Cultura

 

Dal nostro corrispondente dal Canada


Il critico gastronomico del New York Times, Frank Bruni, ha voluto fare un viaggio nostalgico nella cucina italiana proposta nei ristoranti di New York dagli italo-americani. Il suo responso? Negativo: pasta spesso stracotta e in genere piatti che sono un’ombra di quelli che si possono gustare in Italia (dove Bruni ha soggiornato come inviato del New York Times). Le cucine locali, se trapiantate, non solo riducono la varietà originaria ma perdono una parte dei sapori di partenza. Insomma "emigrano male". Lo stesso capita alle lingue. Che si pensi alla lingua italiana di cui ci serviamo noi emigrati, o anche al francese che usano i quebecchesi, per non parlare della loro cucina, pallidissima ombra di quella dell’Esagono... Sono le stesse culture, in definitiva, che "emigrano male". La regola vuole che il trapianto di una cultura in un paese lontano avvenga all’insegna dell’impoverimento e della deformazione. Tutte le culture, se tenute lontane dall’humus natale, tendono a sbiadirsi e a sclerotizzarsi. Un esempio: le "Little Italies" rappresentano molto male la civiltà italiana. A meno che il gruppo della "transumanza" non riesca a creare un nuovo paese, come è avvenuto all’epoca delle grandi conquiste del passato. Il favore straordinario di cui gode nei discorsi ufficiali, in Occidente, il "multiculturalismo", considerato una sorta di nuova formula societaria che permetterebbe ai popoli di superare gli angusti confini della Nazione, si fonda sulla credenza contraria: una cultura trapiantata varrebbe quanto il suo modello d’origine. Il Paese di accoglimento è quindi concepito come una sorta di contenitore in cui le diverse culture vivono su un piede di parità e coesistono in armonia, ogni gruppo onorando la propria bandiera. Questa concezione si basa sull’idea che una cultura possa "internazionalizzarsi" - cioè trapiantarsi altrove - senza nulla perdere della propria sostanza. Di qui il ripudio dell’idea stessa dell’ "assimilazioneA" dei nuovi arrivati nella società d’accoglimento. La società ideale, oramai, per molti è una società utopica multiculturale: libera, senza condizionamenti imposti dal passato della Nazione di accoglimento (ma pesantemente condizionata dal passato dei singoli gruppi etnici) e dove persino l’identità del singolo, se costui vuole, riesce ad essere "multipla". Il Paese è visto come un gigantesco supermercato dove ognuno apporta o preleva i "prodotti" che gli aggradano. In realtà, che uno di noi provi, in Canada, a far la fila "all’italiana", o che cerchi di togliere i peluzzi dalla manica della giacca dell’amico canadese con cui sta parlando, come si usa fare da noi... Per Giuseppe Prezzolini, che visse per numerosi anni all’estero tra i "trapiantati", l’esito inevitabile del trapianto degli italiani in terra d’America era l’assimilazione. Esito, secondo lui, auspicabile, anche perché l’emigrato italiano portava con sé ben poco della gloriosa cultura italiana. Prezzolini arrivò a sostenere, con cinismo, che l’emigrazione non era una "somma" - somma di lingue, somma di culture, somma di civiltà, somma di sensibilità - semmai una "sottrazione". "Mia figlia ha sposato un sudamericano. I loro figli hanno due lingue materne: l’italiano e lo spagnolo. Conoscono inoltre sia il francese che l’inglese. E tu, caro Claudio, ti ostini a parlare di ‘identità’, ‘origini’, ‘passato’..." Così mi ha detto di recente un amico di Montréal che sostiene di essere, al contrario di me, "figlio dell’universo". Gli ho replicato: "E tu pensi che i tuoi nipoti a loro volta faranno dei figli che parleranno diverse lingue e che avranno un’identità culturale ‘multipla’?" Non ho voluto aggiungere che il parlare due o tre lingue si traduce spesso, tra i figli degli emigrati, nel non conoscerne poi bene nessuna. Le mode certamente cambiano, soprattutto nel campo delle idee. Il passato ci indica però che, a lungo termine, l’assimilazione è l’esito inevitabile - e anche auspicabile - di ogni emigrare.

Claudio Antonelli

 

Alida Valli - all’anagrafe Alida von Altenburger -se n’è andata. Da tempo apparteneva alla leggenda. Il suo nome evocava un’epoca e un mondo evanescenti, colpiti nel profondo dalla storia e dall’inesorabile trascorrere del tempo. Lei apparteneva sia all’Italia di prima sia a quella di subito dopo la Guerra; per noi, l’ultima, tremenda guerra. Era, insomma, da tanti anni una sopravvissuta. Aveva conservato però una nobile discrezione, perché possedeva lo stile di un’autentica protagonista che sa uscir di scena, una volta gli spettacoli terminati.
Ed ecco che Alida Valli, nella sua ultima intervista, concessa poche settimane prima di morire al giornalista Enrico Groppali del "Giornale", rivela una dimensione che rende la sua memoria ancora più cara al cuore di tanti di noi, perché in essa ella esprime un profondo amore per la sua piccola patria perduta: Pola, simbolo d’italianità. Lei, donna di confine, nata nella città "presso del Quarnaro che Italia chiude e i suoi termini bagna", come disse Dante - città trasformatasi poi, con l’esodo degli italiani, nella slava "Pula" - avrebbe potuto far sfoggio di internazionalismo e globalismo come fanno tanti italiani saltimbanchi. E invece, nell’intervista, Alida Valli non ha fatto che parlare della profonda, eterna ferita, causatale dalla perdita della terra natale.
Ed ecco alcuni stralci di questa intervista:
Alida Valli: [Riferendosi alla voce del mare, che certe notti le sembrava di udire anche nella sua casa ai Parioli] "‘Perché mi hai lasciato?’ diceva. Per aggiungere subito dopo: ‘Cos’hai avuto in cambio?’ E io non sapevo che cosa rispondere perché l’avevo tradito il mare della mia Istria, e laggiù a Pola nessuno mi aspettava più. (…) Perché faccio questo squallido lavoro nel cinema?, mi dicevo. Perché non sono rimasta nella mia terra ad affrontare gli eventi, a reagire al sopruso?, mi rimproveravo. Avessi almeno fatto la maestra, avessi inculcato fin dall’infanzia, ai miei e ai bambini di Pola, l’orgoglio e la dignità di essere italiani invece di perdermi nei filmetti che mi han dato denaro, successo, popolarità a buon mercato, mi ripetevo."
Enrico Groppali: "Purtroppo questo non l’ha saputo nessuno..."
Alida Valli: "Nessuno lo sa, perché non l’ho mai detto. E pochi, adesso che son vecchia, mi crederanno. Doveva dirlo allora, penseranno i superstiti, che certe ferite sia pur toccate ad altri trapassano da parte a parte anche gli esuli contagiandoli in modo irreversibile, facendone degli spostati, delle anime erranti che si muovono di continuo senza mai trovar pace." E ancora: "Solo un anno dopo lo scoppio della guerra, mi decisi a rivedere Pola (...) il luogo dove tutto era cominciato."
Enrico Groppali: "E cosa trovò?"
Alida Valli: "Una città ostile, estranea, distante. Con gli slavi che rimproveravano agli italiani di non parlar serbo-croato. In una comunità divisa, disperata, presaga di ciò che le sarebbe toccato: l’angoscia che è peggio della morte e la deportazione che è una condanna a vita."
Enrico Groppali: "È stata la sua ultima visita?"
"Qualche anno fa, ci tornai per una fiction con Raf Vallone che è stato il mio addio allo schermo."
Enrico Groppali: "Tutto era cambiato di nuovo, no?"
Alida Valli: "Sì perché oramai Pola era croata. Fu allora che mi fecero quell’incredibile proposta."
Enrico Groppali: "A cosa si riferisce?"
Alida Valli: "I nuovi padroni della mia terra non avevano più nessuno da esibire come eroe nazionale. Così non gli parve vero di offrire ad Alida Altenburger la cittadinanza onoraria di artista croata."
Enrico Groppali: "E la Valli cosa rispose?"
Alida Valli: "Che troppe volte, come la mia città , avevo cambiato pelle, ma ero nata e sarei morta italiana. Scrivetelo sulla mia tomba."

Claudio Antonelli

 

SOCIETA’ ATTUALE - PROGRAMMA FUTURO

FLASH SULLA SOCIETA’ ITALIANA

Nei Paesi ove esiste la "società della fiducia" (gran parte della U.E.) gli imprenditori e l’economia hanno il sostegno della prevedibilità delle azioni di ogni interlocutore. Il sospetto, l’intoppo, è merce rara. Lo sviluppo dell’economia è possibile.

C’è perô, nella U.E., un Paese "X ", ove le ruote della società girano in altro modo, con rallentamenti, grippaggi. Un Paese speciale dove la vita sociale è infarcita di difficoltà impreviste, sorprese, intoppi, inciampi, rotture, interventi di referenti o padrini; talvolta ricatti o somme da pagare in nero, per avere quello che secondo le leggi ci spetta di diritto. Può succedere questo: la classe dirigente è scelta per comparaggio, in base a trattative private. Il dirigente pubblico, normalmente intronizzato da un VIP della politica, puo’ essere molto attivo. Soprattutto nelle lotte di potere. Trascura talvolta la gestione affidatagli. O si occupa della gestione, ma senza impegno né motivazione. Non ha idee né strategie. Anche perché è occupato a guardarsi le spalle. Se gestisce male l’attività affidatagli, poco male (per lui, che è inamovibile). Dirigenti cosi’ sono maestri nelle discussioni del souk (nordafricano). Sarebbe forse il caso di chiedere "chi fa, in certi ambientini, ancora un lavoro di qualità ? La categoria "mariuoli e azzeccagarbugli" indubbiamente…Ce ne sono altre ?

E bene però riflettere un istante sulle prospettive del sistema Italia. Queste saranno sicuramente molto magre, per via della sua competitività evanescente. Quando i nodi del tessuto sociale diverranno troppi, si avrà nello stesso tempo confusione e rischio di bloccaggio del sistema.

Cosa esattamente é successo ?

- La Pubblica (d)Istruzione ha fatto, per decenni, un cattivo lavoro. Non ci ha insegnato metodi di lavoro e forme di pensiero adatti al secolo XXI. E cioè metodi basati su coerenza, logica, struttura, realismo,responsabilità, efficacia dei risultati. Ci é stata data, é vero, un’ottima formazione umanistica, ma troppo vicina, credo, alla Humanitas di qualche secolo fa. Basterà, nel Villagio Globale ? Sembra di no, a guardare ai risultati.

- Un secondo errore del sistema Italia di inizio secolo: pessimo metodo di selezione della classe dirigente, basato sul valore ... delle chiacchiere, anziché della professionalità. Non poco, per affossare le prospettive di una società... E’ lecito anche porsi il quesito: "Sono i politici che vogliono vendere chiacchiere, o sono gli elettori che le vogliono sentire ?".

- Un terzo errore, anch’esso della Pubblica (d)Istruzione : quello di non educare il cittadino, di non insegnargli i suoi diritti ed obblighi, la struttura della società, i suoi meccanismi di funzionamento. I quali dovrebbero perciò essere gestiti, se va bene, da angeli invisibili. Se va male, da padrini nascosti.

Ma non sono gli unici fattori.......

UNA PROPOSTA SENSATA

Suppongo per un momento che il leader vincitore delle prossime elezioni mi chiedesse: "Tu emigrato, come vedi la ricostruzione ? Possibile ?

In tal caso suggerirei alcuni punti di base, visti cogli occhiali di un emigrato (più oggettivi perché meno di parte).

MANIFESTO

Nell’ interesse del cittadino qualunque, dovremmo porci questi obiettivi, che ci porterebbero a divenire europei a pieno titolo:

1. Europeizzare il Paese nei fatti, non a parole. Soprattutto eliminando il divario fra intenzioni dichiarate e miseri fatti poi attuati. (con nuovi metodi di lavoro e gestione del personale).
2. Far funzionare le ruote della società (nei fatti, non per scherzo), in modo uniforme per tutti gli Italiani;
3. Rifondare la società italiana, sviluppando un Patto Sociale, basato su: a) vera applicazione, di qualità, di precisione, affidabile, continua, della Costituzione e delle leggi, egualmente per tutti; b) applicazione degli strumenti e metodi necessari a dare risultati sociali a livello europeo (aumentando al massimo le efficienze e combattendo gli sprechi nelle gestioni pubbliche). c) applicazione nella vita pubblica di tutti i valori positivi che permettono a molti Paesi U.E. di gestire la società.
4. Mettere in funzione, con un programma impegnato e di qualità, con la diffusione di adeguati metodi di lavoro, i meccanismi sociali con risultati simili alla Francia, al Belgio, alla Finlandia, ecc. La cosa é possibile solo se si gestirà il Paese con chiarezza e trasparenza. E con una buona strategia.
5. Sotterrare la politica delle chiacchiere e dell’ inazione. Inizio della politica dei fatti e della serietà. L’ obiettivo da raggiungere: instaurazione di una democrazia reale, col bando della Commedia dell’ Arte Politica. Cosa raggiungibile colla gestione responsabile ed efficace del personale in ogni attività economica ed amministrativa.
6. Cambiare tutte le facce é l’ unico modo per arrivare ad uno stato che serva tutti i cittadini e non favorisca solo certuni o certi clans.
7. Parole d’ ordine per un tale programma sono: la verità, basta coll’ apparenza; responsabilità e serietà, basta colle chiacchiere.

C’ é, per arrivare a tanto, una condizione necessaria: cambiare qualche abitudine di molti Italiani. Vorranno farlo sapendo che, cosi, potrebbero avere ricchezza e lavoro ?

SOLTANTO UN PROGRAMMA SERIO, DEL TIPO CHE PROPONGO, SARA’ IN GRADO DI FAR FUNZIONARE LA SOCIETA’, DI RISOLLEVARE L’ ECONOMIA

Antonio Greco
(analista delle cause del degrado)
angrema@wanadoo.fr

Corrispondente dalla Francia

EUROPA NAZIONE - Numero 35

 

L’idea di una Europa nazione è un concetto fondamentale per tutta la nostra area politica ed è espressione di un radicamento profondo e originale che spesso non è colto, nel suo significato più alto, neppure da tutti i militanti. Troppo inclini al superficialismo politico delle ricette preconfezionate e della sloganistica propria della quotidianità del partito, mai portati allo studio, a scavare a fondo, alla scoperta delle nostre lontane radici della tradizione.
È tempo di farlo. Soltanto la conoscenza è completamento e motivazione alla lotta per l’uomo che vorremmo differenziato. Fin dagli albori la nostra civiltà, i popoli Indoeuropei, pur mantenendo le proprie differenze dovute alla razza, all’etnia d’appartenenza, al territorio, ebbero in comune la concezione tripartita della società.
L’idea di un’età antica, culminata nell’organizzazione romana dell’area mediterranea, e l’idea di un’età moderna caratterizzata da una crescente volontà di trasformare e razionalizzare tutti i rapporti costituenti la società umana, gravitavano, originariamente, attorno ad un universale "schema tripartito" comprendente i tre ordini fondamentali della nostra civiltà: oratores, ballatores, laboratores. Nei secoli, quest’ordine iniziale fu istituzionalizzato in tutto il continente nelle tre caste fondamentali: il clero, la nobiltà ed il popolo. Tale suddivisione della società durò sino alla rivoluzione francese (1789).
Gli Oratores, ovvero la casta sacerdotale, studiavano e predicavano, ricercando formule risolutrici agli angosciosi problemi dell’esistenza, guidando e disciplinando le genti verso una moralità ideale e spirituale. Gli Oratores furono simbolicamente rappresentati dal colore bianco, simbolo di purezza.
Ai Bellatores, espressione dell’ordine militare, era riservato il compito di comando e protezione del popolo. I capi carismatici dell’ordine militare costituivano il punto di riferimento politico della società. Rosso è il colore a cui erano legati, poiché simbolo del sangue versato in battaglia.
Infine vi erano i Laboratores, originariamente contadini,artigiani, furono affiancati, nel tardo medioevo, dal nuovo ceto borghese. Essi erano tenuti ad obbedire alle decisioni prese da oratores e bellatores. Il colore della terra, il nero, è il colore che rappresenta la loro casta.
L’organizzazione tripartita della società era di tipo organica in cui tutti avevano un loro ruolo, il proprio compito da realizzare e ad ognuno era garantita l’appartenenza ad una casta; l’armonia e la sinergia delle tre caste furono i fondamenti di ogni impero e di ogni civiltà tradizionale europea.
Nel XVIII secolo clero, nobiltà e popolo, incalzati dalla spinta rivoluzionaria giacobina, si trasformarono, degenerando, in classi sociali che si sono fatte guerra sino ad oggi.
Sostituendo la tradizione con le teorie moderne,gli uomini persero inevitabilmente coscienza del proprio "essere",della propria "identità" all’interno della società di cui facevano parte. Nuove idee si imposero, il secolo dei lumi con le sue speculazioni e con le sue corruzioni individualistiche, diede inizio alla degenerazione dei popoli continentali. Il resto è storia moderna: l’ondata liberista avviata dai primi Paesi industrializzati trasformò presto la vita dell’uomo annullandola in una catena di montaggio, riducendo l’individuo in forza-lavoro, un pezzo dell’ingranaggio intercambiabile senza nessun tipo di dignità.
Questo fu, ed è tutt’ora, il liberal-capitalismo, un fuoco fatuo, una falsa promessa di crescita e di emancipazione individuale all’interno di una società che nasconde lo sfruttamento di tanti a beneficio di pochi.
Abbiamo sicuramente semplificato e sintetizzato la nostra analisi, ma volevamo solo dare un’indicazione della strada da percorrere per comprendere l’origine del concetto che ci preme tanto riscoprire, il concetto di EUROPA NAZIONE.
Il nostro piccolissimo contributo vuole aiutare a far conoscere quale è l’origine della nostra organizzazione sociale. Perché ognuno possa ritrovare quella dignità dell’ "essere" e non dell’ "avere". Per ritornare insieme verso una comunità organica dove più nessuno è sfruttato, ma dove tutti sanno quale è il loro ruolo, con dignità, con umiltà e sapendo quale è la sua e la nostra IDENTITA’.

Fabrizio Fratus

Le strade dell’anima - Numero 34



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LE STRADE DELL’ANIMA
  • PIER PAOLO PASOLINI



    LE STRADE DELL’ANIMA
    Il ritorno a Vezza d’Oglio.

    L’anima vuol percorrere certe strade che la ragione non capisce. Mi riferisco al desiderio intenso che taluni provano di rischiarare certe zone d’ombra del passato. Un esempio drammatico è la brama di conoscere l’identità dei genitori in chi è stato abbandonato al momento della nascita. Questi figli adottivi, anche se persone ormai mature, vogliono semplicemente sapere: così ci dicono. Io so che il loro impulso a conoscere nasce da un bisogno di continuità, d’identità, di certezze, di vita. Hanno bisogno di risposte per poter mettere in fuga i fantasmi del buio. Vi sono altri esempi di questa ricerca di luci sul passato, di questo ambire al bene perduto, di questo voler ricostituire il mondo scomparso. In un giornale di esuli giuliani mi sono imbattuto nel grido di un lettore che si rivolgeva al pubblico. Voleva sapere di nomi, luoghi, persone... Le vicende dell’ultima guerra e del dopoguerra avevano travolto il suo mondo creando una frattura tra il "prima" e il "dopo", e lui cercava ora di ricostituire date, nomi, luoghi, eventi legati a quel "prima". Con parole accorate invitava i giovani ad ascoltare i racconti dei genitori e a tutelare il fragile edificio delle memorie familiari, per non dover un giorno, divenuti vecchi come lui, mettersi alla ricerca dei frammenti perduti della propria storia. Piccoli frammenti ma che occupano grandi spazi... Il bene perduto possiede, infatti, la chiave del nostro cuore. Il desiderio di sanare la frattura del tempo e di fugare le ombre, dando nomi alle cose, alle persone o date precise agli eventi, risponde ad un bisogno interiore di continuità e di certezze. Chi ha subito una grave perdita vuol tornare a quel "prima". Immaginiamo quale sarà il destino dei figli delle nuove coppie omosessuali, prodotti da padre o da madre anonimi, su ordinazione... "Parla memoria, parla..." l’invito si fa imperioso nella vecchiaia. Le feste di Natale accentuano ogni volta questo desiderio di passato. Incontrare, dopo una vita, quell’essere caro di cui non sapevamo più nulla, rischiarare un angolo buio del passato non cambieranno certo la nostra esistenza. Ristabiliranno però il flusso della vita. L’ordine delle cose vuole che si assegni un posto preciso anche ai morti perché i sopravvissuti possano ritrovarli. Il ricostituire un frammento perduto di passato ci dà per un attimo un’illusione di armonia nel rumore del caos. Quanto oggi io pagherei per sapere dai miei genitori, che non sono più tra i viventi, l’esatta storia dei primi anni della nostra vita di profughi dall’Istria... Alla ricerca del passato, la scorsa estate, sono ritornato, dopo una vita, a Vezza d’Oglio, minuscola località montana della provincia di Brescia. Lì, tanti ma tanti anni or sono, noi trascorremmo un periodo di tempo, da profughi. Io ero piccolissimo. I ricordi miei più antichi datano proprio da lì, e sono collegati ad una persona meravigliosa che tanto fece per la nostra famiglia e per me. Stefano Radici si chiamava. Io lo chiamavo "papà Radici", perché mi trattava come un figlio, più di un figlio. Da allora ho portato sempre "papà Radici" nell’anima: il tempo ha finito con il trasfigurare quei ricordi dando loro il contorno del mito. A Vezza d’Oglio ho potuto ritrovare la figlia di "papà Radici", Armida, che mi ha accolto proprio come mi avrebbe accolto suo padre. Tra le foreste e le cime dei monti ricoperti dalle nevi eterne, nel ricordo di questo essere eccezionale io ho sentito il mistero della vita e ho provato l’ansia della trascendenza. Occorreva questo ritorno. Occorreva che io accarezzassi con gli occhi, sulla stele funeraria, il nome "Stefano Radici" e quello di Maddalena, sua moglie, e di Clara e di Gianni, suoi figli, sepolti con lui. A Vezza d’Oglio sono ritornato per un attimo all’alba della vita. Quel ritorno ha saldato una frattura nel mio essere, appagando il mio bisogno di continuità, d’identità, di certezze.

    Claudio Antonelli


    PIER PAOLO PASOLINI

    Alla "Cinémathèque québécoise" di Montréal è stata presentata di recente la retrospettiva integrale dell’opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini, in occasione del trentennale della sua morte. Per l’occasione è giunto dall’Italia il critico Serafino Murri. Il giovane studioso non ha parlato a lungo, ma ciò gli è bastato per rivelare la propria italianità. Ciò è avvenuto quando ha detto "prima nel corso delle domande, mi è stata rivolta una ‘domanda intelligente’", e quando ha concluso con un "io mi vergogno, oggi, di vivere in un paese come l’Italia" (alludendo a Berlusconi), che è una variante del "mi vergogno di essere italiano", carta da visita immancabile dell’italiano purosangue. Un altro interveniente ha accreditato la tesi secondo la quale Pasolini - che fu ucciso da un "ragazzo di vita", con cui si era appartato per un rapporto sessuale prezzolato - sia stato la vittima delle oscure forze della "Reazione Anticomunista". Quest’idea di una morte cruenta, per mano dei nemici - smentita però dai fatti - è il tocco finale della santificazione di Pier Paolo. "Pier Paolo Pasolini era un eretico, un critico, un ribelle e soprattutto uno spirito libero" è il giudizio che va per la maggiore. Sì, Pasolini - scrittore, poeta, regista - è stato questo ed altro ancora. È stato un intellettuale geniale, gran moralista, nemico della frenesia consumistica. È stato vicino sia alla chiesa cattolica sia alla chiesa comunista. Ma da eretico. Si considerava un po’ il nuovo Dante, e tendeva a parlare continuamente di se stesso, venendo per questo accusato di "autoreferenzialità". Visse in maniera ossessiva la propria omosessualità. Figlio di borghesi, considerava la piccola borghesia la rovina del mondo, mentre solo i proletari, i poveri, i primitivi, avrebbero, secondo lui, una vera umanità. Il suo sguardo nostalgico sul mondo contadino, minacciato dal rullo compressore della modernità, pone il marxista Pasolini a fianco dei cultori dei valori della tradizione, tutti di destra. Suo padre fu fascista. Il fratello, partigiano comunista, fu "giustiziato" dai comunisti titini. Contro il padre, con cui ebbe sempre un rapporto difficile, Pier Paolo trovò la corazza nel mammismo. "Sono capace di provare amore solo per mia madre, negli altri cerco i corpi", fu la sua spiegazione. Le contraddizioni di Pasolini sono vaste: benché comunista - anche se non iscritto, perché era stato espulso per indegnità "sessuale", anni prima, dal Partito - si schierò in difesa del feto contro l’aborto, fu contro il divorzio, prese posizione a favore dei questurini contro i manifestanti, figli di papà. Pasolini, che aveva molto dell’esteta decadente, odiava però D’Annunzio. "Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere con te e contro di te; con te nel cuore, in luce, contro te nelle buie viscere;" si legge nel suo "Le ceneri di Gramsci". E questo verso esprime non si potrebbe meglio la contraddizione in lui tra ciò che predicava e ciò che praticava. Pasolini, che si proclamava marxista - e in quell’epoca era necessario esserlo per sentirsi col vento della storia nelle vele - usò i termini "fascismo" e "male" in maniera interscambiabile, erigendosi a costante difensore del "bene". Denunciò quindi anche "il fascismo degli antifascisti". Grazie a questo suo Copyright sul "fascismo" - non più fatto storico ma nuova categoria morale - di cui fu l’abile inventore, Pasolini riuscì a superare tante sue contraddizioni e ad ammantare certi suoi aberranti fantasmi - vedi il film "Salò" - di politica e di moralismo. I chierichetti della chiesa marxista si sono sempre battuti per assicurare a Pasolini il salvacondotto per il Pantheon dei buoni, cercando di trasformarlo addirittura in santo. Esaltando Pasolini, i complici morali della sanguinosa utopia alla Stalin e alla Pol Pot cercano di continuare a potersi presentare romanticamente ribelli, anticonformisti, eretici. Come Pasolini.

    Claudio Antonelli

 

L’anno scolastico è iniziato e purtroppo continua con i soliti problemi che, più si va avanti senza soluzioni, più si incancreniscono fornendo gratuitamente alibi ai facinorosi, a coloro che usano la scuola come una tribuna politica con porcate ( mi si perdoni il termine, ma me ne vengono in mente solo di peggiori) di tutti i generi. Non ultimi i giornalini scolastici , finanziati dalle varie scuole, cioè con soldi della comunità, che sono spesso infarciti di insulti contro il governo, ovviamente il Presidente del Consiglio e per essere più completi, la Chiesa e il Papa. Naturalmente in nome della libertà. Fra i tanti diventa sempre più urgente anche quello dell’integrazione degli stranieri, specie extracomunitari. La questione non è nuova e la scuola italiana la ha sempre affrontata in modo adeguato. Oggi però abbiamo il nodo degli islamici, specie di quella larga fetta di integralisti che delle nostre scuole, della nostra cultura e civiltà non ne vogliono proprio sapere. E’ ovvio che una società multietnica chiede di accogliere i ragazzi in età scolare, ma come si può e deve fare con questi studenti? E’ bene ricordare che In Italia sono presenti, almeno ufficialmente, 611 moschee all’ombra delle quali si stanno radicando altrettante madrasse. Si deve pensare a risposte culturalmente valide e possibilmente guidate dalla ragione. Certamente non come è avvenuto a Milano lo scorso settembre dove l’assessore comunale all’educazione ha proposto di parificare la scuola coranica abusiva di via Quaranta, scuola che è emanazione della moschea nota per i suoi legami con ambienti dell’estremismo islamico. Fondata a metà degli anni novanta da Es Saied Abdelkader, noto capo carismatico della cellula italiana di Al Qaeda, vanta circa 500 iscritti e opera nella più assoluta illegalità, senza alcuna autorizzazione e in locali abusivi. Il corpo docente è costituito da 37 insegnanti di cui 30 arabi di cui non si può controllare né la preparazione, né il titolo di studio. Sappiamo qual è il frutto di questa educazione: trasformare questi adolescenti in "giovanissimi integralisti, le cui menti sono forgiate dalla cultura della segregazione, dell’intolleranza, dello scontro religioso" per ammissione anche di Magdi Allam, vice direttore del Corriere della Sera e studioso di problemi relativi all’area mediorientale e all’Islam. Immediata la reazione e la conseguente marcia indietro dell’assessore. Tanto per capirci: la solita figuraccia e dimostrazione di incapacità. Tutto concluso? Neanche per idea. Il problema è dietro l’angolo, pronto a ripresentarsi, magari in modo più aspro. Mi pare sia più che lecito chiedere a certi Soloni come si può pensare che sia concepibile ripristinare la legalità legalizzando ciò che è fuori legge? Uno stato di diritto applica le leggi esistenti: un’istituzione fuori legge la si chiude. Chi vive nel nostro territorio deve rispettarne le leggi, chiunque sia. Anche i Musulmani devono quindi iscrivere i figli alle scuole dell’obbligo presenti sul territorio italiano, come per altro viene fatto da molti di loro. Questo non significa non riconoscere il diritto ad un gruppo etnico di fondare una propria scuola, ma occorre con molta attenzione e rigore accertare che vengano rispettati i nostri ordinamenti, la sostanza del nostro costume e fornita un’adeguata conoscenza della nostra cultura prima di riconoscere la parità. Questi giovani vanno invece educati in seno a scuole pubbliche dove l’integrazione si costruisce attraverso il rispetto del diverso, la conoscenza dei valori della cultura e della civiltà del paese ospitante. E’ un problema serio e urgente, che va affrontato non solo a livello nazionale ma in una dimensione più ampia: l’accoglienza e le modalità di convivenza fra gli immigrati extra-europei e i cittadini europei e italiani nello specifico. Senza dubbio non può esservi integrazione senza educazione alla legalità e senza sconfiggere il modello di segregazione e di rifiuto della civiltà italiana, europea,occidentale. L’Italia è una nazione che ha una identità culturale, sociale, religiosa e giuridica che la pone all’interno dell’Europa e va al di là dei confini europei. La nostra storia non è etnicista, ma è il risultato della fusione nella civiltà greca, latina e cristiana di etnie diverse. La nostra memoria è pertanto una memoria antica, complessa, esigente, universale. Forte di questa universalità l’Italia può accogliere immigrati di diverse culture e si apre a culture dissimili come quella degli immigrati di religione musulmana. Questo processo richiede un’integrazione che non può essere solo calata dall’alto e si può realizzare solo se la disponibilità delle istituzioni e della popolazione del paese ricevente marciano in contemporanea con l’ esperienza e la pratica quotidiana di coloro che vengono ospitati. Altrimenti nessuna integrazione e nessuna convivenza pacifica e costruttiva sarà possibile. Prima di qualsiasi azione di politica scolastica volte ad affrontare il problema, bisogna però dipanare un nodo. Vogliamo mantenere gli immigrati all’interno della propria cultura con tutte le conseguenze che una sorta di stato nello stato comporta o si deve pensare alla inculturazione dell’immigrato in Italia, alla sua italianizzazione? E’ una scelta politica che ha precisi fini, chiari obiettivi e inevitabili conseguenze. I fatti che sono recentemente successi in Francia ci dimostrano quanto il problema sia serio e non più procrastinabile. Solo se ci presentiamo come una società che ha una chiara e condivisa identità, che ha valori forti e radicati possiamo aprirci a una autentica integrazione di culture profondamente diverse.

Pierangela Bianco



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LA NAZIONE: IL PASSATO CHE NON MUORE
  • PER UN SUSSULTO DI DIGNITA’ NAZIONALE



    LA NAZIONE: IL PASSATO CHE NON MUORE

    Uno dei maggiori problemi della Destra è l’incapacità di avere un progetto di società che sia al passo con i tempi. Viviamo in un’epoca di rapide trasformazioni: ciò che oggi sembra moderno e avanzato nella realtà è già superato, è già un qualcosa di "vecchio". La società corre, la Destra guarda e attende gli eventi reagendo sempre in modo disordinato e senza risolvere il problema. La Destra oggi è una forza reazionaria senza futuro, un contenitore vuoto che attende dall’esterno ciò di cui ha bisogno per la sua stessa sopravvivenza. Spesso si perde nella parte destruens, nelle polemiche sterili e nelle proteste, dimenticando il momento propositivo, la parte costruens. Disfa il gomitolo, ma non sa riavvolgerlo. La Destra oggi ha ancora come valore predominante il concetto di Nazione. In epoca di globalizzazione, in cui i confini come li abbiamo sempre considerati sono sorpassati, anacronistici, finiti e falsi la Destra risponde con la Nazione e l’autarchia. E’ anche da questo punto che risulta chiaro come sia vecchia e senza più idee. Ogni cosa per conservarsi deve rinnovarsi: come ha scritto Moller Van Den Bruck, essere conservatori non significa dipendere da ciò che è stato ieri, ma vivere ciò che è eterno.


    Nascita dello stato Nazione

    L’idea di Nazione è stata elaborata dalla cultura romantica, sintesi dei valori di un popolo in antitesi ai valori di altri popoli europei, in contrapposizione alle nascenti idee figlie della rivoluzione francese, idee di egualitarismo e internazionalismo. Il nazionalismo, la Nazione, la Patria e tutti i principi morali che si identificano con essi - valori militari, di solidarietà, di identità - storicamente appartengono alla Destra. Con la rivoluzione industriale, nell’Europa post rivoluzionaria, e la democrazia a fine ‘700 si creano i due fronti contrapposti, uno della sovversione e l’altro della conservazione, il primo che fa riferimento alla Sinistra e il secondo alla Destra. Con il termine conservazione non vogliamo identificare soltanto il mantenimento di istituti e privilegi, ma soprattutto dei valori connessi ad un certo tipo di società che faceva riferimento ad un mondo che trascendeva la vita della materia. Se di conservazione di istituzioni bisogna parlare, si può fare riferimento piuttosto al mantenimento della strutturazione di un mondo dalle fondamenta spirituali, nei confronti dell’allora dilagante materialismo. La rivoluzione industriale e la rivoluzione francese non sono da considerare come la distruzione di questo o quell’altro ordine sociale, ma come negazione di tutti quei valori che per secoli hanno retto ogni ordine Europeo. L’illuminismo era esplicito nei suoi propositi, un manifesto della sovversione in cui si esplicava che la religione è una "menzogna delle classi abbienti", le tradizioni erano invenzioni dei governanti per mantenere il potere, le differenze sociali delle ingiustizie contro l’individuo. L’illuminismo, e tutto quello che né deriva, è l’antistoria. L’illuminismo negava e nega la tradizione, il passato, il sangue. Il romanticismo, nato in Germania, idealizzò le tradizioni, riscoprì la storia, percorse all’indietro tutte le strade lontane che davano senso al concetto di identificazione in un popolo. Da subito il romanticismo, comprese che l’industrializzazione selvaggia e la massificazione dei popoli avrebbe portato al disfacimento delle identità di appartenenza. La sua forza fu quella di trovare una nuova legittimazione nella cultura e nel sangue che prese il nome di NAZIONE. Reinserì le forze borghesi che la rivoluzione aveva liberato in un nuovo concetto di solidarietà. Il romanticismo fu una grande rivoluzione per la conservazione di tutti quei valori che uomini come D’Alambert, Diderot, Voltaire volevano cancellare per sempre dalla storia. Riuscì a svuotare il veleno del liberalismo perché creò una responsabilità nello STATO, che si fece NAZIONE. In tutta Europa la nazione fu il "il contenitore" di tutti i valori che l’illuminismo aveva cercato di cancellare. Questi valori erano la tradizione contro il livellamento, lo stato nazionale contro l’universalismo, l’onore militare contro l’internazionale. Fu a metà dell’800 che coloro che erano i padroni della cultura in Europa salvarono i valori spirituali tramandati dal passato, che il materialismo, l’industrialismo e l’indifferenza delle masse stavano cercando di distruggere. Il mito della nazione si basava però su un presupposto, cioè che il mondo ruotasse intorno ad essa. Un mito a breve raggio, in cui si presumeva che la storia fosse in funzione delle nazioni e che ogni popolo confinante era un barbaro cioè un popolo che parlava un’altra lingua e quindi un nemico. La concezione dello stato nazionale negava quindi ogni presupposto per un’Europa come unità di sangue e cultura. Ci si era dimenticati, parlando di Roma e di classicità, che Greci e Latini erano scesi dal nord. Capitava che in Germania si esaltasse il Reich senza ricordare che proprio l’idea di Impero era stata trasmessa a Carlo Magno da Roma. Ci si era dimenticati di dire che i popoli che vivevano e vivono in Europa hanno lo stesso ceppo, con uno stesso senso d’appartenenza, stesse origini e stessa storia. La concezione nazionale aveva salvato il popolo europeo dall’ideologia Illuminista ma aveva frantumato la storia in blocchi ostili che avrebbero portato a future guerre civili del popolo europeo. La prima grande guerra mondiale fu la rivoluzione dei nazionalismi, i giovani di tutte le nazioni si entusiasmarono e si dissolse il fascino dell’internazionale socialista. In Italia una piccola minoranza rivoluzionaria sulla scia dei valori rappresentati dalla guerra conquistò e rivoluzionò lo stato dando origine al periodo dello stato fascista. La prima guerra mondiale fu anche la dispersione di quello che rimaneva del vecchio ordine europeo, finiva l’impero Austro-ungarico. Durante il periodo delle due guerre i fascismi cercarono di istituzionalizzare i nazionalismi, creando, sotto la loro guida ideologica, un senso d’appartenenza europea. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale il concetto di Nazione andava terminando, i paesi dovevano scegliere in che blocco transnazionale dovevano intervenire, quello anglosassone o il blocco europeo. Con la fine della guerra e la sconfitta del blocco europeo L’Europa è stata divisa in due blocchi nemici, uno dipendente e satellite degli USA e l’altro, a est, facente capo all’URSS. È stata la fine dei Nazionalismi Europei e la morte di una prospettiva di NAZIONE EUROPA.


    Una Destra moderna, coraggiosa e lungimirante

    Una Destra moderna deve comprendere la mutata situazione del mondo e con la fine del vecchio nazionalismo ha il dovere di non rinchiudersi in una retorica visione nazionale, ma di lanciare il progetto di una Nazione continentale, la Nazione Europa. Oggi la parola Nazione è rispolverata da coloro che l’hanno sempre combattuta: uomini che hanno sempre dato valore a posizioni egualitariste e internazionaliste, oggi non perdono occasione di parlarne e di elogiarne gli aspetti più banali, di riempirsi la bocca con qualcosa che storicamente non appartiene a loro e che, anzi, hanno combattuto con tutte le loro forze. La realtà è che inneggiano a qualcosa di vuoto, che è assente di significato, inutile. Parole come Patria appartengono a tempi passati in cui i nazionalismi europei si affrontavano sulle frontiere per rivendicare il loro territorio e la loro cultura. Oggi il nemico non è in Europa. Oggi il nemico è fuori dai suoi confini. Un antagonista che ha paura dell’Europa e della sua storia, della sua potenzialità economica, della sua cultura, della sua capacità di rinnovarsi e rigenerarsi. Il mondo che fino a quindici anni fa era diviso in due blocchi bendefiniti e contrapposti è cambiato: i due schieramenti non esistono più. Oggi viviamo con un unico gruppo egemone che vuole decidere dei destini del mondo senza considerare che vi sono altre culture, altre tradizioni, altre storie, vuole uniformare il restante mondo a sé in un’ottica etnocentrica e massificata. E’ il ritorno dell’ideologia illuminista, della fede nella ragione come unica fonte di verità, dell’egualitarismo in cui gli uomini uguali per natura devono godere di stessi diritti e di uguali doveri di cittadini. Da questi presupposti nasce la volontà di un governo mondiale in cui siano cancellate le differenze culturali e di sangue in una concezione di determinismo storico per il quale un solo destino è possibile. La Destra, che da sempre si oppone a tale progetto, è convinta che non è la storia che fa l’uomo, ma viceversa è l’uomo che fa la storia negando quindi ogni tipo di determinismo storico.


    Un progetto per il futuro: Europa Nazione alleata della Russia

    Alcuni decenni or sono Jean Thiriat elaborò la teoria geostorica dell’Eurasia. Il geopolitico belga era convinto che la strada da seguire fosse quella che unisse le terre comprese tra Lisbona e Vladivostok in un’unica nazione, uno spazio continentale armato che prende ragione della sua esistenza dal momento della caduta dell’URSS. Tale nazione, nella prospettiva di Jean Thiriat, dovrà essere uno stato politico, un sistema aperto e in espansione che sia espressione di uomini liberi verso un futuro collettivo e condiviso. Questa visione tratta di uno stato unitario delle nazioni europee depurato dalle teorie federative e autonomiste, una nazione composta da un unico popolo che sarebbe nato dalla fusione degli europei con i popoli dell’ex Unione Sovietica. Tale progetto, per quanto interessante e affascinante, ci sembra alquanto utopico e irrealizzabile. Troppe differenze culturali, di lingua e di storia dividono il mondo europeo da quello dell’ex URSS. Molto più praticabile è invece, a nostro avviso, l’idea e la possibilità di costituire un’Europa dei popoli federata ad una grande Russia. Da questo blocco, unito ma separato nelle proprie specificità, tradizioni, culture e identità, ci auspichiamo possa iniziare un percorso storico realizzabile e concreto. Il nostro è un atto di realismo politico di fronte all’unica potenza mondiale che domina il mondo e alla prospettiva futura di una grande Cina in concorrenza agli Usa. I due schieramenti stritoleranno le nazioni europee rendendole, per chi sarà più fortunato e capace di riorganizzarsi, piccoli satelliti ad uso e consumo di una delle due potenze, mentre per le nazioni che non saranno in grado di riorganizzarsi sarà la fine, verranno spremute sino a trasformarsi in piccole nazioni da sfruttare. Noi europei, uomini di Destra non possiamo tollerare una tale prospettiva, non possiamo stare fermi ad aspettare che i progetti di altre nazioni si compiano sul nostro popolo, dobbiamo tornare a sognare il nostro futuro realizzando concretamente il nostro destino. L’Europa si merita un destino europeo. Un destino che unisca la terra da Lisbona a Bucarest e che costituisca un patto federativo con la Russia per un futuro di indipendenza politica ed energetica. L’Europa è una terra dalle grandi prospettive future e sicuramente uomini come Donald Rumsfeld, che hanno definito in modo dispregiativo la nostra terra come "vecchia Europa", non ha compreso che il nostro popolo sta prendendo coscienza che non esiste più un’indipendenza e un progresso possibile al di fuori da contesti continentali. Lo stesso studioso delle società contemporanee, Ulrich Beck, nel suo ultimo saggio sulla globalizzazione ha motivato la costituzione di patti federativi nazionali per la costituzione di transnazioni, una visione che identifica i cambiamenti in atto nella società a cui andiamo incontro e che costruisca un mondo sicuro in un contesto multipolare. E’ proprio in questa prospettiva che la Destra si deve muovere. In un raggio che trascenda la nazione come confine per una visione nazional-europea per la difesa della nostra storia costruita in millenni. La Destra italiana non può attendere ancora, proprio ora che si stanno costituendo le nuove prospettive che vedono nell’asse Parigi - Berlino - Mosca un futuro europeo in alleanza alla Russia. Lo stesso ministro degli esteri francese, Dominique de Villepin, ha espresso con notevole entusiasmo la sua adesioni alle tesi di tale un asse prospettate dal presidente Russo Vladimir Putin e dal capo del governo tedesco Schroder. Vogliamo veramente restare fuori dal futuro del nostro grande sogno di un’Europa unita, armata e indipendente? L’Europa è una grande madrepatria capace di risoluzioni diplomatiche di controversie internazionali: che si assuma le sue responsabilità di faro della civiltà occidentale.

    Fabrizio Fratus


    PER UN SUSSULTO DI DIGNITA’ NAZIONALE

    Il trasferimento della sovranità statuale su Venezia Giulia e Dalmazia dall’Italia alla Jugoslavia, e successivamente a Croazia e Slovenia, ha dato luogo a problemi di diritto che hanno coinvolto anche i monumenti funerari e le tombe. Oggi, a quasi sessant’anni dal "diktat" del 1947 ed a quindici dal dissolvimento della vecchia Repubblica federativa, è importante fare il punto sulla situazione di quei beni, che appartengono al patrimonio culturale e civile italiano, e che in parecchi casi sono stati rimossi e cancellati ad onta della "pietas" tradizionalmente riservata ai Morti, sia pure di fedi politiche diverse: si pensi, per dirne una, a Santa Maria del Valle de los Caidos, dove riposano senza distinzioni di colori e di gradi le Vittime della guerra civile spagnola.

    In Jugoslavia, fino al 1960 le tombe furono abbastanza rispettate, anche se non mancarono atti vandalici a danno di quelle italiane, con particolare riguardo alle più significative, ed alle sepolture militari. Poi, intervenne un’apposita legge federale che provvide all’abolizione del precedente uso perpetuo in concessione, ed alla conseguente facoltà di esproprio senza indennizzo. Questa legge rimase in vigore fino all’avvento di Croazia e Slovenia, quando venne sostanzialmente caducata a favore di normative locali, o meglio di regolamenti dei Comuni talvolta contraddittori fra di loro, e spesso ignorati dagli aventi causa; più specificamente, dagli eredi che avrebbero dovuto o potuto farsi carico del pagamento di nuovi canoni per la fruizione delle concessioni, ancorché a prezzi assai maggiorati.

    In questa situazione, venne a crearsi una "vacatio" della normativa di quadro che in Slovenia perdura e che in Croazia ha avuto termine soltanto nel 1998 con la legge sui cimiteri che ha nuovamente riconosciuto l’uso perpetuo alle persone fisiche (non a quelle giuridiche), dichiarando l’illegittimità delle precedenti delibere comunali in contrasto con i suoi disposti, e confermando l’obbligo di pagare il canone.

    Ne consegue che le cancellazioni di tombe italiane verificatesi nel periodo di "vacatio" costituiscono un fatto ormai irreversibile, che in molti casi ha coinciso con l’appropriazione del monumento funebre da parte del nuovo concessionario e con la sostituzione iniqua delle iscrizioni pregresse: secondo un’indagine campionaria che ha interessato i cimiteri di Capodistria e Pirano, attualmente in territorio sloveno, le tombe italiane espunte assommano a 310 e costituiscono un quarto del totale. In altri casi, le vecchie lapidi in pietra locale sono puramente e semplicemente scomparse, per fare luogo a nuovi monumenti di colore acceso, e di dubbia compatibilità anche dal punto di vista cromatico e simbolico.

    Soltanto in Istria, escludendo Fiume e Dalmazia, è stata rilevata l’esistenza di oltre 250 cimiteri con circa 18 mila tombe italiane. In genere si tratta di strutture piccole, tanto che la media non arriva a 70 sepolcri (ma il camposanto polesano di Monte Giro ne annovera oltre 1.650). Tale rilevazione, peraltro, è stata effettuata quando la "vacatio" di cui si è detto aveva già indotto i guasti più gravi, e quindi è ragionevole presumere che un numero imprecisato ma certamente notevole di tombe italiane sia stato oggetto di distruzione e dispersione, coinvolgendo gli stessi componenti lapidei, le loro testimonianze linguistiche ed il loro significato culturale.

    L’offensiva contro le tombe giuliano-dalmate di espressione italiana è un episodio della lotta iconoclastica che si tradusse nell’abbattimento dei leoni di San Marco e dei monumenti agli Eroi della redenzione, ma non ha potuto cancellare se non in misura parziale i segni della storia. Quanto agli scomparsi che, in spregio degli usi generalmente ricorrenti, hanno dovuto lasciare spazio ai nuovi arrivati, resta imperituro il ricordo negli esuli della diaspora, fedeli ad una vera "eredità d’affetti" che prescinde dall’urna e sublima il dolore nelle certezze della fede.
    Sul piano concreto, è doveroso dare atto all’IRCI (Istituto Regionale per la Cultura Istro-Fiumano-Dalmata) di perseguire, da almeno una decina d’anni, un encomiabile programma di tutela dei beni cimiteriali nelle province ex-italiane, anche se la vastità del problema richiederebbe disponibilità straordinariamente superiori. Basti dire che è stato ipotizzato un fabbisogno non inferiore ai dieci milioni di euro per le misure di conservazione e manutenzione nei soli cimiteri istriani (pari, comunque, a pochi giorni di finanziamento della cosiddetta missione di pace in Irak), a fronte di stanziamenti specifici annui nell’ordine dello zero virgola qualcosa!

    L’Italia non è immune da responsabilità anche nella vicenda delle tombe giuliano-dalmate, avendo tollerato una serie di prevaricazioni che non trova giustificazione di sorta. In questo caso, il disinteresse di Roma non è motivato da ragioni di alta politica o di economia, né dalla famosa "cupidigia di servilismo" che indusse l’accettazione passiva del "diktat", o peggio, di Osimo. Al contrario, è indotto da fattori ancora più tristi, come l’abbandono di ogni riferimento etico nella politica estera, lasciando "alle ortiche di deserta gleba" persino le tombe sottratte alla cura pietosa di esuli emigrati ed a loro volta scomparsi, ed evitando ogni ragionevole intervento di tutela in primo luogo giuridica, ampiamente possibile nella conclamata politica di buon vicinato.

    Nel caso di molti monumenti funerari è troppo tardi per rimediare, ma per altri un intervento mirato e solerte è tuttora possibile. A quando il ripudio del contagocce nell’erogazione di finanziamenti ad un’opzione di alta civiltà? E soprattutto, a quando il recupero di un sussulto di dignità nazionale?

    Carlo Montani

 

Nella storia di uno Stato o di una Nazione esistono eventi che sarebbe difficile cancellare dalla memoria collettiva, da una parte, per l’ampiezza delle conseguenze immediate, e dall’altra, per il ruolo che finiscono per esercitare, anche a lungo termine, nell’inconscio collettivo e nelle sue correlazioni politiche. A questa tipologia appartiene certamente il trattato di Osimo, alla cui firma si pervenne nel novembre 1975 da parte dei Ministri degli Esteri di Italia e Jugoslavia, Rumor e Minic, in un’atmosfera da consorteria, motivata da ragioni di segretezza diplomatica che intendevano nascondere alla pubblica opinione un atto di rinunzia alla sovranità nazionale su una porzione non marginale del suolo italiano, la cosiddetta Zona "B" del mai costituito Territorio Libero di Trieste, senza alcuna contropartita.

Oggi, le motivazioni di Osimo sono state analizzate in maniera più compiuta dalla critica storica, ed individuate, prioritariamente, nella politica di solidarietà nazionale che aveva portato i comunisti italiani nell’area del potere governativo, e nell’apparente convenienza di chiudere ogni possibile contenzioso col regime di Tito, che si ergeva a campione dei "non allineati" e godeva di evidenti preferenze da parte dei maggiori Governi occidentali, fin troppo disponibili a soddisfare le attese economiche dell’astuto Maresciallo, già da allora alle prese con una crisi che di lì a non molto avrebbe portato al dissesto, ed infine, allo sfascio della Jugoslavia.

In sede parlamentare, la ratifica di Osimo non fu priva di qualche sporadico sussulto di orgoglio e dignità nazionali: diversi esponenti della maggioranza si assentarono al momento del voto, e qualcuno si espresse in senso contrario, assieme a deputati e senatori del MSI, che guidarono l’opposizione in modo fermo e compatto, al pari di quanto accadeva, sull’altro fronte, per i gruppi socialista e comunista. Vale la pena di ricordare che alcuni parlamentari della DC, responsabili di essersi dissociati dalla disciplina di partito, furono deferiti al Collegio dei probiviri per i provvedimenti del caso.

Sta di fatto che, se alcuni avevano tradito, questi erano coloro che, in sede governativa, parlamentare ed istituzionale, avevano avallato Osimo, violando le disposizioni contenute nell’art. 241 del Codice penale, laddove si statuisce la pena dell’ergastolo a carico di "chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio od una parte di esso alla sovranità di uno stato straniero": un reato che oltre tutto è imprescrittibile, e che in tale ottica potrebbe essere tuttora contestato a quanti se ne resero responsabili.

In questa sede, peraltro, non si ritiene necessario analizzare nei dettagli una storia già nota, che aveva origini lontane, e chiamava in causa, accanto alle motivazioni strumentali di cui si è detto, la permanente "cupidigia di servilismo" che Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando avevano bollato con nobili parole, durante la discussione parlamentare del 1947 per la ratifica del "diktat" che aveva tolto all’Italia l’intera Dalmazia, e buona parte della Venezia Giulia. Caso mai, appare congruo fare il punto, alla stregua di quanto si diceva in premessa, sulle conseguenze di Osimo in sede etico-politica.

Il trattato del 1975, al giorno d’oggi, si pone, anche dal punto di vista cronologico, alla stregua di uno spartiacque fra il disastro dell’immediato dopoguerra e l’odierna catarsi consumistica, agli antipodi di ogni valore ideale, e della stessa concezione della politica come "arte" di ben operare nella vita associata per il conseguimento di diritti ed interessi generali. Tuttavia, se nel 1947 l’Italia doveva fare i conti con l’intransigenza degli Alleati, e come era già accaduto nel 1919, con i limiti della propria delegazione a Versailles, ma prima ancora, con la subordinazione alle impellenti necessità economiche del momento, nel 1975 le sue condizioni erano nuovamente quelle di un’importante potenza industriale, caratterizzate da fondamentali di gran lunga superiori, rispetto ai corrispondenti parametri jugoslavi. Eppure, Tito riuscì a concretizzare il suo ultimo capolavoro politico, auspici i Governi occidentali, ma nello stesso tempo, grazie all’incapacità italiana di perseguire una politica estera degna di questo nome.

Lo spirito del "diktat" colpiva ancora, come avrebbe continuato a colpire, ormai senza remore, nel trentennio successivo ad Osimo, proprio perché corroborato, fra l’altro, dall’influenza di questo trattato, e dalla rinnovata propensione a tutto concedere senza nulla esigere. Non a caso, sarebbero intervenuti ulteriori episodi a dir poco opinabili, come la fuga a Belgrado del terrorista arabo Abu Abbas, favorita dal Governo Craxi, il bacio del Presidente Pertini alla bandiera jugoslava, l’uccisione di Bruno Zerbin nell’ennesimo episodio della cosiddetta guerra del pesce, e l’affrettato riconoscimento, ancora una volta senza contropartite di sorta, delle nuove Repubbliche di Croazia e Slovenia. A voler completare il quadro, si potrebbero aggiungere gli atteggiamenti di sistematico disimpegno nei confronti delle attese degli Esuli, non tanto sull’annosa questione dei beni, quanto su quelle delle tombe usurpate, e della tutela di valori artistici, culturali e spirituali sempre più sacrificati sull’altare dell’interscambio, o meglio, dell’affarismo.

Il trattato di Osimo è rimasto fortunatamente inattuato per alcuni aspetti velleitari, se non anche grotteschi, come la realizzazione di una zona industriale mista nell’area carsica, o quella di una faraonica idrovia tra l’Adriatico e la valle del Danubio basata su costosi sistemi di chiuse: in parte, per la forza delle contestazioni locali, ed in primo luogo per quelle promosse dalla Lista per Trieste, antesignana di un autonomismo nazionale che altrove, diversamente da quanto accadde nella città di San Giusto, non seppe trascendere gli schemi di un gretto municipalismo; ed in parte, perché la crisi jugoslava, precipitata sin dagli anni ottanta dopo la morte di Tito, avrebbe stroncato sul nascere quelle velleità surreali. In questo senso, se qualcuno aveva pensato ad Osimo, come ad una matrice di cooperazione, fu costretto a riconsiderare rapidamente siffatte opzioni, che avrebbero recuperato terreno soltanto dopo la dissoluzione della Repubblica federativa, l’avvento dei nuovi Stati nazionali, e le loro ambizioni comunitarie.

Trent’anni dopo, si può ben dire che Osimo nacque vecchio, come prodotto di sovrastrutture ormai anacronistiche, e nella migliore delle ipotesi, di illusioni, ovvero delle false speranze di quanti insistevano, contro ogni evidenza, in atti di fede nella via jugoslava al socialismo, nel valore taumaturgico dell’autogestione, e nella presunta collaborazione di classe che era stato facile perseguire fagocitando tutte le opposizioni: non solo nei vecchi lager dell’Isola Calva o di Stara Gradisca, ma anche imprigionando, verso la fine degli anni ottanta, uomini di cultura o sacerdoti, rei di qualche dissenso marginale, come quello di avere dato alle stampe una piccola immagine sacra.

Purtroppo, talune conseguenze sono rimaste a pesare come macigni: basti pensare al nodo scorsoio territoriale e marittimo che ha condizionato oltre ogni dire lo sviluppo di Trieste, e che solo parzialmente ha cominciato ad allentarsi con l’ingresso della Slovenia in Europa; ma prima ancora, all’atteggiamento proclive dei Governi italiani, nessuno escluso, dapprima verso la ex-Jugoslavia, ed ora, verso le nuove Repubbliche. L’Italia, secondo i grandi numeri, è sempre una grande potenza industriale, ancorché caratterizzata da una congiuntura precaria come non mai, ma il suo sistema etico-politico (si fa per dire) appare fondato, oggi più di prima, su una giustapposizione di "particulari" che non sembrano in grado di coniugare positivamente, come sarebbe necessario, il nobile sentire con il forte agire.

Uno Stato, o per meglio dire, un Paese come l’Italia, sostanzialmente ridotto a confidare nello stellone, non è destinato a progredire in modo apprezzabile, ma a ripiegarsi sulle scelte meta-politiche da cui scaturì l’obbrobrio di Osimo.

Carlo Montani

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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