della cosiddetta democrazia popolare. O forse si vuole sostenere che gli aguzzini, per dirne solo una, fecero bene a stuprare, torturare ed infoibare la povera Norma Cossetto?

    Oltre tutto, questo "Cuore nel pozzo" ha proposto alcuni dettagli ai limiti dell’incredibile. E’ mai possibile, ad esempio, che un bambino possa scendere in una foiba fino a scoprirvi il corpo senza vita della mamma? O che gli autocarri dei partigiani, per non dire del loro abbigliamento e dei loro stivaloni, fossero nuovi di zecca? Peccati certamente veniali, ma tali da indurre, anche per questi aspetti descrittivi, una distorsione della verità, ben diversa, e tristemente nota a chi ebbe la sventura di vedersi piombare in casa le milizie di Tito, per esercitarvi, nel migliore dei casi, il "diritto" di requisizione.

    Se l’opera aveva qualche scopo di informazione e di cultura storica, come è stato affermato dal Soggetto committente, bisogna dire nostro malgrado che l’obiettivo è stato conseguito in modo quanto meno parziale, e spesso minoritario: del resto, una "fiction" non può essere un documentario. Molti telespettatori ignari hanno capito poco o nulla, salvo che le foibe furono una punizione esagerata, ma comprensibile alla luce delle "colpe" italiane. Più che di un cuore nel pozzo, l’effetto prevalente, ancorché contrario alle intenzioni, è stato quello di un pozzo nel cuore, scavato con l’arma sottile di una commozione non priva di concessioni demagogiche, col triste risultato di riaprire antiche ferite degli esuli giuliano-dalmati e di aggiungere rinnovato dolore ad una serie infinita di disillusioni.

    Carlo Montani

    FOIBE, UNA STORIA COLPEVOLMENTE NASCOSTA

    Per restituire al Paese il dramma di una generazione di italiani sradicati dalla loro terra.

    Assistendo alla prima puntata del serial televisivo "Il cuore nel pozzo" riflettevo sullo scherzo atroce giocato dal destino ai nati attorno agli anni ’40, ed in particolare a quanti hanno trascorso la loro infanzia - un’infanzia di guerra - nei territori della Venezia Giulia, dell’Istria o della Dalmazia. Robert Brasillach, nella sua celebre Lettera ad un soldato della classe ’40, scritta poco prima di essere "giustiziato" dai "liberatori", ricordava come nei primi anni di vita quei bambini sono scesi nei rifugi durante gli allarmi, hanno saputo cosa fossero i bombardamenti e non sapevano cosa fosse una banana, un’arancia, una torta di cioccolato. In questo penso che noi giuliani, istriani dalmati eravamo nella stessa condizione della stragrande maggioranza dei bambini europei. Ma avevamo, inconsapevolmente, un ulteriore cruccio. C’era chi voleva farci sparire assieme alle nostre famiglie e non si trattava soltanto di stranieri.

    La Giornata del Ricordo, iniziativa lodevole e necessaria, se per altri può essere finalmente occasione per conoscere verità della nostra storia volutamente mistificata od ignorata per decenni, scioglie in noi grumi di sofferenza e ci riporta ai momenti disperati delle domande imperiose ai nostri cari, le cui risposte giungevano spesso ai nostri cuori ed alle nostre menti dalle cavità carsiche trasformate in Tombe o da Cimiteri che rappresentavano il disastro, la sconfitta della Nazione, il cammino doloroso di una generazione costretta a lottare per vivere senza il supporto di quegli appoggi spesso considerati i mattoni necessari a sviluppare nuove generazioni.

    Penso al mio mondo, a quanti tuttora mi circondano: non c’è quasi famiglia che non conservi con la memoria dei propri cari una sorta di latente disagio nei confronti di un mondo "ufficiale" che soltanto ora si accorge di quanto è avvenuto a nordest al termine della guerra ed ancora successivamente per tanti anni. Vien voglia di gridare forte : "noi lo sapevamo da sempre!"; vien voglia di portare in piazza gli scaffali nei quali abbiamo accumulato la documentazione delle ingiustizie subite, che pure venivano puntualmente registrate da storici, scrittori, politici. Le loro opere, spesso rifiutate dalle case editrici in voga, diventavano per noi il sostituto di quanto era venuto a mancarci: la casa, il paese, gli amici. I nostri cari.

    La fiction televisiva, che pure ha destato forti emozioni, banalizza necessariamente una realtà che è stata più feroce e terrificante. Certo, i sepolcri imbiancati affermano non da oggi che la reazione slavo-comunista è stata causata dalle sopraffazioni subite nei decenni precedenti. Non c’è lo spazio per confutare questa clamorosa bugia. Il disegno di eliminare ogni presenza italiana addirittura fino al Tagliamento è stato accarezzato già dalla fine dell’Ottocento e progressiva è stata l’opera di snazionalizzazione, che ha visto come prime vittime le genti italiane della Dalmazia. E’ doveroso ricordare che negli anni 1920/21 diverse decine di migliaia di profughi abbandonarono le loro città e le loro isole per restare italiani, raggruppandosi a Zara od a Lagosta, oppure sparpagliandosi su tutto il territorio nazionale.

    In questo periodo (finalmente!) le Foibe e l’Esodo trovano ampio spazio sui massmedia. Le notizie risultano spesso minestra riscaldata, quasi stanca ripetizione di un canovaccio che non richiede approfondimenti. Meglio che niente. Può risultare forse interessante esaminare qualche particolare poco conosciuto per supportare una tesi semplice: titini o slavo-comunisti sono la stessa cosa.

    Lo dimostra quanto accaduto ad Antonio Budicin, un istriano, fiero antifascista, (era stato più volte in carcere e per lunghi periodi al confino) che dopo una vita perigliosa, fedele alla sua ideologia marxista, si unì alle formazioni partigiane per combattere contro i tedeschi ed i fascisti. Non faceva però mistero della sua completa avversione alle mire annessionistiche dei partigiani di Tito, che la facevano da padroni e che potevano contare sulla connivenza di quasi tutti i comunisti italiani. A cominciare da Togliatti che indirizzava ai lavoratori triestini un messaggio in cui affermava che «era loro dovere accogliere le truppe di Tito come liberatrici e collaborare con esse nel modo più stretto». E fu preso in parola, Veltroni forse non lo ricorda, ma noi sicuramente. Ma torniamo ad Antonio Budicin. Il disaccordo con il comunismo nazionalista slavo portò al suo arresto con l’accusa infamante di essere «nemico del popolo». La detenzione nelle carceri titine è raccontata in un memoriale dello stesso Budicin pubblicato dall’Istituto Regionale per la Cultura Istriana. Fuggito rocambolescamente ai suoi carnefici, Budicin riuscì a riparare in Italia ed a Roma cercò un’improbabile riabilitazione da parte dei suoi vecchi compagni del Pci. Gli venne consigliato di rivolgersi a Walter Audisio, il dichiarato uccisore di Mussolini, con il quale aveva condiviso il confino. Si sentì dire (e riporto testualmente dal Memoriale): «Non hai pensato d’aver fatto male a fuggire da un paese retto da compagni comunisti? Avresti dovuto attendere l’intervento del partito... Sai che potremmo farti il processo qui in Italia e farti instradare in Iugoslavia, perché non ci si comporta come dei reazionari?». Antonio Budicin fu riabilitato nel 1974 dal Pci triestino e morì esule in Argentina nel 1977. Suo fratello Pino, anche lui partigiano, morì nel 1944 in una situazione poco chiara, forse spedito in mezzo ad un rastrellamento. L’esempio citato ovviamente non è l’unico del quale siamo a conoscenza. Chi non era d’accordo con gli slavi, anche se comunista, veniva fatto fuori.

    Dunque non è soltanto con i fascisti che ce l’avevano. Tutti racconteranno in questi giorni dell’esodo da Pola, degli episodi più feroci verificatisi attorno alle foibe, come quello di cui fu vittima a Visinada d’Istria la giovane Norma Cossetto. Voglio invece ricordare ancora - tra mille - un episodio "minore" che coinvolse uno che fascista non era sicuramente: Don Romano Gerichievich, ultimo parroco di Lagosta, in Dalmazia. Nato a Curzola, nel 1913, da famiglia italiana, si occupò sempre esclusivamente del suo Ministero. Ma i tre anni e tre mesi in cui resse la Parrocchia di Lagosta gli costarono sofferenze inenarrabili ed una detenzione nelle carceri titine che, iniziata nel 1944 - si concluse appena nell’ottobre del 1949. Assieme a lui, vennero privati della libertà moltissimi altri sacerdoti e numerosi rimasero vittime del furore rosso, assolutamente contrario a quanto potesse costituire legame con la cultura e la tradizione italiana. Va tra l’altro ricordata la violenta bastonatura inflitta a Capodistria (luglio ’47) al Vescovo di Trieste Antonio Santin.

    Sembra incredibile, ma la Giornata del Ricordo ha scatenato reazioni scomposte, ancorché limitate, da parte degli incorreggibili anti-italiani che ancora abusano della magnanimità dello Stato italiano. In un paese in provincia di Gorizia il consiglio comunale ha deliberato di sostituire i nomi delle vie intitolate ad italiani con toponimi o con riferimenti alla cultura slava. Via Nazario Sauro, è stata ribattezzata "pot na Rije". In provincia di Trieste c’è chi ancora protesta perché nel Comune di Duino Aurisina sono stati costruiti (nell’immediato dopoguerra!) due insediamenti per profughi istriani. Durante la programmazione del serial televisivo, c’è stata una manifestazione di protesta davanti alla sede Rai di Trieste. Potremmo continuare, ma penso sia meglio fermarci qui. Intanto siamo in Europa, ma basta un nonnulla per capire che le ferite sono ancora aperte e che vanno curate con un’intelligente azione di sviluppo culturale e di relazioni con gli italiani che tutt’ora vivono nei territori che per tradizione e cultura, oltre che per popolazione, sono sempre stati veneti ed italiani. Per fare ciò è indispensabile che la storia sia letta in tutte le sue pagine e conosciuta da tutti ed in particolare dalle nuove generazioni. Ogni italiano che anziché Zadar dirà Zara, anziché Rjeka dirà Fiume, e così via, farà un piccolo passo per un ritorno della presenza italiana nelle sue naturali zone di influenza.

    10 febbraio: Giornata del Ricordo. Ricordiamo le Foibe, ricordiamo l’esodo ed anche l’iniquo Trattato di pace. Nella stessa data il nostro pensiero va anche ad una piccola maestra meridionale: Maria Pasquinelli. A Pola, per protestare contro il trattamento riservato dai vincitori all’Italia, esplose tre colpi di pistola contro il comandante generale inglese Robin De Winton, uccidendolo. Condannata dapprima a morte, si vide commutare la pena in ergastolo e fu graziata appena nel 1964. Anche Lei fa parte di quell’infinita schiera di Italiani che non hanno esitato a sacrificare ogni cosa per la propria Patria.

    Fulvio Depolo
    Presidente UGL Trieste



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • IL CORAGGIO DI RICORDARE
  • TITO: FINE DI UNA PARABOLA



    IL CORAGGIO DI RICORDARE

    Dopo più di cinquant’anni di vergognoso silenzio finalmente è stata istituito il Giorno del Ricordo per commemorare…" le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra…". Il 30 marzo 2004 il Parlamento italiano ha riaperto una pagina per troppo tempo nascosta per vigliaccheria, per squallido opportunismo, per incapacità di fare i conti con quello che si è stati e in buona parte ancora troppi sono. Non si sono volute ricordare, anzi si sono volute cancellare quelle povere vittime che hanno pagato la sconfitta della seconda guerra mondiale per una elaborazione della memoria secondo la quale si è fatta passare per una vittoria una dolorosa e bruciante disfatta seguita da una guerra civile che si è messa sugli altari e si celebra ogni anno con più enfasi senza considerarla nella sua interezza, anzi negando spudoratamente anche alcuni aspetti vergognosi come quelli del "triangolo della morte". Forse si spera che continuando a tacere, a coprire, a negare si possa modificare la storia. Ma i fatti non cessano di esistere perché qualcuno vuole ignorarli e seppellirne per sempre la memoria. Viene il momento in cui le vittime gridano più forte dei loro carnefici e li costringono a fare i conti con la barbarie dei boia, l’ ignavia il cinismo di chi allora, durante e poi non ha saputo, voluto o potuto fare i conti con questa scomoda realtà. Per anni le foibe su testi ed enciclopedie sono state solo ricordate come "doline carsiche molto diffuse in Istria", ignorando che lì dentro c’erano italiani di tutte le fedi politiche che volevano sfuggire alla slavizzazione forzata e al comunismo di Tito. Quella pagina bianca, ricoperta di mezze verità o perfino di spudorate menzogne, adesso deve essere finalmente riscritta. Adesso bisogna riconoscere che fu una tragedia dettata dall’odio etnico, politico ed ideologico, una feroce miscela che generò uccisioni di massa, feroci persecuzioni, violenze di ogni genere. Ci fu anche lo scontro fra comunisti e non comunisti, fra diversi nazionalismi, ci fu la reazione all’occupazione fascista della Slovenia. Ragioni storiche sulle quali è necessario aprire il dibattito per capire, ma nulla può giustificare l’uccisione di migliaia di persone in modo tanto orribile. Ci fu un disegno politico nell’eliminazione delle persone, non fu una resa dei conti, una grande vendetta del momento. Furono uccisi cittadini italiani appartenenti a varie classi sociali e di differenti idee politiche, perfino apolitici. Ma italiani. Furono ammazzati in vari modi, alcuni furono fucilati, altri deportati in campi di concentramento dove rimasero anche a lungo morendo di stenti, sevizie, malattie. E poi ci furono gli infoibati. Uomini, donne, bambini, anziani, spintonati a calci e pugni fino all’orlo della cavità, con i polsi legati col fil di ferro, messi a due a due in modo che uccidendo il primo, questi precipitasse nel baratro trascinando con sé tutti gli altri. Venivano così lasciati morire dopo lunga agonia. Testimonianze riferiscono di urla, di strazianti richieste di aiuto che venivano dal fondo della terra anche dopo due giorni dagli eccidi. Questa è una barbarie che non ha giustificazioni di sorta. Proprio per questo è ancora più sporco, più indecente, più vergognoso, più intollerabile il tentativo di tacere, di minimizzare. Le foibe rientrano fra le grandi tragedie del "secolo del male" e costituiscono uno specchio della coscienza etica, civile, culturale di ognuno di noi. Una coscienza che ci divide in due categorie ben definite: chi è anti-totalitario e chi è anti ciò che gli fa comodo. Conoscere la storia è sapere chi siamo, da dove veniamo, è recuperare le nostre radici, le nostre tradizioni, la nostra essenza di uomini. Per questo si dice che la storia è maestra di vita. Ma la storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mitificazioni non è maestra di vita, non aiuta a far sì che non succeda più. Bisogna ricordare tutti gli episodi se vogliamo educare i giovani, e magari anche i meno giovani, a una conoscenza senza censure preventive, alla comprensione delle ragioni dell’altro, alla tolleranza. La Scuola italiana è stata particolarmente carente su questo piano: la storia del ‘900 è stata scritta e insegnata in modo troppo spesso falso e distorto. Non si sono presentati e valutati i fatti, ma si sono condannate, ignorate o elaborate pretestuose costruzioni concettuali giustificazioniste a seconda di chi avesse commesso certe azioni. Bisogna che si abbia il coraggio da più parti di superare l’imbarazzo profondo di alcune culture politiche e la connivenza di altre che hanno tenuto a battesimo la Repubblica. E’ ora di porci consapevolmente davanti a tutta la nostra storia, anche la più dolorosa, anche quella davanti alla quale qualcuno non può non provare rimorsi e vergogna, anche quella dimenticata e sottaciuta. E’ un’operazione necessaria se vogliamo rendere salde le ragioni del nostro essere come nazione.

    Pierangela Bianco


    TITO: FINE DI UNA PARABOLA

    A venticinque anni dalla morte di Tito, avvenuta nel maggio 1980, una carica esplosiva posta sulla sua statua nella nativa Croazia ha decapitato il busto che adornava il mausoleo del vecchio dittatore, sul quale, secondo le cronache, stavano crescendo le ortiche, ormai da tempo. Il gesto è sembrato assumere una valenza simbolica, chiudendo definitivamente un’epoca, e liquidando in termini icastici l’esperienza politica del titoismo, già condannata, sul piano economico, dal disastro dell’autogestione e dallo sfascio della vecchia Repubblica federativa.

    Josip Broz (vero nome del defunto Maresciallo) era salito alla ribalta durante il secondo conflitto mondiale, quando era assurto in breve tempo da semplice comandante dei partigiani comunisti, in lotta contro le forze dell’Asse ma anche contro gli insorti cetnici di Draza Mihajlovic (fedeli alla Monarchia jugoslava in esilio), a leader riconosciuto dell’eterogeneo mosaico costituito dagli Slavi del sud. Tito, grazie al supporto degli Alleati, ed in primo luogo di Londra, ebbe buon giuoco nel prevalere, e nel valorizzare oltre ogni ragionevole ipotesi l’apporto delle sue bande.

    Uomo di grande carisma e di straordinario fiuto politico, Tito riuscì a sedersi accanto ai vincitori in posizione di sostanziale parità, costringendo l’Italia all’unico apprezzabile sacrificio di territorio metropolitano (cui si sarebbe aggiunto quello di Briga e Tenda a favore della Francia, di ben più modesta entità), con la cessione di gran parte della Venezia Giulia e di tutta la Dalmazia. Il dittatore jugoslavo, mettendo in pratica con oculato tempismo i principi della "realpolitik", volse a proprio esclusivo vantaggio la vittoria degli Alleati sul fronte italiano, incurante dei delitti di cui le forze comuniste si erano macchiate nei confronti della stessa popolazione civile, anche dopo la fine delle ostilità militari: le uccisioni tramite infoibamenti, annegamenti, fucilazioni e lapidazioni, perpetrate a danno degli italiani, coinvolsero un numero imprecisato di Vittime, non lontano, secondo autorevoli ricerche, dalle ventimila unità, mentre buona parte del popolo giuliano-dalmata prendeva la via dell’esilio per sfuggire alle persecuzioni. Lasciarono la propria terra circa 350 mila persone, un quarto delle quali dirette all’estero, soprattutto in Paesi oltremare.

    Negli anni successivi, Tito governò col pugno di ferro, eliminando nelle sue prigioni un gran numero di oppositori, e mettendo il mordacchio ad ogni dissenso che potesse porre in pericolo la precaria unità jugoslava, dove convivevano diverse nazionalità e religioni.

    Questa prassi non impedì all’astuto Maresciallo di attuare sin dal 1948, unico fra tutti i satrapi dell’Europa Orientale, il disimpegno dall’alleanza con Mosca, sostituendolo con un singolare terzomondismo, che lo pose all’avanguardia dei Paesi "non allineati", giunti a 44, ed appartenenti, fatta eccezione per la Jugoslavia, ai Continenti extra-europei. Fu una mossa di notevole acutezza, perché permise a Tito di avviare rapporti di vicinanza politico-economica con l’Occidente, e di portare a casa un florilegio di aiuti, sotto forma di finanziamenti agevolati, ma anche di donazioni, nella cui erogazione si distinsero, nell’ordine, Stati Uniti, Germania, Francia, e la stessa Italia.

    Con quest’ultima, i rapporti giunsero a tale stato d’avanzamento che nel 1975 fu possibile chiudere, col trattato di Osimo, ogni residuo contenzioso, ed acquisire la sovranità sulla Zona "B" del Territorio Libero di Trieste, ceduto dall’Italia senza alcuna contropartita, in ossequio alla politica di "solidarietà nazionale" che aveva portato il PCI nell’area di Governo, dopo un’opposizione pluridecennale.

    In pratica, l’esperienza titoista indusse una gestione totalitaria del potere protrattasi per ben 35 anni, durante i quali lo Stato jugoslavo si identificò col suo Presidente, lasciando ai collaboratori, sia pure di vertice, come i Gilas ed i Kardelj, funzioni sostanzialmente comprimarie, anche se talvolta significative.

    Sul piano economico, i risultati furono disastrosi, tant’è vero che, già in epoca titina, il debito pubblico "pro-capite" della Jugoslavia era il più alto d’Europa. Le conseguenze politiche, invece, furono rinviate al dopo Tito, perché Josip Broz riuscì a difendere sino alla fine l’unità della Repubblica federativa, grazie ad una prassi di grande spregiudicatezza che non disdegnava l’uso indiscriminato della forza. Ad esempio, Mirko Vidovic, un intellettuale dissidente, fu condannato a sette anni di carcere duro, per avere osato pubblicare un libro di poesie critiche nei confronti del regime.

    Dopo la morte di Tito, la corsa verso il disastro divenne sempre più accelerata, rivelando in termini talvolta drammatici il fallimento politico ed economico della formula jugoslava: non mancarono, tra l’altro, alcuni suicidi eccellenti, come quello di Ljubisa Veselinovic, figura di spicco della Resistenza, come atto di estrema protesta contro la degenerazione del Paese, innanzi tutto sul piano morale.

    Oggi, la decapitazione della statua di Tito stende un velo di malinconia sulle "magnifiche sorti e progressive" di una stagione che era stata salutata in buona parte dell’Occidente come l’alba di un mondo nuovo, improntato al cosiddetto socialismo integrale, e che invece fu l’anticamera dell’ennesimo dramma balcanico. La palingenesi del titoismo in una sorta di crepuscolo degli dei, nel quale la commedia dell’arte prevale largamente sulle suggestioni wagneriane, sta a dimostrare che l’esercizio del potere in chiave di "realpolitik", quand’anche supportata, come nel caso di specie, da una diffusa tolleranza internazionale, è destinato al collasso, se non venga governato dal senso etico dello Stato, e nello stesso tempo, dal rispetto dei valori fondamentali di civiltà e di giustizia.

    Carlo Montani



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • E’ SOLO BIECA PROPAGANDA
  • UNO SGUARDO DA VICINO



    E’ SOLO BIECA PROPAGANDA

    Siamo in dicembre e puntuale come il freddo è riscoppiata la polemica se sia corretto o meno celebrare il Natale nelle scuole. E’ ovviamente solo un aspetto di un discorso ben più ampio, presentato in modo subdolo. La questione ha radici profonde, fa parte di una strategia ben precisa e si sta presentando in forme diverse, in modo sempre più frequente e sfacciato. Mi pare ingenuo, o addirittura stupido, credere che il problema sia quello che viene messo in luce. E’ uno specchietto per le allodole. Dietro c’è, secondo me, una strategia ben precisa che ha una chiara matrice politica. Non è un problema né di rispetto delle minoranze, né di laicità della scuola. Non celebrare il Natale, abolire il presepe, evitare di pronunciare il nome di Gesù modificando le canzoni che si insegnano ai bambini è solo la punta dell’iceberg. Distruggere l’identità religiosa è il primo importante passo per distruggere una cultura. E’ un modo di sradicare la cultura cristiana, di mettere in crisi le radici della nostra civiltà per poter poi colmare quel vuoto con valori, cultura e ideologie ben chiare. Mi sembra evidente che c’è un disegno politico che si serve di docenti "politicamente corretti" consapevoli ( pochi) e di una maggioranza che va a rimorchio e che per insipienza, ignoranza, ignavia si sta facendo coinvolgere in un gioco perverso sulla pelle di bambini e di adolescenti. Si vuole colpire la religione che è alla base della nostra civiltà perché l’antioccidentalismo ha dato al cervello ai compagni che hanno visto miseramente crollare con il muro di Berlino e l’U.R.S.S. i loro sogni. Non è un caso che la maggior parte dei paesi islamici siano governati da governi di matrice sinistrorsa e che anche nel nostro paese proprio da sinistra si aprano porte e finestre all’immigrazione di qualunque tipo e qualunque genere. E’ una massa di futuri (nella disgraziata eventualità che dovessero vincere le prossime elezioni) elettori che potrebbero a livello numerico costituire una solida base elettorale. Che vi siano connivenze fra una buona parte della sinistra e l’islamismo più antioccidentale mi pare sia evidente a chiunque legga i giornali e si guardi attorno. I no global, i pacifisti a senso unico che hanno riempito e continuano a riempire le piazze sono una testimonianza evidente. Tra l’altro propri in questi giorni è comparso in un sito islamico un video dal titolo " Un messaggio della resistenza irachena" in cui si ringraziano "in particolare i pacifisti e i no global per aver manifestato contro la guerra". Vi è stata una okkupazione gramsciana non solo della scuola, ma purtroppo anche di alcuni significativi settori della Chiesa. Troppi appartenenti al mondo religioso a vari livelli stanno vendendo la loro identità per un piatto di lenticchie avvelenate. In nome dell’accoglienza, della carità, del rispetto del diverso, del dialogo, valori sacrosanti se portati avanti almeno alla pari e con piena coscienza di chi si è, di chi si è stati e del proprio credo, si stanno consegnando mani e piedi a chi di queste parole non sa nemmeno il significato. La testa no, quella non la consegnano perché non ce l’hanno, al massimo serve a reggere i capelli. Sono preoccupata, indignata, schifata. Ho già espresso in passato il mio pensiero e continuerò a farlo con forza, con violenza, con speranza finché troverò spazi di libertà e di coraggio che mi ospiteranno.

    Pierangela Bianco


    UNO SGUARDO DA VICINO
    Conflitti di religioni, di culture e di civiltà

    Secondo una tesi fatta valere da un professore di Harvard, noi assistiamo oggi ad uno scontro non più tra ideologie, ma tra civiltà. Le ideologie planetarie sono crollate, dopo essere state alla base di sanguinosi conflitti ed aver dato origine alla guerra fredda. L’utopia comunista è stata l’ultima a disintegrarsi. Al posto delle superstrutture ideologiche, noi ritroviamo oggi, in una maniera non ancora a tutti evidente, le divisioni tra gli uomini basate sui diversi passati, sulle diverse tradizioni, culture, religioni: in una parola, basate su una diversa civiltà. Ritroviamo, insomma, l’uomo con le sue credenze, i suoi testi sacri, i suoi tabù, la sua cultura, il suo senso etico, le sue abitudini di vita plasmate da secoli di storia.
    Per Samuel P. Huntington della Harvard University (The clash of Civilizations and the remaking of the world order) i conflitti di cultura e di civiltà, e non quelli basati sull’ideologia o sull’economia, dominano e domineranno sempre di più la scena internazionale. La nuova identità, la nuova autoidentificazione che si sta delineando fra i popoli è sempre più collegata alla più ampia civiltà di appartenenza, vale a dire agli specifici valori religiosi e culturali costituenti quell’insieme che va sotto il nome di cultura e di civiltà. Presso le élites del mondo islamico, che fino ad ieri tendevano ad assumere valori ed apparenze occidentali, si assiste oggi ad un ritorno alle radici.
    Le linee di divisione e di frattura, nel mondo, dovute alle differenze religiose e di cultura, sono quanto mai visibili nel rapporto conflittuale sempre più evidente tra civiltà islamica e civiltà occidentale.
    Le linee di demarcazione di una civiltà rispetto alle altre non sono però assolute. La stessa civiltà occidentale ha due varianti: l’americana e l’europea. L’Islam è diviso in diverse sotto-civiltà come l’araba, la turca, l’indonesiana. Secondo Huntington, il mondo si trova suddiviso in 7 o 8 grandi civiltà: occidentale, confuciana, giapponese, islamica, indù, slava-ortodossa, latino-americana e, forse, africana.
    Le caratteristiche e le differenze culturali sono più tenaci di altre differenze di carattere politico ed economico. Si può, infatti, facilmente cambiare le proprie condizioni economiche, andare a vivere in un altro paese, cambiare partito, ma meno facile è che un cristiano diventi musulmano, e viceversa. Che si consideri anche che una persona non può essere per metà musulmana e per metà cristiana.
    Secondo Huntington, le guerre che sconvolsero l’Europa, fino alla Rivoluzione francese, erano guerre tra principi o imperatori, condotte allo scopo d’ingrandire la propria base territoriale e il proprio potere. Con la Rivoluzione francese, le guerre divennero guerre tra popoli, almeno fino alla prima guerra mondiale. Con l’avvento, in Europa, del bolscevismo, e del fascismo e del nazismo, alla base dello scontro si installò l’ideologia. Con la caduta del nazismo e del fascismo, la contrapposizione fu, negli anni della guerra fredda, tra ideologia liberale e ideologia comunista. In tutti i casi, si trattò di uno scontro interno alla civiltà occidentale. La fine della guerra fredda, invece, ha posto la civiltà occidentale di fronte ad altri tipi di civiltà, ossia ad altri modelli di sviluppo culturale, sociale ed economico. I paesi occidentali considerano democrazia e liberalismo valori universali. I diritti dell’uomo sono visti come un bene assoluto. Ma le altre civiltà poggiano su basi diverse dalla nostra. Di qui tensioni e conflitti.
    La guerra terroristica anti-occidentale in atto può essere vista come una guerra tra opposte civiltà. I volontari della morte, per compensare la propria inferiorità economica e militare, fanno ricorso alla poco costosa ma tremenda arma del terrorismo. In altre parole, il terrorismo, nello scontro attuale di civiltà, è l’arma del più debole.
    Il tema "ideologie, culture e civiltà" ci spinge ad esaminare una questione fondamentale: il rapporto esistente tra noi, esseri trapiantati, e la nostra cultura e la nostra civiltà d’origine. La realtà di coloro che hanno effettuato il viaggio di Ulisse, per riprendere quest’ espressione forse un po’ troppo romantica. Noi siamo venuti in questa nuova terra da soli o al seguito dei genitori, o qualche volta con tutta la parentela. Vi sono interi paesini che si sono trapiantati qui. Quindi alla base dell’emigrare non vi è stato un atto veramente "eroico". Il viaggio transoceanico non è un qualcosa che ci nobiliti in partenza, tutti, e che ci renda superiori. Ma è un viaggio che ha comportato delle prove difficili e che ha creato in taluni di noi un’esperienza intima molto simile ad una morte e ad una rinascita. Questo viaggio fatidico ci ha condotti a fare una scoperta che chi è rimasto in Italia quasi mai fa: la scoperta che il nostro luogo di nascita, il nostro paese, la nostra civiltà non sono il centro del mondo, e che il mondo, anzi, non ha - ahimè! - alcun centro. Lo stesso rapporto con la lingua materna è divenuto per molti di noi un rapporto sofferto. La lingua d’origine non è più sostenuta da automatismi verbali, vale a dire da ripetizioni automatiche di suoni familiari, dall’uso di frasi consacrate, da quei veri e propri slogan, o parole del gergo per addetti ai lavori, di cui è così ricco il parlare corrente in Italia: il lodo Maccanico, la manovra, le rogatorie, le fideiussioni, i tempi brevi, i tempi lunghi, e così vi dicendo. Intorno a noi i suoni delle lingue parlate sono quanto mai vari. Tutto, nella nuova patria, è sottoposto al vento del dubbio. Vivere da minoritari - gli Ebrei ce lo insegnano - non è riposante. L’aver visto l’altro volto della luna non dà certezze, ma aumenta il dubbio: il dubbio creatore. Qualcosa è cambiato nell’anima di noi emigrati. Dal paese Italia è emersa la Patria. Chi conquista una lingua - qui in Québec due lingue « straniere » - e bisogna mettere straniere tra virgolette, perché per noi non sono veramente straniere - conquista la chiave che apre altri mondi. Il multiculturalismo occorre viverlo per sapere veramente cos’è. Bisogna aver avuto dei figli da un coniuge non italiano, in questa terra agitata dal conflitto tra la nazione francese e quella inglese, e dove vige la politica del multiculturalismo, per trovarsi confrontati a certi problemi che chi è rimasto in patria beatamente ignora. Per molti, in Italia, la scelta per il proprio figlio di un nome esotico, straniero, è semplice adesione a delle mode, è manifestazione di snobismo. Per noi, scegliere un nome francese o inglese oppure italiano, per un figlio nato qui, equivale a cercare di definirne l’essenza nazionale, culturale, e ad orientarlo verso una bandiera piuttosto che un’altra. Il nome è un’identità sonora, visibile.
    Un fenomeno assai particolare si è verificato in chi ha lasciato l’angolino di terra che lo ha visto nascere, per andare a vivere in una cultura, in una civiltà, in un mondo diversi. Il trapianto in una terra straniera ha creato in noi un nuovo rapporto con il mondo di origine, con l’angolino di terra che ci ha dato i primi colori, i primi suoni, i primi sapori, le prime emozioni, i primi sogni. Questo mondo è stato da noi interiorizzato e vive in noi con una forza che non aveva e che non poteva avere prima. Si è verificato con la partenza un fenomeno strano e paradossale. Se da un lato l’emigrare ha implicato il superamento delle frontiere e ha comportato l’allargamento degli orizzonti, con la presa di coscienza della relatività delle culture nazionali, dall’altro lato questo emigrare ha fatto sorgere in noi un rapporto particolare con il mondo lasciato. La radice locale, che ormai appartiene al passato, paradossalmente si è dilatata in noi, facendosi molto esigente. Essa esige il nostro ricordo, la nostra fedeltà, il nostro rimpianto. Se da un lato, quindi, vi è stato in noi un superamento dei confini interiori di sensibilità, di cultura e di civiltà, dall’altro le differenze tra le culture, lungi dallo stemperarsi e dal dissolversi, si sono fatte per noi più evidenti, perché realtà concrete alle quale noi siamo confrontati ogni giorno. Il paragone tra noi e gli altri è un dato costante nella nostra vita. In noi, trapiantati della prima generazione, non vi è perdita d’identità - come spesso si ripete - ma al contrario "un eccesso d’identità".
    Forse la spiegazione di un tale fenomeno, strano e contraddittorio, che vede in noi trapiantati un bisogno quasi spasmodico di ritorni ideali, è da ricercarsi in una legge che può essere così espressa: solo accentuando il nostro senso di fedeltà ad un’immagine idealizzata della Patria, e solo rafforzando il nostro senso di appartenenza al gruppo etnico d’origine, noi riusciamo a trovare la forza necessaria per compiere il lungo viaggio nella terra degli altri. Gli internazionalismi da salotto, le abolizioni a tavolino delle frontiere, le teoriche fratellanze universali noi le lasciamo a chi è rimasto beatamente in Patria.
    A questo punto, voglio leggervi ciò che un grande storico delle religioni, il romeno Mircea Eliade, scrisse su certe misteriose leggi dell’anima che solo l’esilio permette di scoprire. Questo straordinario brano, tratto dall’autobiografia dell’illustre studioso romeno, esprime una verità, sottile e complessa, che molti di noi emigrati abbiamo nell’anima, ma che non ci riesce facile spiegare. Ecco perché io trovo le sue parole così importanti.
    Ha scritto Mircea Eliade: "Salivo lentamente, tranquillamente e provavo sempre più tumultuosamente nella mia anima questa rivelazione: lo spaesamento è una lunga e pesante prova iniziatica destinata a purificarci, a trasformarci. La patria lontana, inaccessibile sarà come un Paradiso, dove noi torneremo spiritualmente ossia "in spirito", in segreto, ma realmente. Ho molto pensato a Dante, al suo esilio. È senza alcuna importanza se fisicamente noi torneremo o no nel nostro paese. Così anche noi non dobbiamo tormentarci chiedendoci quale paese e quale sorta di gente vi ritroveremo. La Firenze di Dante non era più la Firenze medievale, come non era ancora la Firenze del Rinascimento che, del resto, neppure essa è durata per molto tempo. Essa ha perduto la sua autonomia politica a vantaggio dell’Italia che è nata più tardi. Ma tutti questi avvenimenti non hanno mai potuto abolire "la Patria" di Dante. È questa stessa patria che si rivela a me, oggi, mentre salgo lungo la via dei Salici, il Sacro-Cuore alla sinistra, come una Santa-Sofia dipinta di recente, troppo bianca e troppo netta nel cielo sereno - ma bisognerà che noi stessi diveniamo come Dante (non, bene inteso, come genio, come grandezza, ma come situazione spirituale). Come lo scrivevo a Vintila Horia, è Dante, e non Ovidio, che noi dobbiamo prendere come modello." (Fragments d’un journal, Gallimard, 1973)

    Claudio Antonelli



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  • LO STILE E’ L’UOMO STESSO...
  • IL CICLO MUSICALE "TOLKIENIANA"



    LO STILE E’ L’UOMO STESSO...

    ...disse Buffon nel 1753 nel suo discorso di insediamento all’Académie francaise. Dopo due secoli e mezzo credo che queste parole siano più che mai attuali e offrano una chiave di lettura di tanti avvenimenti del nostro tempo. Anche di quelli apparentemente banali, ma, se letti con attenzione, profondamente rivelatori di un modo non tanto di comportarsi, ma di essere. Agosto è il mese del divertimento, dello svago, delle ferie. E allora che cosa c’è di meglio di una bella festa in piazza, magari in maschera e con la partecipazione dell’assessore alle politiche giovanili di un comune della provincia? E’ giusto che le istituzioni partecipino alla vita della comunità che li ha eletti, si tengano in contatto con la gente, legittimino comportamenti, facciano tendenza. Che diamine, siamo in un paese democratico e c’è libertà di divertimento. Se poi , sempre in modo ludico, ci si traveste da preti e da frati che danno la caccia a procaci fanciulle o qualche donzella che, tanto per scherzare, indossa la veste monacale rivista per l’occasione, qual è il problema? Se qualche burlone, tanto per esagerare, si traveste da vescovo o perfino da Gesù Cristo chi sarà mai quel bacchettone che si scandalizza? E poi c’è l’assessore (politicamente corretto dato che è stato eletto con i Comunisti italiani) a legittimare il tutto… E’ successo a Soarza di Villanova in provincia di Piacenza in una calda estate d’agosto, e c’è da scommettere che a celebrare riti blasfemi, a dileggiare la religione cattolica consacrando finte ostie e lattine di birra la meglio gioventù del luogo, e magari anche gli amici venuti da fuori, si saranno divertiti un sacco. Ognuno evade come può, come sa, ma anche come gli viene insegnato. Come cristiana e cattolica sono schifata. Quelle persone mi fanno comunque molta pena, perché in quel modo si comportano solo esseri intellettualmente minorati ed eticamente inconsistenti. Però la cosa non va sottovalutata e sarà opportuno porsi alcune domande. Chi ha dato l’autorizzazione a tale macabra e offensiva kermesse? Pur nella rossa provincia di Piacenza il sindaco della Margherita che atteggiamento ha tenuto nei riguardi di un assessore della sua giunta? Come considera comportamenti di questo genere? Fino ad oggi, settembre, data di questo articolo, ha taciuto. Probabilmente sta cercando di valutare quanti elettori ci potessero essere fra i buontemponi mascherati e, anche se Soarza non è Parigi, una posizione di condanna ( ammesso che tale sia il suo pensiero) per un semplice party potrebbe costare sul piano elettorale. Fortunatamente il vescovo di Fidenza ha celebrato una Messa riparatrice di fronte a tanta ostentata blasfemia. Ora è pur vero che non si può generalizzare in modo semplicistico, è vero che occorre sempre operare i distinguo e che non si può valutare un’intera coalizione per un episodio, ma il silenzio che ha circondato la vicenda è un campanello d’allarme. Gli appartenenti a quello schieramento continuano a riempirsi la bocca di parole come pace, rispetto, tolleranza, solidarietà, dialogo e confronto tra popoli e religioni diverse e a bacchettare, dileggiare, insultare, a volte in modo pesante e volgare, coloro che non sono schierati al loro fianco. E poi… cari compagni, bollite nel vostro calderone pseudoculturale, ma chi non si riconosce in certe posizioni pensi a chi sono i compagni di viaggio, a dove li potranno portare e, magari, faccia quattro conti. Così, come riflessione, nelle sere d’inverno.

    Pierangela Bianco


    IL CICLO MUSICALE "TOLKIENIANA"

    Un progetto ambizioso quanto affascinante ha da sempre stimolato la creativita’ di Edoardo Volpi Kellermann. Musicista professionista ed appassionato delle opere di Tolkien, EVK ha realizzato il primo dei CD che comporranno un ciclo musicale dedicato al Signore degli Anelli chiamato "Tolkieniana". "Verso Minas Tirith", questo il nome scelto per il primo capitolo, è stato presentato ufficialmente il 23 marzo 2004 a Bruxelles durante il Tolkien50Years, il raduno mondiale delle Società Tolkieniane in occasione del cinquantenario della pubblicazione del Signore degli Anelli.

    Il CD e’ di ispirazione classica ma presenta contaminazioni dalle numerose origini. Tra sonorita’ etniche che si alternano a ballate popolari e passaggi jazz il lavoro si avvale della partecipazione straordinaria di Davide Perino, il doppiatore italiano di Frodo Baggins nel film del Signore degli Anelli. Perino recita alcune "riflessioni in forma poetica" che fungono da apertura e chiusura dell’opera, oltre che da prologo e commento di molti dei brani musicali.

    Sul sito di Edoardo Volpi Kellermann e’ possibile trovare informazioni, scaricare brevi demo ed acquistare il CD che noi abbiamo avuto il piacere di ascoltare.

    Vi segnalo inoltre di visitare il sito dedicato al ciclo musicale Tolkieniana.

    Vito Andrea Vinci

a cura di:
Vito Andrea Vinci

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  • QUANDO IL CULTO VA ONLINE
  • IL ROSSO E IL NERO
  • TI SPIO E TE LO DIMOSTRO


    QUANDO IL CULTO VA ONLINE

    L’11 maggio 2004 e’ stata lanciata in Internet un’esperienza piu’ unica che rara legata alla religione. I metodisti britannici hanno fatto realizzare, per loro e per i fedeli di tutto il mondo, una chiesa virtuale. A guardarla sembra quasi un gioco. E in effetti e’ stata realizzata dalla SpecialMoves (http://specialmoves.com/), una società specializzata in prodotti web in flash ovvero in presentazioni, siti o giochi animati che funzionano direttamente su Internet.

    La Chiesa dei Folli (questo l’insolito nome scelto) e’ uno spazio virtuale tridimensionale nato con lo scopo di far incontrare i fedeli di tutto il mondo: una sorta di agorà. Oltre ad essere una grande chat, con grafica ed interazione tra gli utenti, serve anche per trasmettere, via web, i momenti di preghiera settimanali. Ogni domenica infatti, ad un orario prefissato, un reverendo metodista si impegna a realizzare una funzione religiosa online.

    Tornando all’aspetto "giocoso" di questa insolita (ma già di successo) esperienza, bisogna segnalare un certo impegno a far divertire l’utente da parte della società che ha realizzato la chiesa virtuale per conto dei metodisti britannici. Innanzitutto e’ possibile scegliere come apparire esteticamente agli altri utenti (oppure se entrare in modo anonimo e risultare invisibile agli altri). Si può scegliere se presentarsi con un aspetto maschile o femminile e per ognuno dei due sessi e’ possibile optare per uno dei 12 "modelli" proposti (che variano per abbigliamento, colore dei capelli e colore della pelle).

    Una volta entrati molte sono le cose da fare. Principalmente si può chattare con le altre persone online presenti nella Chiesa ma e’ possibile anche scegliere di esplorare il luogo di culto virtuale. Se si chatta ovviamente e’ stata implementata una discreta gamma di gesti da poter fare. E’ possibile inginocchiarsi per pregare così come alzare le mani al cielo per esclamare un Hallelujah. E’ possibile però anche fare le comuni azioni che nascono spontanee parlando nel mondo reale: grattarsi la testa, muovere le mani per dare un significato particolare alle proprie parole, ridere, indicare con un dito qualcosa, salutare, stringere una mano alla persona che si ha davanti. Insomma… un po’ di tutto.

    Se desiderate farvi un giro nella Chiesa dei folli visitate l’indirizzo: http://server3.cof.smhost.net/v16/


    IL ROSSO E IL NERO

    Italia 1943-1945. La guerra civile tra partigiani e fascisti scandisce la vita degli italiani. Oggi, per la prima volta, diventa un videogioco. Non si tratta del solito prodotto sulla Grande Guerra di qualche società straniera bensì di un gioco per computer realizzato da un’azienda italiana… anzi, italianissima: la romana BlackSheep (PecoraNera).

    La novità non e’ però senza dubbio il fatto che sia un prodotto sviluppato ed edito interamente in Italia. Innanzitutto il Rosso e il Nero e’ un videogame dove e’ possibile vestire le uniformi fasciste o i panni dei partigiani. Niente americani. Niente tedeschi. Niente inglesi. Solo italiani.

    Il gioco racconta della guerra civile tra l’esercito regolare fascista e le forze della resistenza comunista dei partigiani, che ha insanguinato il nostro paese. Il gioco non si schiera assolutamente politicamente, ma si presenta invece come una ricostruzione storica degli scenari e delle battaglie più importanti.

    Questa senza dubbio e’ la seconda novità più interessante. Ci sono dodici livelli, ognuno ambientato in una vera città italiana o in una battaglia realmente accaduta. Inoltre ben tredici armi (dal manganello alla granata, dal mitragliatore al fucile con puntatore) tra le più note dell’epoca sono state riprodotte per rendere più realistica l’esperienza di gioco.

    Come terza novità rispetto ad altri giochi vi e’ sicuramente il fatto che per ognuna delle due fazioni e’ possibile scegliere tra vari corpi militari e di resistenza, ognuno riprodotto con uniformi e caratteristiche proprie.

    Il sito web della società romana BlackSheep è : http://www.blacksheepstudios.it/.
    Nei vostri panni ci farei un giro.


    TI SPIO E TE LO DIMOSTRO

    Orwell l’aveva predetto nel 1948 con il suo futuristico libro "1984": Il Grande Fratello prima o poi arriverà. Ecco… ormai e’ piu’ che evidente che c’e’. Volete una nuova controprova? Ci ha pensato "Reason", una rivista politica californiana. A giugno "Reason" ha spedito ai suoi quarantamila abbonati un numero speciale personalizzato.

    Avete capito bene… 40.000 abbonati che hanno ricevuto ognuno una rivista differente. Già questo esperimento meriterebbe una menzione speciale ma "Reason" aveva un intento ben diverso che semplicemente soddisfare meglio i propri abbonati. Ognuna delle 40.000 riviste edite presentava infatti una copertina personalizzata con il titolo (ad esempio) "Mario Rossi, loro sanno dove sei" e sotto una fotografia satellitare della casa dell’abbonato. Un notevole sistema per far capire ai lettori l’assenza di privacy al giorno d’oggi.

    Ogni copertina riporta nel titolo il nome di un abbonato differente, e la foto satellitare della sua abitazione. La personalizzazione prosegue all’interno: una lettera del direttore ai lettori comincia chiamando il lettore per nome, "Caro Mario Rossi...", e va avanti con riferimenti al quartiere in cui abita, al tempo che impiega mediamente per recarsi al lavoro, alla percentuale dei suoi vicini di casa che hanno la laurea, al numero dei bambini per famiglia, e così via.

    Il principale articolo del numero di "Reason" ovviamente era dedicato alla fine della privacy provocata dal moltiplicarsi di banche dati, satelliti che scrutano la terra trasmettendo milioni di immagini al minuto, telecamere a circuito chiuso, e dal sempre più diffuso uso di Internet per acquisti, raccolta di informazioni, comunicazioni.

    Se desiderate conoscere meglio "Reason" date un’occhiata al sito web: http://www.reason.com

Ricordare purche’... - Numero 24

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • RICORDARE PURCHE’...
  • 25/04/1945 - FU VERA GLORIA?


    RICORDARE PURCHE’...

    L’iniziativa dell’assessore Paola Frassinetti di intitolare a Sergio Ramelli l’Aula Magna del Liceo classico Carducci di Milano ha suscitato prevedibili, vivaci e spesso faziose polemiche. Qualcuno ha avuto la faccia tosta di parlare di "lottizzazione di vittime" ( sen. Fiorello Cortiana dei Verdi) dopo che proprio a Milano nel 2001 è stato intitolato un Istituto tecnico a Claudio Varalli. Chi era Varalli? Un giovane di 27 anni, militante del Coordinamento dei comitati antifascisti, che fu ucciso da un militante di destra che egli aveva aggredito e che ebbe il torto di difendersi in maniera senz’altro eccessiva, visto che fu condannato per eccesso di legittima difesa, ma dopo essere stato attaccato. Lui sì è degno di essere ricordato, è giusto intitolargli una scuola. Chi era Sergio Ramelli ? Un ragazzo di 18 anni morto il 29 aprile 1975 dopo 47 giorni di agonia perché 10 militanti di Avanguardia Operaia lo attesero sotto casa e gli spaccarono la testa a colpi di chiave inglese. 10 contro 1: che eroi ! Ma Ramelli era colpevole di essere un militante del Fronte della Gioventù, quindi indegno di essere ricordato. Viviamo in uno stato democratico e perciò godiamo di libertà di pensiero, di parola, di opinione politica, che diamine! Ci sentiamo quotidianamente ricordare dalle massime autorità dello Stato e della Chiesa che bisogna lavorare per la pacificazione, che bisogna ricordare perché non succeda più. Appunto. Si faranno sentire le autorevoli voci o taceranno come troppo spesso hanno fatto di fronte al politicamente scorretto? Il fatto è che i morti non sono tutti uguali: ci sono quelli di sinistra buoni e santi comunque e a prescindere, quelli di destra colpevoli e non degni di essere ricordati sempre, comunque e a prescindere.
    Sinistri di ieri, di oggi, con varie maschere o a viso scoperto, ditelo chiaramente, abbiate il coraggio almeno delle parole! Un docente del Carducci, capofila della contestazione, ha dichiarato fra l’altro che "la scuola non è un cimitero". Quante scuole conoscete intitolate a dei vivi? E’ lecito chiedere ai contestatori perché è giusto che a Varalli si dedichi una scuola e a Ramelli nemmeno un Auditorium? La verità è che la scuola è tristemente lottizzata da una sinistra che spesso e volentieri è stata ideologa o addirittura protagonista di violenze in nome dell’ideologia, di una sinistra pronta alla condanna se le aggressioni erano di destra, ma egualmente pronta a giustificare, approvare e condividere se erano di sinistra. Ora la storia si ripete, cambia, a volte, la forma, ma resta intatta la sostanza. Tutti possiamo aver sbagliato, aver creduto in qualche cosa che si è poi rivelato cieca e bieca violenza, ma adesso occorre prendere le distanze e condannare chiaramente se si vuole davvero voltare pagina. Di fronte all’assassinio o si condanna o si è conniventi.
    Personalmente sono molto lontana dalle idee di Varalli e di Ramelli. Inoltre ritengo che le scuole vadano intitolate ad esponenti della storia, della cultura, delle scienze, uomini che si sono distinti per meriti riconosciuti e che hanno un valore educativo e culturale per gli studenti che frequentano quell’istituto… Per questo non condivido la decisione dell’assessore Frassinetti. Però o si cambia nome all’Istituto tecnico Varalli o ben venga l’Auditorium Ramelli. Gli anni di piombo sono stati una triste pagina della nostra storia, funestata da troppe vittime. Prima o poi occorrerà far luce sulle responsabilità, su chi e perché ha creato tanti morti, disseminato tanto odio e creato tanti guasti nella nostra società. Dal giudizio che ne diamo, dalla onestà intellettuale che abbiamo nel porci di fronte a queste vicende e nel condannarle senza se e senza ma si vede chi siamo realmente.
    Chi accetta l’Istituto Varalli e condanna l’Auditorium Ramelli o è accecato dall’ideologia, o è in malafede o sfrutta in maniera politica un atto di pietà e di equilibrio politico che Milano doveva compiere dal 2001. Evidentemente è rimasto con la mente e la coscienza a quegli anni, ma è diventato così vigliacco da nascondersi dietro false motivazioni.

    Pierangela Bianco


    25 APRILE 1945

    Fu vera gloria?

    Avendo dei figli giovani, sono rimasto sconcertato nel leggere il racconto dell’ex capo partigiano Giovanni Pesce che, sul quotidiano "La Prealpina" di Varese del 22 aprile scorso, ha rievocato le sue gesta di combattente per la libertà rivendicando, con malcelato orgoglio, omicidi e attentati.
    Non capisco cosa vi sia da vantarsi nell’assassinare alle spalle un uomo in divisa o compiere un sanguinoso attentato dinamitardo per poi fuggire, con il volto celato da un passamontagna, a gambe levate e lasciare ad altri le conseguenze dei propri atti.
    Pensavo che alle giovani generazioni bisognasse insegnare la lealtà, l’eroismo e il coraggio di affrontare il nemico ad armi pari secondo le regole, non dico della cavalleria, ma perlomeno di guerra. Invece per questi personaggi i valori da diffondere sono evidentemente altri.
    Gli italiani che seguirono Mussolini anche nella cattiva sorte si batterono, nella Repubblica Sociale Italiana, inquadrati in un esercito o nelle varie milizie, sempre con il volto scoperto e perfettamente riconoscibili, consapevoli che così facendo esponevano se stessi e i loro familiari alla vendetta partigiana (infatti, furono migliaia, dopo la guerra, i genitori, i fratelli e i figli di fascisti giustiziati dai liberatori, come ampiamente documentato nell’ormai famoso saggio di Gianpaolo Pansa "Il sangue dei Vinti" - Ed. Sperling & Kupfer, Milano 2003).
    I partigiani, invece, pur potendo vestire anch’essi una divisa, quella del regio esercito di Badoglio che affiancava le truppe angloamericane, preferirono la tecnica della guerriglia e del mordi e fuggi, sicuramente meno rischiosa ma più devastante nelle conseguenze. Gli attentati alle truppe tedesche in ritirata furono, infatti, pianificati al solo scopo di suscitare la reazione tedesca, che fu quasi sempre durissima e disumana (vedi la strage nazista delle fosse Ardeatine, conseguenza dell’attentato partigiano di Via Rasella).
    Ho molto rispetto per chi mette in gioco la propria vita per un ideale, qualunque esso sia, ma mi viene difficile nutrire lo stesso sentimento verso chi, per puro calcolo politico (sedersi al tavolo dei vincitori per spartirsi il potere), ha trasformato una lotta tra eserciti in una sanguinosa guerra civile dove a pagare sono stati, al di là della retorica resistenzialista che ci assilla da sessant’anni, tutti gli italiani.

    Gianfredo Ruggiero

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • MUSICA NON CONFORME: MUSICAZIONE
  • MUSICA NON CONFORME: ASS. LORIEN


    MUSICAZIONE

    Per musica non conforme si intende la musica che è di fatto alternativa a quella ascoltata dalla massa e promossa dai media perché, a causa delle differenze culturali e valoriali che esprime, si trova ad essere esclusa o decide di autoescludersi dal grande mercato.

    Tra le esperienze giovanili piu’ interessanti non possiamo non segnalare MusicAzione, un’associazione nata per promuovere la diffusione della musica con particolare attenzione alla Musica Non Conforme in tutte le sue forme.

    MusicAzione in particolare si e’ distinta per l’iniziativa di una radio dedicata al rock identitario e alla musica alternativa. Una WebRadio per essere precisi. Uno spazio virtuale a cui collegarsi tramite un programma gratuito per ascoltare musica al pc.

    Per informazioni e’ possibile visitare uno dei seguenti siti:
    Rock Identitario - www.rockidentitario.it
    MusicAzione - www.musicazione.com


    ASSOCIAZIONE LORIEN

    Parlando di esperienze interessanti c’e’ da ricordare l’Associazione Lorien. Costituita a Milano il 28 ottobre 1997 come risposta alla constatazione che parte significativa del materiale musicale prodotto vent’anni prima da vari gruppi di musica alternativa era già praticamente introvabile e ormai, con ogni probabilità, definitivamente perduto. L’Associazione Lorien si propone quindi di essere l’archivio storico della musica alternativa.

    Per informazioni e’ possibile visitare il sito:
    Associazione Lorien - www.lorien.it

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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