Cultura

Canzoni Italiane - Numero 54

 

"Non sono solo canzonette" scriveva Paolo Simoni.
E’ quello che ho pensato (e forse prima non avrei mai pensato che lo avrei pensato…) leggendo di Simone Cristicchi. Sì, proprio lui, il vincitore della 57 edizione del Festival di Sanremo del 2007 dove canterà "Ti regalerò una rosa". Un successo che si aggiunse ai tanti altri già ottenuti da questo cantante particolarissimo. Ebbene, ve lo confesso, abituato a destreggiarmi tra Hegel e Platone non avrei mai pensato di occuparmi del capellutissimo Cristicchi. Ma tant’è. Cristicchi ha scritto una canzone che avrebbe voluto portare all’ultimo Festival di Sanremo, ma che alla fine non ha presentato. Una canzone, "Magazzino 18" (così chiamata dal luogo dove nel Porto vecchio di Trieste sono conservate le masserizie dei profughi), che narra della vicenda degli esuli italiani di Istria, Dalmazia, Venezia Giulia, un esodo che tenne dietro alla tragedia delle Foibe. Sul web si sono scatenate contro di lui le invettive, le offese di chi lo vede revisionista : " «Puntuale ogni anno salta fuori un fenomeno con qualche minchiata sulle foibe, ebbravo Cristicchi». «In occasione delle nuove revisionate di Cristicchi riproponiamo un nostro documento sulla questione, firmato Laboratorio Politico Iskra». Sono solo due dei numerosi messaggi che fra Twitter, Facebook e posta elettronica stanno piovendo addosso a Simone Cristicchi dopo l’uscita della sua canzone "Magazzino 18", dedicata all’esodo degli istriani, giuliani e dalmati", così scriveva Pietro Spirito su "Il Piccolo" di Trieste del 22 febbraio. Non vale la pena polemizzare, sarebbe dare troppo peso alle "critiche". Riproduciamo il testo, lasciando ai lettori ogni commento.

Siamo partiti in un giorno di pioggia
cacciati via dalla nostra terra
che un tempo si chiamava Italia
e uscì sconfitta dalla guerra
Hanno scambiato le nostre radici
con un futuro di scarpe strette
e mi ricordo faceva freddo
l’inverno del ’47
E per le strade un canto di morte
come di mille martelli impazziti
le nostre vite imballate alla meglio
i nostri cuori ammutoliti
Siamo saliti sulla nave bianca
come l’inizio di un’avventura
con una goccia di speranza
dicevi "non aver paura"
E mi ricordo di un uomo gigante
della sua immensa tenerezza
capace di sbriciolare montagne
a lui bastava una carezza
Ma la sua forza, la forza di un padre
giorno per giorno si consumava
fermo davanti alla finestra
fissava un punto nel vuoto diceva
come si fa
a morire di malinconia
per una terra che non è più mia
che male fa
aver lasciato il mio cuore
dall’altra parte del mare
Sono venuto a cercare mio padre
in una specie di cimitero
tra masserizie abbandonate
e mille facce in bianco e nero
Tracce di gente spazzata via
da un uragano del destino
quel che rimane di un esodo
ora riposa in questo magazzino
E siamo scesi dalla nave bianca
i bambini, le donne e gli anziani
ci chiamavano fascisti
eravamo solo italiani
Italiani dimenticati
in qualche angolo della memoria
come una pagina strappata
dal grande libro della storia
come si fa
a morire di malinconia
per una vita che non è più mia
che male fa
se ancora cerco il mio cuore
dall’altra parte del mare
Quando domani in viaggio
arriverai sul mio paese
carezzami ti prego il campanile
la chiesa, la mia casetta
Fermati un momentino, soltanto un momento
sopra le tombe del vecchio cimitero
e digli ai morti, digli ti prego
che non dimentighemo.


A.V.

La cultura di destra - Numero 53

In Italia manca una cultura di Destra.


O meglio, c’è ma non si vede. C’è ma è nascosta, non viene fatta emergere. Un po’ per la capacità della sinistra di essere presente in modo determinante in ogni forma di mass media : diamo atto della capacità che ha avuto di occupare tutti gli spazi culturali, da sempre. Un po’ perché la cultura di Destra nasce come vitalismo, quasi con una sorta di insofferenza verso i libri, il sapere, le discussioni, privilegiando l’aspetto pratico rispetto a quello teorico. E questa è storia. Eppure la Destra ha un suo retroterra culturale, una sua storia culturale e intellettuali di prestigio, anche oggi. Il Pantheon della Destra non è vuoto, gli dei non sono fuggiti: ha molte presenze, di rilievo, storicamente importanti, ma spesso isolate. E’ mancata forse una capacità sintetica, non abbiamo avuto un Carlo Marx, né un Antonio Gramsci… ma tanti intellettuali che hanno elaborato tesi, teorie, analisi e proposte spesso in modo isolato, individualistico. La storia della cultura di Destra è fatta di molte, singole, e spesso divergenti personalità.

Eppure, pur nelle diversità, ci sono dei punti fermi tra le diverse posizioni presenti nella cultura di Destra : gli ideali di patria, del senso dell’onore, del cameratismo, dell’ appartenenza ad una comunità. Ma poi la Dottrina sociale della Chiesa, il riconoscimento del valore del lavoro, della proprietà, della famiglia. Punti irrinunciabili per la Destra e che la distinguono dagli altri orientamenti culturali perché dalla Destra sono ritenuti irrinunciabili o, come si dice oggi, non negoziabili. Proprio in un’età di smarrimento, di disorientamento, come questa che stiamo vivendo, il richiamarsi a valori non rinunciabili può essere la stella polare cui riferirsi. Da qualche decennio ormai abbiamo proclamato, con malcelata gioia, la fine delle ideologie, delle differenze, delle diverse concezioni di vita. Siamo quasi orgogliosi che siano cadute le divisioni, non comprendendo che le distinzioni non sono necessariamente divisioni e che la scomparsa, vera o presunta, delle differenze ha costruito una "civiltà" dell’omologazione. Una civiltà basata sul conformismo frutto della "cultura televisiva", di quel pensiero unico che ci sta facendo sempre più disponibili ad una civiltà da Grande Fratello, in una "globalità" che è diventata il mondo in cui "tutte le vacche sono nere". E’ giunto il momento per la Destra, che non è nostalgia, né reducismo, né retorica, di costruire il futuro. Se è vero che " il domani appartiene a noi", siamo già nel domani. Nel deserto di oggi la Destra deve giocare il suo ruolo e, forte dei suoi valori, dare risposte certe ai problemi di sempre: la difesa della famiglia, della vita, del lavoro. Ma anche dare risposte certe alle nuove "emergenze", al mondo che cambia, senza ipocrite finzioni : il problema dell’occupazione giovanile, dell’immigrazione, delle diversità. Risposte nuove ma sostenute dal senso di tolleranza e di accettazione, che non vuol dire buonismo. La Destra potrà vivere ed essere vincente se, abbandonando l’immagine stantia e vecchia dell’intolleranza, togliendo alla sinistra il monopolio delle risposte agli interrogativi della società, saprà interpretare senza infingimenti e senza compromessi, ma con la schiena diritta, forte della sua tradizione, il mondo che cambia. Diversamente è destinata ad essere un’associazione di reduci, di nostalgici, che sognano un improponibile ritorno di ciò che non può tornare … o si accoderà ad altre formazioni per sciogliersi in un unanimismo che la cancellerà del tutto. Purtroppo oggi sono queste le strade aperte e che si stanno percorrendo…

V.A.F.

Un libro o un mattone? - Numero 52

Inevitabilmente Vittorio Sgarbi se la prende con qualcuno. Sempre. Se poi va in televisione state pur certi che il suo eloquio, ben fornito e tornito, pieno di immagini e parole ricercate, sarà certamente infarcito di parolacce, espressioni volgari, magari anche insulti, come un hot dog farcito con würstel, ketchup, maionese o senape. E sennò perché lo inviterebbero nei talk show? Sgarbi fa spettacolo, come la Belen con annessa farfallina! L’uomo è un intellettuale in gamba, grande critico d’arte, fascinatore, ma il suo essere sempre e comunque "contro" alla lunga infastidisce. Il 23 aprile su "il Giornale", nell’articolo "Un appunto ai professori : la laurea non dà lavoro" se l’è presa con il ministro Elsa Fornero : " ci irritano i toni da maestrina, le lezioni di vita e di comportamento". Da quale pulpito… Il tutto perché "si è permessa di lanciare un monito impertinente alle famiglie: "Prima di preoccuparvi della casa, provvedete ad assicurare una laurea ai vostri figli". E giù a dire che "l’università non è l’alternativa dell’alloggio", che "non è carino abitare al dormitorio pubblico", che le lauree "per trovare un lavoro sono inutili, perché non garantiscono una preparazione tecnico-professionale", ecc. ecc. Un insieme di luoghi comuni che proprio non era il caso di evocare. Che si trovi prima lavoro come idraulico o fornaio, a parte la crisi, lo sanno tutti. Sgarbi poteva evitare queste banalità. Che il lavoro "intellettuale" abbia i suoi difficili inserimenti nel mondo del lavoro lo sanno anche i bambini (basti pensare al precariato degli insegnanti), ma da qui a svilire in modo ridicolo lo studio e le università ne corre. D’altra parte Elsa Fornero che oltre ad essere professore ordinario di Economia presso l’Università di Torino è anche dal novembre scorso ministro del Lavoro nel governo Monti, insieme ad Agnese Romiti e Mariacristina Rossi è stata autrice dell’articolo "Il mattone in Italia vale più dell’istruzione?", pubblicato già nel numero di gennaio/febbraio di quest’anno sulla Rivista dell’Università Cattolica "Vita e Pensiero". Fra l’altro vi si dice : "L’Italia esibisce un tasso di partecipazione all’istruzione terziaria molto basso per un Paese "ricco" : secondo dati Ocse nel 2006 solo il 13 per cento tra coloro che erano tra i 25 e i 64 anni di età era iscritto all’università, contro il 27 per cento della media. Come sottolineato da Ocse, il basso grado di istruzione caratterizza tristemente il nostro Paese ed è considerato uno degli elementi potenzialmente responsabili della mancata o asfittica crescita". Altro che università di massa! Eppure non si trova di meglio che mettere alla berlina chi invoca una maggiore istruzione, portatrice oltretutto di progressi sociali e di miglioramento di reddito. E’ vero : Elsa Fornero ha un po’ l’aria da maestrina. Ma è una maestrina che si commuove parlando dei sacrifici che si dovranno imporre ai pensionati. L’abbiamo vista in diretta in TV commuoversi sino a strozzarsi la voce : cosa inaudita, nel senso etimologico di mai udito… Beh noi preferiamo questi tecnici/politici ai politici di professione che imbastiscono discorsi retorici, che prend ono in giro i loro stessi elettori, che becchiamo sempre più frequentemente con le mani nella marmellata. Il governo Monti non ci piace più di tanto, ma almeno la Fornero con la sua lacrima ha dimostrato che crede in quello che fa, che sente quello che dice, che ha un’anima!


Il Barbarossa

 

Dopo quelle dalmate, dove la tragedia era già iniziata nel 1944, Fiume fu la prima città ad essere sconvolta dai delitti compiuti dai partigiani subito dopo l’occupazione (maggio 1945) e dalle tante uccisioni indiscriminate. Fra i Caduti più noti si ricordano i senatori Riccardo Gigante ed Icilio Bacci, ma anche i maggiori esponenti dell’autonomismo, tra cui Nevio Skull e Mario Blasich, assassinato nel proprio letto di invalido per essersi rifiutato di riconoscere che l’Olocausta potesse diventare jugoslava. I fiumani, quando appresero che l’Italia di Alcide DeGasperi aveva rinunciato aprioristicamente alla loro difesa, proponendo per confine la vecchia linea Wilson, non ebbero alternativa all’Esodo e partirono in massa: chi col permesso di espatrio, chi clandestinamente, chi alla luce dell’opzione consentita dal Trattato di pace del 1947. A fronte di una popolazione nell’ordine delle 60 mila unità, furono almeno 54 mila i cittadini profughi. Pola ebbe un destino analogo, maturato attraverso circostanze diverse. Dopo i quaranta giorni dell’occupazione titoista, caratterizzati da tragedie analoghe a quelle avutesi altrove, che culminarono nell’affondamento della moto-cisterna "Lina Campanella" con circa 350 prigionieri a bordo (la maggioranza scomparve nel naufragio avvenuto il 21 maggio, mentre i superstiti furono nuovamente arrestati dai partigiani ed avviati ai famigerati campi di detenzione), la città, assieme ad un piccolo circondario, era stata inclusa nella Zona anglo-americana della Venezia Giulia: quanto bastava per suffragare la speranza che col Trattato di pace almeno Pola non sarebbe stata trasferita alla Jugoslavia. Un anno dopo, quando in luglio si diffuse la notizia che la Conferenza di Parigi aveva deciso in senso contrario, la sorpresa fu pari alla disperazione. Il colpo di grazia alle attese dei cittadini di Pola sopravvenne il 18 agosto 1946 col terribile eccidio di Vergarolla ordito dall’OZNA, la polizia politica di Tito, allo scopo di azzerare le ultime resipiscenze, come autorevoli esponenti del regime, quali Edvard Kardelj e Milovan Gilas avrebbero ammesso in tempi successivi. Sulla spiaggia di Vergarolla, contigua a Pola, dove erano convenute centinaia di persone per la Giornata della "Pietas Julia", vennero fatte esplodere 29 mine contenenti nove tonnellate di esplosivo: le vittime, molte delle quali non poterono essere nemmeno identificate, furono oltre cento, in maggioranza donne e bambini, con un’età media di 26 anni. Nessuno ebbe dubbi sulla matrice dell’atto terroristico, anche se la conferma ufficiale sarebbe giunta mezzo secolo più tardi con l’apertura degli Archivi britannici di Kew Gardens. Al pari degli altri, anche l’Esodo da Pola ebbe carattere plebiscitario, completandosi entro il marzo 1947: partirono 28 mila persone su 30 mila abitanti, in larga maggioranza via mare, con destinazioni articolate fra Venezia, Ancona e Trieste. Carattere distintivo di questo Esodo fu la concentrazione in viaggi collettivi, con accoglienze negative tanto più sorprendenti in quanto gli istriani avevano dovuto abbandonare tutto e sbarcavano, al massimo, con qualche povero bagaglio: i comunisti, sobillati dalla loro stampa, non perdonavano a quegli infelici di avere rifiutato il "paradiso di Tito". A Bologna i "treni dei profughi" non poterono sostare in stazione per qualche assistenza minima perché i ferrovieri rossi avevano minacciato lo sciopero; a Venezia furono oltraggiate persino le spoglie di Nazario Sauro; a Genova, durante la campagna elettorale del 1948 i candidati del Fronte Popolare avrebbero paragonato i "banditi giuliani" a quelli che infestavano la Sicilia. I campi di raccolta frettolosamente predisposti in Italia furono 109: generalmente privi di ogni conforto sia pure ridotto all’essenziale, non furono estranei alla frequente decisione di emigrare in Paesi lontani. A fronte di un Esodo complessivo che alla fine avrebbe interessato 350 mila persone (compresi i profughi dalmati e quelli dalla Zona "B" del cosiddetto Territorio Libero di Trieste), furono circa un quarto coloro che partirono per l’Estero: più spesso verso Paesi oltremare, dove molti avrebbero affermato la dignità umana e civile della loro scelta con l’impegno nel lavoro e nella vita sociale. A proposito di Pola, si deve ricordare che il 10 febbraio 1947, mentre a Parigi veniva sottoscritto il Trattato di pace imposto dagli Alleati, la patriota italiana Maria Pasquinelli uccise con tre colpi di pistola il Gen. Robert De Winton, Comandante della piazzaforte locale, per esprimere l’estrema, disperata protesta nei confronti dell’iniqua condanna freddamente pianificata dai vincitori, in ossequio alle pretese della Jugoslavia avallate dall’Unione Sovietica. Maria, che era stata crocerossina sul fronte africano e poi insegnante in Dalmazia dove aveva collaborato alacremente alle onoranze per i Caduti italiani, si era distinta nel Comitato per l’assistenza ai profughi di Pola con grande disponibilità ed altruismo, ed aveva confidato di compiere un gesto di risonanza mondiale, nella consapevolezza di compiere un sacrificio totale. In effetti, due mesi più tardi, il processo celebrato a Trieste davanti ad una Corte Alleata si concluse con la condanna a morte, poi commutata in quella dell’ergastolo. Maria Pasquinelli, affidata alla giustizia italiana per l’espiazione della pena, sarebbe stata graziata nel 1964, dopo 17 anni di detenzione. Oggi, ospite di un pensionato, vive a Bergamo.

C.M.

Gli studiosi continuano la ricerca del vero Shakespeare, vale a dire la ricerca mirante a stabilire l’identità del vero autore di quell’insieme di capolavori fin qui attribuiti al William Shakespeare di Stratford-upon-Avon. La paternità letteraria di quest’ultimo, circa l’opera cosiddetta shakesperiana, è infatti contestata da molti a causa di numerosi, consistenti indizi "contrari". Basterà dire che questo Shakespeare attore, impresario teatrale, proprietario terriero, usuraio, non lasciò, alla sua morte, libri in eredità. E del resto, anche se avesse posseduto una ricca biblioteca, come la sua creazione letteraria farebbe supporre, il lasciare libri alle figlie sarebbe servito a ben poco, visto che queste erano analfabete. Il che, dopo tutto, non dovrebbe neppure stupire più di tanto, poiché sembra che lo stesso William Shakespeare non fosse andato negli studi più in là delle elementari. Ed ecco che un serissimo studioso, John Hudson, sostiene in un articolo accademico ("Amelia Bassano Lanier; A New Paradigm") pubblicato in una prestigiosa rivista (The Oxfordian) che il vero autore delle opere attribuite a Shakespeare fu una donna, certa Amelia (Aemilia o Emilia) Bassano, figlia di un Baptiste (Battista) Bassano, musicista veneziano che era stato fatto venire a Londra a suonare nell’orchestra di corte. I Bassano di Venezia erano molto probabilmente dei "conversi" o "marrani", come venivano chiamati gli ebrei convertitisi al cristianesimo. Una tale attribuzione di paternità letteraria - e forse sarebbe più giusto dire "maternità" - sarebbe stata accolta nel passato con espressioni d’incredulità e persino di dileggio. Ma i tempi sono cambiati: che l’autore immortale sia in realtà una donna, è un’idea oggi accettabile. Gli argomenti presentati da questo studioso a sostegno della sua attribuzione dell’"identità Shakesperiana" alla Bassano, vengono analizzati con serietà anche da quella parte della critica che è in genere poco disposta ad accettare proposte troppo innovatrici. Il sesso femminile della presunta autrice spiegherebbe dopo tutto la necessità che l’autore ebbe di scrivere sotto pseudonimo in quell’epoca lontana, quando era molto difficile trovare un editore per opere letterarie femminili. Quindi che fosse donna, è un’idea oggi accettabile. Sì, donna... Ma italiana? La discendenza italiana della Bassano è per molti un fattore difficile da mandare giù. Lo mostra tra l’altro il fatto che nelle presentazioni, analisi, commenti riguardanti la tesi di John Hudson, l’accento non è mai posto sul legame con l’Italia di Amelia Bassano, figlia di un emigrato veneziano. E dire che l’identità culturale è uno degli elementi base dell’operazione d’identificazione, compiuta da John Hudson, circa il vero creatore dell’universo shakesperiano, universo marcato da una forte "italianità". "Italianità" non solo di personaggi e di storie ma anche di fonti letterarie. Ebbene, torno a ripetere: l’italianità della Bassano, presunta autrice dell’opera attribuita fin qui a Shakespeare, non sembra destare alcun interesse tra gli addetti ai lavori o anche tra il pubblico profano. Nelle presentazioni, analisi, commenti riguardanti l’audace tesi di John Hudson, l’accento non è quasi mai posto sul legame con l’Italia di Amelia Bassano, figlia di un emigrato veneziano. Vivissimo interesse suscita invece il fatto che la Bassano fosse un’"ebrea", come la stragrande maggioranza dei commentatori, istantaneamente, l’acclama con compiacimento. Un’altra cosa anche sorprende - ed è questo il punto che intendo sollevare adesso, invitandovi a considerare tutto quanto precede come una sorta di lungo preambolo. Sorprende che non si citi, in questi commenti, il professore universitario Lamberto Tassinari di Montréal, autore di un documentato studio - "John Florio - The Man who was Shakespeare" (Giano Books, 2009) - anteriore a quello di John Hudson, e ricco di elementi che vanno nello stesso senso di molti degli argomenti fatti valere da Hudson nel suo saggio sulla Bassano. Tassinari nel suo libro aveva proposto, quale autore delle opere del cosiddetto "Shakespeare", John Florio; anche lui, al pari della Bassano, di origini italiane. È giocoforza constatare che l’intensità delle reazioni con cui è stata accolta la tesi di Hudson contrasta con il disinteresse che ha circondato finora la tesi fatta valere da Tassinari. Come spiegare questa differenza di trattamento? Un inizio di spiegazione ce lo dà la maniera in cui, nella stragrande maggioranza dei commenti consacrati alla tesi di Hudson, si sorvola allegramente sul legame che intercorreva tra Amelia Bassano e l’Italia, il cui padre, lo ripeto, era nativo di Venezia. Si constata insomma nei commenti uno scarso interesse per l’aspetto italiano della ricca identità culturale della Bassano. Questa del resto è identificata in più occasioni semplicemente come Amelia Lanier, con il solo cognome del marito e con l’omissione di quello suo proprio: Bassano, forse con l’intento di rendere Amelia più accettabile al pubblico "normalizzandola" anche nel nome. La Bassano è inoltre costantemente definita "ebrea" e mai "italiana". Queste constatazioni ci aiutano a capire il disagio che deve aver provocato il libro di Lamberto Tassinari, perché libro scritto su un italiano, da un italiano, in lingua italiana (la prima versione è stata in italiano: "Shakespeare? È il nome d’arte di John Florio" Giano Books, 2008). Speriamo che l’edizione inglese del suo libro venga accolta con maggior interesse, anche perché è ormai impossibile sottacere i forti apporti della cultura italiana all’opera cosiddetta shakesperiana. Mi si potrà a questo punto obiettare che l’attribuzione dell’opera shakesperiana ad Amelia Bassano, un personaggio con antenati ebraici, riesce a dare una spiegazione al fatto che le opere di Shakespeare siano ricche di conoscenze religiose, ebraiche incluse. Ebbene, anche John Florio, figlio del predicatore Michelangelo Florio, era un profondo conoscitore di testi sacri. E oltretutto non è per nulla escluso che anche i Florio discendessero da ebrei. Nel suo notevole libro, Lamberto Tassinari accenna solo a quest’ultimo particolare, senza dilungarvisi. Se vi avesse ricamato solo un po’ su, sono sicuro che avrebbe immediatamente suscitato l’interesse degli addetti ai lavori e di una larga fetta di pubblico. Per essere più chiaro ricapitolerò con parole un po’ diverse quanto già da me detto: il fatto che sull’italianità del padre di Amelia, Battista Bassano, si sorvoli quasi completamente, mentre si pone un entusiastico accento sull’ebraicità degli antenati della Bassano, ci aiuta anche a capire perché la tesi di Tassinari su John Florio, personaggio quest’ultimo troppo italiano per i gusti di esperti e profani, non abbia suscitato l’interesse che questa tesi meritava. È inutile commentare che solo certi tipi di nomi - vedi il nome "Ponzi" - sono capaci di far scattare nella mente di un pubblico un immediato legame con l’Italia e gli italiani. Noi siamo grati a Lamberto Tassinari di aver messo in ampia luce, con il suo "John Florio - The Man who was Shakespeare", il profondo legame che l’universo shakesperiano ha con l’Italia. Legame che la sorprendente, affascinante tesi di John Hudson - al di là della diversità del volto ch’egli pone dietro l’enigmatica maschera shakesperiana - riafferma e consacra. In una futura edizione - ripetiamo l’invito a Tassinari - questi farebbe senz’altro bene bene a ricamare su un fattore quanto mai prezioso in campo accademico e commerciale: le possibili radici ebraiche dello stesso Florio.

Claudio Antonelli



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • C’E’ ANCORA SPAZIO PER L’IRREDENTISMO?
  • IL TRICOLORE A FIUME



    C’è ancora spazio per l’irredentismo?

    Sono passati sessantacinque anni dalla fine della Guerra, ed altrettanti dalla pulizia etnica e classista voluta da Belgrado, che dopo le anticipazioni del 1943 diede luogo alla tragedia delle Foibe e del grande Esodo giuliano e dalmata. Per usare una metafora della vita, quelle vicende entrano ora nella terza età: in altri termini, è tempo di bilanci ma nello stesso tempo di programmi, perchè la storia non finisce oggi e non sarebbe realistico indulgere alla rassegnazione ed archiviare ricordi e rimpianti, pensando che sul grande dramma sia sceso il sipario. Durante il primo ventennio si propugnava il nuovo irredentismo che già dal 1950 aveva trovato un coraggioso vessillifero nel primo giornale fiumano dell’esilio, e che più tardi sarebbe assurto a connotazioni etiche inoppugnabili nel pensiero di don Luigi Stefani, esule da Zara, secondo cui la redenzione prioritaria doveva essere quella dei popoli oppressi, da entrambe le parti dell’iniquo confine. Altre pietre miliari segnarono significativamente gli avvenimenti del 1980 e di un decennio dopo, quando la morte di Tito e la dissoluzione della ex Jugoslavia coincisero con l’avvento di nuove speranze poi deluse, ma non per questo meno vive nella comune memoria storica. Nel Duemila, le nostalgie di Josip Broz, se per caso vi fosse stato bisogno di suffragarle, trassero nuovo vigore dalla grande adunata voluta in Croazia per il ventennale della sua scomparsa e dalle celebrazioni per l’ottantesimo anniversario della cosiddetta Repubblica rossa di Albona, mentre si concludevano i lavori della "famosa" Commissione mista italo-slovena con un documento quanto meno opinabile, del resto mai accolto dal Governo italiano. Oggi, il solo parlare di irredentismo non sembra "politicamente corretto" in omaggio alla nuova realtà europea, ma prima ancora, ai rapporti di buon vicinato commerciale con le Repubbliche ex jugoslave, all’insegna di un "business" inteso come misura di tutte le cose. Se non altro per questo, sarebbe sta`to logico attendersi che le attese degli esuli giuliani, istriani e dalmati, ed ormai, soprattutto dei loro eredi, fossero prese in maggiore considerazione, onde manifestare una solidarietà sostanziale che potesse rendere meno amaro l’accantonamento dei valori etici fondamentali, codificati negli stessi Statuti associativi. Invece, anch’esse sono rimaste in una lista d’attesa troppo lunga e protrattasi per troppo tempo, per non pensare ad una precisa volontà politica di rinviare tutto e sempre, in attesa che madre natura pervenga alla "soluzione finale". Basti pensare a problemi veramente annosi come la restituzione o l’indennizzo dei beni con cui l’Italia corrispose una parte significativa dei danni di guerra e le cui soluzioni sono di là da venire; la tutela ancor oggi minima delle tombe nelle svariate centinaia di cimiteri rimasti alla mercè del nuovo padrone; l’inserimento nei testi scolastici di una verità storica oggettiva su Foibe ed Esodo, in mancanza del quale l’ignoranza continua a regnare sovrana; e le questioni di previdenza, nomenclatura ed anagrafe, alcune delle quali, oltre tutto, sarebbero prive di oneri per il bilancio dello Stato. In alcune circostanze, anche minori, il danno si è coniugato bellamente con la beffa. Per fare un solo esempio, è il caso degli automatismi sulla rivalutazione delle maggiorazioni pensionistiche a favore dei profughi e delle categorie assimilate, dove migliaia di sentenze di primo grado, Appello e Cassazione a costoro favorevoli sono state travolte da un’interpretazione retroattiva di segno contrario inserita nella Legge finanziaria per il 2008, poi avallata dalla Corte Costituzionale, e sorretta da valutazioni di costo senza alcun fondamento, essendosi parlato in sedi ufficiali di un onere annuo dapprima di 198 milioni e poi di 400 (sic!), quando le somme in giuoco a favore degli aventi causa (non certo una folla oceanica) ammontavano a pochi centesimi, sottolineando il valore meramente morale della questione. In buona sostanza, sessantacinque anni dopo, tutt`o è come prima, o per meglio dire, peggio di prima. Il nuovo imperativo sembra quello di non disturbare il manovratore e di soffocare sul nascere ogni programma serio e realisticamente concreto. La storia non può dare insegnamenti perché la pervicacia nell’errore è inestinguibile, ma "parla a chi la vuol sentire" ed avalla anche nel mondo giuliano, istriano e dalmata un pensiero critico e costruttivo che non intende restare fine a se stesso, ma tradursi in azione.

    Carlo Montani


    Il Tricolore a Fiume

    Il 12 settembre, ricorrendo il novantesimo anniversario dell’impresa dannunziana di Ronchi e della non dimenticata marcia legionaria, un’imprevista manifestazione di arditismo ha messo a rumore la città "croata" (come scrivono diversi giornali) di Fiume e taluni ambienti dell’esodo giuliano, suscitando, a seconda dei casi, apprezzamento o più spesso disagio. Il tricolore italiano, sia pure per breve tempo, ha sventolato nuovamente nella Città Olocausta, accompagnato da alcuni volantini in bianco rosso e verde inneggianti a "Fiume d’Italia", col supporto di taluni motti del Comandante, quali "hic manebimus optime" e "cosa fatta capo ha". Va aggiunto che detti volantini sono stati distribuiti anche in alcune città giuliane e friulane, ad iniziativa della Federazione Arditi d’Italia, ed in particolare delle Sezioni di Trieste e Manzano (nel cui Comune, giova rammentarlo, quelle formazioni ebbero origine volontaria durante la prima Guerra mondiale, con un forte esempio di coesione e di volizione). E’ comprensibile che il gesto, tanto più "straordinario" nel clima di rassegnato relativismo oggi imperante, abbia sollevato forti proteste in Croazia, comprese quelle della minoranza italiana, affrettatasi a denunciarlo in quanto "minaccia" dei buoni rapporti bilaterali che si sarebbero andati sviluppando fra Roma e Zagabria (sebbene sia tuttora viva l’eco della polemica di due anni or sono tra il Presidente Napolitano ed il suo omologo Mesic a proposito delle foibe e dell’esodo). Un po’ meno comprensi`bile è che analoghe preoccupazioni siano state manifestate in Italia, anche da parte giuliana e dalmata: paradossalmente, col passare del tempo l’irredentismo è diventato sempre più impopolare, fino al punto di espungerlo da qualsiasi contesto politico, e da relegarlo in una dimensione puramente storica. Il gesto degli Arditi, o di chi abbia utilizzato la loro sigla per firmare la suggestiva celebrazione del novantennale (che ricorda quella dei patrioti triestini cui proprio cento anni or sono riuscì di scalare nottetempo il palazzo comunale e di collocarvi la bandiera d’Italia eludendo l’occhiuta sorveglianza austriaca) ha avuto un’ovvia valenza morale, e l’effetto del sasso gettato nello stagno, anche se il risultato politico, naturalmente nullo, era scontato in partenza. Se non altro, è servito a ricordare che nel lontano 1919 duemila volontari seppero raccogliere il "grido di dolore" proveniente da Fiume ed offrire alla Patria il contributo della loro fede e del loro sacrificio, che l’anno successivo si sarebbe concretizzato nel tragico Natale di sangue. Non sembra che ci sia da gridare allo scandalo. Al contrario, c’è da tener presente che senza quel gesto l’impresa del Comandante sarebbe passata ancora una volta sotto silenzio, data la scarsa rilevanza della tradizionale cerimonia per pochi intimi davanti all’obelisco di Ronchi, e delle pur meritorie iniziative di carattere accademico, riservate ad una cerchia di esperti, a più forte ragione ristretta. In qualche misura, si potrebbe evidenziare che la "ribellione" degli Arditi, o meglio, dei loro eredi, ha avuto una matrice importante nel silenzio dell’Italia ufficiale, e nel timore che un semplice omaggio alla memoria degli eroi possa scuoterla, assai improbabilmente, dal suo triste materialismo edonista e consumista. Renato Simoni, che fu grande critico e giornalista, e le cui "fantasie" affidate agli elzeviri de "L’Illustrazione Italiana" e del "Corriere della Sera" ebbero grande rilevanza, tanto da essere ripubblicate nel 1953 in una suggestiva` ed elegante raccolta curata da Eligio Possenti per i tipi di Sansoni, aveva scritto nel 1919 che Fiume è italiana, perché "nostra di anima, di vita, di lingua, di fierezza e di storia"; e prima ancora, "per i segni tangibili della sua origine, per la sua unanime testimonianza, per la sua invincibile volontà, e per le ragioni più pure ed essenziali" della sua esistenza. Non a caso, aggiungeva Simoni, Fiume sarebbe stata ugualmente italiana "se invece che i vincitori fossimo stati i vinti, come Venezia e Milano erano idealmente d’Italia anche dopo Novara": ebbene, al bando le "finezze diplomatiche e gli equilibri politici", tanto più inutili al cospetto di una folla come quella fiumana che era "tutta nelle vie", e di una Città che fin dal 30 ottobre 1918 aveva attestato la sua chiara volontà, in ossequio al principio dell’autodeterminazione popolare. Nella fattispecie, la "fantasia" per Fiume poteva ispirarsi all’affermazione secondo cui "la vita è azione", ed al corollario di un "ideale che non bisogna soltanto adorare delicatamente nel segreto dell’anima, ma robustamente servire". Una conclusione che, dopo 90 anni, sembra potersi riportare con singolare precisione, a supporto del "bel gesto" compiuto dagli Arditi. Simoni aveva affermato, in quel tumultuoso 1919, con chiara allusione alla volontà altrui di penalizzare l’Italia, e nello stesso tempo al modo perfettibile con cui i nostri delegati a Versailles si erano comportati nella Conferenza della pace, che ogni decisione contraria all’annessione di Fiume (a prescindere dagli errori storici del Patto di Londra), sarebbe stata "un’infamia, una viltà, uno di quegli errori che presto o tardi si scontano amaramente". E’ facile immaginare cosa avrebbe scritto nelle sue "fantasie" di fronte al gesto dell’ultimo 12 settembre, e soprattutto, ai commenti croati di espressione italiana, senza dire di quelli formulati al di qua del confine. D’altro canto, sarebbe stato possibile attendersi qualcosa di diverso da parte di chi, nella migliore delle ipotesi, ave`va minimizzato per 60 anni le tragedie dell’esodo e delle foibe? Di chi si ostina a mettere in dubbio, nonostante la verità emersa dagli archivi inglesi, che una strage come quella di Vergarolla è da attribuire al terrorismo jugoslavo senza se e senza ma? Di chi ha votato la depenalizzazione di reati come l’alto tradimento e l’oltraggio alla bandiera, ma trema di paura quando il vessillo tricolore assurge a simbolo, non già di improbabili rivendicazioni, ma di valori perenni da affermare nel loro insopprimibile ethos? E’ stato scritto con felice sintesi che "non si mente alle proprie radici". L’assunto è stato dimostrato ancora una volta: da un lato, ad opera dei "vigliacchi d’Italia"; ma dall’altro, ad iniziativa di chi non si sottrae all’imperativo di coniugare la nobiltà del sentimento con la forza simbolica di concreti gesti prescrittivi.

    Carlo Montani

 

Affermare che la vera musica ha un linguaggio universale, in quanto capace di farsi intendere dal cuore e dalla mente di tutti, non è una frase fatta, ma una realtà che i maggiori artisti sono in grado di comunicare attraverso la partecipazione coinvolgente, e nello stesso tempo con una singolare idoneità a trasferire nell’ascoltatore momenti di autentica commozione, nel senso etimologico del termine, che sottintende l’esistenza di un rapporto col Maestro in cui si ammira, ma nello stesso tempo si desidera l’impossibile, e cioè che il momento magico non abbia fine. Uto Ughi, nel concerto tenuto a Trieste ai primi di giugno, chiudendo la stagione del teatro Verdi, mai tanto esaurito ed entusiasta (con applausi convinti e ripetute chiamate), ha raccolto consensi pari alla sua fama di massimo interprete del violino, suonando il suo straordinario Stradivari in un programma dedicato a Beethoven, poi esteso a furor di popolo a Bach e Paganini, ma nello stesso tempo ha offerto l’opportunità, davvero unica, di assistere ad interpretazioni ineffabili, destinate a ricordi non effimeri. Sul proscenio della città di San Giusto, Ughi è di casa, viste le sue origini istriane, e considerato il rapporto di lunga data che lo lega a Trieste, al di là della fama mondiale e dei ricorrenti impegni intercontinentali. Ebbene, stavolta ha superato se stesso, nella duplice veste di solista e direttore di un’orchestra attenta e sensibile, ed in quella di "anchorman" che non disdegna di prendere in mano il microfono e di parlare al pubblico, alternando una lezione di grande musica alla sofferta protesta per una politica incapace di sopperire alle esigenze del teatro e della cultura. E’ banale soggiungere che al concerto si va soprattutto per ascoltare, e nel caso di specie, per essere travolti dall’onda della commozione suscitata da un’impareggiabile maestria nel cogliere gli stati d’animo, le assonanze e le sfumature quasi estatiche di compositori sommi. Tuttavia, un concerto di Ughi è anche spettacolo, se non altro per il modo ispirato e sofferto con cui dirige, e con cui ricava dal suo strumento espressioni di musica sublime, e quindi, a più forte ragione universale. Quello di Trieste non ha fatto eccezione. Critici autorevoli sostengono che esistono pochi Maestri in grado di riempire il teatro al solo annuncio del loro programma, suscitando la partecipazione di coloro che non sono o non possono essere frequentatori abituali. Uto Ughi è uno di questi: naturalmente, non solo a Trieste, ma a più forte ragione a Trieste, dove l’aria di casa costituisce un valore aggiunto che coniuga felicemente il nobile sentire dell’artista con la commozione del suo pubblico.

c.m.

E’ passato un secolo e mezzo dal fatidico 27 aprile 1859, quando il Granduca Leopoldo II venne "cacciato" da Firenze, ed ebbe origine quel governo provvisorio che sotto l’egida di Bettino Ricasoli, il non dimenticato "Orso dell’Appennino", avrebbe condotto la Toscana, dopo pochi mesi, al plebiscito per l’annessione al Regno d’Italia. Si tratta di una ricorrenza che non conviene ignorare, a prescindere dalla suggestiva e doverosa celebrazione tenutasi in Palazzo Vecchio, perché se ne possono trarre ancora oggi diverse considerazioni interessanti. Anzi tutto, non è vero che il Granduca sia stato "cacciato", anche se l’ambiente era teso, alla luce di quanto stava accadendo nell’Italia settentrionale con la guerra italo-franco-austriaca e con le rinnovate speranze dei patrioti dopo le delusioni di dieci anni prima. Dal Forte di Belvedere i cannoni erano puntati su Firenze, ma il "babbo", come Leopoldo veniva confidenzialmente chiamato dai suoi concittadini, diede ordine di non sparare, raccolse pochi effetti personali e prese la carrozza assieme alla famiglia per imboccare la Via Bolognese e dirigersi verso Vienna. Sapeva meglio di tanti che il corso della storia è spesso ineluttabile. Tutto si risolse in poche ore, e senza il benché minimo spargimento di sangue: più recentemente, a proposito di altri contesti si è parlato di Rivoluzioni dei garofani, od al massimo, di velluto, ma si potrebbe dire, per analogia, che quella fiorentina del 1859 fu addirittura di bambagia, tanto che ebbe modo di compiersi in una giornata, al termine della quale, come racconta Raffaello Lambruschini, "la Rivoluzione andò a desinare" mentre i liberali potevano dedicarsi al folclore, stornellando un motivo di naturale attualità: "L’albero è fiorito, codini andate a letto, il babbo un torna più". Quanta civiltà, in quella Toscana che quasi ottanta anni prima era stata prima nel mondo ad eliminare la pena di morte, ed in quella Firenze i cui popolani, al passaggio della carrozza granducale, salutaronAo con deferenza togliendosi il cappello di testa! Del resto, non fu un caso se all’atto del plebiscito, che non è mai la quintessenza della democrazia, la percentuale dei suffragi per il regno separato espressi nell’ex-Stato lorenese fu largamente superiore a quelle del resto d’Italia: il cinque per cento, contro lo 0,1 per mille che qualche anno più tardi, al termine della terza guerra d’indipendenza, avrebbe sancito l’unione del Veneto, quasi a riscattare il triste epilogo della Serenissima per mano di Napoleone. Come non ricordare che Leopoldo II era stato un sovrano di grande apertura, al cui confronto quelli che governavano altri Stati italiani esprimevano una bieca reazione? Il Governo granducale aveva creato infrastrutture ferroviarie e stradali, aveva bonificato la Maremma, aveva animato una fiorente vita culturale, e soprattutto, aveva manifestato un’alta tolleranza nei confronti del movimento liberale, tanto da ospitare un folto numero di patrioti e di uomini di lettere, come Leopardi, Tommaseo, e quel Giampiero Vieusseux che vive tuttora nella felice realtà dell’omonimo Gabinetto. Basti rammentare che lo stesso Francesco Domenico Guerrazzi, esponente della sinistra repubblicana livornese, reo di avere pronunziato un’orazione in memoria di Cosimo Del Fante, venne confinato per sei mesi a Montepulciano, dove ebbe a soggiornare tranquillamente in compagnia del buon vino locale. Un’occasione in cui il Granduca aveva conquistato la gratitudine se non anche l’affetto dei fiorentini, fu la grande alluvione del 1844, quando l’Arno invase la città ed il Granduca diresse personalmente le opere di soccorso, non senza ospitare nella reggia di Palazzo Pitti un significativo numero di sfollati. Anche questo fu un episodio destinato a conservare per parecchi anni un buon rapporto fra monarchia e popolo. Lo stesso avvenne in occasione della "crisi lucchese", quando diventarono operative le statuizioni del Congresso di Vienna dando luogo all’incorporazione del Ducato in seno alla Toscana, e quando le proteste loAcali furono risolte con efficace tempestività da Leopoldo, recatosi personalmente nei nuovi territori per fornire tutte le assicurazioni e le garanzie del caso. Firenze aveva conosciuto, nella sua lunga storia, pagine dure e vicende drammatiche, come attestano, fra i tanti, gli esempi di Francesco Ferrucci (giustamente ricordato nell’inno nazionale italiano), di Pier Capponi o dello stesso Dante; ed altre, ancora più fosche, simboleggiate crudamente dall’uccisione proditoria di Giovanni Gentile, avrebbe conosciuto in tempi successivi. Eppure, durante il regno granducale, improntato ad un conservatorismo sostanzialmente illuminato, ben lontano dai canoni reazionari della Santa Alleanza, anche "l’ingrato popolo maligno che discese da Fiesole ab antico", come lo avrebbe bollato senza appello il sommo Poeta, aveva dimostrato una governabilità largamente superiore alle attese ed alle tradizioni: segno non casuale di quanto possano scelte di governo improntate alla cooperazione, sebbene non disgiunte dalla doverosa fermezza di cui i ministri lorenesi, da Fossombroni in poi, seppero dare costanti e valide attestazioni. Il Granduca non sarebbe più tornato a Firenze, ma dopo diversi anni di esilio a Vienna si stabilì a Roma, dove chiuse la sua vicenda terrena nel 1870, pochi mesi prima di Porta Pia, quasi a testimoniare la permanenza di un vincolo affettivo nei confronti dell’Italia, che non poteva prescindere dal suo disegno unitario, ma che non avrebbe mancato di apprezzare, anche in sede storiografica, l’opera costruttiva di Leopoldo II.


Carlo Montani

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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